lunedì 9 aprile 2018

FalconeCostantini: il primo incontro delle socie


“Che fai?”
“Scrivo.”
“Si, questo lo vedo.”
Hanno quattordici anni. Sono compagne di banco ma si conoscono ancora poco. La mora è schiva, chiusa in un mondo tutto suo. La bionda è socievole, è merito suo se quel primo banco in terza fila le vede unite dal primo giorno di scuola.
“Sto scrivendo un romanzo.”
“Fico.” 
La mora non è disposta a darle corda. Ma la bionda è tenace. “Di che parla?”
Due occhi seri bordati di lunghe ciglia scure agganciano lo sguardo solare chiazzato di verde.
“Di un ragazzo inglese che va col padre a vivere in India.”
La bionda dà un’occhiata alla porta. La campanella è suonata e i suoi compagni stanno sciamando come un torrente fuori dall’aula. È un attimo prima di decidere che per una volta può fare a meno della sigaretta e degli sguardi interessati della fauna maschile. Della sua età ovviamente. Quelli più grandi non la degnano ancora di attenzioni. Si siede.
“Posso leggere?”
Dovrebbe capire che è no, che quel braccio che scivola sul ripiano verde di formica e si chiude intorno alle pagine fitte fitte è già una risposta sufficiente. Ma ve l’ho detto, ha la testa dura e un sorriso che vuole dire ti puoi fidare.
Occhi dolci arriccia le labbra e si concede un po’ di tempo per pensarci. Il sorriso della bionda è sempre lì, un po’ obliquo perché la testa è leggermente piegata verso la spalla. Come incoraggiamento. Ma ancora non basta. Sta per scuotere la testa quando arriva quella frase.
“Scrivo anch’io. Poesie.” La testa bionda si muove trascinandosi dietro le onde screziate di arancio. “Giuro. Cioè, non lo so se sono poesie perché non c’è la rima. Forse sono solo pensieri che metto su un quadernone a quadretti. Però mi piace.”
È su quel mi piace che le difese cadono. Perché può voler dire che l’interesse è sincero. Può voler dire che non riderà di lei e della strana storia che ha costruito intorno a un ragazzino di tredici anni, orfano di madre che in un paese lontano e ostile incontra un’anima affine alla sua.
“Hai letto Salgari?”, chiede mentre senza accorgersene la mano preme sulla pagina e il quaderno si sposta impercettibilmente verso la nuova amica.
“Ho letto l’Isola del tesoro.”
“Quello non è di Salgari, è di Stevenson.”
“Però è fico lo stesso.”
“Salgari è un’altra cosa.”
Intanto il quaderno è giunto alla portata di quegli occhi macchiati di bosco che ora si muovono rapidi e curiosi sulle parole. È facile leggere le prime due righe. Poi però, per quanto il collo si allunghi, diventa complicato decifrare la calligrafia stretta dai tratti ancora infantili.
“Scusa eh…”, dice la bionda sfilandole il quaderno da sotto il naso. 
Poi si sistema comoda comoda lasciandola un po’ attonita...

