Carne innocente

Carne innocente
La nuova avventura di Nemo e Quirino

LAURAETLORY'S ANOBII

lunedì 20 maggio 2013

Di Torino, di una bella presentazione e di un bel libro (che Soggettiva di ZG consiglia caldamente)

Piove, governo di larghe intese! (cit. Geppy Cucciari)
E' stato questo il mio pensiero appena approdata (il verbo marinaro non è una forzatura) in quel di Torino. Cielo plumbeo, freddo umido, pioggia costante, imperterrita, tenace. Ma non sarà questo a fermarci. Stazione, albergo, deposito bagagli, taxi direzione Salone Off, quello dove vanno gli autori che contano davvero (cit. Vito Ferro), ovvero là dove osano le idee, come recita lo slogan. Il Salone Off è un tendone/palazzetto dello sport con l'acustica da tendone/palazzetto dello sport che diffonde con entusiasmo il canto di alcuni tipi che si cimentano sul palco. Ma no, non abbiamo sbagliato posto perché, costanti, imperterriti e tenaci, eccoli lì: Carlotta Borasio, bellissima in trench panna e sciarpina dai colori di una primavera data per dispersa, e Andrea Malabaila con un bustone di libri. E poi c'è Vito Ferro, zucchetto, siga e piercing d'ordinanza. L'umidità si taglia col coltello, il freddo costringe a stare ingobbiti, ma il posto è denso di gente che è venuta nonostante tutto. Bello. Si comincia. Prima una presentazione in chiave musicale per quattro libri e quattro autori: Vito Ferro (che conduce da par suo e non si rende conto che ha un futuro come intrattenitore) con Festival Maracana, Andrea Malabaila con Revolver, Fabrizio Terreno con Strawberry & Beatles e Alba Beiras con I miei Tu-li-pan. Quest'ultimo libro narra una vicenda legata al Trio Lescano, presente in sala la mamma dell'autrice e terza del trio per gli ultimi cinque anni di carriera. Bellissima dolce signora che ci delizia con due canzoni. Intanto sono arrivati i relatori del nostro western: Elisabetta Ossimoro, giovane e appassionata blogger scrittrice, e Massimiliano Valentini, bel figaccione col pizzetto western, esperto di fumetti e storie di frontiera. Il nostro romanzo non potrebbe essere in mani migliori e, infatti, la presentazione scorre via piacevolissima e interessante. Il pubblico è numeroso e attento e riconosco i volti di Remo Bassini con la sua compagna e il piccolo Federico Libero, ormai un abituè (non si scrive così, ma avete capito lo stesso) delle nostre presentazioni, di Milvia Comastri, mito di donna e scrittrice tutta da scoprire, di Elisa Strobbia che ho il piacere di conoscere di persona. Insomma, un'ora di chiacchiere tra western, domande sul come di scrive a quattro mani, riflessioni sul perché uno scrittore debba per forza chiudersi in un genere senza spaziare e progetti per il futuro, vola via che è un piacere. Alla fine Federico Libero, che ha tre anni e un faccino da furbetto, agguanta il microfono e dichiara, da vero professionista, signore e signori buonasera.
Fuori continua a piovere, governo di larghe intese. Scoviamo una pizzeria grazie ai potenti mezzi di connessione (leggi mio tablet), agguantiamo un taxi e ce ne andiamo a cena con Remo e famiglia, Milvia ed Elisa. Smettiamo di tremare dal freddo grazie a pizze e primi piatti del Luna Rossa (in via Pietro Micca, ve lo consiglio). Poi tutti a nanna.
Come dite? Il Salone, quello vero? Confesso che l'ho dribblato. La mattina dopo non pioveva più, il sole è apparso e la voglia di andare a chiudersi al Lingotto è volata via. Molto meglio una passeggiata sotto i portici, la visita al Museo Egizio (di una suggestione unica) e al Duomo, ma la Sindone era solo un'immagine su uno schermo con tanta gente in raccoglimento davanti.  E' bella Torino. Lo immaginavo, ma ho avuto conferma. Le ore son volate nonostante il mal di piedi. Gelatone per merenda e poi alla stazione. 
E qui veniamo a parlare del libro che ho letteralmente divorato durante il viaggio di andata e ritorno: Nix di Elisabetta Ossimoro (sì, la relatrice della presentazione). Lo avevo in versione digitale sul tablet già da tempo, la versione cartacea si è persa insieme alle brutte vicende della casa editrice che non cito, tanto non esiste più. Ennesimo caso di un esordio letterario di valore che impatta con un'editoria raffazzonata e cialtrona. E' un peccato che non possiate leggerlo, perché Nix, pur necessitando di un lavoro di editing che, ovviamente, l'editore non ha svolto, merita. Resta nella mente. Ecco cosa ne direbbe la soggettiva di ZG:

