domenica 24 settembre 2017

Doccia fredda #5 Gaianova

Arriva il quinto appuntamento con le DOCCE FREDDE.
Siamo dalle parti della fantascienza, stavolta.
I commenti vanno sulla pagina facebook.

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GAIANOVA –
Il sistema aveva iniziato le attività di riabilitazione fisica, nelle ultime settimane i periodi di veglia cosciente erano sempre più frequenti e lunghi. Dopo quasi trenta anni Elisa provò l’ebrezza di sgranchirsi in seguito a un buon sonno. Non aveva bisogno di parlare per sapere che Angelo, suo marito, era già in grado di mettersi seduto. Gregorio e Filippo ancora dormivano – freddi - ma rimessi in movimento dal gymsystem. Il lungo viaggio stava finendo e tutto andava bene. Si abbandonò al torpore e agli esercizi passivi sognando casa.
L’hangar era spazioso e ordinato, la navicella si ancorò con un movimento fluido e totalmente automatizzato, loro quattro guardavano – curiosi - fuori dalla vetrata. Ancora pochi minuti e avrebbero messo piede in quella che sarebbe stata casa, a quattro anni luce dalla Terra. Come da programma, qualche settimana prima, erano ritornati nel pieno vigore fisico e avevano ripreso il normale ritmo biologico. Stavano bene, ma non tutto era andato nel verso giusto. Gregorio era cresciuto. Non tanto, non aveva certamente i trentaquattro anni che avrebbe avuto sulla Terra, ma la criogenizzazione non aveva funzionato perfettamente, adesso ne dimostrava circa sei e, da quando si erano risvegliati, si ostinava a parlare. A parlare con la voce, nonostante le due piccole protuberanze dietro le orecchie fossero cresciute anche a lui. Semplicemente si rifiutava di utilizzarle per comunicare mentalmente. Elisa prevedeva tempi difficili. Ne ebbe conferma appena misero piede in quel mondo silenzioso. Il leggero bagaglio aveva già preso la via del mezzo che li attendeva per portarli al centro di smistamento insieme agli altri migranti stellari, arrivati con loro. Erano stati riuniti in una grande stanza, illuminata dalla luce naturale di quel nuovo sole che filtrava dalla cupola trasparente. Facevano parte dell’ultimo viaggio. Quel che restava dei terrestri adesso era tutto qui, su questo pianeta gemello nella galassia di Proxima Centauri. Il sottile fremito dietro il padiglione auricolare la colse ancora di sorpresa, ci avrebbe fatto l’abitudine. Ben arrivati su Gaianova. Verrete scortati al punto di prima accoglienza da dove, terminati i controlli sanitari, sarete accompagnati ai vostri alloggi. Il giovane discendente dei pionieri che cinquecento anni prima erano arrivati a colonizzare la nuova patria stava mentalmente dando loro il benvenuto. La vibrazione era gentile, gli accompagnatori, però, in divisa militare. Le porte sbarrate. Angelo, istintivamente, strinse più forte il piccolo che teneva in braccio e cercò la mano di Elisa. Gregorio non smetteva di chiedere A VOCE alta: ”Dove siamo? Dove stiamo andando? Dove sono i nonni?” Va tutto bene Greg, ma non parlare. GREG non parlare, comunica con me, ma non usare la voce. In tutta risposta il bambino, occhi sgranati, si mise a piangere forte, con singulti tutt’altro che mentali. In quel silenzio rarefatto, interrotto dal lieve fruscio dei macchinari che, soli, producevano suoni, una ridda di mentalizzazioni la invase. Volevano che le percepisse: Selvaggi! Proprio una bella cultura! Bambini che parlano ancora con la voce. E paghiamo pure per le navicelle che li portano qui. Elisa non ebbe altra scelta che accucciarsi e sussurrare al suo bambino, con la voce, l’unico modo che Gregorio sembrava intenzionato ad ascoltare. Gli sguardi di disapprovazione si moltiplicarono, si sentì nuda e sbagliata e per un maledetto momento si vergognò di suo figlio e del posto da cui venivano. Poi furono separati, Angelo con gli uomini, lei e i bambini su un altro mezzo. Passarono cinque giorni prima che potessero riunirsi. Le visite mediche erano andate bene per tutti, ma non per Gregorio. Era cresciuto e non avrebbe dovuto, parlava e non avrebbe dovuto. Non sapeva usare le sue antennine o non voleva farlo. Non era l’unico, capitava, con una ricorrenza statisticamente ininfluente, ma succedeva che la criogenizzazione funzionasse solo in parte. Gregorio non era considerato un caso grave, fu ugualmente inserito in un gruppo di supporto, allontanato da lei e dalla sua famiglia. Loro erano terrestri, arrivavano da un pianeta lontano e arcaico. Erano dei diversi. Gregorio diverso fra i diversi. Lo avrebbero rivisto quando fosse stato educato al nuovo mondo. Non avevano avuto modo di impedirlo. Piangeva e chiamava mamma. Forte. Urlava, il suo bambino, quando lo portarono via. Lei piangeva piano quel giorno e non smise per mesi. Gregorio tornò, parecchio tempo dopo. Non usava più la voce. Loro si erano ambientati, adesso avevano una casa e la coscienza che la storia si ripete, che l’uomo dimentica le lezioni, che a loro era toccato il posto sfigato nella lotteria della vita, erano nati nel luogo e nel momento sbagliato. Avevano messo nel cassetto i sogni, le lauree e l’esperienza e si erano adattati a lavori per terrestri, sperando che Filippo e Gregorio fossero riconosciuti, prima o poi, come gaianovesi. L’unica cosa che volevano ricordassero è che un mondo diverso era possibile e per qualche tempo così era stato, sulla Terra. La loro flotta era stata l’ultima a lasciare un pianeta infuocato per colpa di quel sole che, nella sua anzianità di Nana rossa, l’aveva reso quasi inabitabile. Non era stato un male, dopo tutto, per la prima volta nel mondo le guerre si erano placate, tutti gli sforzi volti verso un unico scopo, trovare il modo di trasferire l’umanità sul pianeta gemello. L’uomo era stato in pace e aveva collaborato per quasi mille anni. Questa storia, a casa loro, si raccontava a voce alta.





venerdì 22 settembre 2017

Doccia fredda #4 Tango sul treno per Venezia

Tango sul treno per Venezia.

