domenica 18 febbraio 2018

#ilmioincubopeggiore - la casa dei giochi


E un giorno avevo il gomitolo. Lo lanciai lungo il corridoio. Si svolgeva come avrei voluto si svolgesse la mia vita. Volevo vedere la fine e allora io lo seguivo con gli occhi.
Il gatto inseguiva il gomitolo, il cane inseguiva il gatto che inseguiva il gomitolo, mia madre inseguiva il cane che inseguiva il gatto che inseguiva il gomitolo. E mamma prese il gomitolo.
E no, disse mamma. E disse pure che non siamo al parco, e che il gomitolo deve stare nel cesto delle lane. E che io no, non sono ordinato. Mai stato ordinato.
E un giorno avevo il soldatino che si carica con la chiave dietro la schiena. E lui camminava un-due’ un-due’, come i miei sogni.
E io lo seguivo un-due’ un-due’ come appresso ai miei sogni. Che chissà dove andavano e cosa mi regalavano. I miei sogni.
Il gatto inseguiva il soldatino, il cane inseguiva il gatto che inseguiva il soldatino, mia madre inseguiva il cane che inseguiva il gatto che inseguiva il soldatino un-due’ un-due’. E mamma prese il soldatino.
E no, disse mamma. E disse pure che non siamo in
cortile, e che il soldatino deve stare nella scatola dei giochi. E che io no, non sono ordinato. Mai stato ordinato.
E un giorno avevo le monete. E le facevo ruzzolare sul pavimento. Poi volevo vedere se era testa o se era croce. Come la mia sorte. Chissà se era testa o croce, la mia sorte.
Le monete ruzzolavano e io allungavo il collo per vedere...testa o croce, la mia sorte?
Il gatto inseguiva le monete, il cane inseguiva il gatto che inseguiva le monete, mia madre inseguiva il cane che inseguiva il gatto che inseguiva le monete. E mamma prese le monete. E no, disse mamma.
E disse pure che non siamo i ragazzacci di
marciapiede che giocano a soldi, e che i soldi devono stare nel salvadanaio. E che io no, non sono ordinato. Mai stato ordinato.
E un giorno c’era silenzio. Il cane rosicchiava un osso. Il gatto mangiava un polmone. E mamma era in cucina.
Ma anche in camera da letto, e pure in bagno e persino in salotto. Insomma ho messo i pezzi dove capitava.
Mai stato ordinato.

giovedì 15 febbraio 2018

#ilmioincubopeggiore - il lettone

Comincia oggi la pubblicazione di una serie di otto racconti legati al tema dell'incubo.
Forma anonima affinché possiate focalizzarvi solo sull'impatto della storia e sul modo in cui è scritta.
Potete commentare qui, oppure sulla nostra pagina FB @CostantiniFalcone.
Buona lettura

P.s. Ma evitate di leggere prima di andare a dormire, hihihihihi

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Nel lettone

“Mamma! Mamma!”
La voce piena di terrore della figlia richiamò Elsa dal sonno proprio nelle ore più profonde della notte.
 “Arrivo, Anna, un attimo, non vedo niente!” disse Elsa ad alta voce, imboccando il corridoio immerso nel buio. A un tratto, le sue mani intercettarono una piccola figura proprio all’imbocco della scala per il piano inferiore, ed Elsa tirò un sospiro di sollievo.
“Eccoti piccola, vieni, andiamo nel lettone. Cos’hai sognato? Mi hai spaventato a morte!”
La piccola non le rispose, ma le si aggrappò addosso con forza sorprendente e si lasciò condurre nella camera dei genitori.
“Sei fredda gelata, accidenti! Vieni sotto le coperte” le disse la donna, accarezzandole la schiena e cercando la sua mano sotto il piumone. Dio santo, era un pezzo di ghiaccio!
“Dormi tranquilla, adesso. Mamma e papà sono qui.”
Riccardo, il marito, borbottò qualcosa nel sonno ma la sua partecipazione emotiva si ridusse a quello.
Col cuore che, lentamente, tornava a un battito normale, Elsa si accoccolò su un fianco, cingendo fra le braccia il corpo della bambina che rimase stranamente rigida, come se la paura ancora la attanagliasse.
“Mamma…”
Elsa alzò di scatto la testa dal cuscino, gli occhi sbarrati nel buio.
La voce… la voce della bambina. Non veniva da lì. La distanza era tutta sbagliata. Veniva da dov’era giunta la prima volta. Dalla camera di Anna. Dal fondo del corridoio. Ed era sfiatata dalla paura, proprio come lo sarebbe stata quella di Elsa se fosse riuscita ad emettere un singolo suono.
“È lì con te, mamma… è lì con te…” squittì la piccola, da lontano.
Poi, mani piccole e gelide afferrarono Elsa per i polsi e strisciarono rapide come ragni su per le sue braccia, posandosi sulla sua bocca, accompagnate da una lieve risata, anch’essa gelida come una notte d’inverno.

