venerdì 17 gennaio 2020

Un podio tutto di donne per la decima edizione del Liberi di Scrivere Award


Il nostro BLU COBALTO è stato votato dai lettori di LIBERI DI SCRIVERE 
quale miglior romanzo edito nel 2019.




Inutile dire che Viki Samaras e Kurt Petri sono
molto felici.

Ma non si deve ignorare il resto del podio: medaglia d'argento per 


e medaglia di bronzo per



gran bel romanzo di cui ho parlato QUI

Ed è per me importante che questo podio sia tutto al femminile con tre romanzi diversissimi per tono e per genere. A dimostrazione che le autrici esistono, scrivono e si fanno leggere.

giovedì 16 gennaio 2020

Pandemonium - Il vaso d'insetti (di Rebecca Panei - Bibliotheka Edizioni) #mèpiaciuto


Questo è uno di quei libri dai quali sarebbe bene stare alla larga. Perché sembra innocuo, anche se vagamente inquietante con quei due bambini in copertina, e invece è una trappola senza scampo. Ho letto, ho contratto il virus, adesso mi tocca seguire tutta la saga. Perché i personaggi sono giusti e hanno spessore, perché il tema dei gemelli è intrigante, perché c'è magia e tanta tanta cultura sulle mitologie del passato, perché l'intreccio è ben costruito. Insomma, avete capito. Quindi se non volete andare in fissa tipo serie tv da finire a tutti i costi non, ripeto NON leggete questo libro. Io vi ho avvertiti.













E adesso l'intervista all'autrice, Rebecca Panei

Nel romanzo è evidente la derivazione dalla mitologia e dalle leggende legate all'Europa dell'est, da dove viene questa scelta?



Premetto di aver sempre provato, sin da bambina, un fortissimo interesse per la mitologia, le leggende e il folklore provenienti da ogni parte del mondo.
Le Baba Jaga, con le loro case mobili issate su enormi zampe di gallina, credo siano sufficientemente suggestive e tanto deliziosamente spaventose da intrigare qualsiasi mente infantile. Averle adoperate è dunque una sorta di omaggio alla me stessa delle elementari che, durante le escursioni nei boschi abruzzesi, si guardava in giro nella speranza di veder apparire qualcosa al di fuori dell’ordinario.
A me e a una mia compagna di giochi dell’epoca, una bambina russa di nome Irina. Ricordo quanto mi divertiva tantissimo sentirla urlare "Baba! Baba!" (perlappunto "strega” nella sua lingua) alla tata che disperava di farla scendere dall’altalena.


Molto interessante la popolazione delle efiji, a cosa ti sei ispirata?

Il popolo degli Efiji è in parte ispirato alle Amazzoni: una società radicalmente matriarcale, appena più fantastica e meno truculenta con la differenza che, se le Amazzoni abbandonavano i figli maschi e istruivano le figlie ad ammazzare i padri in un rito d’iniziazione, gli Efiji maschi nascono con un aspetto animale. Dunque è deciso dalla Natura stessa che siano le donne a gestire il potere, le quali invece hanno la capacità di passare dalla pelle animale a quella umana; in base a ciò sono le uniche fisicamente e intellettualmente in grado di gestire i rapporti con i regni confinanti.
E che gli Efiji siano tutti felini – dai leoni della famiglia Reale, alle pantere e le tigri della nobiltà, fino ad arrivare ai ghepardi e i leopardi del popolo... beh, quello è solo un mio capriccio da inguaribile amante dei gatti. Animale ovviamente sacro in questo regno.


Spaziare da temi contemporanei al fantasy viene considerato rischioso dalle CE che preferiscono autori "fedeli" a un unico cliché. Che ne pensi?

Indubbiamente vero.
Sino ad ora ho pubblicato con soli due Editori: con il più recente, il cui libro in verità non uscirà prima di fine mese, ho esplorato il genere Thriller; essendo la nostra prima pubblicazione, il problema ancora non si è posto. Scoprirò in futuro, nel caso in cui sarà loro interesse proseguire la collaborazione, se e con quale grado d’insistente mi suggeriranno di non cambiare tema.
Il primo Editore invece, quello della saga di Pandemonium, si è rivelato molto tollerante al riguardo. Con lui, oltre a questa serie Fantasy, ho pubblicato anche un libo sul bullismo e l’omofobia adolescenziale. Dunque due generi che, come si suol dire, cozzano tra loro quanto i cavoli a merenda.
Questa è la mia esperienza oggettiva da autrice.
Parlando invece in modo soggettivo da lettrice? Da parte di uno scrittore apprezzo una certa coerenza narrativa, poiché se ho amato determinati temi mi soddisfa ritrovarli anche nel lavoro successivo, ma egualmente approvo quello spaziare tra i generi che amplia gli orizzonti della lettura.
Non me la sento dunque di criticare un Editore se è orientato verso la coerenza, tuttavia reputo sbagliato porrei dei paletti troppo bruschi e categorici che rischiano di soffocare l’ispirazione dell’autore.


Una delle illustrazioni che DanyandDany hanno dedicato alla
saga di Pandemonium
Puoi raccontarmi la genesi di Pandemonium? Nasce come progetto strutturato oppure è cresciuto man mano che ti addentravi in quel mondo?