        Neanche in viaggio di nozze ci sarei andato, è triste Venezia e puzza di marcio e di sudore.
Chissà perché poi ho pensato a un viaggio di nozze, è subliminale, forse avrei dovuto farlo un viaggio in Italia con Debora, invece no, Dubai, Costa Brava, Mikonos e non conosco Spoleto.
La buona scuola mi ha sbattuto lassù, liceo Guggenheim, ho visto su Google Maps è dieci minuti a piedi dalla stazione Santa Lucia. Le dieci, ho bisogno di un altro caffè.
«Firenze, santa Maria Novella», uffà no, salgono e scendono persone, devo aspettare che riparta, anche no, poi non potrò fumare, accendo adesso, tre botte veloci poi la butto.
Un ragazzino elegante col tablet superinformato e il vestito firmato F.S, mi fa: «Signore, non stia fuori, potremmo ripartire in un attimo»! precisino come un nazista, li hanno formati bene e io a quei tossici rottinculo del liceo artistico di Turtiano non sono riuscito neanche a fargli disegnare il naso di Pippo Franco. L’unico piacere di arrivare quassù al nord: lasciare quei bastardi a temperarsi le staedtler e le palle in classe mentre qualcun altro gli spiega la prospettiva.

        Voleva farci il viaggio di nozze quel mentecatto di Filippo, “vedrai ti porterò a Venezia, ti coprirò di baci e rose rosse”, poi si stufa pure di accompagnarmi in stazione. Quest’altro idiota che fuma davanti agli scalini…carrozza 11, posto 42: è questa!
E il Patrick Dempsey del giorno neanche si sposta: «Senta, se si sposta io salirei sul treno!»
«Un semplice permesso sarebbe stato più efficace di un urlo sgradevole».
«Ha ragione, mi scusi ma non volevo interromperla mentre si drogava».
E vaffanculo, ‘sto scemo, mò s’atteggia pure, intanto per poco non faceva chiudere le porte, ‘sti Frecciarossa del cazzo che sono puntuali a partire solo quando devo prenderli io. Speriamo che il fumatore da banchina non mi capiti vicino, puzza di sigaretta già da mezzo metro di distanza. Il cellulare, Filippo: «Che vuoi?»
«Ehi, stai già mangiando aragoste al vagone ristorante? Hai inghiottito una chela? Volevo sapere se fosse tutto a posto: siete già a Bologna»?
«Senti Filippo puoi andartene affanculo per una decina d’ore? Mi hai lasciata a cento metri dalla stazione per paura che quella troietta della vigilessa ti facesse la multa, però era un quarto d’ora fa, e quanti cazzi di chilometri credi si possano fare con un treno che parte alle dieci e trentadue, visto che sono le 10 e 30 e non è ancora partito… madonna, l’altra valigia è rimasta giù»!
«Ognuno si droga a modo suo, io di sigarette, lei di cellulare, per telefonare stava perdendo la valigia».
Uno a uno. Ora devo anche ringraziarlo questo stronzo, mi ha salvato la valigia e quell’altro bischero del controllore, cazzo c’è una valigia abbandonata e non ti chiedi se è una bomba o è scordata da qualcuno? Il figo baudelairiano mi sta guardando le cosce, speriamo non attacchi con quelle corti svenevoli, perché diavolo ho deciso di partire con la gonna? Continua a guardare giù: ma è un maniaco?
«Guardi che ha perso il biglietto, tenga». Non guardava le cosce, maledizione, neanche questa soddisfazione, comunque non mi piace: puzza di sigarette, anche se ha un buon profumo, vuoi vedere che è il Blu Chanel che ho regalato a quell’idiota di Filippo? Mescolato al tabacco sembra diverso, non è sgradevole. Comunque lui puzza di fumo, però belli quei capelli finto spettinati.
«Si grazie, comunque ce l’avevo salvato sul telefonino».
«Un semplice grazie mai, eh? Vuole che lo rimetta a terra»?

Belle cosce, stronza fino al midollo, ma cosce belle, insomma le ginocchia e le gambe, si sedesse di fronte a me la disegnerei, ma questa è talmente stronza che penserebbe che vorrei scoparmela, e l’ultima cosa a cui penso adesso…e perché no? Si, tipo Ultimo Tango a Parigi, sarebbe divertente, nessuno sa niente dell’altro, solo sesso, bello e rapido. La veste a fiori, fianchi stretti, non è sposata, non ha la vera, ma chi vuoi che la porti oggi, forse convive con quello scemo con cui parlava al telefono. Meglio che mi sieda e la smetta di guardarla, ci mancherebbe che mi prendesse per uno di quei macho scopadori, ché questa è una rompicoglioni e si agita come una tacchina al thanksgiving day e se ne esce con un altro sproloquio. Però, dico io: sei così carina, per forza algida come un garofano bianco? Dev’essere una fondamentalista cattolica, magari è pure vergine: sì a quarant’anni. Meglio non pensare, se ci riesco mi appisolo, tra due ore si arriva, sai che schifo quella camera che ho preso a Mestre? E gli allievi? Saranno il contrario di Turtiano, quelli erano dei banditi e tra di loro c’era pure chi spacciava erba, questi saranno snobbetti con la puzza sotto il naso, allevati a yogurt greco e sottofondo musicale di Albinoni, ma se a quelli ho spezzato le ossa a questi prendo a calci i genitori, il primo che viene a raccontarmi “la complessità artistica delle doti di mio figlio va valutata con rispetto” gli lancio il taglierino per la balsa.
“Cambiare la suoneria al Samsung”, l’ho scritto pure sul post-it, appena squilla si mettono tutti le mani in tasca come Bounty killer alla ricerca della pistola: «Debora, che c’è»?
«Eh buongiorno! E mammamia che modo di rispondere»!
«È che non puoi vedermi ma ballavo il tango con una passeggera! Come vuoi che ti risponda? Sono scoglionato e non mi va di parlare in treno, la gente ascolta».
La mannequin fiorentina mi guarda disgustato, come per dire “ma chi ti ascolta, e poi: ballavo proprio con te”, ma questa mi perseguita?
«Posto 42, lei è seduto al mio posto, oggi è un tormento»!
«Ehi, macché tormento? Questo è il mio posto!»
Mi spiaccica il suo foglietto che avevo raccolto da terra, si è quarantadue, e io che ho? Ah, 44, di fronte, e che sarà mai? Ora mi sposto. ‘Sta scema ha un buon profumo, agre come lei, quella demente di Debora indossa quei profumi dolci e snervanti.