sabato 13 gennaio 2018

Importunare le donne non è un diritto costituzionale dei maschi


Mi riaggancio alla polemica circa l'importanza della libertà 
di corteggiamento molesto, fondamentale per i maschi. 
E medito su uscite che, purtroppo, ho sentito e letto da donne. Quali? Sappiate che noi femmine siamo ipocrite perché facciamo tanto le schizzinose se qualcuno non proprio avvenente ci palpeggia, occhieggia, apostrofa e corteggia in modo che consideriamo molesto. Mentre non abbiamo niente da ridire se a farlo è un maschio attraente e/o danaroso. Questa la sintesi del pensiero comune corrente tra (molti, troppi) uomini e (molte, troppe) donne. 
E allora? chiedo.
Il corpo, il ginocchio, la coscia, il culo, le tette son tutti roba mia. Ci siamo? 
Ebbene, solo IO (nel senso di donna coinvolta) ho il diritto di decidere se e quanto e come e da chi desidero e/o accetto di essere toccata, palpata, apostrofata e/o corteggiata. 
Corteggiare (educatamente o in modo rozzo e volgare) NON è un diritto costituzionale concesso ai maschi. 
E sentir dire che una donna è ipocrita se accetta la strizzata d'occhio dal collega giovane e carino mentre si infastidisce se arriva dal capo-reparto per nulla attraente mi fa infuriare. Stessa cosa quando si giudica una donna perché accetta un passaggio dall'uomo ricco e potente e non dallo spiantato. 
E allora? Quando ero ragazzina si diceva una cosa che pare si sia dimenticata: "Io sono mia". Proviamo a ricordarcelo.
Io sono mia e io decido se tu, maschio interessato, bello, brutto, ricco, povero, educato o maleducato puoi o non puoi relazionarti con me.

P.s. Questo non ha nulla a che spartire col discorso denunce per molestie. Perché la molestia è una cosa grave e, ve lo assicuro, una donna sa sempre se viene molestata. Anche se a farlo è un modello bellissimo come quello della foto.

