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martedì 8 gennaio 2019

Alba - un racconto di Loredana Falcone

Si chiama Alba e per lei è sempre gennaio.
Il cappotto grigio non l’abbandona mai, inverno ed estate. In esso conserva, come un tesoro, il corpo sformato di donna e ciò che resta della sua anima. Volata via, chissà come, tanto tempo fa. Le ruote del carrello del supermercato che spinge avanti a sé, caricandole della propria stanchezza, sono il primo rumore che sento al mattino, quando fuori è ancora buio e il giorno nuovo si affaccia insieme alla sagoma imbacuccata dell’edicolante. Un cigolio che ormai è diventata una voce, quella di Alba. Perché, se nessuno la importuna, Alba non parla. Le labbra strette sul viso indurito, cotto di vento, di freddo e di sole, macina chilometri intorno a un percorso che è sempre lo stesso. Ogni tanto un demone si diverte a tormentarla e allora la senti levare al cielo delle grida che somigliano ai lamenti di una bestia ferita. E di bestia è l’odore che si lascia dietro. Per questo quando siede al muretto, quello che delimita una striscia di verde malsano, nessuno le siede accanto. Neanche gli anziani che aspettano al sole di sentire il tocco di mezzogiorno per poi andare incontro al loro pasto quotidiano. Hanno provato a toglierle quel giaccone per dargliene uno pulito ma Alba non lo ha voluto. Ha battuto i piedi a terra e digrignato i denti in uno scroscio di urla e male parole. Non vuole perdere l’anima Alba o forse i ricordi. Posto che quella sua testa arruffata di lerciume ne contenga ancora. Perché è difficile scorgere un passato in quegli occhi nascosti dalla sporcizia. Difficile leggere un futuro in quel suo incedere strascicato nelle scarpe che hanno perso ogni forma. Difficile parlare di lei.
In giro si dice che abbia una casa ma che preferisca dormire nel sottoscala, vicino alle cantine. Si dice che abbia una famiglia. Ma nessuno sa dire cosa l’ha portata in strada.
Se il richiamo di una libertà ancestrale o la pazzia. Del resto il suo nome è Alba e forse questa sua vita è solo l’inizio di qualcosa che deve ancora arrivare.
Alba senza un cognome, Alba senza un amico, Alba senza una carezza.
Alba sola con se stessa e con il suo carrello del supermercato in cui portare a spasso ciò che raccatta per strada. Un tesoro di stracci e di vecchie cose che si ferma a guardare incantata quando siede sul muretto a riposare. Forse è in quelle quattro cose che trova se stessa, regina della solitudine e di una corte di dissennati che nella normalità di una casa, di una famiglia, di un lavoro credono di aver svelato il senso della vita.

Alba con il suo segreto, affidato ai passi che si rincorrono in questo gennaio ghiacciato che per lei è la primavera di sempre.

