martedì 22 gennaio 2019

Sul popolo del tutto e subito



Ho letto un post sull'abitudine dei lettori di aspettare l'uscita di un'intera serie prima di acquistarla (per leggerla tutta insieme e senza attese) e mi sono fermata a riflettere. 
La mia prima serie libresca - da lettrice - fu "La torre nera" di Stephen King. E chi ne ha seguito le vicende sa che tra il primo volume, "L'ultimo cavaliere", e l'ultimo di sette, "La torre nera", sono trascorsi 22 anni. Sì, avete letto bene: ventidue anni, dal 1982 al 2004. E noi, poveri lettori, eravamo lì a sacramentare contro il nostro adorato Stephen che non si decideva a condurci per mano all'epilogo.
Poi venne Harry Potter: il primo libro uscì in Italia nel 1997, l'ultimo nel 2007. Dieci anni col fiato sospeso, nell'attesa spasmodica della sconfitta di Voldemort e del trionfo del Bene.
Io stessa, oggi, sono autrice di una serie, "Diario vittoriano", la cui pubblicazione è iniziata nel 2017 e si concluderà, con il quarto e ultimo volume, quest'anno. Due anni per quattro volumi più un contenuto speciale (forse due) non mi sembrano eccessivi.
Eppure, anche tra i miei lettori, ci sono quelli che hanno dichiarato di preferire attendere l'uscita dell'ultimo per leggerli tutti di seguito.
Un equivalente del binge watching che va per la maggiore tra i fruitori delle serie televisive.
E allora parliamo, anche, di serie tv. Appartenendo alla generazione dei baby-boomer, io sono figlia degli sceneggiati televisivi, quelli che oggi si chiamano fiction. La mia prima passione, in tal senso, fu il "Sandokan" di Sergio Sollima (e Kabir Bedi e Philippe Leroy). La prima puntata andò in onda il 6 gennaio del 1976, le altre cinque vennero trasmesse nelle successive cinque domeniche. Di settimana in settimana mi struggevo nell'attesa e, al tempo stesso, volevo che l'attesa si prolungasse. Perché era, essa stessa, parte della gioia di seguire una storia appassionante.
Gli addicted dello "Sherlock" della BBC ne sanno qualcosa: tre episodi per stagione, una stagione ogni due anni per quattro complessive. E, diciamocelo, due anni di attesa per scoprire come avesse fatto Sherlock a sopravvivere al salto nel vuoto sono stati lunghissimi. Ma appassionanti.
Oggi che sono in possesso di un adorabile abbonamento a Netflix, ho potuto gustare la serie "Versailles" (tre stagioni, dieci episodi per ogni stagione) senza altra attesa se non quella che io stessa mi imponevo. E no, non sono masochista.
Semplicemente non appartengo al popolo del tutto e subito (da cui il titolo di questo post). Credo dipenda dall'età (ma ho miei coetanei capaci di dedicare due giorni filati alla fruizione della storia che li appassiona), o forse dalla volontà di degustare con calma, di cullarmi le sensazioni, di regalarmi quel piacere che solo l'aspettativa sa creare.
Nonostante non sia un'amante delle bi - tri - quadrilogie create ad arte per tenere agganciati i lettori. Nonostante non abbia mai accettato, da un punto di vista editoriale, la creazione di personaggi seriali da sfruttare a esaurimento.
Ma il bello di una serie è la capacità dell'autore di narrare una storia lasciando il lettore in bilico su cliffhanger e facendogli marameo dal versante opposto del burrone con la promessa di condurvelo, certo, ma a tempo debito.
Senza dimenticare che se nessuno compra il secondo volume, il terzo difficilmente vedrà la luce. Le serie proditoriamente interrotte di cui spesso sento parlare con contorno di improperi, sono di solito volumi usciti in altri paesi che nessuno ha più ritenuto di tradurre e pubblicare in Italia. Pratica spiacevolissima, certo. Ma anche, se vogliamo, pungolo a volgere lo sguardo alla produzione italiana.
Che ne dite?