Propenderei per un’equilibrata via di mezzo.
Come tutte le Saghe ha man mano costruita se stessa, con progressive aggiunte e perfino cambi di rotta decisi in seguito al dipanarsi della storia. Tuttavia i tasselli principali sono stati decisi dal principio. Ho avuto in mente la conclusione sin dai tempi in cui dovevo ancora scrivere il primo rigo.
Pandemonium per me è nato come un complesso e azzardato esperimento – una persona che non aveva mai letto di Fantasy sino a un mese prima che d’improvviso decide di gettarsi a capofitto nel genere? In teoria una follia annunciata. Eppure ho iniziato con entusiasmo, proseguito con dedizione e, al momento attuale, sto lavorando sul quarto e ultimo volume con la felice consapevolezza di essere riuscita in buona parte a soddisfare le aspettative date a me stessa.


Secondo te qual è la marcia in più del fantasy? O, al contrario, qual è il limite per cui viene considerato in genere di serie b, buono solo per i nerd?

Per rispondere a questa domanda debbo svelare un altarino: fino ai miei ventisei anni non avevo mai letto nulla di Fantasy. Il genere non mi piaceva. Certo, da bambina avevo amato alcuni classici impossibili da non leggere come “La storia infinta” o “Harry Potter”, ma ai miei occhi erano delle eccezioni. Piuttosto leggevo horror, legal thriller, storie socialmente buie legate all’infanzia – come i libri di Torey Hayden, per fare l’esempio emblematico - romanzi storici e gialli classici.
Il Fantasy non faceva per me. Avevo un’antipatia quasi atavica per gli elfi bellissimi e biondissimi che ancora oggi non mi è passata del tutto.
Ero, in poche parole, una di quelle detrattrici pretenziose che lo reputano un genere di serie b.
Scoprii il suo enorme potenziale, elfi bellissimi e biondissimi a parte, durante un inverno particolare della mia vita. Fu un anno in cui stetti molto male, fisicamente ed emotivamente. Per caso, sfogliando la pagina principale di Ebay, incappai in un’offerta che metteva all’asta le prime due trilogie e la duologia prequel di “Dragonlance”; vecchie edizioni della prima Armenia Editrice. Le comprai pressoché d’impulso. Ancora oggi non saprei spiegare davvero perché lo feci.
Da lì fu sulla falsariga del Veni, Vidi e Vici: Il pacco arrivò, lessi i libri e mi ritrovai innamorata.
Non stavo meno male, tutti i problemi della vita reale erano ben presenti e ancorati come cozze allo scoglio, eppure... immergermi gradualmente in quell’universo fantasy descritto alla perfezione riuscì a rendere la loro presa meno tenace.
È questa la marcia inimitabile del genere: se ben gestito, e attenzione, ciò è fondamentale, la creazione di un vero e proprio altro mondo può divenire una boccata d’ossigeno per chi è estenuato da quello reale. Per giungere a questo un autore deve compiere un lavoro che spesso è trascurato; ideare una diversa realtà significa decidere tutto: la società, la religione, la politica, l’economia, la conformazione geografica, la suddivisione del territorio e così via. Chi parla di “serie b” dovrebbe pensare anche solo a quante mappe topografiche vengano studiate per abbozzare il corso di un fiume in un mondo inventato.


Quali sono i tuoi autori di riferimento?

Se parliamo di autori prettamente Fantasy, direi che i miei autori di riferimento rimangono Tracy Hickman e Margaret Weis (autrici di “DragonLance”)
Partendo da loro ho scoperto e amato Philip Pullman (“Queste oscure materie”) sino ad approdare all’ormai tasto dolente rappresentato da “Le cronache del ghiaccio e del fuoco” di Martin. Per alcuni anni sono stata un’appassionata fervente dell’opera. Ancora vi sono affezionata, sebbene molto raffreddata dalla conclusione incommentabile della serie televisiva e l’attesa oramai ingiustificabile del sesto libro.
Poi, ovviamente, non posso non citare il mio amore infantile per “Harry Potter” della Rowling.

Se invece era una domanda più generica, sono pochi gli autori che per me rappresentano dei pilastri in quanto capacità di scrittura, profondità d’argomenti e abilità narrativa.
Dino Buzzati, Gabriel García Márquez (“Cent’anni di solitudine” è forse IL capolavoro) Oriana Fallaci, Oscar Wilde, Friedrich Nietzsche (“Così parlò Zarathustra” è altresì una mia ossessione che non mi stanco mai di recitare a memoria) Curzio Malaparte e Victor Hugo.
Infine, autori meno pregnanti e tuttavia Mostri Sacri della scrittura, sono per me Umberto Eco, Anne Rice, Stephen King e Colleen McCullough.


Consiglia un libro di un contemporaneo, meglio se non famoso.

Uno solo? Dovendo scegliere, direi “Incanto di cenere” di  Laura MacLem.
Purtroppo la casa editrice ha chiuso i battenti alcuni anni fa, ma il libro è ancora tranquillamente reperibile. Scritta benissimo, è una rivisitazione della favola di Cenerentola in chiave molto originale e atmosfere gotiche più legate alla cupa favola originale che alla versione edulcorata della Disney.

P.s. Fatalità Laura MacLem sarà protagonista di uno dei prossimi #mèpiaciuto

giovedì 9 gennaio 2020

Gliallo sporco - un assaggio


Siete pronti a ritrovare Ashley, Valerio e Ian?