sabato 3 marzo 2018

#ilmioincubopeggiore era il terzo anno

Il terzo anno di liceo cominci a sentirti maschio, sei nella via di mezzo, inizi a non essere più deriso dai grandi, specialmente se hai la fortuna di essere bello alto – ché la nonna dice: “è mezza bellezza”, e almeno metà ce l’hai assicurata – e di poter guardare negli occhi anche quelle di quarta che non puzzano di latte.
In vicolo Palminteri ci passavo ogni giorno da quando ero uscito dalle medie, era la strada da fare per raggiungere il liceo. Ero imbarazzato dagli ottoni lucidi dei citofoni, dai portieri dei palazzi in livrea, ché il mio custode al massimo teneva una giacca grigia come i topi che passeggiavano in cortile e che gli somigliavano così tanto che eravamo convinti non li cacciasse perché erano suoi parenti.
Le boutique erano eleganti, coi prezzi in lire; i cappotti di cachemire con cartellini che indicavano: ottocentomila lire, un milione e centonove, che se scrivevano centodieci pareva brutto.
Un giorno di febbraio, anonimo e freddo come il parroco della chiesa, la vidi: cappottino grigio e colletto di velluto blu, capelli raccolti a coda di cavallo e sguardo ostile mentre salutava padre e portiere, un cenno al servo e un «Buongiorno padre»: Sofia Bernari. Stava in seconda C, rispose al mio sguardo con un’occhiata che si dà alle nuvole davanti al sole, e camminava talmente svelta che sembrava sfuggire anche a se stessa. Entrai a scuola che lei già era in classe, che la vidi mentre si sedeva e non mi vide mentre la vedevo. Proseguii al primo piano, il mio, quello di terza C.
Al campanello da quel giorno trovavo mille scuse per correre fuori, nonna malata, mammà mi vuole per il dentista, torna mia sorella dal Belgio, che non avevo una sorella e non sapevo neanche bene dove fosse il Belgio, tutto per trovarmi fuori prima che lei uscisse, ma lei era sempre già fuori e correva come Sara Simeoni dopo aver vinto la medaglia d’oro mentre correva allo stadio di Mosca con la bandiera sulle spalle, e lei già fuori, maledizione, che faceva dondolare quella coda di capelli.
Una volta ci riuscii, saltai giù dalle scale e aspettai.
Lei finalmente mi guardò, dritto negli occhi. I suoi erano blu, i miei colore di un cane.
«E leva quell’ombrello, fai cadere la gente»!
Neanche mi ero accorto di aver messo l’ombrello di traverso: un po’ livorosa ma mi aveva parlato, si era accorta che c’ero, esistevo. La rincorsi, avrei trovato una scusa, magari per chiederle scusa. Quella volta non tornava a casa a piedi, l’automobile del padre aspettava fuori, il padre uscì e con un cenno le disse: «Sofia muoviti, dopo il dentista andiamo a pranzo in centro».
Stavo correndo come un cavallo scosso, sbandato e incosciente, frenai prima di sbattere in quell’enorme Lancia blu. Non dovevo più guardarla, non ne potevo avere motivo, né speranza, nessuna pulsione, ma a sedici anni si hanno tutte queste cose e non lo dici a nessuno perché delle passioni un ragazzo si vergogna, un adolescente è un maschio piccolo con tutti i difetti e nessuna saggezza, si sbaglia senza essere professionisti dell'errore.
Marzo agita le foglie, accarezza le gambe dei ragazzi, le fa agili, fa esplodere fiori e ormoni, rende frizzante il respiro, correre è un imperativo e lo zaino un orpello leggero anche con il vocabolario Gabrielli che pesa due chili, io correvo ogni giorno solo per vederla camminare, una soldata col passo imperiale, non guardava nessuno e sembrava riuscire anche ad allontanare gli sguardi degli altri ragazzi. Un giorno Sambuco, il mio compagno di banco si accorse, al mio guardare, che la guardavo: «Perdi tempo, quella neanche esiste».
Potevo dissimulare, raccontare che “no, figurati, non mi interessa…”, mi scappò: «Neanche so chi è…».
«Non lo sai? Lo sanno tutti che le stai sempre appiccicato con gli occhi…».
“Appiccicato”. Fallo vergognare un sedicenne: restai incerto se piangere o dargli un pugno, oppure…non c’erano altre opzioni, cioè si, lo lasciai a sorridere sul muretto.
Prima che marzo diventasse aprile, un mattino spensi l’ennesimo incubo, quel sognarmi ogni notte incatenato alla ringhiera della scuola e nel pomeriggio, lucido di pioggia, andai lucido di intenzioni fuori casa sua.
M’avesse sparato sarebbe stato meno feroce: «La pianti di starmi intorno come un pidocchio»? Arrivò il millennio, la vita buona, il fascino discreto di una vita borghese, e internet, e facebook e “Sono Sofia Bernari, ti ricordi di me?”.
Trent’anni e mille vite fa? Si mi ricordavo, anche la vergogna di quel pomeriggio divenuta ricordo sacro, cliccai su “Conferma”, corsi sulla pagina come correvo fuori scuola, le foto: voglio vederla. Una signora discreta, con occhi da massaia e capelli il sabato dopo tre ore di fila dal parrucchiere e gli occhi stanchi come una Luis Vuitton usata al mercatino dei Parioli. Due tre figli e un marito con la pancia abbronzata su una barca a Ventotene che mostra una spigola pescata in qualche pescheria.
«Si, mi ricordo, ero il pidocchio, quello che…»