venerdì 5 gennaio 2018

Doccia bollente #7 Nel buio

Era tremendamente tardi e Francesco Corsi aveva le palpebre pesanti nonostante l’adrenalina circolasse ancora a torturargli il cervello. Ore surreali si erano inseguite a cascata, scandite dalle sirene: quella della sua macchina all’impatto, poi la polizia, l’ambulanza e anche in pronto soccorso… e dire che aveva desiderato solo tornare a casa, al caldo, per stiracchiare i muscoli sotto le coperte. Ma non era stata la stanchezza; era ben sveglio quando quella, che giurava fosse una donna, gli era apparsa davanti al cofano per poi schizzargli sul vetro. L’aveva vista protesa verso qualcosa, in direzione del bosco che svettava a bordo strada. Ne ricordava i contorni rigidi del viso, riempiti da grandi occhi scuri, fin troppo, simili a due buchi neri, e gli sembrò che stesse ringhiando. Ricordava la canzone alla radio –  The dark side of the moon – e il cellulare che vibrava a vuoto sul sedile del passeggero, con il nome di Marta che lampeggiava chiedendogli quando si sarebbe sbrigato a tornare. Poi la frenata, un botto terribile e la cintura di sicurezza che, togliendogli il fiato, gli aveva annebbiato i sensi. Istanti? Minuti? Non sapeva dirlo. In preda al panico, era sceso aspettandosi di trovare la donna scaraventata chissà dove, incosciente e sanguinante, non di certo un uomo sporco, peloso e mezzo nudo che rantolava nel suo vomito. Aveva chiamato i soccorsi e, nell’attesa dilatata dall’angoscia, aveva continuato a guardarsi intorno, mentre gli ultimi bagliori di tramonto si perdevano dietro le colline lasciando spazio alla nebbia. Nessuna luce, nemmeno in lontananza, nessuno che passasse, un deserto buio rotto dall’antifurto che continuava a urlare disperato.
E il rumore continuò  a trapanargli la mente per ore, anche mentre veniva interrogato dagli agenti e quando i medici gli assicurarono che l’unica ferita trovata sull’uomo non poteva essere imputata a lui, che quell’uomo non era mai stato investito o, per lo meno, non quel giorno.
Furono rumorosi anche quando, con una pacca sulla spalla, lo rimandarono a casa; sembrava quasi che avessero fretta di toglierselo di torno.
Tentò di insistere – Su quella strada c’è una donna ferita! Potrebbe morire… potrebbe essere già morta! Perché non volete credermi? – ma di rimando ebbe solo sbuffi impazienti di sanitari e poliziotti con un’espressione ebete che aveva del soprannaturale.
- Ma quale donna? Sarà stato un cinghiale. Lo shock fa brutti scherzi, signore, sono solo fantasie, allucinazioni. Si riposi e vedrà che passeranno – dicevano – Lei è un eroe, signor Corsi e il tizio è stato fortunato, se l’è scampata per un pelo! Ora si rilassi! –
Rilassarsi? Erano proprio dei coglioni! Come poteva rilassarsi? Chi avrebbe potuto riuscirci?
Invece, una volta fuori dall’ospedale, sentì la mente spegnersi con un click e la stanchezza invaderlo, come se qualcuno si fosse impadronito della sua coscienza facendola zittire.
La macchina era distrutta ma la distanza che lo separava dal suo appartamento era accettabile; con un inaspettato senso di leggerezza, preferì evitare il taxi e andare a piedi per  respirare a fondo l’aria della notte e tentare di tornare, passo dopo passo, alla realtà. Forse il colpo o la paura l’avevano davvero stordito e gli occhi ingannato. La testa ora era più leggera, vuota, e a metà strada si era quasi convinto che la priorità non fosse chi o cosa avesse investito ma spiegare a Marta che la sua cara Pandina non aveva altro futuro se non la rottamazione.