Lory

martedì 13 novembre 2018

FalconeCostantini: Un mese a Natale


Le note lo raggiunsero insieme all’odore freddo e umido della pioggia che lo aspettava all’uscita dalla metro. Demis riconobbe L’Inverno di Vivaldi nel volteggio dell’archetto sul violino e rallentò il passo. Il musicista ambulante non gli badò. D’altronde erano mesi che si esibiva in quell’angolo al riparo dal vento e Demis non lo aveva mai degnato di attenzione. Tantomeno di un obolo.
“Sarà che manca un mese a Natale…”, si disse lanciando un euro nella custodia aperta del violino. Il suono della moneta a contatto con le altre fu lievissimo. Ma bastò a fermare il profluvio di musica. L’ambulante aprì gli occhi e per la prima volta Demis si rese conto che aveva una faccia.
“Da oggi a Natale”, disse trapassandolo con pupille di castagna, “sta’ lontano dai fili.”
“Come?”
L’uomo abbassò lo strumento e si protese verso di lui.
“Ho detto: da oggi a Natale, sta’ lontano dai fili.”
Poi l’archetto tornò a stuzzicare le corde e la musica interruppe ogni contatto.
Demis si strinse nelle spalle.
“Pioggia e oracolo delirante. ‘Sta giornata è tutto un programma”, borbottò affrontando il primo scroscio sulle strisce pedonali. Fu fradicio prima ancora di raggiungere il marciapiede opposto. Più che entrare in sede, si tuffò nel tepore al di là delle porte a vetri.
“Ma vaffanc…”
“Problemi con la nuova fotocopiatrice?”, chiese Giovanna aiutandolo ad alzarsi.
“Chi è quel genio che ha teso il filo in mezzo alla stanza?”, la assalì, massaggiandosi un ginocchio.
“Volevo provarla. Fatto molto male?”
Stava per risponderle a tono, poi il suo sguardo fu catturato dal grosso, spesso filo nero che l’ultimo acquisto dell’agenzia (ultima conquista del capo) si affrettò a riavvolgere.
Da oggi a Natale sta’ lontano dai fili.
L’avvertimento gli rimbalzò addosso ma il disagio arrivò solo quando, una volta a casa, si scoprì a pensare che potevano essere fili anche le corde del vecchio ascensore che toccava terra cigolante. Inforcò le scale sentendosi un idiota. Di più, rise di se stesso mentre apriva la porta e si trovava davanti Susanna in piedi sulla scala.
“Arrivi a proposito. Si è incastrato il carrello della tenda.”
Demis si ritrovò il filo in mano prima di avere il tempo di pensare.
“Facciamo il contrario”, propose sentendosi subdolo.
Fu felice di lasciarle la manovra e di salire sulla scala.
“Ora sembra tutto a posto…”, disse, la testa ancora infilata tra le pieghe della mantovana.
“Ok, allora scendi.”
Non ne ebbe bisogno. La scala gli si aprì sotto, catapultandolo sul divano.
“Bel numero!” rise Susanna.
“Bel numero un cazzo. Vado a farmi una doccia.”
Ormai era alla paranoia. Se ne stava sotto il getto della cipolla meditando se era giusto pensare al tubo della doccia come a un filo. A scanso di equivoci, evitò di toccarlo.
Quando poi impedì a Susanna di legarlo alla testata del letto con la cinta dell’accappatoio, privandola del suo giochetto preferito, realizzò che il violinista ambulante aveva vinto. Fino a Natale si sarebbe tenuto alla larga da tutto ciò che anche lontanamente poteva chiamarsi filo. Compreso quello interdentale.
Fu un mese lunghissimo. Si privò dell’auricolare per il telefonino e delle cuffiette dell’Ipod. Rinunciò in un colpo solo alle Nike, alla corda e alle lezioni di boxe. Si tenne a distanza dai fili per il bucato e dagli elettrodomestici in genere. Si rifiutò di fare l’albero di Natale, troppi fili, preferendo per la prima volta in vita sua il presepe. Ma senza luci. Bandì gli adorati spaghetti dalla sua dieta e chiuse in un cassetto la catenina d’oro che avrebbe potuto strangolarlo nel sonno. Era talmente preso a dribblare le migliaia di fili che lo assediavano da rendersi a stento conto delle perplessità sempre più forti di Susanna.

“Demis, si può sapere dove stai andando? I miei stanno per arrivare.”
“Ho dimenticato una cosa. Faccio in un lampo.”
Corse giù per le scale. Ancora un solo giorno e quella follia sarebbe finita. Intanto però aveva dimenticato di prendere un regalo per Susanna. Il vicino centro commerciale restava aperto fino a tardi e lo benedì mentre lanciava l’auto nel parcheggio e correva dentro. La folla dei ritardatari natalizi stava scemando. La cena della Vigilia era praticamente in tavola e Demis si guardò intorno, alla ricerca di una profumeria.
Era da stronzi presentarsi col solito profumo, però meglio che niente. Avrebbe rimediato non appena il conto alla rovescia si fosse fermato con lo scoccare della mezzanotte.
“Avresti fatto meglio ad ascoltare il mio consiglio.”
Quella voce si materializzò alle sue spalle. Demis si voltò e lo vide.
Vide lui.
Vide la custodia del violino.
Vide il mitra che ne uscì.
Ma, soprattutto, vide lo striscione che dava il benvenuto ai clienti del centro commerciale “I Fili”.
Poi Demis non vide più nulla.