Mi ricollegai alla pagina, c’era scritto “Aggiungi agli amici”.

venerdì 2 marzo 2018

#ilmioincubopeggiore il mostro di sempre


Perché sto scappando? Qualcuno mi insegue: il mostro è sempre quello di tutti gli altri sogni. Un po’ It, un po’ Dissennatore. Poi dicono che leggere fa bene.
Questa volta però c’è qualcosa di diverso: non sono sola, ho mia figlia in braccio. Vorrei avere la fascia, o il marsupio, o qualsiasi cosa che mi permetta di reggerla senza fare fatica. È piccola ma mi sembra pesantissima. E ho paura di cadere su questo terreno pietroso e molle che sembra risucchiarmi.
Intanto il nemico si avvicina.
Entro in un’enorme struttura: acciaio, vetro. A metà tra un aeroporto, una stazione e Palazzo Nuovo, quell’orrore di Università dove ho passato troppo tempo.
C’è gente, tantissima gente. Se c’è anche mio marito non lo vedo.
Corro verso le scale. Ma non capisco dove portano, sembrano inaccessibili.
La parte conscia di me si dice che sembra uno di quei casinò di Las Vegas, pieno di luci e musichine, ma senza una via d’uscita. Fatale per i proprio nervi, le proprie gambe e le proprie tasche. 
Poi vedo gli ascensori. Stringo mia figlia a me e cerco di prendere al volo l’ascensore che sta per chiudersi ma non faccio a tempo.
C’è un ragazzo, alto, imponente, che mi dice di non preoccuparmi, che c’è un montacarichi.
Il montacarichi consiste in una pedana traballante e senza appoggi che scorre su una serie di fili d’acciaio. In due (tre, se conto mia figlia) non ci stiamo quasi. Per non cadere di sotto devo tenermi con entrambe le mani. Con orrore mi accorgo che ormai siamo troppo in alto per scendere. Il ragazzo spingendomi verso il bordo mi dice di non preoccuparmi: siamo quasi arrivati. Sembra non accorgersi che non ci stiamo.
Ma io non ce la faccio a tenermi in equilibrio. Se non voglio cadere devo tenermi con entrambe le mani: o cade mia figlia, o cadiamo entrambe.
La pedana mi dà uno scossone. Mia figlia precipita nel vuoto.
Improvvisamente non sono più su una pedana, ma su scale che scendono a spirale. Guardo giù, nella tromba delle scale. C’è mio marito con mia figlia in braccio e guarda verso di me. I suoi occhi sono taglienti dalla rabbia, scuote il corpo di mia figlia, inerte, e urla.
“Perché l’hai lasciata cadere?”
So come mettere fine a tutto questo.
Mi sporgo dal mancorrente.
Mi sveglio. 