martedì 8 gennaio 2019

Alba - un racconto di Loredana Falcone

Si chiama Alba e per lei è sempre gennaio.
Il cappotto grigio non l’abbandona mai, inverno ed estate. In esso conserva, come un tesoro, il corpo sformato di donna e ciò che resta della sua anima. Volata via, chissà come, tanto tempo fa. Le ruote del carrello del supermercato che spinge avanti a sé, caricandole della propria stanchezza, sono il primo rumore che sento al mattino, quando fuori è ancora buio e il giorno nuovo si affaccia insieme alla sagoma imbacuccata dell’edicolante. Un cigolio che ormai è diventata una voce, quella di Alba. Perché, se nessuno la importuna, Alba non parla. Le labbra strette sul viso indurito, cotto di vento, di freddo e di sole, macina chilometri intorno a un percorso che è sempre lo stesso. Ogni tanto un demone si diverte a tormentarla e allora la senti levare al cielo delle grida che somigliano ai lamenti di una bestia ferita. E di bestia è l’odore che si lascia dietro. Per questo quando siede al muretto, quello che delimita una striscia di verde malsano, nessuno le siede accanto. Neanche gli anziani che aspettano al sole di sentire il tocco di mezzogiorno per poi andare incontro al loro pasto quotidiano. Hanno provato a toglierle quel giaccone per dargliene uno pulito ma Alba non lo ha voluto. Ha battuto i piedi a terra e digrignato i denti in uno scroscio di urla e male parole. Non vuole perdere l’anima Alba o forse i ricordi. Posto che quella sua testa arruffata di lerciume ne contenga ancora. Perché è difficile scorgere un passato in quegli occhi nascosti dalla sporcizia. Difficile leggere un futuro in quel suo incedere strascicato nelle scarpe che hanno perso ogni forma. Difficile parlare di lei.
In giro si dice che abbia una casa ma che preferisca dormire nel sottoscala, vicino alle cantine. Si dice che abbia una famiglia. Ma nessuno sa dire cosa l’ha portata in strada.
Se il richiamo di una libertà ancestrale o la pazzia. Del resto il suo nome è Alba e forse questa sua vita è solo l’inizio di qualcosa che deve ancora arrivare.
Alba senza un cognome, Alba senza un amico, Alba senza una carezza.
Alba sola con se stessa e con il suo carrello del supermercato in cui portare a spasso ciò che raccatta per strada. Un tesoro di stracci e di vecchie cose che si ferma a guardare incantata quando siede sul muretto a riposare. Forse è in quelle quattro cose che trova se stessa, regina della solitudine e di una corte di dissennati che nella normalità di una casa, di una famiglia, di un lavoro credono di aver svelato il senso della vita.

Alba con il suo segreto, affidato ai passi che si rincorrono in questo gennaio ghiacciato che per lei è la primavera di sempre.

Lory

martedì 13 novembre 2018

FalconeCostantini: Un mese a Natale


Le note lo raggiunsero insieme all’odore freddo e umido della pioggia che lo aspettava all’uscita dalla metro. Demis riconobbe L’Inverno di Vivaldi nel volteggio dell’archetto sul violino e rallentò il passo. Il musicista ambulante non gli badò. D’altronde erano mesi che si esibiva in quell’angolo al riparo dal vento e Demis non lo aveva mai degnato di attenzione. Tantomeno di un obolo.
