lunedì 13 maggio 2013

Il peso delle parole


Ne usiamo tante, tutti i giorni. E crediamo di saperle dosare, dando loro  giusto significato e peso. Ci sbagliamo. E alle parole manchiamo di rispetto. Tutti. Ma se il peccato è grave in chi comunica per le normali esigenze quotidiane, diventa tragico in chi con la comunicazione lavora. Facciamo esempi concreti. La cronaca giornalmente ci rende conto di persone di sesso femminile assassinate nei modi più brutali da persone di sesso maschile. Spesso i carnefici avevano rapporti di parentela o sentimentali con le vittime. E non mancano mai le formulette delitto passionale o, peggio, raptus della gelosia. Passione deriva dal greco pathos, parola che indica un sentimento forte al limite della sofferenza. Personale, però, non inflitta ad altri. Raptus, invece, rimanda a un moto irrazionale e momentaneo che mal si concilia con un coltello messo in tasca in previsione dell'incontro, una bottiglia di acido pronta in vista dell'appuntamento, una tanica di benzina approntata il giorno prima per mettere al rogo la strega rea di non essersi sottomessa. Non finisce qui. Ci sono parole apparentemente innocue nel contesto di una frase. Rumeno rapina anziana, maghrebino tenta di violentare studentessa, moldava partorisce in bagno e getta neonato nella spazzatura, ghanese prende a picconate passante. Sono notizie reali, titoli, fatti. Eppure, lo tocchiamo con mano tutti i giorni, identificare una persona in base alla sua etnia non è azione priva di conseguenze. Lo si fa scientemente, cavalcando un'onda. Perché quegli aggettivi sostantivizzati, rumeno, maghrebino, moldava, ghanese, rendono esplicito il messaggio. E il giudizio. Altrimenti ci capiterebbe di leggere: italiano rapina una banca. Stona? Certo che sì. Perché il termine italiano non caratterizza il rapinatore, lo colloca in un contesto neutro. In Italia, per lo più, siamo italiani quindi quel titolo non ci aiuta a capire, non descrive, non indirizza il nostro pensiero. Vale quanto scrivere sconosciuto rapina una banca. Risponderemmo: e allora? E allora vogliamo, chi più chi meno, essere aiutati, sostenuti, indirizzati. E scaricati dalla responsabilità. Se la rapina la commette un rumeno, la cosa ci tranquillizza da una parte, noi italiani brave persone, e ci fa infuriare dall'altra, tutti da noi i delinquenti. Le parole hanno un peso. Un peso grande, accresciuto da coloro che su quelle parole cavalcano per arrivare a un risultato, per sostenere una tesi precostituita, per convincere noi fruitori della comunicazione mediatica. Un raptus non è colpa di nessuno, quindi il problema della violenza di genere riguarda quella vittima e quel carnefice. Un clandestino africano che dà fuori di matto è colpa di chi i clandestini non li rispedisce al mittente. E tutti coloro che ritengono di essere vittime di un errore giudiziario possono dire di essere come Enzo Tortora. Almeno fino a quando non interviene Silvia, la figlia di Enzo, per ricordare che suo padre fu sì, vittima della giustizia, ma si difese nel processo. Non dal processo. Due paroline innocue per una differenza enorme. 

Laura Costantini