domenica 8 luglio 2018

FalconeCostantini: Marcello da oggi non viene più





“…Marcello era un bambino come tanti. E dovete considerare che questo concetto, alla fine degli anni ’60, aveva un significato letterale. Avete presente quanti erano i bambini nell’epoca del baby-boom?”
Lisa non sta veramente ascoltando le parole di Cristina, la relatrice incaricata di presentare il suo romanzo d’esordio. I suoi occhi e i suoi pensieri sono tutti rivolti alle persone che occupano le quattro file di sedie approntate nella piccola libreria nel corso principale di Rieti. Le conta. Sono 23. Non ha neanche un dubbio che a trascinarle tra le pareti di pietra di quell’antico magazzino trasformato sia stata la pioggia mista a neve che da venti minuti sta preludiando l’inverno.
D’altronde lei non è nessuno. Partecipare a quel concorso letterario è stata un’idea della sua amica Lidia. Vincerlo l’ha lasciata incredula. Ma il vero miracolo è stata la pubblicazione con una casa editrice importante. “Marcello da oggi non viene più” è uscito a settembre e l’ufficio stampa della casa editrice ha organizzato, senza neanche consultarla, un giro di presentazioni nel Lazio. Lisa ha dovuto utilizzare i giorni di ferie residui per poter essere presente. Il fatto che gli appuntamenti siano tutti all’interno della regione le consente di rientrare a Roma per non abbandonare del tutto i suoi gatti.
“… ma adesso lasciamo la parola a Lisa: dicci cara, come hai iniziato a scrivere?”
Lei sbatte le palpebre dietro gli occhiali da miope. Ha bisogno di qualche istante per raccogliere le idee o per ripetersi la domanda.
Quando ha iniziato a scrivere? Quando ha realizzato di aver investito dieci anni di vita in una relazione sbagliata. Oppure quando ha perso le speranze di ottenere il posto fisso in banca, promesso da un vecchio zio, e ha ripiegato su un banale posto di commessa alla Upim.
“Ho sempre avuto la passione per le storie. Fin da bambina. Ho sempre tenuto in borsa un taccuino…”
“Una moleskine? Tipico degli scrittori.”
No, vorrebbe dire. Era proprio un semplice taccuino della Pigna, a quadretti, ma annuisce e si prepara alla prossima domanda.
E ne arrivano di domande. Sempre le stesse, anche se le relatrici cambiano.
Avresti mai pensato di vincere il concorso?
Quanto c’è di te in Giuseppina, la protagonista della tua storia?
Poi, immancabile, la domanda che la prostra: progetti futuri?
No. Sarebbe l’unica risposta sincera. Non ci sono altre storie nella mente di Lisa. C’è sempre e solo stata quella. La storia. Marcello, che non si chiamava Marcello, era suo compagno di banco. L’unico che non si facesse beffe degli occhiali dalle lenti spesse e della benda che occludeva alternativamente l’occhio destro e il sinistro. Lui era un bel bambino, biondo, capelli lisci, occhi nocciola e ciglia lunghissime. Lisa ne era innamorata, come solo a quell’età ci si può innamorare. Passavano ore a chiacchierare e a scambiarsi le figurine dell’album degli animali. Tutti e due alla spasmodica ricerca dell’introvabile ornitorinco. Lisa sa che il tutto è durato un solo, indimenticabile, anno scolastico. Ma il tempo ha un ritmo tutto suo per i bambini. Ha il sapore dell’eternità. L’autunno delle foglie secche da raccogliere e incollare sul quaderno li aveva fatti incontrare. I primi papaveri nei prati, da cogliere per tatuarsi di stelline l’avambraccio, li avevano divisi. Da un giorno all’altro, senza alcun preavviso. Si erano detti ciao all’uscita da scuola. La mattina dopo la maestra era entrata e, con un’espressione che Lisa non ha mai dimenticato, aveva detto all’intera classe: “Luigi da oggi non viene più.” Nessuno aveva capito le sue lacrime, ma tutti l’avevano additata e schernita e tormentata. “Lisa ama Gigi”, “Lisa ama Gigi”, “Lisa ama Gigi”. Quella litania era andata avanti fino alla fine della scuola. Poi l’estate aveva cancellato Luigi dalla memoria di 28 bambini di prima elementare. Non dalla sua. Mai. Aveva continuato a pensarci senza trovare il coraggio di chiedere. Ma quello di andarlo a cercare sotto casa sì. Sapeva dove abitava, era andata una volta a fare i compiti a casa sua. Ma le tapparelle erano chiuse e sul citofono il cognome non c’era più. Ecco, questa è la storia che Luisa ha voluto raccontare. Questa e nessun’altra. La storia della prima vera delusione. Della prima lezione che la vita ha voluto impartirle: le cose belle non durano.
Il problema è che la casa editrice è soddisfatta delle vendite e vuole un altro titolo e lo vuole per le uscite estive. Ma cosa potrebbe mai scrivere una donna sola che passa ore nell’atmosfera artificiale di un megastore. Che torna in una casa vuota in compagnia di un vecchio giradischi e di due soriani tigrati che non fanno altro che litigare tutto il giorno. Già, cosa potrebbe scrivere?
La campanella vintage sulla porta della libreria squilla argentina e Lisa pensa che sia un altro viandante infreddolito in cerca di riparo. E’ un uomo, uno dei pochi, perché, lo ha imparato, alle presentazioni di romanzi vanno quasi solo donne. Si toglie il cappotto, forse non è così infreddolito. Muove qualche passo laterale per non disturbare la piccola platea. Punta la sedia vuota in prima fila. Il posto è per l’assessore comunale alla cultura che, come da copione, si è guardato bene dall’intervenire. Prende il foglio con la scritta riservato, lo appallottola e lo mette nella tasca della giacca. Poi si siede. Nella luce del faretto che gli spiove addosso, i capelli sono folti e quasi completamente bianchi. Lisa non sa perché lo sta fissando mentre il pubblico aspetta di essere informato sui prossimi libri che non scriverà. Ma lo vede infilare la mano nella tasca interna della giacca ed estrarne qualcosa di piccolo e rettangolare. Una tessera? E’ forse un poliziotto? Lui le sorride e protende l’oggetto. Lei strizza gli occhi dietro le lenti. Ci mette un po’ a riconoscerlo.
“L’ornitorinco!” esclama, superando la voce della relatrice imbarazzata dal suo lungo silenzio. L’uomo getta la testa all’indietro e ride coprendosi la bocca con le mani. E allora lo riconosce. Riconosce quel gesto che, tanti anni prima, serviva a coprire il moncone dell’incisivo sinistro.
“Luigi è tornato”, dichiara spostando lo sguardo sui presenti piuttosto confusi. Poi si corregge: “Marcello è tornato. Questo, questo è il titolo del prossimo romanzo.”