Meglio che stavo zitta, il mio posto è contromano, mi verrà il torcicollo a guardare fuori, adesso dovrò chiedere un favore a questo maniaco. Insomma, proprio maniaco no, se non rispondesse in modo così irritante sarebbe anche un bell’uomo, cioè è un bell’uomo. Naso incantevole, non mi piace la barba incolta, se fosse il mio uomo lo farei radere. Non sembra il tipo da matrimonio, la stupida con cui parlava deve essere una di quelle fidanzate storiche e ammuffite, certe donne hanno un culo ad avere uomini così e non se ne accorgono. Ha carattere ‘sto stronzo.
«Lasci perdere, non si sposti, mi siedo io al suo posto: è uguale».
«Proprio uguale no, pensandoci bene il mio posto è migliore, è nella direzione di corsa…»
«Posso dirle una cosa»?
«Si dica, cosa vuole dirmi»?
«Lei è un po’ stronzo, si sieda dove vuole, mi ha stufato, tanto che saranno mai due ore fino a Venezia, magari lei a Bologna se ne va alla fiera dei polli o della carne in scatola e resto sola».
«Peccato, dovremo sopportarci, anche io vado a Venezia, sono commerciante di bicchieri di vetro rotti, non di galline, però sarebbe uguale, come categoria lei li rappresenta tutte e due».
Me la sono voluta, meglio ponderare prima di rispondere, gli ho dato dello stronzo, ma mi ha chiamata gallina, ora o gli do uno schiaffo… «Senta lei»!
«Tranquilla, si roda il fegato per una decina di minuti da sola, io me ne vado alla carrozza ristorante, ho bisogno di un caffè».
Figlio di puttana, mi ha lasciata con le parole in bocca, dio che rabbia, cazzo quanto mi piace, se solo Filippo avesse metà del carattere di questo bastardo.

Sono stato duro, ma è una rompicazzo, tanto bella e…madre e che cosce che ha, quando si è seduta ho visto, sembravano di cuoio lucido. Che schifo di caffè, vabbè mi dà sapore alla bocca, ora vado in bagno e do due botte alla ciga elettronica, non credo che il vapore faccia scattare l’allarme fumo, un po’ di nicotina mi farà calmare, per fortuna ci sono pochissimi viaggiatori, i bagni sono quasi tutti liberi. Ecco, luce verde: entro.
«Ehi, chiuda! Ancora lei? Allora sei un maniaco»?
Lei? Seduta con le cosce nude, la gonna arrotolata sul pube, una specie di miracolo della natura.
«Colpa sua, fuori risulta libero! E poi questo è un bagno per uomini»!
Assurdo, restiamo così, lei nuda sul water e io con le pulsazioni di un caterpillar: non ricordavo cosce più belle. Poi mi afferra un braccio e mi tira dentro.
«Hai detto che è un bagno da uomini? E allora fai l’uomo»!
I corpi si fondono in una follia da mezzo metro su un Frecciarossa, le braccia annodate come il gomitolo con cui ha giocato un gatto, la sua bocca ha il sapore di una torta alle mandorle, quella cosa dura stretta sul mio petto non è un bottone ma un capezzolo di titanio puro. Incastrati carne nella carne, fusi in un’esplosione di fisici nei fiori d’oro di Klimt, seta e avorio: lei contro il mio corpo maschio di cotone ruvido.
Sussurro: «Ho troppi peli?»
«Come carta vetrata. Spingi, stronzo, spingi. Ah, Filippo, uno stronzo così neanche te lo immagini»!
Un Dio ruffiano lascia libero il corridoio, un controllore lontano si volta chiedendosi da dove siamo apparsi, torna indietro e si fa mostrare i biglietti, poi sorride compiaciuto, mentre lei già ritorna al viso di prima: «Giovanotto, non sorrida, vada, continui a controllare»!
Il ragazzo è intimidito e non ha la forza di mandarla affanculo.
Il viaggio continua, finalmente silenzioso, in una pace soddisfatta, un armistizio di sensi, lei legge una rivista francese, io faccio l’unica cosa che so fare bene – due, dopo i suoi complimenti di ardore nel cesso – la disegno sul mio blocco di carta Fabriano senza far vedere. Ogni tanto mi lancia sguardi obliqui e sazi, come un gatto dopo una scorpacciata di lische.
«Signori, entriamo nella stazione di Venezia Santa Lucia, Trenitalia vi ringrazia per averci scelti».
Fuori il caldo e la puzza di Venezia a settembre non mi infastidiscono, il telefono squilla Debora, lo lascio morire d’inedia, un tassista indolente mi invita a salire: «Ehi, aspetti: facciamo la stessa strada»? Lei. Ero scappato senza il dolore del saluto, e lei è qui.
«Non lo so, come faccio a saperlo? Io devo andare al liceo Guggenheim».
«Tu guarda, cosa fa il bidello»?
«No, cara stronzetta, sono il nuovo docente di decorazione».
«Allora vada, va bene anche per me, tu portami rispetto, stronzo, sono la nuova dirigente scolastica, o preside, caro il mio buzzurro».
Poi mi bacia.


mercoledì 20 settembre 2017

Doccia fredda #3 Grazie dell'amicizia

Terzo appuntamento con le DOCCE FREDDE in formato anonimo.
Si legge qui.
Si commenta sulla nostra pagina Facebook.
Nessuno degli autori ha ricevuto un editing e/o correzione bozze da Loredana.
Io, Laura, ignoro chi siano gli autori dei racconti che man mano vado a postare. Ergo, commento.
Tutto chiaro?
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GRAZIE DELL’AMICIZIA