Avevano una pista. Questo stava pensando Ashley. Era stata una giornata pesante, ma quel comunicato sul corso di scrittura creativa conservato da Jessica poteva costituire la chiave giusta per affrontare quel caso. Era talmente concentrata che non si accorse subito dei due uomini a fianco al portone del condominio di Cathedral Avenue. Era a pochi passi quando si rese conto. L’istinto del poliziotto la mise in allarme e liberò l’accesso alla fondina. Ma un istante dopo all’allarme subentrò lo stupore, subito sostituito dal sollievo, immediatamente scalzato dalla rabbia.
Valerio e Ian.
“Avete fatto un viaggio a vuoto”, li apostrofò voltando loro le spalle. Come se escluderli dalla vista significasse farli svanire. Perché questo voleva. Che andassero via. Che non la costringessero ad affrontare un passato ancora troppo doloroso e presente.
“Fermati!”, la voce di Valerio arrivò insieme alla stretta della sua mano sul braccio.
“Chiariamo subito un punto”, il tono ostile di Ashley attraversò il velo della nebbia che cominciava ad addensarsi. “Non vi ho chiamati io. Non ho alcuna intenzione di avervi tra i piedi e non intendo nemmeno farvi salire per un caffè. Ribadisco: avete fatto un viaggio a vuoto.”
Ian la fronteggiò.
“Hai la testa dura, e lo sappiamo. Ma l’abbiamo anche noi. Fa troppo freddo per star qui a discutere, quindi credo che quel caffè ce lo offrirai, magari con un paio di biscotti, abbiamo saltato la cena.”
Fino a quel momento Ashley aveva fissato la sua cravatta. Alzò il viso a incontrarne lo sguardo carico d’affetto. Non riuscì a non ricambiarlo. Sospirò.
“Scongelo due pizze, dite quello che avete da dire e sparite.”
Era un inizio, pensarono mentre la seguivano fino all’ascensore.
Nel saluto del portiere fu evidente un interrogativo che Val si affrettò a colmare piazzandogli il distintivo sotto il naso.
“Sono amici, Bernard, abbiamo un caso per le mani.”
“Non dovrebbe portarsi il lavoro a casa, agente Marler. Ha l’aria stanca.”
“Tranquillo, andranno via tra poco.”
Mentre le porte dell’ascensore si chiudevano, Valerio continuò a sostenere lo sguardo inquisitore del portiere.
“È così con tutti, oppure ha un debole per te?”, si informò.
Ian scosse la testa disapprovando la domanda.
“Fa soltanto il suo lavoro.”
“Se facesse il suo lavoro, non troveresti inquietanti messaggi infilati sotto la porta di casa”,  attaccò  Valerio.
Ancora una volta Ian gli lanciò un’occhiata che cadde nel nulla. Il silenzio li accompagnò al quarto piano e lungo il corridoio dalla passatoia color salvia. Ashley estrasse le chiavi e aprì la porta. La luce era accesa nell’appartamento e mise in allarme Valerio che agì d’istinto spingendola di lato.
“Dammi la pistola”, le bisbigliò, maledicendo la legge che gli impediva di portare armi fuori dalla propria giurisdizione.

venerdì 27 dicembre 2019

Il cammino del Sapiente (di Federica Soprani - Triskell) #mèpiaciuto


Ritengo che ogni libro sia un viaggio e se non ho dato 5 stelle a questo romanzo è perché il viaggio è solo all'inizio.
Ritengo che al centro stesso dell'immaginario collettivo ci sia la forza di chi riesce a creare mondi e a raccontarli.
L'autrice ci riesce, ci prende per mano e con una scrittura ricca e fluente ci fa da guida, portandoci a scoprire Briden. Un ragazzo solo, indifeso, studioso, dimesso, oppresso dal costante confronto con un gemello ingombrante. L'autrice porta questo giovane uomo a confrontarsi con due personaggi potenti, prepotenti, forti, volitivi. Lo immaginiamo, quindi, schiacciato, manipolato, sottomesso il nostro Briden. E invece... invece il cammino conduce il Sapiente a scoprire ben più di una città rutilante e una corte sfarzosa, più della realtà dei propri desideri e sentimenti. Briden non indossa altri gioielli che se stesso, e sfavilla e abbaglia un re che molti temono, a ragione, e un mistero vivente come Maddox il Bastardo, fratellastro e amante del re. Non fate l'errore di considerarlo solo un fantasy, tanto meno un semplice m/m. Ci sono uomini che si amano, sì. Ci sono momenti di coinvolgimento totale dei sensi. Ma la storia si nutre di questo senza essere solo questo. Poiché è il primo volume di una trilogia, non possiamo immaginare dove il viaggio ci condurrà. E quanto ci sarà da soffrire. Le ombre incombono su Briden, su re Uther, su Maddox. Aspettiamo con ansia il secondo volume e intanto godiamo del piacere più antico del mondo: quello di una storia ben narrata.



Prima domanda: bisogna dirlo chiaro, spesso nei fantasy le descrizioni sono un fardello feroce sulle spalle del povero lettore. Poi arrivi tu e ci mostri quadri, squarci, vere e proprie fotografie. Di più, ci fai sentire i profumi, i sussurri, gli aromi. Svela il tuo segreto: tu a Llyle ci vivi, non è così?

