venerdì 17 novembre 2017

Il Rumore delle Pagine: Recensione - Il Ragazzo Ombra

Il Rumore delle Pagine: Recensione - Il Ragazzo Ombra: Il ragazzo ombra di Laura Costantini __________________ Diario Vittoriano #1 Pagine: 267 Prezzo: EUR 4.99/11.03 Pubblicazione: 19 Giug...

lunedì 6 novembre 2017

Doccia fredda #26 L'appuntamento

E con questo "appuntamento" molto particolare si conclude il contest. Il vincitore o la vincitrice di uno dei nostri romanzi verrà proclamato dalla socia a suo insindacabile giudizio. Restate connessi.
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L’appuntamento

“Sei mio.”
Un lento sorriso incurva le labbra di Deanna, mentre il suo sguardo avvolge la figura solitaria seduta al banco del bar. Rimane per un momento a bearsi di quella vista e di quel pensiero, scaturito nella mente nell’istante in cui i suoi occhi si sono posati sull’uomo che, nell’impeccabile gessato blu, sorseggia il suo Sazerac senza prestare troppa attenzione agli altri avventori. È tipico del suo carattere, del resto. È bravissimo a far finta che il resto del mondo non esista, almeno quanto lo è a concentrarsi completamente su quello che gli interessa. Deanna lo sa bene. È una delle sue caratteristiche che l’ha intrigata di più, fin dall’inizio.
Avanza di un passo verso il bancone, aggiustandosi i capelli con un gesto inconsapevole. Ha aspettato così a lungo quel momento. Lo ha sognato, perfino, e non è da lei. Da quanto non le capitava di sognare un uomo? Forse non lo aveva mai fatto, nemmeno quando era una ragazzina. Ma lui è diverso, niente da dire, è unico, e l’ha fatta penare non poco, per arrivare a quell’appuntamento.
Un altro passo. Un sospiro le sfugge dalle labbra, costringendola a fermarsi ancora. E se non andasse bene? Esita, ma solo un istante. Non è il momento per i dubbi, non è il momento per le paure. Ormai è così vicino, ancora qualche passo e potrebbe toccarlo. Toccarlo… La curva dritta e precisa delle spalle fasciate dalla giacca dal taglio ineccepibile è in effetti molto invitante. Ti fa venire voglia di lasciar scorrere le mani su quella simmetria perfetta, di misurarne la consistenza, la solidità attraverso il tessuto. Chissà se lui ne è consapevole? Ovvio. Lui è consapevole di tutto quello che lo riguarda. O quasi. Per questo è sempre stato così difficile coglierlo di sorpresa. Chissà se questa volta lei ci riuscirà?
Respira profondamente, facendosi coraggio. Un uomo elegante seduto a un tavolino la squadra con evidente approvazione. Sa di essersi preparata con particolare cura, quella sera. Insolito per una come lei, sempre attenta solo alla praticità. Ma quel completo dal taglio severo le sta bene, glielo hanno sempre detto. Il trucco è leggero, come sempre, ma enfatizza i suoi lineamenti vagamente androgini, le labbra naturalmente turgide. Ci sono poche donne nel bar, nonostante l’ora, ma lei è sicuramente la più attraente. Inutile negarlo. Quel pensiero le fa nascere un nuovo sorriso, e anche un po’ d’imbarazzo. Lui apprezzerà? Si renderà conto che è per incontrarlo che si è fatta bella?
Quell’interrogativo, e lo sguardo di gradimento dello sconosciuto, le infondono sicurezza. Raggiunge il bancone senza ulteriori indugi e prende posto allo sgabello accanto al suo. Per un momento non gli si rivolge direttamente, consapevole dello sguardo di lui su di sé, del modo in cui percorre il suo profilo, la curva del lungo collo. Solo quando è certa che l’abbia guardata bene, si gira lentamente e lo fissa negli occhi.
“Sono impressionato, signorina Ernani.” Lo sembra davvero. La sua voce è calda, il suo sguardo avvolgente. Deanna non abbassa gli occhi, ma si ritrova a deglutire, suo malgrado. Forse è anche arrossita.
“Lieta di essere riuscita a impressionarla, signor Leanti” ammette lei, arricciando le labbra in un piccolo sorriso. “Non è certo facile, con un tipo come lei.” Lui pare prenderlo come un complimento, e fa cenno al barman perché gli serva un altro cocktail.
“Immagino che offrirle da bere sia fuori luogo” aggiunge poi, mentre il barista resta in attesa. Deanna lo congeda con un breve cenno di diniego.
“Grazie. Magari un’altra volta. Ma le lascerò il tempo di finire il suo drink, non si preoccupi. L’albergo è circondato, nel caso pensasse di riuscire a scappare” chiarisce, senza smettere di sorridergli.
Lui la soppesa, un’espressione sorniona, che qualsiasi altra donna troverebbe irresistibile. E sì, inutile negarlo, lo trova irresistibile anche lei, accidenti a quegli occhi ardenti, a quella bocca sfrontata!
“Sono suo prigioniero, dunque?” domanda Walter Leanti, in un sussurro complice.
“All’incirca. Più propriamente è in arresto” lo corregge lei. “Ma se si comporterà bene eviterò di ammanettarla qui davanti a tutti” aggiunge, protendendosi verso di lui e sussurrando a sua volta. Probabilmente dall’esterno sembrano due amanti che si scambino parole tenere e audaci.
“Credo che non mi dispiacerebbe essere ammanettato da lei, signorina Ernani” ammette l’uomo, e sorride come un gatto al sole. “Magari in un’altra occasione…”
“Dubito avrà molte occasioni, da qui ai prossimi quindici anni” ribatte lei, sorridendo a sua volta. “Ma non si può mai dire” conclude, strizzandogli l’occhio.
Walter Leanti fa una faccia dispiaciuta, che rimane pur sempre una gran bella faccia. Si alza dallo sgabello, si sistema la cravatta di seta, rivolge un cenno di saluto al barista. Poi guarda Deanna.
“È stato comunque un piacere, signorina Ernani” la saluta, con una nota di rammarico nella voce.