martedì 27 febbraio 2018

#ilmioincubopeggiore I diamanti di Sergio


Sergio e Franco erano cresciuti insieme, prima nelle baracche della Magliana, poi, all’inizio degli anni 70, una casa popolare a Via di Donna Olimpia, a Monteverde Nuovo. Finalmente un tetto sulla testa e un letto vero in cui dormire. La loro vita era trascorsa tra furtarelli, un po’ di riformatorio e carcere. Tutte cose di poco conto, per lo più condonate da giudici comprensivi.
Ma quel pomeriggio era diverso. Sergio passò a prendere Franco e, come sempre accadeva prima di ogni colpo discutevano animatamente seduti nel cortile del palazzo.
«Insomma, a Se’, chi te l’avrebbe data sta grande dritta?». Disse Franco con aria di supponenza.
«Danilo lo zoppo».
«Seee, lallero. Ma quello s’è bruciato er cervello co ‘n overdose vent’anni fa».
«A Fra’. Guarda che Danilo c’avrà pure er cervello bruciato, ma mica è cojone. Stamme a senti’. Dovemo apri’ l’ultimo tombino de Via de Donna Olimpia, quello davanti a Villa Pamphili. Poi se famo cento metri de fogne e semo arrivati».
«Ma arrivati ‘n dove, Se’?».
«Là sotto ce sta ‘na specie de camera, piena zeppa de diamanti che ha ammucchiato lì un vecchio che ora è morto e nessuno sa che esistono. A Fra’ so’ cento mijoni de euri». E dicendo questo, Sergio enfatizzò la frase allungando a dismisura la “i” e mettendo la mano di taglio accanto alla bocca.
«Me pare tutto così assurdo, ‘na gran cazzata». Disse Franco grattandosi la pelata. Ma dentro di sé si stava convincendo. Sergio ci riusciva sempre, anche quando sapeva che sarebbero andati “bevuti”, con la coda tra le gambe, al Commissariato di Via Cavallotti.
«Daje, se beccamo stanotte alle tre».
Verso l’ora stabilita si avviarono a piedi verso l’entrata di Villa Pamphili. Pioveva, faceva freddo e i due camminavano con le mani nelle tasche di due giubbotti inadeguati alla stagione.
Ad una cinquantina di metri dal cancello ecco il tombino che avrebbe cambiato le loro vite. Isole Cayman, bella vita. Gli ultimi anni passati tra le comodità dei ricchi veri. Quelli che non chiedono quanto costa.
Sergio estrasse da sotto il giubbotto un piede di porco col quale sollevò il tombino, si calarono per un paio di  metri e lo richiusero sulle loro teste. Alla luce della torcia si incamminarono nello stretto cunicolo che finiva con una grata, che cedette dopo qualche scossone e una dose industriale di bestemmie corali. Dopo un centinaio di metri, la luce della torcia iniziò a riflettere un bagliore strano. I cuori gli battevano all’impazzata.
Ed erano lì. Diamanti grossi come pugni, splendenti come tutta la luce del mondo. «Ma allora era vero». Disse Franco con un filo di voce. «Hai capito sto matto de Danilo. Ma come cazzo l’avrà saputo?».
«Gliel’ho detto io» disse una voce alle loro spalle.
Sergio portò la mano alla pistola che teneva dietro, infilata nella cintola. La estrasse e mise il colpo in canna.
«E tu chi cazzo saresti?».
«Sono Artemio, il custode del Tesoro di Dio. Sono un angelo, non un mortale, quindi la tua pistola non avrebbe alcun effetto su di me.». Era alto, leggermente effemminato, con indosso un improbabile frac bianco e una vistosa cravatta celeste. La sua voce sembrava provenire dal centro della piccola grotta, non dalla sua persona. E a Franco sembrò che nemmeno muovesse le labbra.
«Vabbè, mo se semo presentati. O ce dici che cazzo voi, o te ne poi pure anna’ a fanculo» disse Sergio che cercava di mantenere un atteggiamento aggressivo. La pistola era sempre puntata sul viso di Artemio che, però, non se ne curava più di tanto.
«Voglio il vostro cuore, così come ho preso il cuore di tanti altri prima di voi. E li potete vedere, sono tutti qui, trasformati nei diamanti che avete davanti agli occhi»
Nel dire queste parole, allungò una mano verso il petto di Sergio. Non morì subito. Ebbe il tempo di vedere il suo cuore esplodere di luce e trasformarsi in una di quelle pietre. Artemio lo depositò con cura insieme agli altri, mentre lo zombie Sergio abbassava gli occhi verso il petto sanguinante. Questa vista allentò i suoi sfinteri e se la fece sotto. Franco vomitò tutti i pasti saltati della sua vita prima di accasciarsi svenuto.
Sergio sentiva la vita andare via, ma ancora non riusciva a morire e se ne stava lì con i suoi pantaloni fradici di pioggia, feci e urina.
Artemio ripeté la pratica anche su Franco ed un altro bagliore squarciò la piccola grotta. Entrambi lasciarono la vita insieme, senza la gloria che avevano toccato solo per pochi secondi.
A quel punto risuonò una seconda voce.
«A che punto siamo con la raccolta?»
«Con questi due abbiamo finito. Certo è stata lunga, c’è voluto tanto tempo. Ma per Te il tempo non ha senso, vero? Con tutto quello che abbiamo raccolto Ti puoi ritirare a vita privata qui sulla terra e fare davvero il Signore. A proposito. Due cose: Danilo lo zoppo ha finito il suo lavoro e vorrebbe tornare su. E poi, se non sbaglio, mi avevi promesso che passavi tutto a me. O ricordo male?».
«Sia fatto come vuoi Tu. Ormai sono in pensione»