FalconeCostantini

sabato 26 maggio 2018

FalconeCostantini: Torrespaccata





TORRESPACCATA

Lo so che l’ho promesso, ma stamattina non posso evitarmelo. C’è il compito di latino alla prima ora e se lo salto la prof non mi grazia. Ergo attraverso il prato. E l’accampamento degli zingari. Fortuna che mia madre non mi può vedere dalla finestra, sta già rifacendo i letti. E’ da quando ci siamo trasferiti qui, a Torrespaccata, che mi ammorba con la storia degli zingari che rapiscono i bambini. Hai voglia a dirle che ormai ho quindici anni e non sono una sprovveduta. Lei pretenderebbe che mi alzassi mezzora prima, per raggiungere una fermata “sicura”.
Esco dal portone come un proiettile, la tolfa che mi sbatacchia sul fianco, il maledetto vocabolario che pesa come un mattone e rischio di farmela in scivolata fino al cancello. Pure stanotte ha gelato. Non succedeva quando stavamo alla Pineta Sacchetti. Qui in periferia ci sono troppi spazi aperti, troppi prati e un freddo da farsela addosso. Va beh, che vuoi pretendere. Questa fino a dieci anni fa era aperta campagna, poi sono arrivati i palazzinari a tirare su ‘sti dormitori. Tante case tutte uguali, un garage per chiesa e se vuoi un paio di jeans l’unica possibilità è il mercatino.
Alzo lo sguardo verso viale dei Romanisti. Alla fermata del 156 non c’è neanche uno straccio di studente, possibile che sono l’unica ritardataria? Ci manca solo che quella laggiù sia la signora Costantino. Se dice a mia madre che ho attraversato il prato al muretto non ci scendo più per un mese e Claudio me lo frega quella stronza di Lucilla.
Ci siamo, l’erba scrocchia sotto la para delle polacchette. Il freddo mi trapassa i piedi e il fiato si condensa. Potrei anche fumare, tanto chi si accorgerebbe della differenza. Cerco di affrettare il passo slittando sul sentiero di terra ghiacciata che taglia proprio in mezzo all’accampamento. Le roulotte in circolo, come i carri di un film western. I resti di un paio di falò che ancora fumigano. Non c’è un’anima in giro e vorrei dirlo a mia madre: con questo freddo e a quest’ora non escono neanche gli zingari per andare a caccia di bambini.
“Ciao bella… fa freddo eh?”
Sbuca da dietro un vecchio furgone Volkswagen e finisce di gelarmi il sangue nelle vene. E’ più basso di me, indossa una camicia e un paio di pantaloni di panno. E’ sporco ma ha i capelli pettinati all’indietro e una sigaretta all’angolo della bocca. Potrebbe avere dai dodici ai venticinque anni. Io mi blocco sul posto. Il gelo che sale dalle suole, la tentazione di voltarmi verso le finestre di casa per vedere se mia madre, tante volte…
“Come ti chiami?”, insiste. Decido di rispondere, così capisce che non ho paura.
“Annalucia.”
“Ianu”, si presenta e per fortuna non mi tende la mano. “Vai a scuola?”
Ci mancava lo zingaro in vena di chiacchiere.
“Si, e sono in ritardo. Che c’è problema se passo in mezzo?”
Ridicola, sono già in mezzo.
“Qui è sicuro, e poi ci sono io. Dai, t’accompagno.”
Schiaccia la sigaretta sotto al tacco e infila le mani in tasca pronto a mettersi al mio fianco. Aspetta solo un cenno. Stavolta mi giro verso le mie finestre. Se mia madre mi vede a passeggio con uno zingaro, da domani m’accompagna a scuola… meglio essere rapita.
“Niente paura, noi non portiamo via i bambini.”
Accrocco una risata di superiorità.
“Io non vedo bambini in giro.”
“Neanch’io”, risponde e non so perché mi viene da stringermi nell’eskimo.