“Sarà che manca un mese a Natale…”, si disse lanciando un euro nella custodia aperta del violino. Il suono della moneta a contatto con le altre fu lievissimo. Ma bastò a fermare il profluvio di musica. L’ambulante aprì gli occhi e per la prima volta Demis si rese conto che aveva una faccia.
“Da oggi a Natale”, disse trapassandolo con pupille di castagna, “sta’ lontano dai fili.”
“Come?”
L’uomo abbassò lo strumento e si protese verso di lui.
“Ho detto: da oggi a Natale, sta’ lontano dai fili.”
Poi l’archetto tornò a stuzzicare le corde e la musica interruppe ogni contatto.
Demis si strinse nelle spalle.
“Pioggia e oracolo delirante. ‘Sta giornata è tutto un programma”, borbottò affrontando il primo scroscio sulle strisce pedonali. Fu fradicio prima ancora di raggiungere il marciapiede opposto. Più che entrare in sede, si tuffò nel tepore al di là delle porte a vetri.
“Ma vaffanc…”
“Problemi con la nuova fotocopiatrice?”, chiese Giovanna aiutandolo ad alzarsi.
“Chi è quel genio che ha teso il filo in mezzo alla stanza?”, la assalì, massaggiandosi un ginocchio.
“Volevo provarla. Fatto molto male?”
Stava per risponderle a tono, poi il suo sguardo fu catturato dal grosso, spesso filo nero che l’ultimo acquisto dell’agenzia (ultima conquista del capo) si affrettò a riavvolgere.
Da oggi a Natale sta’ lontano dai fili.
L’avvertimento gli rimbalzò addosso ma il disagio arrivò solo quando, una volta a casa, si scoprì a pensare che potevano essere fili anche le corde del vecchio ascensore che toccava terra cigolante. Inforcò le scale sentendosi un idiota. Di più, rise di se stesso mentre apriva la porta e si trovava davanti Susanna in piedi sulla scala.
“Arrivi a proposito. Si è incastrato il carrello della tenda.”
Demis si ritrovò il filo in mano prima di avere il tempo di pensare.
“Facciamo il contrario”, propose sentendosi subdolo.
Fu felice di lasciarle la manovra e di salire sulla scala.
“Ora sembra tutto a posto…”, disse, la testa ancora infilata tra le pieghe della mantovana.
“Ok, allora scendi.”
Non ne ebbe bisogno. La scala gli si aprì sotto, catapultandolo sul divano.
“Bel numero!” rise Susanna.
“Bel numero un cazzo. Vado a farmi una doccia.”
Ormai era alla paranoia. Se ne stava sotto il getto della cipolla meditando se era giusto pensare al tubo della doccia come a un filo. A scanso di equivoci, evitò di toccarlo.
Quando poi impedì a Susanna di legarlo alla testata del letto con la cinta dell’accappatoio, privandola del suo giochetto preferito, realizzò che il violinista ambulante aveva vinto. Fino a Natale si sarebbe tenuto alla larga da tutto ciò che anche lontanamente poteva chiamarsi filo. Compreso quello interdentale.
Fu un mese lunghissimo. Si privò dell’auricolare per il telefonino e delle cuffiette dell’Ipod. Rinunciò in un colpo solo alle Nike, alla corda e alle lezioni di boxe. Si tenne a distanza dai fili per il bucato e dagli elettrodomestici in genere. Si rifiutò di fare l’albero di Natale, troppi fili, preferendo per la prima volta in vita sua il presepe. Ma senza luci. Bandì gli adorati spaghetti dalla sua dieta e chiuse in un cassetto la catenina d’oro che avrebbe potuto strangolarlo nel sonno. Era talmente preso a dribblare le migliaia di fili che lo assediavano da rendersi a stento conto delle perplessità sempre più forti di Susanna.