Le giornate avevano preso ad accorciarsi, ma l’afa era ancora insopportabile. L’estate più calda degli ultimi anni. Questo Silvana si diceva voltata verso la finestra della stanza d’albergo. Il sole morente insanguinava di luce rossastra le lamelle delle veneziane socchiuse. Immaginò la nana gialla sprofondare nel Tirreno incendiandone per qualche minuto la groppa cianotica. Sentiva l’uomo rivestirsi dietro di lei. Il fruscio dei calzoni infilati in fretta. L’imprecazione soffocata per aver mancato una scarpa con il piede.
“Maiale! Come gli altri! Tutta questa fretta per rientrare in una cucina che puzza di soffritto e affrontare il grugno contadino della moglie” pensò. Ne aveva avuti, di amanti sposati, in quegli anni di assalto al primariato! Di sposati e di smidollati appesi. Per non parlare degli intellettuali e della loro spocchia, quei pezzenti! Le donne in carriera hanno poco tempo da dedicare all’educazione sentimentale e tirano su con poca accortezza i primi che capitano, sperando siano quelli buoni. A lei erano capitati sempre gli avariati. Poco male, era ricca e poteva permettersi delle consolazioni. Viaggi, beauty farm, shopping in centro. Certo, un po’ le dispiaceva, quando s’accorgeva che nonostante il fisico palestrato, la lingerie raffinata e la conversazione forbita continuava a essere quella da vedere di nascosto o una faraona da spennare. Sospirò. S’era incattivita, dopo tanto squallore. Lo capiva, anche se non era un’introspettiva. Lo sguardo del bambino nella hall ancora bucava i suoi pensieri, per come aveva trafitto la sua attenzione, sere prima in Transilvania. Un piccolo zingaro, nei suoi cenci pittorici. Sorrise. Proprio un personaggio di El Greco le era parso, nei calzoncini senza orlo, con quella casacca beige e la mano tesa!
«Quando andrai alla reception, non fingerti meravigliato che è già tutto pagato» abbaiò all’amante, riaffiorando nel presente e in un altro albergo.
Un silenzio offeso le segnalò che il maschio aveva sentito.
«Ma non dormivi, scusa?» ritorse lui, senza tornare indietro a salutarla.
«E già che ci sei, ti pregherei di ascoltare senza scalpitare. Avrai tutta la vita per ritornare dalla ciabattona bucolica. Questa è l’ultima volta tra noi. Non sei un granché a letto e puzzi di soffritto.»
Seguirono altro silenzio e il tonfo della porta sbattuta. Perfetto, il non sei granché a letto sortiva sempre rapide uscite di scena.
Sistemò meglio il cuscino sotto la guancia e seguitò a pensare al bambino incontrato in un hotel di Bucarest. Non riusciva a scacciare dalla testa l’impressione che le aveva fatto quel filo di occhi gialli, quando s’erano sollevati su di lei. Ma che ci faceva un piccolo mendicante nella hall di un albergo di lusso? Come aveva fatto a entrare?
Bella razza, la romena, ammise, peccato che in Italia arrivassero i peggiori! Quando era stata a Bucarest, al convegno di ematologia, aveva scoperto una città sontuosa. Niente a che fare con la Transilvania dei vampiri descritta nei romanzi horror.
Una penombra deprimente s’era espansa nella stanza. Era ora di alzarsi e rivestirsi. Ma prima… afferrò, con un gesto indolente, l’iPhone dal comodino e diede una scorsa a Facebook. Tra le richieste di amicizia brillava un nome straniero. Adrian Papahagi.
“Rumeni come se piovesse!” pensò, ma cliccò su conferma. La foto del profilo non era solo quella di un uomo attraente, ma del più virile in cui le fosse capitato di imbattersi da quando era ragazza.
Fu un istante. Come uno scroscio di vertigini. Come se la camera si capovolgesse in uno specchio.
“Sto sognando…” pensò. Ma era un pensiero debole.
«Grazie dell’amicizia. T’ho ritrovata, finalmente!» disse una voce maschile dall’accento straniero.
Lei si girò verso l’angolo della stanza ribaltata da cui proveniva. Il nuovo amico di Facebook era là, vestito di beige. Un filo d’ammiccanti occhi gialli, magnetici. Bello come un lupo.
«Invitami!» le ordinò.
Silvana intravide l’erezione sotto gli strani pantaloni, implacabile ed enorme.
«Vieni!» pregò.

E fu dietro di lei. In un abbraccio gelido che le strinava la pelle. Si voltò allora per cercare la sua bocca, ma furono le zanne in un volto aperto in due come una melagrana che vide. L’orrore la stordì, e fu un bene, perché il morso che le squarciò la gola non la uccise subito.

domenica 17 settembre 2017

Doccia fredda #2 Lei giocava a poker

Siamo alla seconda doccia fredda. Racconto anonimo, come da regolamento.
I commenti, per favore, sulla nostra pagina Facebook nella quale possiamo taggare tutti gli autori che hanno partecipato al gioco solo se i suddetti hanno messo un mi piace.
Vi si chiede di condividere i racconti, tutti. E di commentare i racconti, tutti.
Ovviamente i commenti sono aperti a chiunque abbia voglia di leggere.
Tutto chiaro?