Potrei rispondere "Magari". Di certo mi piace aggirarmi tra le sue strade e le sue piazze, riempirmi gli occhi della sua bellezza, le orecchie del suo frastuono, il naso dei suoi profumi. Ho sempre avuto questa sindrome del dover entrare a tutti i costi in luoghi che esistevano solo nella mia mente, e, da quando ho iniziato a scriverne, mi ha preso l'urgenza di renderli visibili (e visitabili) anche per chi mi legge. Forse ha a che fare con il fatto che da quando avevo quindici anni ho iniziato a essere un Master nei giochi di ruolo, Dungeons and Dragons in primis. Per me è sempre stato un imperativo categorico portare i miei giocatori dentro i mondi che creavo per loro, immergerli il più possibile nell'atmosfera dell'ambientazione all'interno della quale si muovevano. Non a caso, la maggior parte dei miei racconti fantasy sono ambientati nello stesso continente, Kessarine.
Daederian invece l'ho creato appositamente per Il cammino del Sapiente, ma la situazione mi sta già sfuggendo di mano, perché sono già nati un paio di racconti, completamente slegati dal romanzo, ambientati nei suoi territori.
Giochi di ruolo a parte, posso dire a mia discolpa che sono cresciuta leggendo alcune autrici fantasy che hanno saputo fare dell'ambientazione e della descrizione degli scenari un loro marchio di fabbrica inarrivabile, Tanith Lee per prima. E a Tanith devo anche molti altri aspetti della mia scrittura. Ma niente spoiler...

Seconda domanda: quali sono i tuoi numi tutelari, narrativamente parlando?

La già citata Tanith Lee. Lessi il suo Rossa come il sangue, declinazione vampirica personalissima della favola di Biancaneve, quando avevo quindici canni (cavolo, quando avevo quindici anni sono successe un casino di cose!!), e dopo quel racconto ho iniziato a cercare forsennatamente libri suoi. Il Ciclo delle Terre Piatte lo considero forse la sua opera migliore, anche se ha scritto talmente tanto, spaziando tra fantasy, horror e fantascienza, che sarebbe difficile esprimere un parere obiettivo. Cyron, il suo cavaliere dai capelli color dell'alba, protagonista dell'omonima raccolta di racconti, è stato il padre (e anche la madre) di moltissimi miei personaggi, in particolare di Chrysale, sui cui ho scritto una serie di racconti che spero prima o poi di pubblicare.
Poi sicuramente Angela Carter, altra autrice prolificissima, creatrice di ambientazioni e atmosfere inarrivabili e di personaggi indimenticabili. La conobbi per caso, dopo aver visto il film di Neil Jordan In compagnia dei lupi. O forse fu la mia amica Sonia a regalarmi un suo libro quando compiei... quindici anni? possibile... Il libro era La camera di sangue, ancora una raccolta di favole rivedute e corrette, tra cui quel In compagnia dei lupi da cui Jordan ha tratto il suo splendido film, ma soprattutto perle come La signora della casa dell'amore, o Il re degli gnomi. Una scrittura ricca, sontuosa, sensuale. Ancora oggi rileggendo qualsiasi cosa scritta da lei mi sento gradevolmente intossicata.
Terza musa è un'altra donna, Paola Capriolo. Sempre Sonia, alla quale devo molto della mia educazione adolescenziale, mi regalò La grande Eulalia, raccolta di racconti pubblicata dalla Capriolo quando aveva appena 24 anni, che vinse nel 1988 il Premio Berto per l'Opera Prima. Racconti fiabeschi, magici, permeati di quella materia sottile e ineffabile che separa il mondo reale da quello dei sogni, e che a volte diviene così rarefatta da consentire il passaggio di suggestione e presenze da un mondo all'altro. Oltre alla Grande Eulalia, ho amato della Capriolo in particolare il Nocchiero, Una di loro, Con i miei mille occhi, Qualcosa nella notte. Storia di Gilgamesh, signore di Uruk, e dell'uomo selvatico cresciuto tra le gazzelle, ma soprattutto Vissi d'amore, personalissima rivisitazione della storia di Tosca, vista dagli occhi del Barone Scarpia.

Terza domanda: si può avere l'indirizzo di Maddox?

Volentieri! Al momento non posso rivelarlo, perché rischierei di spoilerare cosa sta succedendo nel secondo libro. Ma ci possiamo mettere d'accordo in separata sede...

Quarta domanda (tornando serie): se dovessi scegliere un tuo romanzo nel quale trasferirti con armi e bagagli, quale sceglieresti?

Come tornando serie? Niente Maddox? Ok, lo hai detto tu...
Un romanzo in cui trasferirmi? Domanda insidiosa. Con tutti i casini che faccio capitare ai miei personaggi non farei certo un favore a me stessa a volermi impantanare nella loro stessa situazione. Comunque direi Luthais, in fase di scrittura, perché permette a persone apparentemente normali di entrare in contatto con un mondo meraviglioso e terribile. Forse non sopravvivrei a lungo, ma ne varrebbe la pena.

Quinta domanda: dicci del secondo volume o di qualsiasi progetto tu abbia in piedi onde sanare l'astinenza dalla tua scrittura.