L’eskimo non lo porto più ma la fermata dell’autobus c’è ancora. Scendo e mi guardo intorno. Trent’anni dopo i palazzi sono tutti lì. Qualcuno ha la cortina scolorita, tutti hanno le finestre dei primi piani sigillate da inferriate. Sui balconi non più gerani ma un fiorire di parabole e condizionatori. E le veneziane che riempivano di crepitii la mia estate… sono sparite. Adesso le tende sono di tela a strisce. Le vedo arrotolate in alto. E’ inverno, ma l’erba non scricchiola più sotto i piedi mentre attraverso il parco. Panchine e giochi per i bambini occupano lo spazio che un tempo era dei rom. Non so di preciso quando sia successo, ma li hanno cacciati via, definitivamente. E ora cacceranno via anche i banchi del mercatino, se il cartello sul cantiere non mente. Stanno costruendo un mercato coperto che ruberà un’altra fetta di prato. Non bastava la palazzina pretenziosa che impalla lo scorrere del traffico su viale dei Romanisti, l’unico spettacolo rimasto per tanti occhi annacquati dietro le finestre. E’ diventato un quartiere di vecchi questo. Sono bastati trent’anni, una generazione, perché i figli degli anni Sessanta, quelli dei doppi turni e delle scuole prefabbricate, sciamassero via lasciando qui i genitori ormai trasformati in baby sitter per nipotini viziati.
La strada che ricordavo larghissima è diventata un budello. Lo spartitraffico serve a dividere due corsie di auto parcheggiate talmente fitte che quasi scavalco un cofano per passare. E’ qui che abitavo. La pulsantiera dei citofoni è la stessa, hanno sostituito i tasti però. Di metallo, ché quelli di plastica erano una tentazione troppo forte per piccoli vandali dall’accendino facile. Sono i cognomi a essere diversi. Di più, alieni.
Alla scala B, interno 13 abitavano i Chiolo, con Antonietta mi passavo un anno. Quanti pomeriggi trascorsi a sfuggire i suoi tentativi di entrare in comitiva. Adesso in quelle tre camere all’ultimo piano abita la famiglia Aftei. E poi Ciubutaru, Hung – Lee, Bogdwiecz. Noi ci siamo ancora, ma siamo solo un nome su un vecchio citofono.
Infilo la mano nella tasca del cappotto a stringere il vecchio moschettone portachiavi. Pesa. Un peso specifico che cresce insieme alla consapevolezza che dovrei salire in casa. Dovrei. Ma non ce la faccio. Non oggi.
Nel crepuscolo troppo precoce dell’inverno sto per decidere che ho fatto un viaggio a vuoto. A farmi rompere gli indugi è una figura di anziana in avvicinamento. Magari mi sbaglio, ma sembra quella pettegola della Costantino. Fu lei a dire a mia madre che Michele veniva a prendermi sotto casa tutti i pomeriggi di un’estate che fu la più bella della mia vita. Non ho voglia di incontrarla, di spiegarle, di raccontare. Mi volto e ritorno sui miei passi, verso ciò che resta del prato, verso il ricordo lontano del campo rom coi suoi colori, con i suoi odori, con la mano sudicia di Ianu poggiata sulla spalla. Cammino a testa bassa inseguendo i miei piedi sul sentiero.
La voce, giovane, mi fa trasalire: “Aho, ce l’ho co’ te!”
Avrà quindici anni, le gambe magre inguainate in un paio di jeans stretti e un giubbotto bianco uguale a quello degli altri tre. Se ne stanno seduti sui motorini a formare un check-point. “Hai visto che ore so’?”
Guardare l’orologio è istintivo e dai quattro bulletti parte la risata.
“Quanno fa’ buio er prato diventa nostro. Se voi passa’, fanno dieci euro.”
Li guardo in faccia, uno per uno. Non sono intimiditi dal mio essere adulta, anzi.
“Non ho tempo da perdere”, rispondo stringendo la borsa contro il fianco.
“Allora paga sennò da qua non se passa.”
Sono puliti, pettinati, a loro modo eleganti. Sono figli e nipoti di gente per bene. Sono il futuro di questo quartiere, di questa città. Potrei sfidarli ma sarebbe come spingerli verso una strada che, forse, non è ancora la loro.
“Se il prato è vostro, spero che ve lo godiate come me lo sono goduto io alla vostra età.”
Giro le spalle ai loro commenti inconcludenti e sboccati - ma lasciala perde, qua’ stronza - e torno su via Cornelio Sisenna.
Sarà un lungo giro fino alla fermata dell’autobus. Lo stesso lungo giro che mia madre voleva facessi per evitare le insidie del prato. Non riesco a trattenere un sorriso. Lei non lo sa, ma è la prima volta che le do ascolto.