P.s. Su nessuno dei racconti è stato fatto un lavoro di editing o di correzione refusi
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E' finito il funerale Roberto, come aveva chiesto, è stato cremato, dopo un paio di giorni si dovrà passare a ritirare l'urna con le ceneri. Non si è ancora deciso cosa farne: depositare l'urna nel loculo di famiglia o disperderle come aveva chiesto Roberto.
La moglie vuol portarsi l'urna a casa, non ha mica accettato, malgrado tutto che Roberto l'abbia  lasciata. I figli trovano la cosa troppo macabra e in quei giorni che mancano al ritiro dell'urna vogliono provare a convincerla ad una scelta più razionale.
La  figlia più giovane Claudia, per eliminare dallo sguardo ossessivo della madre,  i vari ricordi del padre, apre un  profondo baule dove sono conservate le carte e le memorie di  33  anni di lavoro Dal fondo del baule  tira fuori un pacco di agende di pelle con il logo INPS impresso sulla copertina  e l'anno. Cazzo le ha conservate tutte,  una per ogni 33 anni di lavoro. Di certo sono intili appunti di lavoro e quindi da buttare via. Non le apre e fa per  gettarle  nel bustone nero per la spazzatura. Poi gli viene la curiosità di leggere quella del 1983, il suo anno di nascita. Vuol conoscere dopo tanti anni quali fossero i pensieri del padre, prima che lei nascesse.
Tutto il mese di gennaio è vuoto, la prima annnotazione è del 16 gennaio,  con la tonda grafia del padre , inchiostro nero, penna Pilot.
16 gennaio   Domenica ore 22  La solita sfiga mi hanno affibbiato il corso del Piemonte, quello che inizia prima e per giunta mi tocca di partire di domenica pomeriggio da Napoli. Arrivo a Torino in serata, freddo cane, meno male che l'albergo Roma è vicinissimo alla stazione di Porta Nuova. E' un tre stelle, ma sono molto stentate, la camera è un cubicolo stretto e lungo, la finestra affaccia nel cavedio,  il letto in un angolo, un armadio tarlato, il bagno è una specie di armadio a muro con la doccia fissata al soffitto, niente televisione. Bella sistemazione.
17 gennaio Lunedì ore 7.30 La colazione inclusa sono un bricco di latte tiepido, uno di caffè forse orzo, un buondì Motta, un pacchetto di fette biscottate, una porzione di marmellata albicocche, una di burro. La sala colazione è affollata di ballerine e ballerini bulgari, che divorano il tutto. Sono li a spese del Comune per scambi culturali. Cinque minuti a piedi e sono a Piazza CLN, l'aula del corso è al terzo piano di fronte ai locali dei Cral. Sono le otto e non c'è nessuno, l'aula è vuota. Di bene in meglio. Passa una buona mezz'ora e si presentano in tre. Non sono i corsisti, ma il capo dell'ufficio e i due tutor. I corsisti arriveranno dopo, sono andati a timbrare il cartellino a via Sacchi dove c'è l'ufficio, la solita cazzata burocratica. Mi incazzo: “da domani firmeranno il foglio di presenza qui, frequentano il corso, firmano in aula.!” Il capo, G. M.  strabico all'occhio destra, bleso, cerca di ribattere qualcosa. Non gli rispondo.  Il primo tutor. S.B. ,  sulla cinquantina, la faccia tonda, i capelli ricci color melanzana, chiaramente mal tinti, strabico a sinistra, che bella accoppiata prova a dare ragione ad entrambi. Intanto la tutor numero due, C.D., sulla trentina, tutta in tiro in un elegante completo marrone di taglio maschile, camicia di seta azzurra, calze in tinta, mocassini Tods, se la ride in silenzio e mi guarda intensamente negli occhi, mi approva, forse. Somiglia a Fanny Ardant. Arrivano i ragazzi, in tutto quindici, tre ragazzi e dodici ragazze.  Tutti molto giovani, tutti molto interessati. Ed inizio la lezione. Ed iniziano intensi scambi di sguardi con C.  Si va avanti fino alle 17, con un breve intervallo per il pranzo. Alla fine tutti scappano via, C. si trattiene sul ballatoio, davanti alla porta aperta del Circolo Dopolavoro. Mi chiede: “Giochi a poker? Alla fine del lavoro facciamo spesso  un oretta di poker,” Le sorrido, non ho mai giocato a poker contro una donna: “Volentieri, anche subito!” Entriamo nella saletta del circolo, ad un tavolino rotondo, ricoperto da un tappeto verde, tutto bruciacchiato, in attesa lo strabico S. B.  e due raggrinziti pensionati . L'ora passa in fretta, C. ha un gioco aggressivo, cerco di tenerle testa, ma le carte le girano in maniera pazzesca. E me le suona, in compenso mi rifaccio con lo strabico,bluffa di continuo, ma quando lo fa l'occhio strabico si raddrizza. Insomma vinco anche io, ma poco e mai contro C.  che mi mette sotto. E' una strana sensazione .
I giorni successivi : solo Corso Torino
29 genaio 1983 Venerdì Sono passate  due settimane, anche in fretta. Due settimane a cercarsi continuamente con  lo sguardo sempre più intenso,  la mattina durante le  lezioni e nelle  pomeridiane partite a poker.  E'  terminata la  prima tranche del corso in aula, torno a casa. Dovrò ritornare dopo tre settimane e conto i giorni.
Quegli maledetti occhi scuri, curiosi e ridenti mi hanno colpito.
Claudia si ferma, non vuole leggere oltre, meglio non sapere. Un pensiero le  attraversa la mente: il suo nome ha la stessa iniziale di quegli occhi neri e ridenti e si chiede: forse? Lei  sarebbe nata a maggio di quell'anno ed il suo nome lo scelse il padre al di fuori delle  tradizioni familiari, si sarebbe dovuta chiamare Felicia come la nonna materna, ma il padre si impose per Claudia.

Chiude in fretta quell'agenda e la butta nel bustone nero. Meglio che la madre non legga quei frammenti di diario, potrebbe buttare via le ceneri nella tazza del cesso e tirare lo sciacquone

mercoledì 13 settembre 2017

Doccia fredda #1 L'ultima notte

Ci siamo.
Si va a cominciare.
I racconti vengono pubblicati in forma anonima, per far sì che i commenti siano scevri da ogni possibile condizionamento amicale.
Io stessa - Laura - non li ho letti prima e NON so chi li abbia scritti.
Quindi potrò commentare.
I commenti, visto che di solito è complesso e scomodo commentare sul blog, li posterete sulla nostra pagina FB dove sarà apposto il link al racconto.
Tutto chiaro?
Ah, l'autore o l'autrice che sarà considerato la miglior doccia fredda a insindacabile giudizio di Loredana "so cavoli vostri" Falcone riceverà in dono una copia del nostro "Le colpe dei padri". Se lo avesse già, avrà un altro dei nostri romanzi, di quelli disponibili.

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L’ultima notte


Ti sto aspettando. Ti aspetto da un po’, e quel po’ sono diventati giorni, e poi ore, e poi minuti…
Ti sto aspettando. E fremo, come un’adolescente in tempesta, come una gatta in calore. Come una donna che ha perso la testa. O forse il cuore, chissà.
Non capisco. Davvero, non capisco. 
Eppure avevo giurato a me stessa che non sarebbe mai più accaduto. 