“Ispettore capo Ernani, se non le dispiace” lo corregge Deanna, alzandosi a sua volta. “Vogliamo andare?” Gli indica l’uscita, e gli agenti in borghese che lo stanno aspettando. Mentre lo scorta fuori è consapevole degli sguardi di invidia degli uomini e delle donne che li vedono sfilare insieme. Dopotutto quella è la sua serata.

domenica 5 novembre 2017

Doccia fredda #25 Sono tra noi

ffrrrsssshhhhfffffrrr 05 529 FELAK 17 09 08 98 TEPEPShchIK 95 59 95 59 TPLEABF 95 25 25 9 ffrrrsssshhhhfffffrrr

Una voce robotica con accento russo aveva interrotto il fruscìo che ormai da quarantanni contraddistingueva la stazione radio UVB-76. Tutto faceva pensare a un codice cifrato. Ivan andava a caccia di misteri radiofonici per hobby: dal suo covo, lo scantinato di casa sua, registrava e ascoltava le trasmissioni, con un orecchio sempre puntato verso UVB-76. Nessuno conosceva il significato di quei messaggi in codice, né l'origine: Ivan era convinto si trovasse a Pskov, in Russia; altri erano pronti a giurare di averla individuata in altri luoghi di mezzo mondo.
Stanco e assonnato, la mezzanotte era passata da poco, controllò lo stato della pubblicazione della registrazione in Rete: completo! Pensò e decise di andare a dormire.

Cond0r46 era riuscito a intrufolarsi nei sistemi di sicurezza della Dassault Group, specializzata in aviazione militare, ed era sicuro che avrebbe trovato i dati super segreti di un nuovo modello di jet da guerra. «Tombola!» Esclamò. Era dentro. Adesso non doveva far altro che passare per i corridoi e riempire il carrello. Man mano che i dati venivano analizzati dal suo programma, notò che per qualche strana anomalia nella rete, di essere atterrato nel sistema di sicurezza dell'edificio, controllo delle telecamere compreso. Se non fosse stato per gli allarmi lanciati dai sensori, sarebbe uscito e avrebbe killato la connessione. Avviò lo streaming di una telecamera a circuito chiuso, la quale puntava verso l'ingresso in direzione delle porte. Due uomini uguali, gemelli verrebbe da pensare, apparentemente albini e glabri, indossavano un completo nero quando entrarono decisi e puntarono verso gli uffici, dove la telecamera non poteva vedere.