L’aria, però, era davvero troppo fredda e pareva diventarlo sempre di più a ogni metro, come un alito ghiacciato sulla nuca e poi… la sensazione di essere osservato. 
Si rese conto di averla sempre avuta; più blanda, latente, mascherata dai rumori, ma lì, presente, e il suo sesto senso l’aveva avvertita per tutta la sera. Tentò di allontanare questi nuovi pensieri alzando il bavero del cappotto e allungando il passo ma, di sicuro, non avrebbe dimenticato quel giorno: non un fatto o una persona che avessero seguito un senso logico, forse era quello a dargli i brividi. Da buon ingegnere era abituato a un mondo matematico, ma gli stava impazzendo sotto gli occhi e si sarebbe sentito matto anche lui se, arrivato a casa, avesse seguito il suo primo istinto, ovvero scappare.
L’aria fredda sembrava provenire proprio da lì. Afferrò la maniglia ma le sue mani erano scosse da spasmi di incertezza che gli impedivano di girarla. Quindi respirò a fondo e chiuse gli occhi.
– Francesco, non essere stupido – si disse – Ora ti calmi, ti dai una mossa ed entri. Ti prepari una bella tazza di tè e a Marta ci penserai poi.  Tanto a quest’ora starà dormendo e, se non fai casino, si incazzerà domani a colazione come al solito. È fatta così, la conosci. – e per una volta ne fu contento.
Finalmente aprì la porta.
Compiaciuto dal calore che lo avvolse, prese a ridacchiare di se stesso; si era proprio comportato come un bambino che ha paura dell’orco cattivo. – Stupide fantasie! –
Abbandonò le scarpe sullo zerbino e, senza accendere le luci, si lasciò guidare dalle mani, lungo il muro, fino alla cucina dove trovò la teiera e la mise sul fuoco.
Bastarono pochi minuti. Con la tazza bollente a coccolarlo e un risolino isterico scaricò definitivamente la tensione e si sentì pronto ad andare a dormire.
Nella stanza, deboli raggi di luna filtravano attraverso le tapparelle lasciando intuire appena il profilo di Marta sotto le coperte. Era una donna ancora molto bella, nonostante i segni dell’età che le cesellavano delicatamente il viso; le davano fascino e l’avrebbero potuta rendere amabile se l’età stessa non gli avesse indurito il cuore. Si tolse i vestiti facendoli scivolare a terra e, per evitare di far rumore, non tentò nemmeno di cercare il pigiama; si infilò così com’era nel letto.
Chiuse gli occhi sperando di addormentarsi ma un odore sgradevole aleggiava nella stanza. Ma che diavolo si è messa addosso? Puzza da morire! pensò voltandosi a dare le spalle alla moglie, ma una mano prese a scivolare lungo il suo fianco. Cavolo, l’ho svegliata! Adesso parte con la lagna e non si dorme più.
Immaginò che sarebbe stato meglio giocare in attacco.
– Oggi è stato un vero incubo, una giornata priva di senso, assolutamente snervante. Non ce la faccio più! Lasciami stare! Ne parliamo domani. –
Ma a tuonargli accanto fu una voce rauca che non poteva essere quella di Marta.
– Invece ne parliamo adesso! Hai lasciato che il mio nemico, il lupo, sopravvivesse e questa è la mia vendetta! –
Francesco Corsi si girò di scatto perdendosi nei due occhi, scuri come buchi neri, che lo stavano fissando. Un urlo disperato si spense prima che potesse raggiungere la gola e la sua anima scivolò via, risucchiata in un vortice buio; inghiottita e persa per sempre mentre la furia stridula della banshee riecheggiava nella notte, tra i palazzi, per le strade, e poi giù fino al bosco dove la donna scomparve tra le maglie della nebbia.
Al mattino il signor Corsi fu trovano seduto sul letto, con lo sguardo vuoto, a dondolarsi davanti al corpo della moglie inchiodato alla parete.
– È pazzo! – fu la sentenza quando serrarono la porta della cella per non riaprirla mai più.
 