Mi ero impegnata a costruire quello che negli anni è diventato un solido steccato; ho conficcato con minuziosa precisione grossi paletti tutt’intorno al mio cuore perché mai, mi ero detta, mai più avrei permesso a chicchessia di entrarci. Il corpo no. Quello m’importava poco perché il sesso si fa, l’innamoramento si vive. Scoparsi qualcuno è facile, se sei nella giornata giusta ti viene pure bene. Ti spogli e ti rivesti tra un intervallo di niente. Te ne vai soddisfatta e chi s’è visto s’è visto, ci si ritrova al prossimo prurito, forse. Il sesso è come la fame, la sete… un bisogno come un altro da soddisfare. E al ristorante ci si può andare in due, in tre, in gruppo, o anche da soli. 
Mi ero impegnata a costruire quello che credevo fosse un solido steccato.
Ma quando i ricordi diventano molesti, quando si ancorano con le unghie alla tua carne e ci si annidano… quando cerchi il suo odore tra le lenzuola, quando abbastanza non è mai, quando il resto degli uomini perde colore e consistenza, quando il cervello scava di continuo tra quelle pagliuzze per trovare un angolino dove ritrovarlo, allora sei fottuta.
E a me sta pure bene essere fottuta ma il cuore no, quello deve restarne fuori. Niente più impronte che ti schiacciano e ti scavano dentro, che poi diventano piaghe e sanguinano e fanno un male cane; niente più speranze disattese e amori traditi. Mai più. Mi ero imposta di non sperare. La speranza porta aspettative, le aspettative i sogni, i sogni i risvegli. E la luce del risveglio non è mai uguale a quella del sogno.
Perciò basta. Tu più di tutti non puoi essere, perciò basta. Tu, l’unico che desidero non deve essere, perciò basta.
Ti sto aspettando. E stavolta sarà l’ultima. Sarà l’addio.

Profumi esotici di ambra e sandalo, e calde luci di candele. Quelle fiammelle tremolanti sono come me ora, che vibro a ogni tuo tocco. Le tue mani, le tue splendide mani, sembrano conoscere ogni centimetro del mio corpo, sanno accarezzarmi la pelle così come la mia pelle vuole. Lentamente, senza fretta. Senza tempo. Maledette quelle tue bellissime mani.
Ti slaccio un bottone alla volta anche se vorrei strappartela via, la camicia. Mi tormento assaporandoti con calma. Se potessi fermarlo, il nostro tempo, lo farei. Senza fretta, perché non voglio che tu vada via. Non stanotte. Vorrei che restassi perché non avremo un domani e allora riempimi ogni istante fino alla nuova alba. Ma so che non lo farai. E allora mi dispero aggrappandomi a te in ogni abbraccio che mi concedi, ti stringo nell’illusione di poterti fondere con me. Il sudore ci rende sfuggenti e ne approfitto per farmi serpente. Ti circondo, ti avvolgo tra le mie spire, ti tolgo il respiro baciandoti ancora e ancora…
Bacio il tuo corpo ma in realtà è l’anima che desidero; provo a memorizzare ogni emozione, tua e mia, perché le tue sono anche le mie, sempre. 
Amo quando gemi sotto le mie carezze; il mio ventre sussulta ogni volta che sento la tua voce. Dimmi quello che vuoi, non c’è nulla che non vorrei ascoltare, non c’è nulla che non ti darei. Dimmi che ti faccio morire, o che potresti impazzire… Parla del tuo piacere ma non di me, non stasera, perché stasera sarà l’ultima. Non dirmi cosa sono perché mi si spaccherebbe il cuore. 
Tanto so che non lo farai. Perché la nostra storia nasce e muore in questo letto. Sono le regole.

Io non volevo infrangerle, le tue regole, ma come faccio a spiegarti che sei il terremoto che mi ha squassato la vita, l’inondazione che segue un diluvio. Non eri previsto. Non era previsto niente di ciò che oggi è. Hai spazzato via tutto il resto. Non ci sei che tu, ora, e sei tutto ciò che voglio. Fino a domani. Perché domani non ti vorrò più. Non vorrò volerti, per non farmi altro male. Perché so che stanotte non resterai.

Ti accolgo con devozione. Sembri creato su misura per me, sei anatomicamente perfetto. Ti sento come nessun altro prima; ogni cellula risponde a te, sei la mia guida, il mio condottiero, il mio re. 
Ti salgo sopra, voglio guardarti mentre mi porti con te. Voglio che mi guardi mentre vengo con te. L’orgasmo mi travolge come un’ondata feroce; il primo è sempre così imponente, così disperato. È il primo ma non sarà l’unico. Lo so, non lo è mai. Sei generoso, mi concedi quello che voglio per quanto tempo voglio, nel tempo di una notte. Mi sollevo dal tuo ventre e rotolo sotto di te. Ogni tua spinta è una ferita che vomita stelle. Non fermarti, arrivami al cuore e pugnalami perché tanto lo farai comunque uscendo da quella porta, come fai sempre. Usa quelle tue maledette, bellissime mani e strappamelo, se tu non lo vuoi non saprei che farmene. Fammi morire godendo, ché crepare affogando nel desiderio di un incerto domani è mille volte peggio.

Ti ho servito. Ti ho coperto di carezze e baci. Ti ho leccato e assaporato, ho serrato le tue carni, le ho graffiate, marchiate, adorate. Ti ho guardato negli occhi e ti ho detto tutto quello che a voce non vorresti sentire. Ti ho bevuto mentre toccavi il paradiso e ancora, mentre riscendevi su questo letto, delicato come una piuma. Ti ho dato me stessa. Del mio patetico steccato non è rimasto che un solo paletto, conficcato dritto nel cuore: io vampiro, tu spietato cacciatore. Tu, che puoi avere tutte le donne che desideri, io che desidero solo te. Una bilancia sbilanciata, la nostra. Non può essere. Non deve.
Ti osservo mentre ti rivesti e non ti accorgi che sto morendo. Imprimo a fuoco l’immagine di te che vai via perché con quella sarà più facile sopravvivere.
Mi accompagni? Ti accompagno, certo. Ti apro la porta, ti guardo per l’ultima volta e sento montare la disperazione. Odio gli addii. Li odio, li odio, li odio…
Mi scosti i capelli dal viso e lasci che ti rubi un’ultima carezza. Mio dio, le tue mani… Mi sorridi. Mi baci. Meraviglia…
«Alla prossima. Ci sentiamo in questi giorni.»
Ok. Alla prossima.

martedì 22 agosto 2017

Per scrivere un romanzo ci vuole... quanto tempo?

Scrivere un romanzo in... quanto tempo?

