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domenica 17 novembre 2019

Mi dichiaro colpevole



Esiste un reato che si chiama "esercizio abusivo della professione". E pare che siamo in molti a compierlo. Moltissimi. 
E non sto parlando di giornalismo, visto che sono iscritta all'albo da 19 anni.
C'è una questione di lana caprina che risorge regolarmente in rete e forse avete già capito a cosa mi riferisco, ma andiamo per ordine.
Per anni, molti, tutta la mia esistenza ha girato intorno alle esigenze di mia madre. Mi occupavo della sua salute, fisica e mentale, la assistevo in tutto e dedicavo a lei ogni singolo momento del poco tempo libero di cui disponevo. Ero una badante - o una caregiver, se vi piace di più - a tutti gli effetti. E se mi fossi definita tale, nessuno sarebbe venuto a sindacare per quante ore lo fossi, con quali reali risultati e, soprattutto, se mi ci guadagnassi di che vivere. Insomma, nessuno mi avrebbe tacciato di "esercizio abusivo della professione".
Mia mamma non c'è più. E la mia vita, nel mio tempo personale, ha un epicentro che non è difficile da indovinare: scrivo. Scrivere significa molto più dell'atto materiale di digitare su una tastiera o far scorrere una penna su un foglio. Scrivere significa dedicare energie fisiche e mentali a un'attività artistica (o artigianale, se arte vi pare troppo) che prevede preparazione, documentazione, ricerca, costante applicazione, aggiornamento. E, solo alla fine, pubblicazione. 
Io questo faccio, dal 2008. E lo faccio da abusiva, da autrice di serie B. No, anzi, da serie D, se vogliamo restare nella metafora calcistica.
Esercito nei campetti di periferia, con un pubblico piccino su gradinate scomode. 
Abusiva. Perché con i proventi delle vendite dei miei libri non ci pago le bollette, perché dedico otto ore al giorno di ciascuno dei miei giorni a un lavoro (che amo) e per il quale percepisco un salario.
Quindi, sebbene io scriva, pubblichi e abbia persone che, bontà loro, attendono con gioia ogni nuova fatica narrativa, a cadenze quasi regolari trovo qualcuno che viene a specificarmi che non devo neanche osare definirmi scrittrice.

La premessa fondamentale è che a me non interessa il patentino di un inesistente albo degli scrittori. Invece pare interessi a più di qualcuno specificare che no, cazzo, io, lui, lei, loro non possono proprio. A meno di non poter produrre il CUD con i diritti d'autore incassati. A breve scopriremo che al di sotto dei 25.000 lordi l'anno no, non puoi. Al di sopra, sì, puoi. Quello che non è chiaro è a quanto ammonti e chi sia demandato ad elevare la sanzione per "esercizio abusivo della professione di scrittore".