 










martedì 2 gennaio 2018

Doccia bollente #6 La gita

Bella era bella.
Era minuscola e perfetta. Faceva seconda liceo. Rideva tanto, ascoltava musica celtica, quando ancora non era di moda, andava a teatro e camminava in montagna come un alpino.
In un anno l’aveva vista con la gonna due o tre volte, non di più. Aveva otto di latino e greco e faceva schifo di matematica, ma era intelligente e un sei a fine anno lo raccattava sempre. E aveva delle tette da urlo.
Sapeva di essere bella? Immaginava di essere desiderata da molti?
Non aveva saputo dirlo allora e non lo sapeva neppure adesso. A volte pareva giocare e invece era seria, unica ragazza, il lunedì, a commentare con perizia i risultati calcistici della domenica. Ne aveva sempre due o tre intorno, pareva sincera quando sosteneva che fossero amici.
Per scoparsela aveva convinto il consiglio di istituto dell’opportunità di portare una quinta ginnasio in gita sulla costiera amalfitana, insieme alle classi del liceo.
Cinque giorni. Gliene erano bastati due.
Venticinque anni, supplenza annuale: italiano, latino, greco, storia e geografica, praticamente il signore assoluto della quinta ginnasio.
Liceo della buona borghesia cittadina, luogo di tradizioni, di ordine costituito, di muffa e un po’ di noia. Si sfilava la giacca al suono della campanella, rimaneva in jeans, t-shirt e gilet di stoffa, l’aria un tantino dandy e scendeva a giocare a pallone in cortile invece di rintanarsi in sala professori.
Faceva dei culi a cappello da prete, infieriva con cinque versioni di castigo per il giorno successivo, ma era un mito: per le ragazzine perché era bello, per i loro compagni perché era un figo.
Era sopportato dal corpo docente e dal preside perché era bravo, preparato ed entusiasta, ma guardato con sospetto.
Portava gli studenti ai cinema d’essai, rendeva rock la tragedia greca, di Catullo leggeva i componimenti audaci, mimava l’assalto al villaggio di Platoon ed era più vicino ai ragazzi della maturità che ai suoi colleghi.
Si trovava in quella terra di mezzo quando si era accorto di lei.
Di tutti gli occhi adoranti che lusingavano la sua prepotente vanità, era stato catturato da quegli sguardi sfuggenti che non volevano dargliela vinta, ma che scappavano al controllo e lo seguivano per i corridoi.
Un quadrimestre a girarsi intorno. A sfiorarsi, per caso, con le gambe nel buio della sala cinematografica. Giulia, la sua fidanzata, seduta a fianco che gli cercava la mano.
Mesi a ridere di una barzelletta, a discutere sull’interpretazione di un frammento di Saffo, a far finta di non sentire i commenti sulla prof di filosofia. Giorni a raccontare a se stesso e a Giulia che era solo l’entusiasmo del giovane insegnante che consegnava troppo spesso le loro serate, i loro dopo teatro, a un gruppo di studenti.
E lui baciava Giulia e la baciava forte, davanti ai ragazzi, fra un sorso di birra e un morso al panino e cercava quegli occhi che lo sfidavano senza mai concedersi e non li trovava. In quei momenti non li trovava mai. C’erano tutti, gli sguardi: quelli ammirati dei ragazzetti brufolosi della sua classe, quelli compiaciuti dei più grandi e quelli invidiosi delle ragazze. Non c’erano i suoi.
Probabilmente sarebbe rimasta una fantasia destinata a svanire con il rintocco della campanella sull’ultimo giorno di scuola se la gita a Sorrento non avesse corso il rischio di saltare.
«Pietro, ci devi salvare. Quella stronza della Fusier…»
La Fusier, collega di matematica, era una zitella acida ed effettivamente era stronza, ma si era sentito in dovere di intervenire.
«Vediamo di non esagerare, eh!»
L’espressione seria comparsa sul suo volto aveva, in parte, quietato l’animo degli insorti.
«Si è tirata indietro, non ci accompagna in gita. La Siri e De Marchi da soli non bastano. Se non troviamo un altro prof disponibile il preside dice che non possiamo partire»
«E dovrei accompagnarvi io?» il sopracciglio sollevato dubbioso non era molto rassicurante.
«Dai cazzo, abbiamo sempre fatto gite da sfigati. Questa è l’ultima prima della maturità, abbiamo organizzato tutto noi, è tutto pronto e approvato. Non ci tradire anche tu»
«Ci devo pensare e comunque è una gita del liceo, io insegno al ginnasio»
«Porta anche i tuoi piccoletti» era stata la soluzione che gli avevano suggerito in coro.
«E che ci vuole, porto anche i piccoletti» si era ripetuto infilandosi in sala professori per prendere i testi di greco.
Lo sapeva. Lo sapeva benissimo e non aveva fatto niente per impedirlo.
La vecchia Siri se ne era accorta. Lo ricordava ancora: sala tv dell’albergo, undici passate, stava guardando la finale del Roland Garros e Siri era entrata irrompendo:
«Cosa ci fate ancora in giro? Tutti in camera, veloci»
«Sono con me»
«In camera anche tu!»

A Minori, i primi di maggio, non è che ci fosse tutta questa folla.
La discoteca, uno stanzone con qualche luce stroboscopica e una saletta con un grande biliardo, la occupavano tutta loro, se si escludeva qualche curioso infiltrato autoctono. Si era fatto convincere e li aveva accompagnati. Siri e De Marchi già dormivano in albergo.
Ai maggiorenni aveva concesso una birra, sui minorenni vigilava che non consumassero alcool, la musica non gli piaceva e si era bevuto un rhum scadente.
Faceva caldo, stava per dare il rompete le righe e tutti a dormire, quando era stato coinvolto in una partita a carambola. Forse era stato un caso o forse no, c’era anche lei.
Come in un film di quart’ordine aveva passato la successiva mezz’ora a mostrarle i rudimenti.
Non facevano neanche più finta che le strusciate, gli sfioramenti, le mani sulle mani per indirizzare la stecca fossero casuali. Aveva un buon profumo e l’avrebbe stesa lì, su quel panno verde, invece si era limitato a metterla seduta, sul bordo del tavolo, dopo averla sollevata per festeggiare un buon colpo e la fine della partita. Poi erano suonati i lenti e si era dimenticato, definitivamente, di essere il professore si era lasciato prendere per mano e condurre in mezzo alla pista.
Non era stato il pensiero di Giulia, ma la precisa sensazione che tutti li stessero fissando che, in un barlume di lucidità, gli aveva impedito di baciarla.
Non gli aveva impedito, però, più tardi, di portarsela in camera.
Era stata sottile, dopo il lento lo aveva lasciato ed era tornata a chiacchierare, ovviamente di lui, con le amiche. Una volta in albergo, però, era rimasta indietro, ultima a salire le scale.
«Coraggio prof, non sei il primo…»
«Se mi chiami ancora prof mi si ammoscia, ritorno in me, e ti spedisco in camera tua»
«Pietro, Pietro» si era affrettata a dire e poi non avevano più parlato un granché.