Ricapitoliamo. Questo non è un corso di scrittura. Perché per scrivere, oltre a conoscere bene le regole basilari di grammatica italiana, serve avere un talento. E saper scrivere un tema al liceo non equivale ad avere talento. Se il talento c'è, allora va affinato. Come? Leggendo come se non ci fosse un domani. Poi sì, qualche suggerimento può essere utile. E quanto abbiamo fatto fin qui è sostanzialmente dare suggerimenti. Non regole. Insisto su questo punto. Sono arciconvinta che non esista il decalogo per scrivere il bestseller. Non ci sono leggi, non ci sono punti fermi. Le parole sono una materia duttile, si piegano, si adattano, spesso vanno oltre quel che si pensa di voler dire. Le parole sono magia.
Ora mi giunge voce che giri sul web un qualche suggerimento per scrivere un romanzo in dieci giorni e farne un bestseller in un mese. E conosco virtualmente autrici che, usufruendo della grandissima libertà garantita dal self publishing, licenziano un romanzo ogni venti giorni. Il dibattito sul valore di una storia in base ai tempi di gestazione si è immediatamente scatenato con le consuete partigianerie. Io posso, se vi va, portare la mia esperienza personale. Insieme alla mia socia Loredana Falcone abbiamo scritto romanzi per anni, per decenni anche, senza neanche mai pensare alla pubblicazione. Quando qualcuno vi dice di scrivere per sé, per favore, evitate il sopracciglio alzato e il sorriso sardonico. Noi lo abbiamo fatto. Limando, creando, riscrivendo, limando di nuovo senza mai far leggere le nostre cose a nessuno. Abbiamo tentato quando abbiamo capito che la nostra scrittura era matura e poteva affrontare i lettori. E non vi sto invitando ad anni di scrittura matta e disperatissima senza il benché minimo riscontro. Vi sto dicendo che, abituate a gestire con tranquillità i nostri tempi di scrittura, siamo saltate sulla sedia quando ci hanno chiesto di scrivere un romanzo in venti giorni. Non era un concorso. Era una seria proposta editoriale. E il tema era difficile. Il conflitto tra israeliani e palestinesi ai tempi dell'assedio di Ramallah. Anche solo per documentarsi ci sarebbero voluti mesi. E invece... "La guerra dei sordi" ha visto la luce e se vi cogliesse vaghezza di leggerlo lo trovate nel catalogo della Biblioteca Nazionale di Roma. Siamo soddisfatte? Sì, ma quel romanzo è breve, sulle150 pagine, e si sviluppa in un arco di tempo di una settimana. Facciamo invece un altro esempio tra le nostre produzioni. "Il puzzle di Dio" nasce da un'idea del 1985. Abbandonata e ripresa, con ben altra preparazione, nel 2002. Ci abbiamo lavorato quattro anni. Chi l'ha letto sa che è un romanzo corposo con molte tematiche di grande attualità, dal terrorismo ai foreign fighters, dall'omosessualità alla tutela dell'ambiente, dall'intolleranza religiosa all'apertura mentale nei confronti del potere del nostro cervello e del nostro corpo. Quattro anni, poi una lunga revisione, poi una serie di pareri negativi tra beta reader e agenti letterari. Poi, finalmente, la pubblicazione. Otto anni dopo averlo terminato. Ed è il nostro romanzo di maggior successo anche se nel catalogo della Biblioteca Nazionale di Roma non c'è ancora arrivato. Quale vale di più? Noi li amiamo entrambi ma, da lettrici, ci piacciono le storie di ampio respiro, con cura dei particolari, con personaggi che si facciano conoscere e apprezzare pagina dopo pagina, con trame originali in grado di sorprendere e sovvertire il pensiero comune.
Parliamoci chiaro, per favore. L'ho già detto e lo ripeto. Se i libri si dividono tra belli e brutti, gli autori si dividono tra chi scrive per reale, interna necessità e chi rincorre il mercato, il fanclub, il plot o il genere che assicura le vendite. Non sto facendo classifiche e, insisto, in entrambi i casi la letteratura non c'entra. Si parla di narrativa. Di più, di narrativa d'intrattenimento. Da ombrellone d'estate e da poltrona con tisana calda d'inverno. Può lasciare un segno, un ricordo, un input di riflessione oppure no. Non è questo il punto, o magari sì. Ma nella lettura subentra il gusto e la libertà del lettore. Proprio in questi giorni si è accesa un'altra polemica in rete. Uno scrittore, se ne desume, ha l'obbligo di aver letto alcuni caposaldi della letteratura mondiale. Se non li ha letti, e lo ammette senza eccessivi patemi d'animo, viene additato al pubblico ludibrio. Perché arrogante, perché ignorante, perché privo degli strumenti stessi per poter posare le dita su una tastiera. Ma, per assurdo, tra gli scrittori che sono vissuti prima di Proust - e che quindi non hanno letto "La recherce" - ce ne sarà qualcuno valido o no? Nessuno al mondo potrà mai aver letto tutti tutti tutti i classici che meritano di essere letti. E se appartenete a coloro che preferirebbero noi amanti delle parole e delle storie impegnati a riempire le inevitabili lacune piuttosto che a scrivere, allora cosa ci fate qui?
Un lettore è libero di seguire i propri gusti e dedicarsi all'opera omnia di Nicholas Sparks, per dirne uno che non amo. Un lettore è libero di consumare, perché di questo si tratta, romanzi brevi scritti in dieci giorni e diventati bestseller in un mese. E uno scrittore è, prima di qualsiasi altra cosa, un lettore, ricordate? Però poi subentra l'amore. E per indicizzare al meglio questa riflessione, la butto sul sessuale. Alla sveltina scritta in dieci giorni e letta in venti minuti di autobus affollato, io preferisco un amplesso con tutti i crismi. Voglio godermela. E godermela a lungo. Voglio studiare, scovare suggestioni. Voglio documentarmi. Voglio cambiare idea e delineare nuove svolte e nuovi personaggi. Voglio che il lettore venga portato piano piano al giusto grado di eccitazione. Voglio che viaggi con me e con i miei personaggi e si dimentichi del mondo, della cena, della lavatrice da stendere, delle cose urgenti e quotidiane. Voglio che rallenti quando si rende conto di esserci quasi. E voglio che si tenga stretto al cuore il volume o l'e-reader una volta finito. Ripensando, rivivendo, riflettendo. Voglio che goda come ho fatto io durante la scrittura. Ecco, sapete la differenza tra il romanzo scritto in venti giorni e quello scritto in quattro anni? L'intensità del rapporto. La stessa differenza tra una botta e via e una relazione magari complessa e dolorosa, ma lunga e vissuta fino in fondo.
Nessuno vi può dire quanto sia giusto metterci a scrivere un romanzo. Siete voi a deciderlo. Ma se amate quello che state facendo, se non state rincorrendo il fenomeno editoriale del momento, se non temete che i fan vi dimentichino non vedendo nuove uscite da una settimana all'altra, allora prendetevi il vostro tempo come un amante premuroso e mai sazio. Il lettore se ne accorgerà