Un romanzo che, come mi succede sempre più spesso di dire, avrebbe meritato ben altra visibilità. Perché riesce a inserirsi in un genere, vogliamo chiamarlo young adult?, toccandone i punti classici senza scadere nella banalità delle produzioni più gettonate. Nicodemo Orsini è un personaggio che resta nella memoria, che vorrebbe essere antipatico e respingente e, proprio per questo, affascina da subito. Perché è bello, certo, perché ha successo con le donne. Ma ha occhi e cuore e anima troppo sensibili per non andare oltre ed avere, di se stesso, un'opinione scarsa e disincantata. Nicodemo, Nix, ha amici speciali: Ottilia (indimenticabile figura di giovane donna dai capelli rossi e dal carattere forte) ed Ermanno (un personaggio che, da solo, avrebbe meritato un romanzo). Ha una fidanzata, Giulia, che appare stupida e bellissima ma che si rivela a Nix e a noi meno insensibile e incapace di quanto ci piaccia pensare, Nix ha una sorella, Isabella, con una grandissima passione per la danza e un corpo troppo massiccio per una danzatrice. Nix ha, anche, un'ammiratrice occulta che riesce a ritrarne la vera bellezza e a vederne, fino in fondo, la paura di vivere e l'incapacità di scorgere un futuro oltre la maturità. Molti di noi hanno avuto un Nix nella loro adolescenza, da amare, da odiare, da invidiare e da rimpiangere con tutte le nostre forze. Esattamente come accade a chi, giunto all'ultima pagina, si trova costretto ad abbandonarlo. Un libro che non troverete in libreria e, fidatevi, è un vero peccato.

lunedì 13 maggio 2013

Il peso delle parole


Ne usiamo tante, tutti i giorni. E crediamo di saperle dosare, dando loro  giusto significato e peso. Ci sbagliamo. E alle parole manchiamo di rispetto. Tutti. Ma se il peccato è grave in chi comunica per le normali esigenze quotidiane, diventa tragico in chi con la comunicazione lavora. Facciamo esempi concreti. La cronaca giornalmente ci rende conto di persone di sesso femminile assassinate nei modi più brutali da persone di sesso maschile. Spesso i carnefici avevano rapporti di parentela o sentimentali con le vittime. E non mancano mai le formulette delitto passionale o, peggio, raptus della gelosia. Passione deriva dal greco pathos, parola che indica un sentimento forte al limite della sofferenza. Personale, però, non inflitta ad altri. Raptus, invece, rimanda a un moto irrazionale e momentaneo che mal si concilia con un coltello messo in tasca in previsione dell'incontro, una bottiglia di acido pronta in vista dell'appuntamento, una tanica di benzina approntata il giorno prima per mettere al rogo la strega rea di non essersi sottomessa. Non finisce qui. Ci sono parole apparentemente innocue nel contesto di una frase. Rumeno rapina anziana, maghrebino tenta di violentare studentessa, moldava partorisce in bagno e getta neonato nella spazzatura, ghanese prende a picconate passante. Sono notizie reali, titoli, fatti. Eppure, lo tocchiamo con mano tutti i giorni, identificare una persona in base alla sua etnia non è azione priva di conseguenze. Lo si fa scientemente, cavalcando un'onda. Perché quegli aggettivi sostantivizzati, rumeno, maghrebino, moldava, ghanese, rendono esplicito il messaggio. E il giudizio. Altrimenti ci capiterebbe di leggere: italiano rapina una banca. Stona? Certo che sì. Perché il termine italiano non caratterizza il rapinatore, lo colloca in un contesto neutro. In Italia, per lo più, siamo italiani quindi quel titolo non ci aiuta a capire, non descrive, non indirizza il nostro pensiero. Vale quanto scrivere sconosciuto rapina una banca. Risponderemmo: e allora? E allora vogliamo, chi più chi meno, essere aiutati, sostenuti, indirizzati. E scaricati dalla responsabilità. Se la rapina la commette un rumeno, la cosa ci tranquillizza da una parte, noi italiani brave persone, e ci fa infuriare dall'altra, tutti da noi i delinquenti. Le parole hanno un peso. Un peso grande, accresciuto da coloro che su quelle parole cavalcano per arrivare a un risultato, per sostenere una tesi precostituita, per convincere noi fruitori della comunicazione mediatica. Un raptus non è colpa di nessuno, quindi il problema della violenza di genere riguarda quella vittima e quel carnefice. Un clandestino africano che dà fuori di matto è colpa di chi i clandestini non li rispedisce al mittente. E tutti coloro che ritengono di essere vittime di un errore giudiziario possono dire di essere come Enzo Tortora. Almeno fino a quando non interviene Silvia, la figlia di Enzo, per ricordare che suo padre fu sì, vittima della giustizia, ma si difese nel processo. Non dal processo. Due paroline innocue per una differenza enorme. 