Cond0r46 cercò un'altra telecamera. Provò a rilevare altri allarmi dai sensori ma... connection timed out. Provò a ricollegarsi, ma niente: schermo nero. Fine dei giochi.

ffrrrsssshhhhfffffrrr 04 979 DRENDOUT 28 52 44 71 TRENERSKIJ 37 52 13 21 ffrrrsssshhhhfffffrrr

 Annagiulia era da poco rientrata a casa. Accese la tv e, mentre svolgeva le faccende di casa, la sua attenzione fu catturata da un'edizione speciale del telegiornale; si accomodò sul divano, alzò il volume e seguì con attenzione l'inviata, che appariva visibilmente scossa. La tv però aveva qualche problema di ricezione.

«Qui Laura in diretta da zzZZZZzzzzZZZ per raccontarvi di un evento eccezionale: sembrava un nuovo attacco terroristico zzzzZZZZZzzz, quando una gruppo di velivoli ZZZzzzzzZZZ. I testimoni hanno riferito che erano neri e non sembravano fossero zzzZZZzzzzZZZ... per il momento la situazione sembra esser tornata alla normalità se non fosse per lo spavento. zzzZZZZZzzz.»

Si agitava nel sonno. Sembrava che tutti, lì, teste di cuoio comprese, potessero leggere nella sua mente. Dal passamontagna si intravedevano quegli occhi vitrei simili a quelli di un rettile, così freddi e dallo sguardo truce. Aspettavano qualcosa al buio, in silenzio, chini e con le armi pronte. Poi, piano piano cominciarono a sciamare verso un edificio abbandonato come se qualcuno avesse lanciato il comando. Uno di loro la fissava dritta negli occhi. Era nella sua mente: vedeva tutto ciò che lei vedeva, ne avvertiva la presenza dentro di sé, ma non comunicava, era familiare.
Si girò di nuovo dall'altra parte, nel sonno. Le teste di cuoio, così com'erano entrate nell'edificio, uscirono nel totale silenzio per poi ritornare ai loro furgoni neri e senza insegne, né targhe.
«Ma cosa...» Sognò di dire. Due uomini vestiti di nero, apparentemente albini e glabri, le davano le spalle, mentre in silenzio osservavano l'edificio bruciare. Quando le teste di cuoio furono tutte di nuovo a bordo dei furgoni, i due uomini vestiti di nero entrarono in una Ford modello anni ‘80 anch'essa nera, senza insegne, né targhe e andarono via. Il suo contatore geiger effettivamente segnalava la presenza di radiazioni insolitamente alte per la zona, tuttavia niente di pericoloso per la salute. Andy era giunto nei pressi di un edificio abbandonato dopo che la notizia del rogo spontaneo aveva scatenato la comunità ufologica internazionale. I segni di un rogo erano evidenti e alcuni muri diroccati poco più in là presentavano fori i cui contorni erano anneriti e netti: un laser così potente in grado di perforare i muri? Decenni fa una frana impediva l'accesso dalla ferrovia e dalla strada, così i treni furono dirottati verso un'altra linea più moderna e la piccola stazione fu abbandonata. Prima la sterpaglia e poi via via il bosco ingoiava l'edificio. Mentre proseguiva il giro raccontando il luogo e riprendendo con la sua GO PRO, notava che i binari erano fusi. Senso di smarrimento, di confusione,... si risvegliò nel suo letto; il sogno era ancora vivido nella sua mente, ricordava una forte luce che lo accecava un attimo prima di svegliarsi. Ricordava fin troppo e le sensazioni sembravano troppo reali per essere solo un sogno; forse si stava eccessivamente preoccupando, forse il lavoro era diventato troppo stressante e invasivo.