lunedì 26 febbraio 2018

#ilmioincubopeggiore Quello che resta...

Mi manca il respiro. Questo bagagliaio puzza in maniera terribile di rancido e muffa. Sto per vomitare e se non voglio morire soffocata devo concentrarmi per resistere: il bavaglio sulla bocca è troppo stretto. Mi sforzo di riuscire a mantenere la calma, ma la paura mi entra negli occhi e brucia. Quel pazzo mi ha colpita forte, sull’occhio destro che ora continua ad alternare lampi improvvisi di luce al buio più totale. Mi sembra sia trascorso un secolo da quando mi ha rinchiusa qui dentro.
La macchina rallenta e si ferma, senza scatti bruschi. Capisco che sta scendendo dall’auto. Che farà? Non voglio pensare a cosa mi farà. Inizio a tremare e lo sforzo di bloccare gli spasmi mi causa un dolore invadente, che mi scoppia in tutto il corpo. E adesso? Niente, non accade niente. Ascolto le voci fuori. Sicuramente si è fermato per fare benzina, poi andrà a prendere qualcosa al bar. Lo conosco bene. Un bel bicchiere di aranciata. Ho sempre sperato che una volta smesso di bere roba seria sarebbe riuscito a ritrovare la calma, almeno la serenità invece… ma sentilo com’è cordiale mentre chiede anche di farsi pulire il parabrezza, ad alta voce così che possa udirla. Bastardo.
Penso all’aranciata e mi rendo conto di avere sete. La lingua si è gonfiata. L’arsura parte dal bisogno profondo di placare questo calore che mi sta soffocando, ma non voglio farmi catturare dal terrore, altrimenti addio concentrazione. Vorrei capire solo se esiste una minima possibilità di uscire da qui. Non riesco a muovere un solo muscolo, stretta nello scotch da pacchi, imbalsamata, mentre l’interno del bagagliaio è rivestito da uno spesso strato di gommapiuma, almeno così mi pare mentre sbircio con l’unico occhio sano che mi rimane. Quindi, anche se riuscissi ad agitarmi, nessuno sentirebbe. In ogni caso, non ce la faccio. Ho dolori ovunque. Ci è andato giù pesante. Per cosa poi? Per aver sottolineato una frase, un’unica frase, sul suo fumetto preferito, con la matita. Un segno di matita.
Pazzo furioso che non sei altro! Il segno di matita si cancella, mentre quel che stai facendo a me, no! Con determinazione ricaccio indietro le lacrime che, in questo momento di angoscia, non servono proprio a nulla.
È tornato, come fa sempre. Sbatte lo sportello con forza, riparte, stavolta senza alcun garbo, e accende lo stereo. Cerco di godere di questo poco tempo in più. Per fare cosa, poi? Vivere? Morire? Stavolta ha proprio esagerato. Le note de Il trillo del diavolo mi avvolgono, come un ultimo regalo infiocchettato dalla paura. Mi chiedo dove mi stia portando e cosa mi farà, ancora. Non credo di farcela. Non penso di poter resistere ad altro dolore né ad altre torture. Non mi sforzo nemmeno più di frenare i movimenti inconsulti del mio corpo. Ho solo paura e non posso fare nulla.
Forse però, mi blocco un attimo afferrando con tenacia la piccola idea prima che fugga da qui, se solo mi togliesse questo bavaglio, potrei provare a parlargli come ho sempre fatto. Come se niente fosse. Sì, forse potrei provare a fare questo. Se solo mi liberasse la bocca.
Non appena spalanca il bagagliaio istantaneamente chiudo l’occhio, quello sano perché il destro è talmente gonfio che oramai non posso più aprirlo. Quando riesco a guardare la luce dapprima mi acceca e poi lentamente la sagoma scura inizia a prendere forma e colore. Solita giacca nera sulla sempre solita camicia rossa. Intuisco i soliti jeans. Cosa pensavo, che si fosse cambiato d’abito al bar? Era così prima e lo è anche adesso. Solo che adesso ha in mano un coltello, di quelli lunghi e affilati che lascio sempre sul ripiano della cucina. Il mio ripiano, la mia cucina. Vuole uccidermi con il mio coltello e, bastardo fino in fondo, non mi toglie il bavaglio. Sa che proverei a parlare.
Alza il braccio e affonda.
Mi sveglio mentre mi agito come un’ossessa.
Un incubo, porca miseria. Il peggiore di tutti. Sudo copiosamente e il cuore mi batte all’impazzata. Allungo una mano, mi giro e mi accorgo di essere sola. Dall’altra parte del letto non c’è nessuno. “Sarà andato in bagno” penso, mentre uno strano movimento cattura il mio sguardo.
Lui è lì. In piedi, poggiato allo stipite della porta e sembra fissarmi.
I miei occhi si abituano subito all’oscurità. Solita giacca nera sulla sempre solita camicia rossa. Jeans e Clarks, con le sempre più improbabili stringhe rosse. Ha uno strano sguardo mentre mi dice: «Dopo aver scartato tutte le ipotesi possibili, quello che resta è il mio mestiere: l’incubo», poi si getta su di me con il coltello.
Alza il braccio e affonda.
Stavolta grido. Forte. Talmente forte da riuscire a svegliare anche la signora di sotto, che inizia a battere all’impazzata sul suo soffitto con qualcosa. Mi metto seduta e osservo la stanza. Nessuno. Sono salva finalmente. Rido.
So che usa la scopa perché me l’ha detto il figlio, l’altro giorno in ascensore. Un gran bel ragazzo. Moro, alto. Giacca nera, camicia rossa, jeans…
Giuda ballerino!