“Demis, si può sapere dove stai andando? I miei stanno per arrivare.”
“Ho dimenticato una cosa. Faccio in un lampo.”
Corse giù per le scale. Ancora un solo giorno e quella follia sarebbe finita. Intanto però aveva dimenticato di prendere un regalo per Susanna. Il vicino centro commerciale restava aperto fino a tardi e lo benedì mentre lanciava l’auto nel parcheggio e correva dentro. La folla dei ritardatari natalizi stava scemando. La cena della Vigilia era praticamente in tavola e Demis si guardò intorno, alla ricerca di una profumeria.
Era da stronzi presentarsi col solito profumo, però meglio che niente. Avrebbe rimediato non appena il conto alla rovescia si fosse fermato con lo scoccare della mezzanotte.
“Avresti fatto meglio ad ascoltare il mio consiglio.”
Quella voce si materializzò alle sue spalle. Demis si voltò e lo vide.
Vide lui.
Vide la custodia del violino.
Vide il mitra che ne uscì.
Ma, soprattutto, vide lo striscione che dava il benvenuto ai clienti del centro commerciale “I Fili”.
Poi Demis non vide più nulla.


martedì 23 ottobre 2018

Lettera di un basiji a Roberto S.

So che hai parlato di me.
Lo hai fatto in televisione e adesso le tue parole sono ovunque sulla Rete. Hai parlato di me, senza conoscermi. Hai detto delle menzogne. Ho guardato la tua faccia, ho guardato i tuoi occhi, ho ascoltato la tua voce. Le parole no, non le ho capite. Ma me le hanno tradotte. Io ora so chi sei, ma tu non sai niente di me.
Sono quello che ha sparato a Neda.
Hai mostrato la foto di quella donna, l’hai chiamata per nome, ne hai esaltato la bellezza e ne hai detto, come se la conoscessi da sempre. Da quel 20 di giugno tutto il mondo chiama per nome Neda Agha-Soltani e ne parla. Io non sapevo neanche come si chiamasse, né mi interessava saperlo.
Non era mio compito.
Sono un basiji, ho 17 anni, dieci meno di Neda. Ho impugnato il fucile Ak-47 quando ne avevo 13 e non l’ho piu’ lasciato. Non ti dirò il mio nome, so che non ti interessa. Agli occhi del mondo io sono il cecchino vestito di nero appostato su un tetto che gioca con la vita degli altri. Nessuno di voi vorrebbe sapere di piu’, nessuno di voi vorrebbe conoscermi. Avete vergogna di me.
Hai mostrato il video della morte di Neda e siete ammutoliti davanti a tutto quel sangue che esce dal naso, dalla bocca, agli occhi, dalle orecchie. Avete trattato la sua morte come un evento eccezionale. Come se non aveste mai visto morire nessuno.
Io sì. Ho visto morire in modi anche più atroci di quello. Ho dato la morte e so che io stesso morirò. Non diventerò vecchio, io.
Non so perché ti dico queste parole. Di sicuro a te non interessano. Neda Agha-Soltani era una studentessa di filosofia, era bella, era intelligente. Quel giorno in viale Kargar impugnava un telefonino e registrava quello che stava accadendo. A casa aveva un computer, avrebbe messo il video in Rete, avrebbe parlato nei blog.
Hai detto che io l’ho uccisa per questo. Hai ragione.
Tu sei nato in una nazione ricca, eppure mi dicono che nel tuo paese ci sono ragazzi proprio come me. Sì, hai capito bene. Qui ci chiamano basiji, non so che nome abbiano da voi, ma non c’è altra differenza. Nasciamo poveri e siamo destinati a rimanere ai margini, a guardare gli altri, quelli come te, quelli come Neda, andare avanti. Tu e Neda sapete parlare, sapete convincere e convincervi. Noi sappiamo soltanto che non è giusto essere condannati al margine, al confine, al ghetto.
Tu mi disprezzi. Lo diceva la tua faccia, lo dicevano i tuoi occhi, il tuo tono di voce. Il tuo disprezzo non ha bisogno di traduzione. Tu hai guardato dritto dentro l’obiettivo di una telecamera e hai preteso di vedermi, capirmi e giudicarmi. Proprio come Neda.
Quel giorno lei era lì, felice di esserci, orgogliosa di tutto ciò che in quel momento rappresentava: una donna, una studentessa, una manifestante. Mai stata ai margini, lei.
Hai mostrato la sua foto, tutto il mondo conosce la sua faccia, i suoi occhi. Aveva occhi grandi e quel giorno li ha alzati, come se mi cercasse. No, non sapeva che ero lì, non sapeva niente di me e non voleva sapere niente. Ti somigliava. Lei, in quel momento, era nel giusto, dalla parte dei buoni. E io ero il nemico. Ha alzato gli occhi e quegli occhi mi hanno trovato. Ci siamo guardati. Lei non poteva vedermi, ma mi ha guardato. Mi ha giudicato. Mi ha condannato. Il suo disprezzo e’ stata la pallottola che ha esploso contro di me. Ha sparato lei per prima. E io mi sono difeso.
Io devo difendermi da quando sono nato. Morirò difendendomi e nessuno metterà in Rete il video della mia morte. Anche se dovessi vomitare sangue, come Neda. Anche se sarò più giovane di lei, quando succederà.
Perché la mia vita vale meno di quella di Neda. Vale meno della tua.
Mi hanno detto che vivi sotto scorta perché i basiji del tuo paese hanno promesso di ucciderti. Li hai costretti tu a farlo. Perché non hai capito.
Quando nasci dalla parte sbagliata della barricata, gli sguardi come il tuo, come quello di Neda, ti piovono addosso come pietre. E se arriva qualcuno che invece di giudicarti ti mette in mano un’arma, tu l’accetti.
Ho 17 anni e se non fossi un basiji tu, così importante, così intelligente, così ammirato, non ti saresti mai occupato di me.
Mentre andava il video di Neda che affoga nel suo sangue, tutto il tuo mondo mi ha odiato. Ma per farlo ha dovuto riconoscere che io esisto. E per quelli come me, per i basiji di tutto il mondo, è una vittoria. L’unica che conosceremo.

venerdì 12 ottobre 2018

Ed ecco perché "Marcello da oggi non viene più"

Questo racconto risponde alla domanda che vi abbiamo posto alla fine del nostro racconto "Marcello da oggi non viene più".
Lo ha scritto Francesco Scipione e si intitola "Yellow fleet"