lunedì 30 aprile 2018

FalconeCostantini: La regina delle rose


“Ragazzi, attenti a non calpestare le… fresie, sbaglio?”
“Iris”, corresse con un sorriso Cristina, la padrona di casa. “Faccio strada.”
La porta si schiuse su un lungo corridoio le cui pareti erano tappezzate di tele.
“Sono opera sua?”, chiese la giornalista fermandosi ad ammirare una natura morta dai toni allegri.
“La mia seconda passione, dopo le rose ovviamente.”
Di nuovo quel sorriso, aperto, gioviale. Il sorriso di una donna che ha trovato la propria ragion d’essere negli hobby che la famiglia non le aveva permesso da giovane.
Laura Costa, punta di diamante della rubrica “Donne in fiore” la seguì con la troupe in salotto.
“Va bene qui?”, chiese Cristina indicando il divano in rattan.
“Benissimo, anche la luce mi pare buona. Vero Giovanni?”
L’operatore diede l’okay con il pollice e cominciò a sistemarsi.
“Allora”, esordì la giornalista sedendo compunta sui cuscini ricamati a mano, “come ci si sente ad essere nominata Regina delle rose 2009?”
“Non me lo aspettavo. Il mio è solo un piccolo hobby, non sono certo una professionista.”
“Adesso non faccia la modesta. La tonalità delle sue Violet Red fino a oggi sembrava irraggiungibile dalla floricoltura. Lo sa che io sono qui anche per carpirle il segreto, vero?”
“Per intanto che ne direste di una tazza di tè al gelsomino?”, si schermì tirando dietro l’orecchio una ciocca dei lunghi capelli color della luna.
Laura prevenne il rifiuto dei due ragazzi.
“Una tazza di tè è proprio quello che ci vuole.”
“Con permesso.”
Attese che la sua ospite sparisse in cucina per inquadrare la troupe.
“Mi raccomando, attenti a dove mettete i piedi, evitate il turpiloquio e soprattutto niente fumo, siamo intesi?”
“Sì”, rispose Giovanni agganciando la telecamera sul cavalletto, “però il tè ce lo potevi risparmiare.”
“Evitare un caffè non può farti che bene. E poi il gelsomino è distensivo.”
“Esatto”, le diede manforte Cristina. “Il tè al gelsomino ha virtù rigeneranti, depurative e rilassanti. Ho portato anche dei biscotti e delle tartine con marmellata di pomodori verdi, una mia ricetta.”
Posò il vassoio sul tavolino di rattan e andò a sedersi accanto a Laura.
“Che ne direbbe se cominciassimo subito? Così il vassoio ci fa da scenografia. Se poi fosse possibile avere anche le rose della vittoria…”
“Sono proprio lì, dietro ai giovanotti. Vado a prenderle.”
“Lasci, ci pensa Paolo.”
Memore delle raccomandazioni della giornalista, Paolo trattò il vaso di cristallo come una reliquia. Le rose, di un punto di rosso tanto scuro da sfiorare il nero, contrastavano con l’ambiente solare di quel salotto e Laura pensò che sembravano… carnose.
“Le piacciono?”, chiese Cristina con manifesto orgoglio.
“Moltissimo”, mentì chinandosi ad odorarne i petali.
“Non hanno profumo”, la prevenne. “La natura non fa sconti. A tanta bellezza non si poteva aggiungere il piacere di un buon odore.”
Laura pensò che la donna era stata benevola con la propria creazione. Le Violet Red puzzavano. Il loro effluvio era un misto di ferro e rame.
“Okay, cominciamo?”
Impugnò il microfono e attese il via di Giovanni.
“Siamo qui a Lanuvio, nei pressi di Roma, a casa della signora Cristina Boe che si è aggiudicata l’ambitissimo titolo di Regina delle Rose 2009 con le sue Violet Red. Ovviamente l’abbiamo raggiunta per carpirle il segreto di tanta bellezza…”
Cristina non avrebbe mai pensato che potesse essere divertente sottoporsi alla curiosità dei media. L’intervista era scivolata via insieme al tè, ai biscotti e anche alle tartine con la marmellata di pomodori verdi, rigorosamente del suo orto. Perfino i ragazzi della troupe avevano preso confidenza e, accettando di darle del tu, avevano implorato un caffè. Le dispiacque quando li vide smontare il cavalletto e accingersi a riprendere la strada per Roma.
“Volete vedere il giardino prima di andare?”, chiese speranzosa indicando il retro della casa.
“Volentieri. Ti dispiace se facciamo qualche copertura?”
“Prendete tutte le immagini che volete.”
Il giardino era rigoglioso. Protetto da una bassa siepe di bosso aveva una sua armonia di colori nella totale assenza di un ordine prestabilito. Un tipico giardino inglese che faceva corona al roseto straripante di petali rosso sangue.
“Pensi di mettere in vendita la talea?”, chiese Laura.
Cristina scosse la testa.
“Vedi, i fiori sono degli esseri viventi e ripagano chi si prende cura di loro. Tra me e le mie rose c’è un rapporto particolare. Escludo che possano crescere così belle nel giardino di qualcun altro.”
“Eppure non posso credere che amore e dedizione siano gli unici ingredienti. Alla fine sei stata molto abile a schivare le mie domande. Insomma, in tutta confidenza, cos’è che fa crescere così le tue rose?”
Cristina le offrì il suo tenero sorriso.
“Te lo dirò se tornerai a trovarmi. Da sola. Mi è piaciuto tanto chiacchierare con te.”
Li accompagnò al vialetto d’ingresso e sventolò la mano fino a quando la station vagon non ebbe svoltato l’angolo. Era orgogliosa per l’attenzione che le sue rose avevano meritato. E anche per la curiosità che, ne era sicura, avrebbe riportato Laura a casa sua.
Tornando sui propri passi si accorse che uno dei cespugli delle Violet Red meno esposto ai raggi del sole stava producendo dei boccioli leggermente più chiari degli altri.
“Occorre un rinforzo, bambine mie”, sussurrò prendendo le chiavi della cantina.
Nel piccolo frigorifero in fondo alle scale, le bottiglie erano ordinatamente disposte ed etichettate.
“Pasquale… Enrico…Carlo… Lory… Il sangue di una donna generosa. Proprio quello che ci vuole per le mie piccole.”