Stai a vedere che sono proprio io il mio incubo peggiore!

sabato 24 febbraio 2018

#ilmioincubopeggiore Vieni a casa


Pietro mette in moto, allaccia la cintura e inforca gli occhiali: c'è un sole che acceca. Che strano questo gennaio padano che sembra aprile! Accende la radio, esce dal vialetto, svolta sull'argine e continua a guardare nello specchietto retrovisore finché il cancello si chiude del tutto. Accelera. La sua C3 bianca sparisce dietro le case, sull'argine del Galasso.

Giovanni sta passando sul cavalcavia della tangenziale. Ha il finestrino aperto, fa caldo per essere gennaio. Non ha fretta, guida e si guarda attorno distrattamente. Nel canale che costeggia la provinciale vede un'auto capovolta nell'acqua. Frena di colpo, si ferma. Chi si deve chiamare in questi casi? Prova a fare il numero dei vigili urbani. .

È sabato mattina, saranno le undici. In Comune, a parte lui, non c'è anima viva. Michele, Il sindaco, sente il telefono dei vigili squillare. Nessuno che risponda. Saranno fuori di pattuglia, pensa.
- Pronto?
È Giovanni che segnala l'incidente.
- D’accordo, ci penso io, grazie.
Chiama i carabinieri e va sul posto a vedere.
Ci sono già i vigili del fuoco, agganciano l'auto e la sollevano. È come se la scolassero su un lavandino, non si capisce ancora se ci sia dentro qualcuno.