Laura Costantini

martedì 7 maggio 2013

L'arroganza del profitto


Sembra un evento lontano, di quelli che non ci riguardano. Se non fosse accaduto, pochissimi di noi avrebbero avuto presente uno stato chiamato Kentucky e quasi nessuno avrebbe sentito nominare Burkesville. Poi succede che un bambino di cinque anni prende un grazioso fucilino, lo punta contro la sorellina di due e fa bang. Lo abbiamo fatto tutti, da piccoli, anche col dito: bang e la vittima cadeva inscenando una morte eroica. Ma a Burkesville il bang detto con le labbra è stato soffocato dal bang vero. Perché il fucilino era piccolo e grazioso, a misura di braccia di bambino, ma non era un giocattolo. Era un fucile vero, con una pallottola vera. E non c'é stato niente di divertente ed eroico nel cadere a terra di un corpicino di bimba di due anni. È successo anche da noi, raramente, ma è successo. Solo che il bambino era andato a pescare, con la curiosità imprudente che è propria dei più piccoli, la pistola di papà. La tragedia, quando il grilletto è stato premuto, ha distrutto una vita e una famiglia. Ma. Ma negli Stati Uniti delle stragi nelle scuole e nei cinema. Dei pazzi che impugnano un'arma e decidono di farne fuori a decine prima di uccidersi. Di un presidente che sta cercando in tutti i modi di mettersi contro le lobbies dei costruttori di armi. In quel paese così vicino eppure così lontano, ci sono genitori che in occasione della quarta candelina sulla torta, si collegano al sito di una fabbrica di armi, cercano la pagina "my first rifle" (il mio primo fucile) e spendono circa 200 dollari per un fucile calibro 22 Crickett. Disponibile anche in rosa, per le femminucce. Non è un giocattolo. È un'arma funzionante. Porta una sola pallottola, quella che i genitori del bambino di Burkesville non ricordavano fosse ancora in canna. La mamma lo aveva lasciato solo con la sorellina, pochi minuti. Era uscita in veranda. Il bambino era comunque autorizzato a giocare col fucile. Era il suo fucile. L'azienda che lo ha prodotto, la Keystone Sporting Arms, si trova a Milton, in Pennsylvania, produce circa 60 mila armi destinate ai bambini e dichiara che "l'obiettivo è insegnare la sicurezza dell'uso delle armi ai giovani". Possiamo sperare che il piccolo di Burkesville, se e quando si renderà conto di quanto accaduto, avrà le idee piuttosto chiare sull'opportunità di tenere un'arma carica in casa. Possiamo sperare che, in nome della sorellina di due anni, crescendo diventi un oppositore della libera detenzione di armi e possiamo spingerci a credere che, quando sarà grande, le regole che Obama sta tentando di imporre abbiano fatto la differenza. Ma la realtà di oggi, quella che rende questa vicenda così vicina a noi, è l'arroganza del profitto. Le armi procurano un giro d'affari di miliardi di dollari e la vita di tanti innocenti è un prezzo da pagare a cuor leggero in nome del dio denaro. Vale anche qui. Morti sul lavoro, morti per il lavoro, morti per aver perso il lavoro. Tutte vittime dell'arroganza del profitto.
Laura Costantini