domenica 22 aprile 2018

#ioleggocosì le risposte dei lettori

Alla domanda che vi abbiamo posto nella nostra prima newsletter (a proposito, vi siete iscritti, vero? nel caso vi fosse sfuggito QUESTO è l'indirizzo per farlo) avete risposto in parecchi ed ecco il quadro che ne esce:

Il quando

Vorrei leggere molto di più e cerco ogni attimo per farlo: in metropolitana, in fila alla posta, in pausa pranzo (C.I.)

Leggo quando capita, a volte la sera se non sto alzata a scrivere. A volte, al  mattino se trovo un ritaglio di tempo (F.R.)

Leggo di solito durante il tragitto in autobus o metropolitana da/per il lavoro, quindi nelle fasce orarie 7.30- 8.30 e 16.30-17.30, e utilizzo il Kindle su smartphone (R.P.)

Di routine leggo la mattina sul treno, e poi al ritorno nel tardo pomeriggio e la sera prima di dormire. Ma la Lilli legge ovunque. Ha sempre il Kindle con sé. E siccome non si sa mai, ha scaricato l’applicazione Kindle sul telefono. In realtà spero sempre che capiti un’attesa, un tempo morto, per poter leggere. A volte, se ho un gran bel libro, sono persino contenta se il treno si blocca, o ritarda (L.L.)

Non ho un orario preferito, o meglio, potrei anche averlo ma di solito leggo quando sono libera da altri inghippi (M.G.S.)

La mia routine di lettura non ha orari, luoghi. È una sensazione, un Tempo per rilassarsi e farsi assorbire da un romanzo, un racconto, una poesia. È come sognare, da sveglio o dormiente poco importa. Se la mente non riesce a spiccare il volo per me è inutile aprire il libro... sarebbe solo uno scorrere di pagine (F.S.)

D'inverno, leggo prevalentemente di sera, dopo cena, quando tutto è a posto. E leggo a letto o sul divano. Nella bella stagione, leggo nel tardo pomeriggio di fuori, all'ombra di un albero, seduta sul divano esterno (G.R.)

Il pomeriggio dopo pranzo e la sera prima di dormire; un po' per conciliare il sonno, un po' per rilassarmi e un po' perché sono orari piuttosto tranquilli e, pertanto, consoni alla lettura (F.C.)

Il quanto

Cosa leggo? Purtroppo di tutto!!!! ...e non posso neanche mettere da parte i libri che non mi piacciono, devo arrivare fino alla parola FINE. Poi, ho le mie 'letture private' e sono quelle che preferisco. Ora sto leggendo: Educazione siberiana di Nicolai Lilin, e nel libro c'è una frase con la quale mi identifico: "a partire dalla mia nascita, io forse per abitudine ho continuato a procurare vari dispiaceri e togliere parecchie possibilità di vita allegra ai miei genitori." (L.L.)

Io leggo un po’ ovunque e quando mi prende son capace di leggere anche per strada ; solitamente leggo più libri insieme a seconda dell’umore. Compro tanto, più di quanto possa leggere e allora mi do da fare. E poi ci sono storie a volte che hanno bisogno di essere interrotte e riprese dopo un po’ perché troppo belle per finire (R.C.)