Luca va in ufficio, anche se è sabato. Solo un paio d'ore, non ci saranno telefonate e riuscirà a sbrigare un po' di pratiche arretrate. È di buon umore, questo gennaio primaverile riconcilia col mondo. Ha fatto colazione a casa con Pietro, suo figlio, prima che lui partisse per Milano. - Vai piano mi raccomando, ci vediamo stasera.   In ufficio c'è già Lauretta, la sua segretaria. -Buon giorno dottore, le faccio un caffè?
- Ma sì! Poi cominciamo.Venendo qui ho visto i pompieri che recuperavano dal canale un'auto capovolta.
Squilla il cellulare di Lauretta. - Sì, pronto? ... Che cosa?
Luca la vede impallidire. - Dammi quel telefono! grida.
È Michele, il suo amico sindaco.
- Vieni subito qui sull'argine, tuo figlio ha avuto un incidente. Vieni piano, non correre.

Lo hanno tirato fuori dall'auto. È un ragazzo di diciotto anni, atletico, bello. Tocca a Michele riconoscerlo. Il viso è blu, rigido e gonfio. Ma è lui, Pietro. La casa appena sotto la strada è la sua, quella dove vive con i genitori e la sorella. Ora è steso sull'argine. Il sole gli asciuga la pelle, i lineamenti si distendono e riacquistano dolcezza.

Il padre lo guarda e non capisce, non ci crede.
È lui, è Pietro. - Ma non è vero, non può essere morto. Abbiamo fatto colazione insieme, stava andando a Milano.

 Non ha lacrime, non ha pace. Solo domande senza risposta.
Dallo stradello della casa, a duecento metri dal canale, arriva la mamma.
Non urla, non piange. Guarda il figlio disteso sull'asfalto, bellissimo, quasi sorridente. Non lo tocca, lo avvolge con lo sguardo: non ha neanche un graffio, niente che giustifichi quella morte crudele. Si siede per terra, sull'argine, al sole. Prende il cellulare e chiama la figlia a New York.
- Marta sono la mamma, tuo fratello ha avuto un incidente, è morto. Vieni a casa.