martedì 30 aprile 2013

Se la squilibrata è la realtà


Due carabinieri feriti davanti a palazzo Chigi, mentre il governo Letta, a neanche un chilometro, si insediava. È successo da poche ore. Uno squilibrato con gravi problemi psichici. Poi no, non lo è, lo dicono i suoi familiari. Un maghrebino, poi no, è calabrese. Ha un nome e cognome, che non ripeteremo. Quando leggerete queste righe di lui, dello sparatore di palazzo Chigi, saprete tutto. Ha 46 anni. Poi no, ne ha 49. Aveva una moglie e un lavoro, li ha persi. Tutti e due. Un piccolo imprenditore disperato, come tanti. È ferito, uno dei carabinieri contro i quali ha aperto il fuoco con otto colpi, poi no, solo cinque, gli avrebbe sparato. Poi una smentita. È ferito alla testa, è successo durante la colluttazione con gli altri carabinieri. Ce lo mostrano in diretta, quasi. Uno zoom impietoso contraddice qualsiasi regola deontologica: la guancia premuta contro il selciato, la smorfia di dolore, le braccia ritorte dietro la schiena, ammanettate. I capelli corti, il colorito mediterraneo. La suggestione del maghrebino c'è tutta, ma la Calabria, terra di 'ndrangheta e degrado, va bene lo stesso. Come fa uno squilibrato, ma il fratello dice no, non lo è, ad avere una pistola? E mentre il carabiniere più grave ci viene mostrato, il sangue che scende dal buco nella gola e imbratta il selciato, vivido, impressionante, un giornalista ci ricorda che, con tutto il rispetto, anche i molti suicidi di disoccupati e imprenditori rovinati dalla crisi nascondono gente sull'orlo della crisi di nervi. Perché sparare o spararsi, tentare di uccidersi o di uccidere non può trovare motivo nella disperazione. Lo dice chiaro il giornalista in studio, una firma importante, lui. Intanto il pensiero di tutti, firme importanti e gente qualunque, sfiora la paura delle paure: gli anni di piombo, carabinieri e poliziotti uccisi nelle strade da chi, per combattere il sistema, se la prendeva con i servi. Ma servi di chi? I due carabinieri feriti sono persone, gente che si guadagna da vivere dignitosamente, niente di più, con un lavoro difficile e pericoloso. E non è un caso che la parola più lucida, tra tanti opinionisti e firme importanti, venga proprio da un anonimo carabiniere, sentito dall'Huffington Post: "E' il gesto di un disperato. I politici non lo sanno che vuol dire prendere 800 euro al mese, entrare in un negozio e non poter comprare nulla a tuo figlio... Ecco cosa succede se non lo sanno [...] È una guerra tra poveri." Intorno a quell'uomo a terra che avrebbe gridato ai carabinieri "Sparatemi!" si scatena la polemica. È colpa della crisi. No, è colpa della politica. No, è colpa degli arruffapopolo. In Rete i riferimenti a Grillo sono chiari almeno quanto i rilanci di chi inneggia allo sparatore in giacca e cravatta, abbigliamento strano per un attentatore squilibrato, dicono quelli che ne capiscono. E consigliano, la prossima volta, di mirare meglio. Qualcuno suggerisce altrove, più in alto. E viene da dire che sì, uno squilibrio grave c'è. Ma è la realtà a soffrirne.
Laura Costantini

mercoledì 24 aprile 2013

Sta arrivando la nostra prima produzione erotica


Tre racconti, quattro autrici. Francesca Mazzucato, una che di eros se ne intende, l'ideatrice del progetto, la direttrice della collana. MariaGiovanna Luini, una che SA di donne. E poi noi due che non ci volevamo mica credere quando ci è stato proposto di partecipare. Noi che ci siamo chieste, in tutta sincerità, ma saremo capaci? Noi che, con l'incoscienza che ci contraddistingue, abbiamo comunque deciso di provarci. Ebbene, questo e-book sta per vedere la luce e solo i lettori, che speriamo siano tanti, sapranno dirci se la fiducia di Francesca era ben riposta. Restate sintonizzati.