venerdì 3 novembre 2017

doccia fredda #24 Help

9 settembre
Seguito il consiglio dell’amica Anna: basta riempire la casa di detersivi, meglio comprarne uno multiuso. Trovata offerta al minimarket. Con pochi centesimi ho avuto un litro di detergente.
Ansiosa di verificare i risultati promessi.
10 settembre
Lavate finestre del soggiorno. Smontate tende e messe in lavatrice. Passato battitappeto sul divano.
Il nuovo detersivo, HELP, è faaantastico.
11 settembre
Materassi deacarizzati. Raschiata muffa dalle pareti della doccia. Scozzonati pensili della cucina e rivestiti con carta a fiori rossi e blu.
Gli stessi colori del flacone del mio nuovo detergente per la casa.
12 settembre
Lucidata libreria in camera dei ragazzi. Lustrati ottoni delle testiere dei letti. Sgominata polvere dalle mensole. La moquette non è venuta molto bene, avrà bisogno di una seconda passata. In compenso il meraviglioso profumo del nuovo detergente sta diventando il profumo della mia casa.
Soddisfatta.
13 settembre
Ho usato Help per il forno e la lavastoviglie. Mi-ra-co-lo-so. Domani se non piove provo a sgrassare il barbecue. Dovrebbe farlo Lui, visto che lo insudicia per le sue serate tra uomini, ma sono troppo curiosa di vedere se il mio nuovo amico funziona anche sul grasso bruciato.
Elettrizzata.
14 settembre
Il barbecue sembra appena uscito dal negozio del ferramenta qui all’angolo. Mi piange il cuore al pensiero che basterà una grigliata per rovinare un così bel lavoro.
Incredibile: la stanza dei ragazzi è ancora in ordine. Peccato per quelle macchie sulla moquette. Ma non mi arrendo.
Determinata.
15 settembre
La vicina di casa mi osserva nascosta dietro le tende mentre tiro a lucido le assi dello steccato. Sono sicura che muore dalla voglia di chiedermi il nome del mio nuovo detersivo.
Crepa vecchia ciabatta, non lo saprai mai!
16 settembre
Ho aspettato un’ora davanti alla serranda chiusa del market. Ieri ho vaporizzato l’ultima goccia di Help sul calcare ingiallito del water del bagno degli ospiti. Deve essersi sparsa la voce: sullo scaffale era rimasta una sola bottiglia di Help.
Ora è mia!
17 settembre
La pentola dei fagioli che ho cucinato… ieri? è ancora piena. Benedetti ragazzi e le loro diete ipocaloriche. Ora mi tocca buttare tutto nella spazzatura. Questo lezzo di legumi stantii sta vanificando il profumo meraviglioso che mi riempie le narici da quando Help è con me.
17 settembre, ore diciannove e trenta
Non riesco a leggere le istruzioni sul retro del flacone. Possibile che Help possa aiutarmi a riportare in vita il servizio di argenteria di mia madre? Quanto sono stupida, non mi resta che provare.
17 settembre, ore ventitré e trenta
E’ buffo osservare la mia faccia sulla lama lucida del coltello da pietanza. Ma come brilla! Cavolo, dovrei rifarmi la tinta, il solco nero che mi divide in due la testa sembra lasciato dal dito sporco di grasso di un meccanico. Un meccanico che non ha incontrato te, mio dolce, caro, preziosissimo Help.
18 settembre, ore due del mattino
Che strano, credevo di aver un mucchio di panni sporchi da lavare e invece la cesta è vuota. Ci avranno pensato i ragazzi? Magari sono mortificati di vedere la loro mamma sgobbare come una forsennata da mattina a sera. Quasi, quasi domani gli preparo una cheese cake… magari no, il forno è così puuulito.
18 settembre, ore sette
Sei pronto per la sfida delle sfide, mio amato, adorato, insostituibile amico? Si, lo sei. Per questo stamattina affronteremo le piastrelle della cucina. Il nemico che abbiamo di fronte si fa forte di anni e anni di fritture. Ma noi lo annienteremo… e adesso che ti succede? Ti si è otturato il beccuccio? Ho capito, mi metti il broncio per via delle macchie persistenti sulla moquette in camera dei ragazzi. Prometto che appena avremo finito con le piastrelle saliamo di sopra.
Ora fa’ il tuo dovere, da braaaavo.
18 settembre ore cinque del pomeriggio
Cazzo, cazzo, cazzo. Ne ho abbastanza di voi, maledette macchie figlie di puttana. Non potete farmi questo. Non potete restarvene lì dopo ore e ore che strofino, strofino, strofino. Non vi permetterò di rovinare tutto. E non state lì a fissarmi, la colpa non è di Help, lui è perfetto. La colpa è di quel deficiente che ho sposato. Gliel’ho avrò detto mille volte che il panna non era adatto a una camera per ragazzi. Adolescenti con la mania delle diete e del succo di mirtillo.
Ma a mali estremi, estremi rimedi. In fondo mi basta un taglierino.
18 settembre ore cinque e un quarto
E’ sempre la solita storia: quando hai bisogno di qualcosa non la trovi neanche se ti impicchi. Eppure ricordo di averlo usato quel maledetto taglierino, dove diavolo l’avrò lasciato? Forse…non resta che andare a vedere.
Sono così stanca.
18 settembre ore cinque e trenta del pomeriggio
Cerco di non lasciarmi prendere dallo sconforto. I piedi si trascinano sul parquet lucido del corridoio. La porta del ripostiglio è a pochi metri ma sento che potrei non farcela. Qualcosa mi chiude la gola, un miasma che sembra arrivare dall’inferno. E una tremenda verità si fa strada nella mia testa: ho dimenticato di pulire il ripostiglio.
Mi avvicino,  adesso ci sono. La mano destra si ritira davanti alla maniglia tutta incrostata. Un liquido scuro scivola fuori da sotto la porta e aggredisce la punta delle ciabatte. Mio Dio ha un odore orribile. Mi tappo il naso e la bocca reprimendo l’impulso di vuotare lo stomaco. Ma mentre resto paralizzata dal disgusto questa merda continua a uscire, mi circonda. Se mi muovo la spanderò dappertutto.
Okay, resto ferma. Tanto si sta facendo ora di cena. Tra poco rientreranno tutti.
A salvarmi.