Luthais me lo sto portando avanti da anni. Tengo moltissimo a questa ambientazione, nata nell'ambito di un gioco di ruolo, come spesso accade con i mondi che creo. Ho impiegato tantissimo ha trovare la strada per raccontare di questa ambientazione, ma alla fine credo di averla trovata. Il problema è che, vista la natura del luogo di cui parlo, ogni volta che sono costretta ad allontanarmene è difficilissimo tornarci dentro. Spero che i suoi cancelli rimangano sempre aperti per me.
Per quanto riguarda la trilogia di Daederian, il secondo volume si chiama L'Ordalia del Bastardo, e ha come protagonista proprio Maddox. Quando ho deciso di scrivere questa storia ho pensato subito di incentrare ognuno dei tre volumi in particolare su uno dei tre protagonisti, ma non aveva capito all’inizio quanto questa scelta avrebbe portato ciascuno di loro a intraprendere un cammino interiore (e non) fatto di esperienze belle e brutte, dolorose e appassionanti, per accedere a un nuovo livello di sé. Con Briden era più intuibile, perché la sua stessa natura di Sapiente lo portava a percorrere un cammino di evoluzione e presa di coscienza. Ma alle fine mi sono resa conto che Maddox e Uther, ciascuno a suo modo, sebbene diano l'impressione di essere uomini giù maturi e arrivati, devono ancora scoprire molte cose di loro stessi. Il loro cammino sarà molto più difficile.

Grazie infinite per avermi dato la possibilità di rispondere a queste domande e per aver apprezzato Il cammino del Sapiente. Quando vuoi tornare a Llyle sarai sempre la benvenuta!

domenica 15 dicembre 2019

La chioma di Berenice ( di Amalia Frontali - self publishing) #mèpiaciuto


C'è un parallelo tra l'archeologia eroica e quasi mitica dell'epoca regency e il vagolare del lettore nel mare magno della produzione self. E questo parallelo mi conduce esattamente dove mi trovo: ho scoperto una gemma. Per puro caso. Una cover su un gruppo, io che non compro mai un libro per la copertina. Un'occhiata alla trama. La curiosità. Ho preso l'ebook e l'ho lasciato lì, in mezzo a mille altri. Non amo il romance, chi mi conosce lo sa. Lo uso, alle volte, come lettura leggera e disimpegnata tra un romanzo e l'altro. Ma questo non è un romance. È una biografia romanzata. È un romanzo storico. È un romanzo d'avventura. È un viaggio emozionante. È qualcosa di totalmente inatteso, scritto in modo superbo. L'autrice ha saputo fondere in modo meraviglioso e indistinguibile fantasia e storia, romanticismo e avventura. Di più, ha fatto un lavoro di scavo nella psicologia di una giovane donna di un'epoca lontana, costretta a rinnegare la propria personalità in nome di un appiattimento alla conformità, spacciato per etichetta, per educazione, per contegno. E ci ha mostrato il risveglio di Sarah, pagina dopo pagina, mentre Giovanni Battista, il suo grosso, esuberante, dolcissimo marito riusciva a estrarla da se stessa non diversamente da come avrebbe fatto con un prezioso e delicato reperto dell'antico Egitto. Un libro bellissimo, una lettura preziosa. Straconsingliato.




Come sei venuta in contatto con la storia dei coniugi Belzoni?
A gennaio 2018 ho pubblicato (rigorosamente in self) un romance regency coloniale, ambientato a Ceylon e l’esperienza, per me nuovissima, di scrivere un romance, mi era molto piaciuta. Anche i riscontri erano stati alquanto positivi. Così, in primavera, avevo in mente di scrivere un altro romance regency in ambientazione “esotica”.
Poiché amo moltissimo l’Egitto e l’ho visitato più volte, era uno dei miei candidati. Sono partita dal provare a documentarmi su cosa fosse successo in Egitto di interessante nei primi vent’anni dell’ottocento e lì la figura di Belzoni è emersa con prepotenza, per la mole e l’importanza delle sue scoperte. Quando poi ho scoperto che era l’emissario del console inglese e inglese era la sua giovanissima moglie, ho pensato che per un’avventura romantica esotica fosse perfetto.
Confesso che ho esitato a lungo, perché temevo molto di “tradire” i personaggi storici piegando la sua biografia alle esigenze di trama. Poi ha preso il sopravvento il fascino esuberante di Belzoni e il desiderio di farlo conoscere, di divulgarne le meravigliose esperienze di vita, seppure in forma romanzata, facendo magari sorgere nel lettore i desiderio di approfondire.

Un lavoro di documentazione certosino, quanto tempo e impegno ti è costato?
Il mondo della reggenza inglese è una mia grande passione e lo conosco abbastanza bene, quindi lì la documentazione non è stata onerosa. Giovanni Belzoni, invece, l’ho conosciuto da un paio di biografie e dalla lettura diretta dei suoi diari di viaggio, che sono stati il principale testo di riferimento per il romanzo.
La parte di pura documentazione è durata un paio di mesi, più altri tre in parallelo con la stesura del romanzo.

Un romanzo così bello avrebbe dovuto trovare spazio in una grande CE, ci hai provato?
Domanda che contiene un grande complimento: grazie <3
No, non ci ho provato. Sinceramente mi considero, e sono, una dilettante. Ho avuto in passato un’esperienza con una casa editrice di medie dimensioni, che non ho saputo gestire correttamente e che mi ha un po’ sfiduciato. Scrivo perché mi diverte farlo, mi emoziona e mi appassiona.
Non mi sento all’altezza di una grande CE e penso che per la letteratura “di genere” (rosa, giallo e in minor misura fantasy) il self-publishing possa dare belle soddisfazioni, a patto di prendere tutto con leggerezza, come un gioco.