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Quando Luigi tornò a casa dopo la scuola, trovò suo padre, il Colonnello Astolfi degli Incursori della Marina, seduto al tavolo della camera da pranzo. Non gli era mai capitato di trovarlo a casa al suo ritorno. Intorno a lui tanti scatoloni catalogati e un via vai di giovani militari che li accatastavano uno sull’altro. Suo padre aveva un’espressione grave. Gli appoggiò una mano sulla spalla e gli disse:
“Dobbiamo partire. Ti porterò in Egitto, dove ci sono le piramidi dei faraoni” e abbozzò un sorriso, ben sapendo che stava indorando una pillola molto più indigesta. Gli mise in mano cinque pacchetti di figurine dell’album degli animali, sentendosi ancora più in colpa.
“Mentre finiamo di fare le valigie, vai ad attaccare le figurine all’album. Tra un’ora arriverà la macchina che ci porterà all’aeroporto”.
Sua madre aveva apparecchiato alla meno peggio il tavolo della cucina. Luigi aveva fame, ma non aveva che un pensiero: Lisa.
“Mamma, posso chiamare Lisa per avvertirla che partiamo?”
“No Luigi, sai che non è possibile”
Pensò di inscenare un capriccio con pianti e urli, ma già sapeva che sarebbe stata fatica sprecata e che nulla avrebbe smosso la militare volontà di suo padre di tenere nascosta quella partenza.
Si mise allora in un angolo ad aprire i pacchetti di figurine. E, quando aveva già perso le speranze, eccolo lì: l’ornitorinco. La gioia del ritrovamento fu pari solo al rammarico di non poterla condividere. Promise a se stesso di non attaccare quella figurina, l’ultima per completare l’album, se non insieme a Lisa. Ed avrebbero riso insieme per aver completato la collezione.
Il trasferimento in Egitto si completò in un paio di giorni. Un anno circa di permanenza nella terra dei Faraoni. Quello era, nei piani di suo padre e dei suoi superiori, il tempo da trascorrere lì. La crisi di Suez a seguito della guerra dei sei giorni obbligava i convogli ad essere scortati durante il delicato attraversamento del Canale. Ma la cosa che nessuno sapeva, era che il Colonnello Astolfi avrebbe scortato una delle quindici unità di quella che poi si sarebbe chiamata Yellow Fleet. Come quelle navi, rimasero prigionieri in Egitto per otto lunghissimi anni.
Quando tornarono a Roma, Luigi era uno sportivo adolescente. Dimostrava più anni della sua età. Ma durante il suo “esilio” non aveva dimenticato Lisa e la prima cosa che fece fu di andare a cercarla a casa sua. Mise in tasca la figurina dell’ornitorinco, che aveva gelosamente custodito in una scatolina di metallo insieme ad altre cianfrusaglie. Avendo cambiato quartiere, prese l’autobus per raggiungere la sua casa e, durante il tragitto, sentì il cuore battere di un ritmo tutto suo: allegro e leggero. Esattamente come si sentiva lui.
Ma Lisa e la sua famiglia non abitavano più li. Seppe da una vicina che incontrò al portone che suo padre era morto e che la famiglia era stata costretta a trasferirsi presso parenti, di cui nessuno conosceva indirizzo o quartiere.
Luigi si appoggiò a una macchina, deluso. Era la seconda volta, nella sua breve vita, che aveva avuto la certezza che le cose belle non durano. E fu quella esperienza a segnare la sua vita. Che non volle mai condividere con nessuno. “Le cose belle non durano”.
Luigi Astolfi diventò professore di latino e greco, seguendo la sua passione per i classici e la sua intelligenza letteraria. Da cinque anni insegnava al Liceo Classico di Rieti. Quel giorno, di ritorno da scuola, decise di fare due passi per il corso principale e si fermò alla libreria “Book Pusher”, dove era solito rifornirsi.
All’interno del locale notò le sedie e il tavolo in fondo alla saletta, usata solitamente per la presentazione di libri e scrittori. I due titolari erano molto attenti ai nuovi autori e Luigi aveva partecipato spesso a quegli eventi.
“Cosa c’è in programma?” chiese Luigi.
“Una scrittrice esordiente, Lisa Costanzi. Presenta il suo libro ‘Marcello da oggi non viene più’. È un bel libro e ha vinto un premio importante. Sarei felice se venissi. Cristina farà da relatrice”.
Il cuore di Luigi prese a battere a modo suo. Come gli era successo tanti anni prima su quell’autobus che, sperava, lo avrebbe riportato da Lisa. Come non gli era più capitato nella sua vita.
Rientrò a casa senza accorgersene. Mangiò qualcosa controvoglia e si mise a correggere i compiti dei suoi alunni, sperando che il tempo passasse come voleva lui. Ma non fu così.
Prima di uscire di casa cercò, nel fondo di un cassetto, quella scatolina metallica con dentro la figurina dell’ornitorinco, ingiallita dal tempo, ma vivida nel ricordo. La mise nella tasca interna della giacca, per essere sicuro di non perderla.
Quasi non si accorse della pioggia mista a neve che da venti minuti sta preludiando l’inverno. Aprì la porta della libreria, accompagnato dal suono argentino della campanella vintage.
…Si toglie il cappotto umido, non ha freddo. Si muove lateralmente, in punta di piedi, per non disturbare la piccola platea. Si siede in prima fila, dopo aver appallottolato e messo in tasca il cartellino “riservato” presente sulla sedia.
Lisa è lì, che lo guarda senza capire il perché. Ha lasciato il pubblico in sospeso in attesa di una risposta, gli pare di capire. Per lui non è importante. Mette la mano nella tasca interna della giacca, prende la figurina e si alza per porgerla a Lisa.
“L’ornitorinco!”, esclama soddisfatto, sovrapponendo la sua voce a quella di Cristina. E ride, felice, coprendosi la bocca con le mani, come faceva da bambino per coprire il moncone dell’incisivo sinistro. E capisce che Lisa lo ha riconosciuto quando la sente esclamare confusa “Luigi è tornato… Cioè ‘Marcello è tornato’. Questo, questo è il titolo del prossimo romanzo”.