mercoledì 1 novembre 2017

Doccia fredda #23 Il piano

Il piano

«Troppo rischioso» disse Stan, la faccia torva.
Joey annuì. «Non ho alternative.»
«Come no?» Stan allargò le braccia. «Aspetti il processo, ti danno due o tre anni, ti armi di pazienza e quando esci stai meglio di prima.»
«Seee!» Joey allargò le mani. «Sai in due o tre anni quanti altri se ne trova Sarah?»
«Chi se ne frega di Sarah, mica devi sposarla.»
«Veramente sì.»
«Ma chi, quella?» Stan si spalmò la mano sulla fronte. «Joey, a suo tempo l’ho conosciuta pure io, Sarah. In senso biblico, mi capisci? Io e tutta la banda.»
Joey strinse i denti. «Non mi provocare, Stan. Guarda che Sarah con me fa sul serio. Quindi non mi provocare o ti ammazzo.»
«Eh. Bravo. Allora sì che la galera te la fai a vita.»
«La galera non me la faccio, io.» Si chinò e abbassò il volume. «Perché stanotte scappo.»
Stan si guardò intorno: nessuno che facesse caso a loro. «Questo me l’hai detto. Mi hai pure detto che prima vuoi scendere dalla finestra che hai scardinato, e poi scavalcare l’angolo del cortile vicino alla grondaia. Ma lo sai che ci mettono un attimo, i secondini, a tirarti giù a colpi di fucile?»
Joey sogghignò. «Non questa notte.»
«Ah no.»
«No, perché stanotte alle torrette del cortile ci sono Gordeyev e Lewis.» Proseguì con un filo di voce. «Gli ho fatto avere dei soldi.»
Stan curvò le sopracciglia. «A Lewis?»
«No, a Gordeyev.»
«Oh cazzo. Quanto?»
«Trecento subito. Altri millesette fra due settimane. Gli fanno comodo: divorzio, alimenti, debiti.» Intrecciò le dita e le fece scrocchiare. «Ha accettato quasi subito, quando gliel’ho fatto capire. Non è uno stupido.»
«Su questo ci sarebbe da discutere.»
«Okay, non sarà un genio, ma a due più due ci arriva.»
«Joey.» Stan gli mise una mano sulla spalla. «Alex Gordeyev è quello che al bingo di Natale non si era accorto di aver fatto cinquina. Quello che si è fatto beccare dalla moglie pluricornuta perché non cancellava i messaggi dal telefonino.»
«E allora? Se è un cretino che si mette nei guai, vantaggio mio. Non si accontenterà di un uovo oggi; starà ai patti per avere anche la gallina domani.»
«Ma tu ce l’hai, la gallina?»
«Se esco, sì che ce l’ho. Quasi ottomila galline, ben nascoste.» Notò lo sguardo stupito di Stan. «Ho risparmiato.»
«E per l’uovo come fai?»
«Già consegnato.» Sorrise. «Ci ha pensato Sarah.»
Stan spalancò gli occhi. «Quindi lei sa dove stanno i…  le galline?»
«Per forza, se no dove li prendeva i trecento?»
«E se adesso sparisce con tutto il pollaio?»
Joey sbattè il pugno contro la panca. «T’ho detto di smetterla, Stan! E poi anche se volesse farlo, e comunque non vuole, sa che troverei il modo di mandarle dietro qualcuno.»
«Quindi rispiegami» sospirò Stan. «Com’è che funziona…?»
«Alle tre, tutte le notti che è di turno, Lewis si assenta un paio di minuti, il tempo di prendere non so quale medicina.» Guardò bene in faccia Stan per assicurarsi che lo seguisse. «Io un po’ prima mi calo dalla finestra, che c’ho impiegato tre settimane a venire a capo delle sbarre e ho dovuto farmi aiutare da Rico. Dicevo, scendo e mi piazzo dietro il cassonetto della parete dove stanno le cucine. Appena Lewis va di sotto, Gordeyev fa finta di stiracchiarsi, e quello è il segnale. Corro fino all’angolo, salgo, arrivo in cima e scendo dall’altra parte.»
«Sali? Come niente fosse?»
«Eddai, Stan. Sono quattro anni che faccio furti in appartamento e mi alleno alle scalate. Dammi una parete con due crepe e mezzo mattone, e io vado su come uno scoiattolo.»
L’altro lo guardò per traverso. «E il filo spinato?»
«Cesoie belle affilate» sussurrò Joey, con il sorriso tronfio di chi rivela un segreto importante. «Procurate ieri, proprio da Gordeyev.»
«Oh.» Stan si accarezzò il mento. «Allora c’è dentro per davvero.»
«Dentro fino al collo.»
Le dita di Stan tamburellavano. Faceva sempre così, Stan, quando pensava. Dopo un po’, emise un verso che non si capiva se fosse perplesso o convinto. «Resta un piano rischioso. Tante cose che devono filare lisce, una dietro l’altra.»
«Ci credo, è un’evasione.»
«Se ti beccano?»
Joey alzò le spalle. «Se mi beccano, mi aumentano la pena. Ma è uguale, tre anni o cinque o dieci, se devo perdere Sarah. Lei ha detto che mi aspetta, ma… lo sai come va. Adesso ci crede, magari fra sei mesi no.»
Stan gli piantò gli occhi addosso. «Vorrei dirti che sei un coglione. E infatti lo sei. Però ti dico anche che hai le palle.» Gli diede una pacca su una spalla. «Può funzionare, ma prudenza e occhi aperti, eh?»
Joey gli strinse forte la mano. «Prima o poi ci si rivede, Stan.»