L'epoca regency non mi è affatto simpatica, soprattutto per l'esasperante stereotipia che affligge le protagoniste. Tu hai saputo creare una donna vera che si dibatte nelle pastoie di un'educazione francamente assurda, e le spezza. Non avendo letto altri tuoi titoli, chiedo: sono tutte così le donne che descrivi?
Una delle mie fissazioni come lettrice (e di riflesso come autrice) di storici è la credibilità dei personaggi rispetto all’epoca. Del loro modo di agire, di parlare e, soprattutto, di pensare. Credo sia la parte migliore, e certo non la più semplice, di un buon romanzo storico.
Le donne che descrivo sono tutte donne del loro tempo; quindi, in generale, nei romanzi ottocenteschi sia regency che vittoriani, alle prese con educazioni oppressive, gravide di ipocrisia e discriminazione, spesso anche terribilmente ignoranti. In base ai loro caratteri e alle loro esperienze di vita reagiscono poi diversamente a queste pastoie e se ne liberano, o imparano a conviverci.
Ad esempio la protagonista de La Gemma di Ceylon, che menzionavo prima, rispetto a Sarah Belzoni è più adulta (ventiquattro anni contro diciotto scarsi), meno attraente, con minori ambizioni sociali e un carattere completamente differente. Il suo modo di affrontare le regole del mondo e stare a galla è differente. Ma, io spero, ugualmente credibile.
Discorso diverso per i personaggi vittoriani de La Saga della Sposa, che sono numerosissimi e in una saga epistolare, per cui hanno la possibilità di esprimersi in prima persona, svelandosi intimamente molto più di quanto non sia possibile con la forma narrativa canonica e, inoltre, cavalcando l’onda dei grandi cambiamenti della seconda metà del diciannovesimo secolo.
Mi sono dilungata, ma sì, la credibilità prima di tutto, rispetto al carattere del personaggio, ai suoi trascorsi e all’epoca storica.


Scrivi romance, da quel che vedo, e sono certa che la tua scrittura sia sempre a livelli alti, perché la classe non è acqua. Ma il genere non ti sta stretto?
In realtà mi piace cambiare.
Sono approdata ai romance all’inizio del 2018 e mi sono divertita moltissimo, quindi penso che proseguirò l’esperienza.
Prima dei romance avevo pubblicato un breve romanzo epistolare dedicato a una versione cronologicamente plausibile con la documentazione storiografica (ma ovviamente inventata) del rapporto fra Jane Austen e Tom Lefroy, che, se non altro per il finale, non saprei quanto si possa definire romance.
Prima ancora un romanzo di guerra ambientato negli anni ‘90, con uno pseudonimo che mai rivelerò, neanche sotto tortura :P
Poi c’è la saga vittoriana, grandiosa esperienza di scrittura a quattro mani, che ha molto di romantico, ma non so se possa essere facilmente definita romance. Forse sì, ma un romance decisamente atipico.
Attualmente ho anche un inedito in cerca di editore, ambientato fra il 1944 e il 1945 durante la guerra partigiana. Romanticismo quasi zero. In questo caso, per un romanzo così poco inquadrabile nella letteratura di genere, sono convinta che il self-publishing non sia lo strumento buono per arrivare al target di pubblico giusto. Quindi, incrocio le dita e spero che qualcuna delle CE che ho contattato voglia rispondermi.
Prossimamente ho una mezza idea di cimentarmi, non so bene con quali esiti, nel giallo storico, genere che non ho mai sperimentato ma che mi attrae molto. Vediamo che ne viene fuori.


venerdì 13 dicembre 2019

Rosa di mezzanotte (di Amneris Di Cesare - goWare) #mèpiaciuto









Questa è una lettura che ho centellinato. Perché è coinvolgente e trascinante e, se le avessi dato retta e ne avessi avuto il tempo, l'avrei terminata in un giorno. Ci sono libri che sono costruiti a tavolino, e si vede. Spesso sono godibili, ma non hanno anima. E poi ci sono i libri come questo. Che scaturisce da sentimenti reali. E si sente in ogni singola riga. I personaggi sono tridimensionali, anche nei loro difetti. Lo stratagemma dei capitoli affidati a turno ai protagonisti consente all'autrice di cambiare registro di scrittura e di espressione, passando dal tono misurato e nostalgico di Annabella e quello smargiasso e giovanilistico di Federico. La storia poggia su un impianto di incomprensioni e di rimpianti insanabili, come sempre accade quando non si ha il coraggio di guardarsi negli occhi e chiarirsi. Così troviamo un gioco di amori non corrisposti e altri non vissuti mentre un ragazzo cresce con una madre single che rifiuta ogni possibilità di trovare un compagno perché il suo cuore è rimasto tra le mani inconsapevoli di un uomo ferito. Ecco, se devo trovare un difetto - che narrativamente parlando è un pregio - è nella figura di Gaetano. Cupo e granitico in apparenza, in realtà fin troppo fragile nel consegnarsi alle trame di una donna senza scrupoli e di una beffa del destino. Gli sarebbe bastato verificare, agire, chiedere. E la bravura dell'autrice sta anche nel rendere l'incapacità di quest'uomo di guardarsi attorno, almeno fino a quando la verità non gli crolla addosso. Delicatissimo e cesellato il rapporto che germoglia tra Federico ed Ettore. Una lettura coinvolgente.