Il giorno dopo gli dava di nuovo del Lei, lo chiamava prof, ma lo guardava dritto negli occhi.
«Ha visto prof la traduzione del Monti, un manoscritto della prima stesura dell’Iliade»
In contemporanea avevano allungato il capo sulla teca del Museo Nazionale di Napoli e al riparo dagli sguardi altrui si erano sfiorati il dorso della mano, intrecciando le dita per un attimo.
«Cantami, o Diva, del
pelide Achille l'ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei» aveva declamato lei e a lui era sfuggito un sincero: speriamo bene.
Erano stati attenti, una volta rientrati a casa, ma l’atteggiamento di quella notte in discoteca li aveva traditi, tempo qualche settimana qualcuno aveva parlato, così l’ira funesta del preside si era abbattuta, affilata, su di lui. Era forse impazzito? Quello era un liceo rispettabile, i genitori gli affidavano i figli per istruirli, non per sedurli. Era una studentessa e lui un professore. Lo avrebbe volentieri denunciato, ma Irene aveva compiuto diciotto anni da tre mesi e quindi era salvo. Dalla legge, non dal ludibrio e dall’ostracismo.
Aveva provato a difendersi. Non era una sua studentessa e lui non era il suo professore, li separavano solo sette anni, se si fossero incontrati altrove nessuno ci avrebbe visto niente di male. Non l’aveva sedotta, si erano innamorati.
Non c’era stato nulla da fare. Irene non era più tornata a scuola, il padre, un noto avvocato, lo aveva formalmente diffidato dal cercarla e l’aveva spedita all’estero per l’estate. Lui, in qualche modo, aveva concluso l’anno scolastico, aveva perso Giulia, aveva perso Irene e aveva perso il lavoro. Il preside gliel’aveva promesso e in effetti non erano spuntate altre supplenze decenti per l’anno successivo.
L’avevano salvato le sue amate lettere antiche.
Alla Loescher
non interessava un piccolo scandalo cittadino e, grazie alla segnalazione del suo professore dell’università, gli aveva commissionato l’edizione critica del De rerum naturae di Lucrezio.

Quattro anni dopo aveva una cattedra – a contratto - di letteratura latina alla
University of Kent di Canterbury, aveva rimesso in piedi la sua vita e si apprestava al tour de force della sessione estiva.
«Prego si accomodi» stava finendo di compilare il registro, non aveva alzato lo sguardo sullo studente davanti a lui e in automatico aveva detto:
«quarta egloga, sesto verso, inizi a tradurre da lì»
«Cantami o Diva …» Che diamine stava dicendo, ‘sta qua?
«Ho detto quarta egloga, sesto verso. Bucoliche, Virgilio» aveva ripetuto leggermente alterato e aveva sollevato lo sguardo dal registro.
Irene.
«Buongiorno prof» e lui aveva fatto fatica a deglutire.
«Traduca quello che le ho chiesto» aveva ribattuto cercando di mantenere la voce ferma e poi sottovoce, in italiano: cosa diavolo ci fai qui? 
«Ho seguito il consiglio di mio padre, termino gli studi in Inghilterra» gli aveva risposto seria, mentre iniziava a tradurre. L’aveva interrogata per una ventina di minuti e il voto non gliel’aveva certo regalato.
«Ti aspetto al pub qua fuori» gli aveva detto prendendo il libretto dalle sue mani.
«Ne avrò per un po’»
Aveva scosso le spalle e gli aveva sorriso: «Lo so, ho tempo»