*          *          *          *          *

«E dunque?»
«Dunque, encomio e premio.» L’uomo ridacchiò e stese le gambe. «Per l’ottimo svolgimento del mio lavoro.»
«Dici che Joey ha sofferto?»
«Nah.» Un ultimo sorso dalla bottiglietta. «Due proiettili dritti in mezzo alla schiena, non avrà fatto in tempo a dire bao.»
Lei si fregò le mani. «Sapevo che su di te potevo contare, Alex. Sei stato fantastico.»
«E certo.» La tirò verso di sé. «Joey era un coglione. Secondo me credeva di averlo pensato lui, il piano.»
La ragazza rise. «A certi uomini basta buttare la parola giusta al momento giusto, e il cervello gli va dritto dove conviene che vada.»
«Sei stupenda, Sarah.» Il secondino la baciò vorace, lei lo lasciò fare. «Mi allunghi un’altra birra?»
«Certo, tesoro.» Sarah si alzò e raggiunse il tavolo su cui erano appoggiati il sacchetto della spesa, uno zaino semiaperto da cui sbucavano delle banconote, e il suo giacchetto. Infilò una mano nella tasca, estrasse una calibro 22 col silenziatore. «Arriva subito.»




lunedì 30 ottobre 2017

Doccia fredda #22 Campagna estiva



- Dio che caldo!
- Fatti una doccia!
- Oggi non c'è acqua!
L'irritazione dell'afa estiva, l'intolleranza a mille, perfino il fatti una doccia aveva amplificato il mio nervosismo.
C'era bisogno di dirmelo? Vive anche lui qui, lo sa che oggi non c'è acqua.
Non c'è acqua da settimane, dilazioniamo quella riempita nei giorni passati. E' tutto un caos di catini sparsi ovunque e il water è sempre sporco perchè lui non ci pensa a passarci lo spazzolone.
- Non c'è acqua – risponde quando glielo faccio notare – è normale avere il water sporco.
Ma tanto è inutile affrontare ancora l'argomento, mi risponderà come sempre che sono nervosa e di interrogarmi sul perchè, che non ha detto niente di strano, che vedo sottofondi inesistenti ovunque. Sottofondi inesistenti!
Ho taciuto volgendo lo sguardo altrove, verso i cani.
- Avrebbero bisogno di essere bagnati un po' – ha detto - è troppo caldo per loro!
Lo fa apposta, sta tentando di esasperarmi. E' così cristallino il suo comportamento che ci vedo perfino quel sottofondo inesistente!
- Mettiti sotto un albero, lì passa un po' d'aria.
- Non c'è vento.
- Pazienta.
- Ho solo detto Dio che caldo, non mi pare di essermi lamentata oltre.
- Pazienta.
- Ma mi ascolti?
- Se pazienti un attimo che io finisca di legare queste piante, ti ascolto.
- Due cose insieme no, eh!
- Sei lagnosa.
- Ho solo detto Dio che caldo!
- E' una lagna.
- E' una constatazione.
- E' una constatazione lagnosa.
Sono andata a farmi un giro per il bosco mentre lui continuava a legare piante, a sudare, a fare finta che questo caldo opprimente non ci fosse. Eroico, lui! Lo fa solo per dimostrarmi che sono sfinente, che se tollera lui posso tollerare anche io, che se mi si appiccicano le ascelle di sudore non è un dramma, che se i miei piedi sono neri per la polvere che c'è di fuori si può attendere che torni l'acqua, tanto qui non viene nessuno che possa notare che sono sporchi.
Sì, non viene nessuno, è vero.
Ha fatto in modo che potessimo stare soli per sempre. Non c'è nulla qui che possa essere invitante per altri. Ci sono solo alberi secchi, terra arsa, foglie in ogni angolo come fosse autunno. Non c'è neppure una strada che si dica tale per poter arrivare qui. Uscire poi è una tragedia immane, si rischia la vita in ogni istante, si rischia che la macchina si cappotti.
Ma lui non fa che ripetermi quanto sono impedita, quanto sono incapace di guidare, quanto sono solo pronta a lamentarmi di tutto.