L'idea del vivaio è intrigante, da dove nasce?
Non ricordo come conobbi Simona, solo che fu durante una vacanza quando avevo 16 anni;  ricordo però che fu un'amicizia immediata, di quelle in cui ti riconosci e praticamente non riesci più a staccarti. I genitori di entrambe videro questa intesa come cosa buona e mia madre, di solito molto severa e possessiva, mi permise di andare a trascorrere da lei una settimana a Roma. Una settimana che diventarono poi quasi due mesi. E lì conobbi Franco. Fu anche quello un fulmine a ciel sereno, perché ci “mettemmo insieme” subito, e vivemmo una storia d'amore estiva molto intensa e bella. Certo, finì nel momento in cui io ripresi il treno per Bologna e lui subito si fidanzò in casa con un'altra. Qualche lacrimuccia, qualche sfogo al telefono con Simona, ma tutto  finì lì. Tempo un mese e io ero già “innamorata” di un altro. Lui era parecchio più grande di me e lavorava in un vivaio. Da questi spunti, volendo semplicemente raccontare una storia veloce per il mio blog, ho iniziato a costruire la storia di Annabella e Gaetano, ovviamente romanzando e inventandomi tutto il resto della storia. Poi è comparso Federico e... non sono più riuscita a tenerlo a freno. Da bravo irrequieto e iperattivo, Federico si è preso tutta la scena, lasciando, forse, in secondo piano la storia d'amore dei genitori.
Tornando al vivaio, mi è piaciuto molto documentarmi, e ho avuto un'insegnante d'eccezione: Maria Silvia Avanzato. Con lei abbiamo passato pomeriggi a fare scorribande in vivai di sua conoscenza e mi fa fatto lezioni interessantissime sulle rose, un mondo fantastico di cui ignoravo l'esistenza prima.


Racconti che lo spunto viene da una vacanza romana insieme a un'amica, il cui nome usi però per uno dei personaggi più odiosi, come mai?
Sai che quando ho letto questa tua domanda mi è preso un colpo? Non mi ero resa conto di questa cosa, che avevo chiamato Simona “la cattiva” del romanzo, e che è lo stesso nome della mia dolcissima amica Simona di Roma. Credimi, è del tutto involontario, e se mai “la vera Simona” dovesse leggere il mio romanzo, spero mi perdonerà. Non ci avevo proprio fatto caso. Ora che il libro è stato stampato, è impossibile correggere.
Con “la vera Simona” rimanemmo amiche per molti anni, ma poi, non so neppure io bene come o cosa accadde, ci perdemmo di vista. Non sono mai più riuscita a rintracciarla, neppure su Internet. E di questo mi dispiace molto. Ho un ricordo bellissimo di lei.

L'eterna commedia degli equivoci va in scena da sempre nei romanzi, soprattutto d'amore. Ma non sarebbe più semplice, nella vita e nelle storie, guardarsi in faccia e chiedere semplicemente la verità dei fatti?
Siccome hai letto molti dei miei romanzi precedenti sai che in molte storie che racconto ci sono dei twist-plot che fanno leva sugli equivoci, sul non detto o sul mal compreso. E' vero, sarebbe tutto molto più semplice – nella vita, perché, ahimè, se nelle storie fosse tutto semplice, non ci sarebbe forse più ragione di raccontare – spiegarsi e affrontare subito le devastanti conseguenze di un errore o di un fraintendimento. Ma anche nella vita – a me è capitato spessissimo – non si ha a volte né il coraggio né l'orgoglio di confessare uno sbaglio, un inciampo, rendendo così quell'errore gigantesco.  L'orgoglio, spesso scambiato per “dignità” impone ad alcuni di tenersi tutto dentro, di saltare alle conclusioni senza verificare i fatti; a volte invece è proprio la mancanza di coraggio di guardare negli occhi qualcuno e chiedergli chiarimenti. Una delle cose più difficili da fare è, per esempio, ammettere di aver sbagliato e chiedere scusa, accettare le conseguenze e spesso anche l'umiliazione per un categorico rifiuto da parte della persona offesa; questo porta a far sì che certi eventi negativi si avvitino su se stessi cambiando per sempre il corso della vita delle persone coinvolte. A me è capitato spesso di osservare queste dinamiche e poiché da sempre sono interessata a parlare di sentimenti umani, queste sono le situazioni conflittuali che amo sviscerare (o perlomeno tentare di farlo)
In genere, poi, non forzo mai i comportamenti dei miei personaggi, sono loro che agiscono e reagiscono in un certo modo. Spesso, infatti, mi è capitato di pensare mentre scrivevo “Ecco, qui, se lui/lei tenesse nascosto questo fatto, nascerebbe un bel conflitto che porterebbe poi a una svolta drammatica della storia” e invece i personaggi mi suggeriscono tutt'altro e io lascio che decidano altrimenti. E' quello che è successo anche in Rosa di mezzanotte. Hanno fatto tutto loro, Annabella, Gaetano, Federico, Ettore, Simona e tutti gli altri personaggi.



lunedì 9 dicembre 2019

La fata nel vento e altri racconti (di Francesca Montomoli - edizioni Della Goccia) #mèpiaciuto