martedì 20 febbraio 2018

#ilmioincubopeggiore Il mondo dei vivi è lontano

Il mondo dei vivi è lontano. Cammino da tre giorni, vagando in radure e boschi.
Cè un tempo per correre, un tempo per nascondersi e un tempo per fare l'ultimo viaggio.
Il killer dentro di me sta allargando il suo dominio ma non mi lascerò abbattere da lui.
Combatto i morsi lancinanti del male incistato nell'addome procurandomi ferite alle mani e graffi sul viso mentre mi apro il passaggio tra rovi e sterpaglie.
Sono talmente esausto che potrei addormentarmi appoggiato ad un tronco e morire nel sonno. È ciò che voglio in fondo. Ho lasciato definitivamente il mio vivere tra la gente, nessuno piangerà per me, ho passato gran parte del mio tempo a fuggire le persone, nessuno verrà a cercarmi.
Il fiato si fa corto. Mi accascio abbandonandomi sul dorso.
Guardo il cielo, palcoscenico di questo ultimo giorno. Il sipario della notte cala sulle quinte degli alberi. La vista si annebbia per un momento, sono consapevole e lucido, non è ancora la mia ora, sarebbe troppo facile.
Il mio programma prevede che non lasci niente su questa terra. Facilito il compito della natura spogliandomi di ogni indumento per uscire dalla vita con lo stesso vestito col quale sono entrato.
Appoggio la testa sul cuscino di panni, sono tanto stanco e mi assopisco in un amen.
Mi sveglia il soffio del vento tra le querce e i castagni. 
Passi leggeri sullo strame in putrefazione sollevano odore di funghi.
Passi accorti di qualcuno in ricognizione. Chi si aggira in un posto simile di notte se non un altro essere solitario?.
Si sta avvicinando, sento il suo ansimare, forse ha camminato a lungo come me. Cosa starà cercando?
Eccolo. È vicino, riesco a distinguere quattro zampe.  È su di me, mostra i denti affilati, lunghi e ricurvi ma subito il suo ringhio si tramuta in un mugolio domestico, mi annusa, lecca il sangue delle mie ferite. Sento la sua lingua ruvida sul mio volto. Sto immobile ma non ho paura.
La nube che oscurava la luna si è spostata più avanti.
Ora lo vedo meglio: fronte ampia, occhi chiari dal taglio leggermente obliquo, le orecchie in posizione eretta lungo il profilo della testa: è un lupo. Questa splendida creatura sicuramente ha fiutato il mio odore di morte, si accuccia accanto a me incrociando le zampe sul mio petto nudo. Non ha fretta. Il suo pasto è assicurato. Punta gli occhi nei miei. Cosa aspetta?. Forse non vuole che lo fissi mentre mi sbrana. Vigilerà il mio sonno-veglia e quando abbasserò le palpebre mi azzannerà alla gola. Berrà il mio sangue, farà a brandelli il mio corpo scegliendo le parti migliori.
Potrei anticipare il suo intervento con uno scatto improvviso e farla finita subito ma prendo tempo e sto in contemplazione del suo muso circondato dall'aureola lunare. Allungo lentamente una mano per accarezzarlo, non ho niente da temere, quello che deve fare lo farà ne più ne meno; sembra godere del passaggio della mia mano sul suo pelo.
Siamo talmente a contatto che sento il pulsare del mio cuore al ritmo del suo, ricevo calore dal suo corpo accovacciato sul mio.
C'è una rima e una ragione a spiegare la poesia di questo mondo selvaggio e la trovo ora che il mio  cuore di viaggiatore batte il suo tempo prima di essere lanciato in orbita tra le stelle..
Da qualche parte nel profondo della mia anima sento che è arrivato il momento.
L'eco perfetto di un ululato riflette contro un anonimo muro di cielo. Non è un fluttuante canto modulato alla luna ma un richiamo alla predazione. Non è un solitario, mi ero sbagliato, è un capo, sta invitando il suo branco al banchetto.
In un universo in cui regna la morte, si restituisce alla morte quanto le appartiene.
La notte termina ai margini dell'aurora in fiamme.
Una tranquilla resa alla fretta del giorno.
Nella luce del mattino le cose appaiono diverse da come apparivano nelle ore precedenti.
Vedo i resti di un essere umano su un letto di foglie disfatto. Un ronzio di mosche circola nell'aria, mentre una fila di formiche sta arrivando per pulire la scena.
Ho bisogno di bere e una gran voglia di correre. L'orizzonte intorno mi appare al di sopra dei cespugli di erica. Sento lo scorrere di un ruscello, il mio istinto mi dirige presso la riva. Un diga di castori ha creato una pozza d'acqua. Alcuni animali che si stavano abbeverando, come mi vedono apparire fuggono spaventati dalla mia presenza. Immergo la lingua nell'acqua e bevo grandi sorsate per dare refrigerio alla mia gola secca.
Lo specchio liquido riflette una figura diversa da quella che ho sempre visto fino a ieri. Assomiglia a qualcuno che ho lasciato da poco. Mi guardo attorno spaventato, non c'è nessuno oltre me. Mi riavvicino all'acqua per ritrovarmi.
Chi rinuncia allo sguardo impuro non perde la vista, il suo corpo viene anzi illuminato da una luce pura; rinunciando al mondo non lo perde, ma lo assorbe nella sua solitudine.
Sono un lupo.
Una nuova tappa nel cerchio sacro, l'inizio di un'altra storia, altri affanni, altri dolori, gioie e bisogni. Il mal di vivere si espia sulla terra. Sarò costretto a starmene qui per cercare  l'armonia e la gioia di vivere che nella precedente esistenza non ho saputo trovare.