Ho provato ad uscire a piedi ma a cento metri ci sono dei cani feroci a guardia di un gregge di pecore. Uno mi ha morso la caviglia ieri l'altro.
- Ti sta bene – mi ha detto – e ora provvedi da sola che qui il medico non arriva e io ho da fare.
Sono mesi che il telefono fisso gracchia, che non riesco ad avere una conversazione decente con un altro essere umano. Sono mesi che il cellulare mi invia messaggi che mi sono stati trasmessi settimane prima perchè qui non c'è campo e devo girovagare per trovare una tacca.
Sono mesi che gli chiedo di uscire un po' e di guidare lui fino al paese.
- Non sai stare sola.
- Usciamo, incontriamo gente, scambiamo qualche parola con altre persone.
- Se mi amassi, capiresti quanto può essere offensivo questo tuo mostrare fastidio al nostro stare insieme da soli. Ci ho provato a dirtelo che sei troppo socievole, troppo aperta, troppo comunicativa. Non c'è verso di farti capire che stare qui è l'unica possibilità che hai di essere una donna diversa.
Cammino nel bosco con i tafani che mi aggrediscono, che si legano al mio sudore, che tentano di bere il mio sangue che ribolle. Mi sembra di sentire lamenti di animali ovunque e immagino che da un momento all'altro il puzzo del mio sudore li attragga verso di me e mi prendano a morsi, dilaniandomi, placando la loro sete con il mio sangue caldo.
Sono esausta, ora torno di sopra e gli dico che è finita, che voglio andare via, che deve lasciarmi libera.
Salgo la scala nel bosco trafelata, perdo una scarpa tanto corro, ma non m'importa. Continuo a salire trafelata.
Non vedo altro che il momento in cui interromperò tutto questo assurdo silenzio e urlerò la mia rabbia, l'insofferenza per questo posto fuori dal mondo. Zittirò con le mie urla il cinguettio di questi uccelletti che cacano ovunque, spaventerò le lucertole che oziano su ogni zanzariera come fossero calamite dei ricordi di viaggi attaccate a un frigorifero. Urlerò talmente tanto che il mio fiato farà muovere le foglie sugli alberi, cascheranno tutte aumentando lo scrocchiare che sento sotto le scarpe a ogni passo, qul monotono scroc scroc quotidiano.
E' mentre salgo la scala che vedo l'accetta col manico rosso messa lì fra robaccia stipata che mi dice non sa dove mettere, l'accumulo di ferraglia, le bottiglie vuote piene solo di insetti sul fondo che stanno crepando e marcendo senza riuscire a risalire, le cassette di plastica deformatesi al sole, i due pneumatici sgonfi e i rumasugli di spazzatura che, a sentire lui, fanno concime. E invece puzzano, puzzano di un odore indefinibile, piene di api che cercano chissà cosa, ronzii di ogni minuscola specie alata.
E' ancora lì che lega lentamente quelle piante, con quella pacatezza che riesce solo ad aumentare la mia rabbia, che mi prende allo stomaco fino a farmi sentire la sensazione del vomito.
Ce l'ho fra le mani quell'accetta e non vedo altro dinanzi a me che la sua schiena che si sposta lentamente fra un movimento e l'altro. Gli arrivo alle spalle velocemente, come una furia, non ha neppure il tempo di girarsi tanto sono veloce.
Butto fuori un urlo disperato e zac! Gliel'ho piantata secca nella spina dorsale! Un unico colpo, netto, chiaro, vigoroso, con tutta l'energia che m'è rimasta.
Lo vedo piegarsi sulle gambe, senza neppure la forza di voltarsi. Si piega lentamente, cercando nella terra qualcosa a cui aggraparsi. E si accascia. Respira ancora. Gli vado davanti, mi allunga una mano per chiedermi aiuto. Lo guardo. Sputo sulla sua testa. Giro le spalle ed entro in casa.
Apro senza pensare il rubinetto del lavandino in cucina.
L'acqua scroscia a sorpresa.
E' tornata!