Conosco la capacità dell'autrice di trasfondere poesia anche in ciò che a noi può apparire molto distante dal concetto stesso di poesia. Qui siamo di fronte a una raccolta di racconti molto diversi, ma tutti legati dal filo rosso (mai rosso come in questo caso) della passione per la scuderia di Maranello. L'autrice è una ferrarista e la sua passione, unita alla preparazione tecnica, appare evidente nel modo in cui storie di uomini, donne e gatti si intrecciano intorno al profilo filante della più iconica delle auto da corsa. Non amo in modo particolare la Formula 1, ma ho apprezzato ogni singola pagina, così come l'attenzione che l'autrice dimostra a ciò che, inevitabilmente, porterà alla fine di un'epopea di uomini e motori. L'impatto ambientale della F1 è devastante, lo sappiamo. Ma la Ferrari, la fata nel vento del titolo, è molto più di scarichi e materiali tossici. È un sogno declinato in metallo, plastica, velocità, rischio, potenza, lusso e tutto rigorosamente italiano. Questa raccolta è un omaggio soffuso di malinconia e anche un modo per non dimenticare che veder girare la Ferrari è sempre stato molto più che sport.
I racconti sono una forma narrativa che può dare grandi soddisfazioni, ma in Italia una raccolta di racconti spesso scoraggia editori e lettori. Il tuo è stato un atto di coraggio?
Non credo possa definirsi un atto di coraggio, semmai una sfida, ma direi più una forma di caparbietà.  
Amo i racconti, anche brevi o brevissimi, amo leggerli da sempre e percepisco questa forma narrativa come il mio habitat naturale, un “luogo” in cui mi sento a mio agio e al quale non voglio rinunciare. Perciò sono particolarmente felice di aver trovato due editori, seri e onesti, intenzionati a raccogliere il guanto proponendoli al pubblico.
Con questo non voglio certo dire che disdegno i romanzi, anzi, adoro lasciarmi catturare dalle infinite vite e immensi mondi che ti regalano (ne sto scrivendo uno proprio in questo periodo anche se certamente non sarà lunghissimo) ma la breve distanza, l’incursione fulminea, l’immersione totale seppur temporanea in un’altra vita, esercita su di me un grande fascino.
Non credo sia mai accaduto che un'auto sia stata scelta quale musa letteraria. Com'è successo?
Ovviamente esistono molti libri che ruotano attorno al mondo dell’automobilismo sportivo, principalmente tecnici o biografici, ma anche bellissimi romanzi (L’arte di correre sotto la pioggia di Garth Stein, per esempio, che trovo meraviglioso e che da poco è approdato sul grande schermo) in cui il fulcro della narrazione è comunque un “essere vivente” nel senso più tradizionale del termine: il pilota, il pioniere, il costruttore (o il cane di famiglia, come nel libro citato). L’auto, pur essendo sempre al centro dell’attenzione, resta subordinata.
L’auto in questione, però, è diversa. È leggenda. È più di una semplice passione sportiva, è amore. È questo che ho cercato di raccontare attraverso le vite dei personaggi a due e quattro zampe che popolano i miei racconti. Storie quasi vere, perché ispirate a fatti e/o vite reali anche se opportunamente e molto, molto liberamente romanzate.
Un sentimento che conosco e vivo in prima persona. Un amore che, pur essendo potente, non necessariamente contamina o inquina la vita e i buoni sentimenti di chi lo prova. Non è la passione sportiva a produrre danno, il danno è già nell’animo di chi lo produce e in tal caso la tifoseria diventa un pretesto per dar sfogo ai propri istinti negativi.
Ti racconto un episodio. Una volta, una persona di cultura, un professionista che stimo, non sapendo della mia passione per le corse automobilistiche, durante un incontro/dibattito al quale stavo partecipando, se ne uscì con un’affermazione piuttosto infelice: ribadendo l’importanza di momenti come quello per mantenere alta  l’attenzione sulla cultura e alimentare la vitalità di un fermento artistico che non fosse totalmente alla deriva, disse più o meno così “ce ne sono fin troppi che si fanno inebetire da un motore rombante che gira e gira, e non sanno nemmeno cosa sia un libro, o una poesia, o un’opera sinfonica o quali siano le cose importanti nella vita”.
Molti occhi mi hanno fissato, io non ho ribattuto, non era il contesto né il momento adatto a montare una polemica. Ho preferito scrivere e cercare un editore che desse voce a una passione che non, o almeno non sempre, inebetisce. Perché l’amore per la Rossa è un tema, una colonna sonora che accompagna e colora la vita.
Colpisce l'immagine che presenti del futuro del circuito di Monza. La Formula Uno è destinata a sparire, ma la voglia di moderni cavalieri che si sfidano sul filo del rischio non può finire. Che ne pensi?
Al futuro distopico dell’ultimo racconto si arriva per gradi attraverso i due che lo precedono. Gli appassionati storici vorrebbero che non finisse mai, e mi riferisco a chi, come me, segue la F1 da quasi cinquant’anni o più. Eppure proprio noi, forse noi più degli altri, abbiamo chiara la percezione che si trasformerà in qualcosa di profondamente diverso, in parte è già accaduto e continua ad accadere stagione dopo stagione. Non mi rende felice ma sono convinta che sia un processo inarrestabile. È nella natura delle cose.
I cavalieri del rischio, come li abbiamo conosciuti noi, non esisteranno più, ma certamente nasceranno nuove sfide. Fa parte della natura umana, è il motore che spinge ogni genere di ricerca, che sia personale, sportiva o scientifica.

https://www.amazon.it/fata-nel-vento-Francesca-Montomoli/dp/8898916760/ref=sr_1_2?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&keywords=La+fata+nel+vento&qid=1575897255&s=books&sr=1-2