mercoledì 13 dicembre 2017

Doccia bollente #5 La grande guerra di Giovanni


Giovanni era un bel giovanotto di 23 anni in quella primavera del 1915. I venti di guerra avevano iniziato a spazzare l’Europa già da qualche tempo, ma per lui, troppo occupato con il lavoro e le ragazze, la cosa non aveva grande importanza. Con l’arrivo della bella stagione, quando staccava dal cantiere alle quattro del pomeriggio, andava a farsi un bagno agli scogli davanti al Miramare di Formia. Per questo era sempre abbronzato, il corpo asciutto, i muscoli tirati dalle ore passate con “cucchiara e callarella” (in italiano sarebbero la cazzuola ed il relativo secchio per l’impasto della calce). E le ragazze impazzivano per lui, fino a procurargli il nomignolo di “Giovannino femminella”, del quale si vantava con il maschio orgoglio imperante a quei tempi.
Nell’estate di quell’anno, dopo pochi mesi dall’entrata in guerra dell’Italia, si trovò vestito da Servitore della Patria e spedito in treno al Nord, sulle montagne dell’Adamello. Giovanni non poteva fare a meno di pensare alla sua Formia, alla famiglia che aveva lasciato, a Emilia. Così, quando non era impegnato al fronte, faceva delle lunghe passeggiate in montagna, ricordandosi di quando saliva fino alla Cima del Redentore, ad ammirare il panorama del Golfo di Gaeta, giù fino a Ischia e Capri.
I mesi passavano e con essi la noia della guerra, gli assalti, il freddo, le notti bianche in trincea con le cannonate come unico insopportabile refrain. La lontananza da casa era pesante, così una sera decise di offrirsi volontario, in cambio di una settimana di licenza, viaggio compreso. Partirono con lui un centinaio di ragazzi, tra ufficiali e truppa, per sminare un terreno ad un centinaio di metri dalla loro trincea. Fucile in spalla e ventre a terra nel fango gelato. La giubba si inzuppò subito, rendendo i movimenti pesanti e difficili, come quando si nuota vestiti. Il respiro era corto, per la paura e il freddo. Avrebbero dovuto cercare le mine “a vista”, nel buio quasi totale, approfittando solo dei lampi delle cannonate che davano un pur minimo riferimento.
Un’esplosione, un lampo di luce, una colonna di terra che si alza a breve distanza da lui. E poi una fitta improvvisa al fianco destro e, in bocca, il sapore ferroso del sangue. Iniziò a tossire, a cercare di riempire i polmoni d’aria, ma non era possibile, non ci riusciva. Non se ne era accorto, ma in quel momento aveva gridato così forte, che, dalla trincea, erano subito partiti gli infermieri con le barelle, sfidando i colpi di mitragliatrice e le mine. Lo caricarono alla meno peggio e lo portarono al riparo, mentre Giovanni continuava a tossire sangue e a bestemmiare. Lo caricarono su un camion insieme ad altri dieci ragazzi, tutti feriti come lui. Furono gli unici a  tornare da quella missione.
L’ospedale non era altro che una grossa tenda, riscaldata a malapena, con accanto un’altra tenda: la sala operatoria. L’andirivieni di barelle era quasi frenetico e l’aria era fetida di disinfettante, sangue e morte in generale. Lo scaricarono letteralmente su una branda e di lì a poco venne operato. Un scheggia aveva perforato un polmone, gli tolsero una costola ed il pezzo di polmone inservibile.
Si risvegliò nel delirio della febbre e dell’anestesia. Con la nausea e la testa che gli girava per il sangue che aveva lasciato sul fronte e sul tavolo operatorio. Fu allora che si accorse che una caritatevole suorina passava tra i malati, racimolando quel che poteva tra le loro povere cose. A chi prendeva un orologio, a chi qualche spicciolo, a chi la fede nuziale. Giovanni, che era felicemente ateo e bestemmiatore convinto, iniziò a tenere d’occhio la santa donna. Quando si avvicinò al suo letto, Giovanni fece finta di dormire. La sentì esclamare con voce misericordiosa:
<<Questo non passa la notte.>>
Nel dire così si avvicinò alla mensola dove erano stati messi i suoi effetti personali ed allungò la manina verso l’orologio. A quel punto Giovanni prese lo scarpone dall’altro lato del letto e la colpì con tutta la forza che gli era rimasta, stampandole la suola di legno chiodato in pieno viso. La suora cominciò a sanguinare copiosamente e lui continuò a colpirla senza pietà, fino a farla svenire con il naso rotto e qualche dente in meno.