In serata celebrarono felici il funerale a “Le cose belle non durano”.

domenica 8 luglio 2018

FalconeCostantini: Marcello da oggi non viene più





“…Marcello era un bambino come tanti. E dovete considerare che questo concetto, alla fine degli anni ’60, aveva un significato letterale. Avete presente quanti erano i bambini nell’epoca del baby-boom?”
Lisa non sta veramente ascoltando le parole di Cristina, la relatrice incaricata di presentare il suo romanzo d’esordio. I suoi occhi e i suoi pensieri sono tutti rivolti alle persone che occupano le quattro file di sedie approntate nella piccola libreria nel corso principale di Rieti. Le conta. Sono 23. Non ha neanche un dubbio che a trascinarle tra le pareti di pietra di quell’antico magazzino trasformato sia stata la pioggia mista a neve che da venti minuti sta preludiando l’inverno.
D’altronde lei non è nessuno. Partecipare a quel concorso letterario è stata un’idea della sua amica Lidia. Vincerlo l’ha lasciata incredula. Ma il vero miracolo è stata la pubblicazione con una casa editrice importante. “Marcello da oggi non viene più” è uscito a settembre e l’ufficio stampa della casa editrice ha organizzato, senza neanche consultarla, un giro di presentazioni nel Lazio. Lisa ha dovuto utilizzare i giorni di ferie residui per poter essere presente. Il fatto che gli appuntamenti siano tutti all’interno della regione le consente di rientrare a Roma per non abbandonare del tutto i suoi gatti.
“… ma adesso lasciamo la parola a Lisa: dicci cara, come hai iniziato a scrivere?”
Lei sbatte le palpebre dietro gli occhiali da miope. Ha bisogno di qualche istante per raccogliere le idee o per ripetersi la domanda.
Quando ha iniziato a scrivere? Quando ha realizzato di aver investito dieci anni di vita in una relazione sbagliata. Oppure quando ha perso le speranze di ottenere il posto fisso in banca, promesso da un vecchio zio, e ha ripiegato su un banale posto di commessa alla Upim.
“Ho sempre avuto la passione per le storie. Fin da bambina. Ho sempre tenuto in borsa un taccuino…”
“Una moleskine? Tipico degli scrittori.”
No, vorrebbe dire. Era proprio un semplice taccuino della Pigna, a quadretti, ma annuisce e si prepara alla prossima domanda.
E ne arrivano di domande. Sempre le stesse, anche se le relatrici cambiano.
Avresti mai pensato di vincere il concorso?
Quanto c’è di te in Giuseppina, la protagonista della tua storia?
Poi, immancabile, la domanda che la prostra: progetti futuri?
No. Sarebbe l’unica risposta sincera. Non ci sono altre storie nella mente di Lisa. C’è sempre e solo stata quella. La storia. Marcello, che non si chiamava Marcello, era suo compagno di banco. L’unico che non si facesse beffe degli occhiali dalle lenti spesse e della benda che occludeva alternativamente l’occhio destro e il sinistro. Lui era un bel bambino, biondo, capelli lisci, occhi nocciola e ciglia lunghissime. Lisa ne era innamorata, come solo a quell’età ci si può innamorare. Passavano ore a chiacchierare e a scambiarsi le figurine dell’album degli animali. Tutti e due alla spasmodica ricerca dell’introvabile ornitorinco. Lisa sa che il tutto è durato un solo, indimenticabile, anno scolastico. Ma il tempo ha un ritmo tutto suo per i bambini. Ha il sapore dell’eternità. L’autunno delle foglie secche da raccogliere e incollare sul quaderno li aveva fatti incontrare. I primi papaveri nei prati, da cogliere per tatuarsi di stelline l’avambraccio, li avevano divisi. Da un giorno all’altro, senza alcun preavviso. Si erano detti ciao all’uscita da scuola. La mattina dopo la maestra era entrata e, con un’espressione che Lisa non ha mai dimenticato, aveva detto all’intera classe: “Luigi da oggi non viene più.” Nessuno aveva capito le sue lacrime, ma tutti l’avevano additata e schernita e tormentata. “Lisa ama Gigi”, “Lisa ama Gigi”, “Lisa ama Gigi”. Quella litania era andata avanti fino alla fine della scuola. Poi l’estate aveva cancellato Luigi dalla memoria di 28 bambini di prima elementare. Non dalla sua. Mai. Aveva continuato a pensarci senza trovare il coraggio di chiedere. Ma quello di andarlo a cercare sotto casa sì. Sapeva dove abitava, era andata una volta a fare i compiti a casa sua. Ma le tapparelle erano chiuse e sul citofono il cognome non c’era più. Ecco, questa è la storia che Luisa ha voluto raccontare. Questa e nessun’altra. La storia della prima vera delusione. Della prima lezione che la vita ha voluto impartirle: le cose belle non durano.
Il problema è che la casa editrice è soddisfatta delle vendite e vuole un altro titolo e lo vuole per le uscite estive. Ma cosa potrebbe mai scrivere una donna sola che passa ore nell’atmosfera artificiale di un megastore. Che torna in una casa vuota in compagnia di un vecchio giradischi e di due soriani tigrati che non fanno altro che litigare tutto il giorno. Già, cosa potrebbe scrivere?
La campanella vintage sulla porta della libreria squilla argentina e Lisa pensa che sia un altro viandante infreddolito in cerca di riparo. E’ un uomo, uno dei pochi, perché, lo ha imparato, alle presentazioni di romanzi vanno quasi solo donne. Si toglie il cappotto, forse non è così infreddolito. Muove qualche passo laterale per non disturbare la piccola platea. Punta la sedia vuota in prima fila. Il posto è per l’assessore comunale alla cultura che, come da copione, si è guardato bene dall’intervenire. Prende il foglio con la scritta riservato, lo appallottola e lo mette nella tasca della giacca. Poi si siede. Nella luce del faretto che gli spiove addosso, i capelli sono folti e quasi completamente bianchi. Lisa non sa perché lo sta fissando mentre il pubblico aspetta di essere informato sui prossimi libri che non scriverà. Ma lo vede infilare la mano nella tasca interna della giacca ed estrarne qualcosa di piccolo e rettangolare. Una tessera? E’ forse un poliziotto? Lui le sorride e protende l’oggetto. Lei strizza gli occhi dietro le lenti. Ci mette un po’ a riconoscerlo.
“L’ornitorinco!” esclama, superando la voce della relatrice imbarazzata dal suo lungo silenzio. L’uomo getta la testa all’indietro e ride coprendosi la bocca con le mani. E allora lo riconosce. Riconosce quel gesto che, tanti anni prima, serviva a coprire il moncone dell’incisivo sinistro.
“Luigi è tornato”, dichiara spostando lo sguardo sui presenti piuttosto confusi. Poi si corregge: “Marcello è tornato. Questo, questo è il titolo del prossimo romanzo.”