lunedì 30 ottobre 2017

Doccia fredda #22 Campagna estiva



- Dio che caldo!
- Fatti una doccia!
- Oggi non c'è acqua!
L'irritazione dell'afa estiva, l'intolleranza a mille, perfino il fatti una doccia aveva amplificato il mio nervosismo.
C'era bisogno di dirmelo? Vive anche lui qui, lo sa che oggi non c'è acqua.
Non c'è acqua da settimane, dilazioniamo quella riempita nei giorni passati. E' tutto un caos di catini sparsi ovunque e il water è sempre sporco perchè lui non ci pensa a passarci lo spazzolone.
- Non c'è acqua – risponde quando glielo faccio notare – è normale avere il water sporco.
Ma tanto è inutile affrontare ancora l'argomento, mi risponderà come sempre che sono nervosa e di interrogarmi sul perchè, che non ha detto niente di strano, che vedo sottofondi inesistenti ovunque. Sottofondi inesistenti!
Ho taciuto volgendo lo sguardo altrove, verso i cani.
- Avrebbero bisogno di essere bagnati un po' – ha detto - è troppo caldo per loro!
Lo fa apposta, sta tentando di esasperarmi. E' così cristallino il suo comportamento che ci vedo perfino quel sottofondo inesistente!
- Mettiti sotto un albero, lì passa un po' d'aria.
- Non c'è vento.
- Pazienta.
- Ho solo detto Dio che caldo, non mi pare di essermi lamentata oltre.
- Pazienta.
- Ma mi ascolti?
- Se pazienti un attimo che io finisca di legare queste piante, ti ascolto.
- Due cose insieme no, eh!
- Sei lagnosa.
- Ho solo detto Dio che caldo!
- E' una lagna.
- E' una constatazione.
- E' una constatazione lagnosa.
Sono andata a farmi un giro per il bosco mentre lui continuava a legare piante, a sudare, a fare finta che questo caldo opprimente non ci fosse. Eroico, lui! Lo fa solo per dimostrarmi che sono sfinente, che se tollera lui posso tollerare anche io, che se mi si appiccicano le ascelle di sudore non è un dramma, che se i miei piedi sono neri per la polvere che c'è di fuori si può attendere che torni l'acqua, tanto qui non viene nessuno che possa notare che sono sporchi.
Sì, non viene nessuno, è vero.
Ha fatto in modo che potessimo stare soli per sempre. Non c'è nulla qui che possa essere invitante per altri. Ci sono solo alberi secchi, terra arsa, foglie in ogni angolo come fosse autunno. Non c'è neppure una strada che si dica tale per poter arrivare qui. Uscire poi è una tragedia immane, si rischia la vita in ogni istante, si rischia che la macchina si cappotti.
Ma lui non fa che ripetermi quanto sono impedita, quanto sono incapace di guidare, quanto sono solo pronta a lamentarmi di tutto.
Ho provato ad uscire a piedi ma a cento metri ci sono dei cani feroci a guardia di un gregge di pecore. Uno mi ha morso la caviglia ieri l'altro.
- Ti sta bene – mi ha detto – e ora provvedi da sola che qui il medico non arriva e io ho da fare.
Sono mesi che il telefono fisso gracchia, che non riesco ad avere una conversazione decente con un altro essere umano. Sono mesi che il cellulare mi invia messaggi che mi sono stati trasmessi settimane prima perchè qui non c'è campo e devo girovagare per trovare una tacca.
Sono mesi che gli chiedo di uscire un po' e di guidare lui fino al paese.
- Non sai stare sola.
- Usciamo, incontriamo gente, scambiamo qualche parola con altre persone.
- Se mi amassi, capiresti quanto può essere offensivo questo tuo mostrare fastidio al nostro stare insieme da soli. Ci ho provato a dirtelo che sei troppo socievole, troppo aperta, troppo comunicativa. Non c'è verso di farti capire che stare qui è l'unica possibilità che hai di essere una donna diversa.
Cammino nel bosco con i tafani che mi aggrediscono, che si legano al mio sudore, che tentano di bere il mio sangue che ribolle. Mi sembra di sentire lamenti di animali ovunque e immagino che da un momento all'altro il puzzo del mio sudore li attragga verso di me e mi prendano a morsi, dilaniandomi, placando la loro sete con il mio sangue caldo.
Sono esausta, ora torno di sopra e gli dico che è finita, che voglio andare via, che deve lasciarmi libera.
Salgo la scala nel bosco trafelata, perdo una scarpa tanto corro, ma non m'importa. Continuo a salire trafelata.
Non vedo altro che il momento in cui interromperò tutto questo assurdo silenzio e urlerò la mia rabbia, l'insofferenza per questo posto fuori dal mondo. Zittirò con le mie urla il cinguettio di questi uccelletti che cacano ovunque, spaventerò le lucertole che oziano su ogni zanzariera come fossero calamite dei ricordi di viaggi attaccate a un frigorifero. Urlerò talmente tanto che il mio fiato farà muovere le foglie sugli alberi, cascheranno tutte aumentando lo scrocchiare che sento sotto le scarpe a ogni passo, qul monotono scroc scroc quotidiano.
E' mentre salgo la scala che vedo l'accetta col manico rosso messa lì fra robaccia stipata che mi dice non sa dove mettere, l'accumulo di ferraglia, le bottiglie vuote piene solo di insetti sul fondo che stanno crepando e marcendo senza riuscire a risalire, le cassette di plastica deformatesi al sole, i due pneumatici sgonfi e i rumasugli di spazzatura che, a sentire lui, fanno concime. E invece puzzano, puzzano di un odore indefinibile, piene di api che cercano chissà cosa, ronzii di ogni minuscola specie alata.
E' ancora lì che lega lentamente quelle piante, con quella pacatezza che riesce solo ad aumentare la mia rabbia, che mi prende allo stomaco fino a farmi sentire la sensazione del vomito.
Ce l'ho fra le mani quell'accetta e non vedo altro dinanzi a me che la sua schiena che si sposta lentamente fra un movimento e l'altro. Gli arrivo alle spalle velocemente, come una furia, non ha neppure il tempo di girarsi tanto sono veloce.
Butto fuori un urlo disperato e zac! Gliel'ho piantata secca nella spina dorsale! Un unico colpo, netto, chiaro, vigoroso, con tutta l'energia che m'è rimasta.
Lo vedo piegarsi sulle gambe, senza neppure la forza di voltarsi. Si piega lentamente, cercando nella terra qualcosa a cui aggraparsi. E si accascia. Respira ancora. Gli vado davanti, mi allunga una mano per chiedermi aiuto. Lo guardo. Sputo sulla sua testa. Giro le spalle ed entro in casa.
Apro senza pensare il rubinetto del lavandino in cucina.
L'acqua scroscia a sorpresa.
E' tornata!