Giovanni è seduto su una sedia, dietro una finestra. E guarda il mare. Il Suo Mare. Si protegge gli occhi con gli occhiali scuri e racconta questa storia ai suoi nipoti.
<<Non vi fidate mai delle suore, so’ malamente.>>

sabato 9 dicembre 2017

Doccia bollente #4 Una storia vera

                                     UNA STORIA VERA
  "Luisa sei pronta? Dobbiamo andare altrimenti faremo tardi. Non mi piace farci aspettare."
Luisa è pronta. Ha 29 anni, bella, elegante, affascinante, da quella diva che era e che è ancora.
Raggiunge Osvaldo con un sorriso sulle labbra, gli da un bacio.
Dio quanto lo ama! Dopo tanti anni ancora come il primo giorno.
Ma non è serena.
Osvaldo la porta sempre più spesso in quella villa dal nome che è tutto un programma, Villa Triste.
Non ama quel posto e nemmeno il suo proprietario, Pietro. È una persona poco raccomandabile, dall'indole malvagia e anche un noto cocainomane. Luisa teme che anche Osvaldo ormai sia preda di quella " robaccia" e ne stia diventando completamente dipendente. Inoltre sa che in quella casa accadono cose che, anche se lei non le ha mai viste, non riesce a condividere. Anzi le fanno orrore.

Anni addietro ha aderito all' "Idea", perché pensava che fosse la soluzione per i problemi del Paese e che potesse avvantaggiare lei e Osvaldo nella carriera. Ma sono successe tante cose orribili da allora che non sa più cosa pensare.
Erano così felici a Roma. Cinecittà era la loro seconda casa. Erano amati e ammirati da tutti (lei un po' di più), avevano per amici Nazzari, Cervi, Blasetti. Poi quella fatidica data: 8 settembre.
Non sapeva se fosse stato un bene o un male, ma per loro due era finita la serenità.
Osvaldo aveva conosciuto un certo principe Valerio, si era lasciato affascinare dal suo progetto e lo aveva seguito nella sua impresa.
Insieme si erano trasferiti prima a Venezia, dove avevano anche lavorato un po' nella nuova città del cinema, poi definitivamente a Milano.
Luisa non avrebbe voluto lasciare Roma, ma cosa poteva fare una brava donna italiana se non seguire il proprio uomo?
Il Paese è ormai da tempo diviso in due e la situazione politica sta rapidamente precipitando.
È passata da poco la Pasqua, ma l'aria che si respira non è quella della festa. Milano è in fermento e le notizie che arrivano a Osvaldo non sono buone per loro due. Osvaldo ha deciso: basta con quegli amici diventati ormai troppo pericolosi.

"Comandante, quei due personaggi si sono consegnati spontaneamente nelle nostre mani. Lo so che sono accusati di cose orribili, ma lei è bellissima. L'ho vista così tante volte al cinema che mi sembra di conoscerla. E comunque non abbiamo prove della loro colpevolezza".

"Non possiamo essere sentimentali in queste circostanze. Sono momenti concitati, non abbiamo tempo di fare un regolare processo. Dobbiamo dare degli esempi forti a quelli che hanno ridotto il Paese in queste condizioni. Sapete quali sono gli ordini. Fate quello che dovete fare!"

È la sera del 25 Aprile, l'aria è fresca, ma si sente già la primavera.
Osvaldo e Luisa vengono fatti scendere da un camion. Luisa adesso colpisce.

"No” urla gettandosi in terra. “Non voglio morire. Non potete uccidere il nostro bambino.”
Due braccia la sollevano e la spingono contro il muro. Osvaldo è lì accanto a lei.
“Ti amo.” Grida mentre lo vede sussultare sotto i colpi delle pallottole. Poi un dolore caldo le si allarga nel petto. Ed è il buio.