FalconeCostantini

martedì 12 giugno 2018

Il culo di Marina


N.B. Questo è un esperimento di scrittura a quattro mani.
N.B. 2 Le quattro mani appartengono a metà duo scrittorio più la mente roboante di Enrico Gregori.

Osservava i peli che si infilzavano nella schiuma.
Farsi la barba l’aveva trovata sempre una perdita di tempo. Ma necessaria, perché alla lunga la pelle gli si arrossava.
“Taddeo – disse a sorpresa – per quale cazzo di motivo i miei mi chiamarono Taddeo! Tu dimmi se ti viene mente un Taddeo che abbia mai combinato qualcosa”.
E diede una rabbiosa sgrullata al rasoio. Schiuma e peli finirono contro lo specchio.
“Ti ricordi che devo fare la doccia anch’io?
La voce di Sveva gli giunse insieme ai colpi serrati contro la porta. Sua moglie trovava sempre il modo di rovinare i suoi pochi momenti di intimità. In vent’anni di matrimonio non era riuscito ad usare il bagno senza essere interrotto da uno dei bisogni impellenti di Sveva. La doccia, la ceretta, l’assorbente da cambiare.
Rifiutarsi di eliminare la chiave del gabinetto era l’ultima resistenza offerta da quel poco di ego che gli era rimasto.
“Taddeo, insomma! Taddeooo!”
Ecco, in momenti come questo quel nome gli risultava ancora più inutile e fastidioso. Se si fosse chiamato Rocco, per esempio, avrebbe potuto aprire la porta e mollarle una capocciata da mandarla ko. Poi avrebbe superato il corpo inerme steso sul pavimento, avrebbe preso la tazza del caffè, il pacchetto delle
sigarette e si sarebbe goduto il silenzio appestando di fumo la camera da letto.