martedì 23 aprile 2013

Santa tv pensaci tu




Ne parliamo male. Forse solo dei politici riusciamo a dire di peggio. Eppure  la televisione è assurta, insieme a chi la fa, al ruolo di deus ex machina. A fronte di ingiustizie patenti e di situazioni disperate, nella totale e ingiustificata assenza delle istituzioni preposte, l'ultima spiaggia è chiamare una telecamera, un microfono e denunciare dal piccolo schermo il male che ci è stato fatto o l'aiuto che non ci è stato dato. Raggiungere milioni di persone, sentirsi dar ragione dall'opinionista di turno, gongolare dell'indignazione dell'ospite in studio. Poi, aspettare. Spesso e dolorosamente invano. Due casi che valgano d'esempio per quelli che giornalmente ci vengono sottoposti. Il primo. Si chiama Luigina, è una madre. Nelle categorie che piacciono alla tv, è una madre coraggio. Ha tre figli, due grandi e indipendenti, una no. Si chiama Michela, ha diciotto anni, è affetta dalla nascita da tetraparesi spastica. Un corpicino contorto, una mente forse inconsapevole, una totale incapacità cui solo una madre può sopperire. Per questo Luigina e Michela vivono in camper, in riva al mare. Solo lì Michela riesce a respirare e sopravvivere. Ma un camper, ancorché attrezzato, non è una casa. Luigina ha perso il lavoro, Michela percepisce solo 250 euro mensili di pensione di invalidità. Una storia atroce, di quelle che alla tv piacciono. Va in onda due volte nel giro di due mesi col corollario di indignazione per quella casa che non si trova. Ma nessuna soluzione è arrivata. Il secondo. Si chiama Gilda, è una madre disoccupata e disperata. Non è sola, accanto a lei c'è Eduardo, anche lui disoccupato e disperato. Insieme, dopo anni di lotta e di speranza, se ne stanno chiusi in una casa spogliata di mobili e suppellettili e posta sotto sequestro giudiziario, cercando di mettere insieme pane e frutta per il loro figlio undicenne. Di più non si può. Il gas e la luce stanno per essere staccati per morosità. Tutto ciò che potevano vendere l'hanno venduto. Tutto ciò che potevano tentare per trovare lavoro, l'hanno tentato. Lui era maître d'hotel, parla quattro lingue. Lei era assistente cuoca. Si sono ingegnati: turni di notte da operai, lavapiatti, addetti alle pulizie. Soffocati dai debiti e dall'impotenza, non possono neanche tornare nella natia Napoli. Finché la casa che non sono riusciti a pagare non passa all'asta, un tetto, là nella provincia senese, ce l'hanno. Dopo? Non lo sanno. Per questo hanno chiamato la tv. Per questo attendono con ansia che il servizio vada in onda. Sono incappati nella buriana delle elezioni presidenziali, il servizio è slittato. E forse è un bene. Il ritardo mantiene intatta la speranza che la tv risolva, che la tv faccia il miracolo. Salvo poi, se il miracolo non dovesse arrivare, chiamare ogni tanto il giornalista. E implorare aiuto. Continua a farlo Luigina, lo farà anche Gilda. Ottenendo in cambio il profondo e insanabile senso di colpa di chi  telecamera e microfono li ha portati fin lì
Laura Costantini

venerdì 19 aprile 2013

Spingi, scrittore, spingi

Questo post è ispirato a una citazione di Zafon per il quale ispirazione vuol dire sudore, mal di testa da spremitura di meningi e sofferenze assortite. Se la pensate come lui, astenetevi.

Mi capita spesso, molto spesso, troppo spesso, di sentir perpetuare sul web lo stereotipo dello scrittore macerato. Che non vuol dire prendere uno che scrive e metterlo a bagno in alcool e zucchero per i prossimi 40 giorni. Vuol dire che colui (o colei, ma si usa sempre il maschile/maschio/omino) il quale si fregia del titolo di scrittore, spesso aggiunto dopo nome e cognome dell'intestazione del profilo FB (o, peggio, del fan-club autogestito), soffre. Sì, amici, romani, concittadini, egli soffre. Soffre perché, posto davanti a uno schermo bianco da riempire digitando, egli si contorce, suda, si spreme, iperventila... No, non è un parto (occhio, ricordare sempre che egli è maschio), sembra piuttosto una colica intestinale. Alla fine della quale egli comunica all'universo mondo che ha evac... sorry, prodotto un incipit, dieci pagine, la parola fine, insomma qualcosa di letterario. Occhio, ancora, non di narrativo, di letterario. La differenza è fondamentale. Vado a spiegare: narrativo attiene alla narrazione, al contar storie, è una roba leggerina ancorché avvincente. Intrattiene il lettore. Lo sentite come suona volgare? Intrattenere il lettore, orrore! Lo scrittore, quello vero, quello con la S maiuscola, quello che soffre, non intrattiene. Mai. Lui perpetua il verbo, instilla verità, spinge alla riflessione, fa soffrire. E soffre. Ha da soffrì, credo sia inserito nel contratto di edizione, articolo 7 b: Tizio e Caio, da qui in poi detto Autore, garantisce alla pizza e fichi editions, da qui in poi Editore, che non si asterrà, per nessun motivo, dal soffrire, sudare, vergare col suo proprio sangue la pagina bianca. E i lettori, spesso frequentatori del web, finiscono col crederci e convincersi che così debba essere: scrittura=sofferenza ---> lettura=chedduepalle. Quando poi capita una persona che scrive e che a scrivere si diverte proprio e che scrivere le viene proprio facile e che insomma intrattiene se stessa e poi anche i lettori (lettori felici, pensa un po') il passo successivo è così strutturato: occhiata incredula che vira sullo sdegnato, arriccio di labbro laterale e sentenza più definitiva della Cassazione: ah, ma tu non scrivi, tu fai narrativa di intrattenimento. 
Un marchio a fuoco, fidatevi.