Leggo circa trenta libri all'anno, di vario genere, per un totale di 12000 - 15000 pagine. Per motivi di spazio ed economici da qualche anno leggo quasi esclusivamente in formato e-book; il formato di carta lo riservo a libri, per me, "speciali" (F.C.)

Il dove

Io leggo soprattutto la sera nel letto (E.G.)

Mi piace farlo seduta a un tavolino di un caffè che si trova in piazza di fianco alla Reggia di Colorno. Da lì vedo il giardino, lo scalone che porta alla sala del trono, la gente che passeggia. Di solito faccio la doccia, esco con i capelli bagnati, mi siedo, prendo un gelato affogato nel caffè e leggo fin verso sera quando riprendo la mia bici, e facendo la strada dell’argine sulla Parma, ritorno a casa (M.G.S.)

Ho tre o quattro posti in casa che prediligo e vicino a ognuno un mucchietto di amici pronti ad aprirsi per me. Il letto lo prediligo ma non di sera, mi concilia il sonno e solitamente ci leggo solo di pomeriggio, quando nei fine settimana piove e fa freddo. Poi il divano quando non c’è nessuno nei paraggi e soprattutto nessun apparecchio radiotelevisivo funzionante. Quando il divano è occupato dal marito ronfante, c’è la mia carissima poltrona rossa con le orecchie Ikea che mi avvolge e mi coccola quando le storie che leggo sono tristi o spaventose. Infine, se il tempo è conciliante, la poltrona in terrazza con o senza copertina mi accoglie per le letture di inizio estate (R.C.)

Leggo molto al mare, rigorosamente mentre mi abbrustolisco al sole, dopo il bagno. Faccio la spola fra mare, telo e libro che sa ovviamente di salsedine. 
Questo è (G.R.)




lunedì 9 aprile 2018

FalconeCostantini: il primo incontro delle socie


“Che fai?”
“Scrivo.”
“Si, questo lo vedo.”
Hanno quattordici anni. Sono compagne di banco ma si conoscono ancora poco. La mora è schiva, chiusa in un mondo tutto suo. La bionda è socievole, è merito suo se quel primo banco in terza fila le vede unite dal primo giorno di scuola.
“Sto scrivendo un romanzo.”
“Fico.” 
La mora non è disposta a darle corda. Ma la bionda è tenace. “Di che parla?”
Due occhi seri bordati di lunghe ciglia scure agganciano lo sguardo solare chiazzato di verde.
“Di un ragazzo inglese che va col padre a vivere in India.”
La bionda dà un’occhiata alla porta. La campanella è suonata e i suoi compagni stanno sciamando come un torrente fuori dall’aula. È un attimo prima di decidere che per una volta può fare a meno della sigaretta e degli sguardi interessati della fauna maschile. Della sua età ovviamente. Quelli più grandi non la degnano ancora di attenzioni. Si siede.
“Posso leggere?”
Dovrebbe capire che è no, che quel braccio che scivola sul ripiano verde di formica e si chiude intorno alle pagine fitte fitte è già una risposta sufficiente. Ma ve l’ho detto, ha la testa dura e un sorriso che vuole dire ti puoi fidare.
Occhi dolci arriccia le labbra e si concede un po’ di tempo per pensarci. Il sorriso della bionda è sempre lì, un po’ obliquo perché la testa è leggermente piegata verso la spalla. Come incoraggiamento. Ma ancora non basta. Sta per scuotere la testa quando arriva quella frase.
“Scrivo anch’io. Poesie.” La testa bionda si muove trascinandosi dietro le onde screziate di arancio. “Giuro. Cioè, non lo so se sono poesie perché non c’è la rima. Forse sono solo pensieri che metto su un quadernone a quadretti. Però mi piace.”
È su quel mi piace che le difese cadono. Perché può voler dire che l’interesse è sincero. Può voler dire che non riderà di lei e della strana storia che ha costruito intorno a un ragazzino di tredici anni, orfano di madre che in un paese lontano e ostile incontra un’anima affine alla sua.
“Hai letto Salgari?”, chiede mentre senza accorgersene la mano preme sulla pagina e il quaderno si sposta impercettibilmente verso la nuova amica.
“Ho letto l’Isola del tesoro.”
“Quello non è di Salgari, è di Stevenson.”
“Però è fico lo stesso.”
“Salgari è un’altra cosa.”
Intanto il quaderno è giunto alla portata di quegli occhi macchiati di bosco che ora si muovono rapidi e curiosi sulle parole. È facile leggere le prime due righe. Poi però, per quanto il collo si allunghi, diventa complicato decifrare la calligrafia stretta dai tratti ancora infantili.
“Scusa eh…”, dice la bionda sfilandole il quaderno da sotto il naso. 
Poi si sistema comoda comoda lasciandola un po’ attonita...