venerdì 4 agosto 2017

Di stima, di vendite, di narrativa e di ombrelloni


Giorni fa ho scritto uno status su facebook denunciando la delusione ricavata dalla lettura del racconto di un autore molto considerato il cui uso della consecutio lasciava parecchio a desiderare. Nello status avevo usato il termine stimato e qualche commentatore è venuto a chiedere: "stimato da chi?" Già, chi decide se un autore è degno di stima? Ho risposto che la persona in questione gode della considerazione dei lettori, vende moltissimo, e di conseguenza viene portata in palmo di mano dagli editori. La risposta non è piaciuta e, forse, non piace neanche a me. Ma è la verità. Un mio amico scrittore, ormai frequentatore abituale delle classifiche (quelle vere, non quelle settoriali di Amazon), ama dire che uno scrittore scrive per creare un dialogo. E solo i pazzi amano dialogare da soli. Se lo scrittore non arriva al lettore, anzi ai lettori, possibilmente molti lettori, ha fallito la propria missione. In parole più semplici (e di scrittura semplice parleremo) lo scrittore, per essere tale, deve vendere. Quindi è una questione di mercato? Ebbene sì. Anche chi confonde il congiuntivo con il condizionale nel raccontare le proprie storie, se vende, ha il diritto di considerarsi scrittore e pure stimato. Con buona pace dei miei sarcastici commentatori.
Un giorno, durante un evento voluto da un editore di valore come Francesco Giubilei, ebbi l'ardire di affermare, davanti a una platea di giovani amanti dei libri e di intellettuali, che liquidare con un'alzata di sopracciglio fenomeni editoriali da milioni di copie (Fabio Volo, Federico Moccia all'epoca, J.R. Rowling, Dan Brown, E.L. James, Stephanie Meyer) significa dare dei coglioni - scusate il francesismo - a milioni di persone che si sono prese la briga di comprare un oggetto-libro, o un e-book, e di leggerlo. E che sarebbe molto più intelligente fare uno sforzo di comprensione e chiedersi perché. Ottenni un educato, ma efficace, coro di buuuuuu e mi guadagnai fama di scribacchina alla rincorsa delle classifiche. Non è così, se vi interessa saperlo. Badate, io non sto parlando di valore del testo, del messaggio, dello stile. Se queste cose valessero Luigi Romolo Carrino - tanto per fare nome e cognome - venderebbe come un assassino e avrebbe vinto tutti i premi possibili. Al lettore si arriva anche apostrofando qual è. E creando frasi dove il massimo della complessità sia anteporre il complemento oggetto al verbo e al soggetto: "un vestito bellissimo ho comprato". Che pare uno scimmiottamento dell'intercalare di Montalbano, ma non lo è. E comunque a chi legge non importa. Sì, vi sento. Tutti lì ad alzare la mano per dire "a me sì". Certo. A voi sì. A noi sì. Ma a parecchi altri no, neanche di striscio. Vogliono leggere una storia semplice, rassicurante, di facile comprensione, che non richieda alcuno sforzo e alcuna conoscenza. Altrimenti certi romanzi "storici" con degli anacronismi da rizzare i capelli non avrebbero alcuna chance. E invece...
Ricapitoliamo? I lettori italiani sono pochi. Di questi pochi solo una minima parte pretende una certa qualità, tutti gli altri non ci fanno caso a queste impuntature da intellettuali. Storia interessante? Bene. Scritta coi piedi? E che sarà mai per gente che, spesso, ha difficoltà a decidere dove mettere l'acca nel verbo avere?
E passiamo alle vendite. La narrativa italiana, oggi, viaggia per compartimenti stagni. Le case editrici snobbano e ignorano il fenomeno self - publishing (errore, grosso errore). Le case editrici analogiche (solo cartacei) arricciano l'aristocratico nasino di fronte alle case editrici digitali (solo e-book) e snobbano il print on demand che consente alle digitali di accontentare senza problemi i lettori che amano il cartaceo. Ci sono autori self che vendono migliaia di copie e - udite udite - sono migliaia di copie di e-book, ovvero quelli che a detta di moltissimi addetti ai lavori, non vendono, non decollano, non hanno un futuro. Poi sono le stesse case editrici a spigolare tra quegli autori per trovare il prossimo bestseller andando su un prodotto già testato sui lettori entusiasti. Perché i lettori di e-book esistono e aumentano di giorno in giorno, con buona pace di autori che ritengono di essere di serie A quando il loro testo esce solo in cartaceo. L'idea è che un e-book non si nega a nessuno e che gli editori digitali pubblicano la qualunque, tanto non gli costa niente. Quindi succede che ci siano, di nuovo, sopracciglia alzate quando dici che stai per uscire in e-book. Scatta l'equivalenza e-book = libercolo da ombrellone. E arriviamo all'ultimo punto, ovvero i romanzi e gli scrittori da ombrellone. Se vendi non sei un artista della parola. Se pubblichi in self sei un analfabeta con velleità di scrittura. Se esci in e-book il tuo testo è una cagata. In tutti e tre i casi, sei da ombrellone. Ricordo un editor che, letto un nostro (mio e della socia) testo lo definì "buona narrativa di intrattenimento". E io ne fui felice. Perché, come ha detto Corrado Augias, se Dumas, Hugo e Dickens fossero vivi e attivi oggi sarebbero dei favolosi romanzieri da ombrellone. Loro, Verne, Salgari, tenevano i lettori per le palle e non li mollavano, puntata dopo puntata, colpo di scena dopo colpo di scena. Roba dozzinale? La leggiamo ancora oggi e con supremo godimento.
E se mi dite che i lettori di allora erano di un rango superiore rispetto a quelli di oggi, porto a esempio mia nonna Caterina. Classe 1916, titolo di studio terzo elementare. Adorava leggere e fu sei la prima a mettermi in mano una copia vetusta de "I tre moschettieri" di Dumas, per poi passare a "Il conte di Montecristo". E parlava dei personaggi come fossero cari parenti per i quali palpitare. Ecco. Avercene lettori così.