venerdì 27 ottobre 2017

Doccia fredda #21 Il sorriso dell'aviatore

Aveva respirato e mangiato polvere tante volte. Per le ristrutturazioni della casa.
Pareti abbattute e riedificate, stanze rivoluzionate, porte spostate.
La cucina, da angolo cottura, era arrivata a essere l'ambiente più spazioso dell'appartamento.
Mangio spesso fuori, diceva, ma quando ho voglia di tana devo avere i miei metri quadri.
Lavori e ancora lavori. Muratori su muratori con piastrellisti, idraulici ed elettricisti che smontarono e rimontarono quella casa come fosse un plastico.
Prima la carta da parati, poi muro, poi maioliche. Quella casa aveva cambiato volto così tante volte da non aver più nulla a che vedere con le carte catastali.
Una cosa, una sola, non era mai cambiata. Lo zio.
Quello zio aviatore che sorrideva nella cornice in una foto bianco e nero.
La calotta, gli occhialoni e una sciarpa sulla bocca. Ma attraverso le lenti si percepiva il sorriso di quel pilota della Regia Aeronautica.
Zio, poggiato con un gomito alla carlinga. Nell'altra mano una sigaretta. Zio, aitante e giovane aviere, che solo con quella sua posa ti raccontava il 15-18.
Le battaglie, le vittorie, la paura e la voglia di tornare a casa. Il suo sorriso a sfidare quella guerra puttana che allagò nel sangue mezzo mondo, infischiandosene se fosse rosso, giallo o nero.
Un bastardino, ai piedi dello zio. Io e "mistero", c'era scritto in calce alla foto. Perché nessuno seppe mai il nome di quel cane salvato dalla fame e dalle schioppettate.
Ma mistero fu anche nella sorte dello zio. Disperso, dissero. Probabilmente intrappolato e dimenticato nella carlinga della Regia Aeronautica.
Ma quella notte il sonno fu traditore. Il riposo a episodi senza dare mai il senso della totale rilassatezza. E poi sete, tanta sete. Quasi l'arsura.
Pochi passi fino a raggiungere la cucina, la grande cucina-tana con tanti metri quadri.
Vuota. La cornice era vuota. Un rettangolo di legno marrone e una lastra bianca.
Un rombo lontano tagliò la notte. Spalancò la finestra giusto in tempo per vedere lassù un biplano della Regia Aeronautica.