“E poi la barba – riprese Taddeo – e cerimonie varie per andare a un matrimonio di due rompipalle che non vediamo da 10 anni. E vai a capire perché non si sono dimenticati di noi!”.
“Io lo so il motivo”, provò Sveva.
“Sentiamolo”.
“Perché ti chiami Taddeo”.
“Certo, invece Sveva è il più comune dei nomi. “
“Togliti quella schiuma dalla faccia e smettila di dire fesserie. Paolo e Marina sono stati carini a invitarci nonostante il modo in cui li hai trattati l’ultima volta.”
Lui obbedì, del resto era quello che faceva sempre. Ma l’idea di assumersi la colpa di quanto era successo tanti anni prima proprio non gli andava giù.
“Se la memoria non mi inganna fu per difendere te che gliene dissi quattro, mio caro.”
Taddeo si passò sulle guance alcune gocce di acqua di rose. I dopobarba alcolici non li tollerava.
“Sveva – esclamò schiaffeggiandosi ritmicamente – che palle. Non è che mi salvasti la vita. Quel coglione di Paolo si era messo in testa che io volessi scapricciarmi con Marina. Ma ti pare? E chi la sopporta! Io al massimo sopporto te, perché...già, perché? Boh!”.
E riprese a schiaffeggiarsi.
“Se non vuoi che il prossimo schiaffone te lo spalmi io sulla faccia – lo minacciò Sveva spalancando la porta - ti consiglio di uscire da questo bagno prima di adesso. Dopodiché vedremo chi sopporta chi, stronzo!”
“A Marina diedi solo una cameratesca pacca sul culo dopo che tu e quel cretino di Paolo ci prendeste in giro per la nostra passione per i cartoni animati.”
Sveva lo spinse oltre l’uscio.
“Ecco, tu questo sei, un pupazzo. Sparisci!”
La porta si chiuse con un tonfo. Taddeo vi appoggiò contro la faccia rasata di fresco.
“Tanto per la cronaca, il culo di Marina era più sodo del tuo!”
Lo disse tanto per dire. Di Marina non ricordava né il culo né altro. Tranne l’essere petulante e una insoddisfazione cronica. Ammesso pure che Taddeo possa essersi complimentato con lei per la struttura delle chiappe, a lei la cosa sarebbe risultata del tutto indifferente.
“Però amore – provò Taddeo con Sveva – di te apprezzo la mente. Un cervello è per sempre, come il diamante. Il sedere lascia il tempo che trova”.
“Ma vaffanculo!”, arrivò dal bagno come un siluro.

Sveva iniziò a prepararsi, mentre Taddeo si bloccò quasi inebetito sedendosi del divano del salotto. Accese una sigaretta.
Lei avvertì subito l’odore di fumo, perché lo detestava tanto da chiedere spesso al marito di fumare sul balcone.
“Be’? – esclamò – Hai ancora tracce di schiuma da barba sulla faccia e sei in mutande. Pensi di venire al matrimonio in queste condizioni?”
“Matrimonio”, ripeté Taddeo meccanicamente.
“Allora?”
“Allora…”
“Ma ti sei incantato, rimbambito, ti senti male?”
“Male…ho contato male, ecco!”. Taddeo si alzò e iniziò a percorrere il salotto come per misurarne la superficie. “E uno…e due… e gira, e vai…Nascita, crescita, Cresima, Matrimonio… misurare finché tornino i conti…ma non tornano, non tornano!”.
“Taddeo, datti pace!”
“Pace…pece. Pece nera, tutto nero…paint it black, matrimonio, Paolo, Marina, Marina dal bel culo…”.
“Basta, basta col culo di Marina…io scherzavo, io scherzavo, amore!”
“Come mi hai chiamato?”, fece Taddeo come scosso da una scarica di corrente elettrica.
Sveva venne colta dal panico. Il momento che aveva sempre temuto era arrivato. Gli occhi del marito sembravano dotati di vita propria. Vagavano da un punto all’altro della stanza mentre il corpo di Taddeo era scosso dal tremito. Sveva si mosse, sapeva quello che ormai doveva fare, inesorabilmente.
Lui tentò di bloccarla, lei non gli diede il tempo dì avvicinarsi. Lo psichiatra era stato chiaro: prima o poi la crisi delle crisi, come l’aveva chiamata il medico, sarebbe arrivata. E allora non ci sarebbe stato niente da fare.
Sveva scivolò all’indietro, passo dopo passo, fino alla loro camera. Si chiuse a chiave e compose il numero che conosceva a memoria da sempre. Poche parole da un capo all’altro del filo. Poi sedette sul letto e si coprì la faccia con le mani.
Tornò a guardare la luce quando la sirena dell’ambulanza coprì le grida forsennate di suo marito.

L.F. & E.G.