venerdì 23 settembre 2016

Di condivisione, di plagio, di editoria e di lettori

Credo sarà un post lungo. Siete avvisati.
Comincio dall'inizio. Ai tempi di Splinder io e Loredana avevamo due blog. Uno legato alle esternazioni estemporanee (diciamo tipo bacheca Facebook), l'altro - chiamato non a caso Le storie di Lauraetlory - legato alla nostra produzione narrativa (tipo una attuale pagina autore). Neofite nel mondo digitale, comunque molto meno frequentato di oggi, e incatenate al ruolo di esordienti, volevamo farci leggere. E sul blog più narrativo cominciammo a pubblicare, a puntate, un intero nostro romanzo. L'adesione dei lettori, a loro volta tutti blogger, andò oltre le nostre aspettative. Ci fu chi definì quel romanzo "il più bel film che abbia mai letto". E ci fu chi ci scrisse in privato per chiederci se fossimo interessate a pubblicarlo, quel romanzo. Saltammo sulla sedia. Quel romanzo era "Le colpe dei padri" e nel 2008 vide la luce quale primissima uscita della casa editrice Historica di Francesco Giubilei. Ci prendemmo gusto. E cominciammo a pubblicare, a puntate, altri romanzi. Lo facemmo anche sul sito dedicato alle fanfiction, EFP, notoriamente dedicato alle seguaci di saghe e serie tv per immaginare avventure alternative per i loro personaggi preferiti. Ma c'era, e c'è ancora, uno spazio dedicato alle opere originali. Lì uscì, completo fino alla fine e con decine e decine di recensioni, il nostro western. Tanto che il romanzo trovò un altro coraggioso editore, Las Vegas Edizioni. Ci siete?
Non ci furono plagi e copiature. Ci furono troll e hater assortiti, ma quelli fanno parte del gioco. Mi dicono che oggi tutti è cambiato. In un lasso oggettivamente breve in termini di tempo, la Rete ha spalancato le porte a tutto e il contrario di tutto. E pare che adesso essere plagiati sia quasi la norma, mentre è scontato vedersi piratare gli e-book. Ora, come molti di voi sanno, ho il fondato sospetto che il mio romanzo a due sole mani, "Un diario vittoriano", che stava uscendo a puntate sul portale www.cultora.it , sia stato plagiato. E l'opera molto, troppo simile, sta per uscire in self. La comprerò, leggerò, capirò. Intanto però devo sospendere la pubblicazione. E, forse non lo crederete, ma è la cosa che mi dispiace di più. Come tutte le cose che mi riguardano, la storia di Robert e Kiran è partita piano, pianissimo. Pochi riscontri, pochi lettori. Poi, piano piano, si è conquistata attenzioni e sono arrivati lettori che attendevano con ansia la nuova puntata. L'attenderanno invano, da oggi in poi. E vi dirò che ne sono talmente spiacente da aver ventilato, tra me e me, di contattarli e spedire loro i capitoli in privato. Mi dicono, però, che così sminuisco la mia opera, il mio valore come autrice. Pare che per essere riconosciuta come autrice valida si debbano avere sì, lettori, ma lettori paganti. I soldi, diciamocelo, non fanno schifo a nessuno. Pretendere, come sento fanno in molti, di arricchirsi a suon di libri, e-book e uscite quindicinali, è velleitario. Io quando ricevo il rendiconto dei diritti da parte dei nostri editori, mi sento piena di gratitudine, come se mi stessero facendo un regalo. Sì, lo so, non dovrei neanche dirlo. Ma la cosa più importante, per me, è sempre stata la condivisione. Vedere le nostre storie attraverso gli occhi, il cuore e le emozioni di chi ci legge. Un commento, un'osservazione, un ringraziamento o una maledizione (ce ne giungono da chi perde il sonno sui nostri libri) sono il compenso più grande e più gradito. E qui veniamo al discorso lettori (ve lo avevo detto che sarebbe stato un post lungo). 
I lettori in Italia sono pochi. E di quei pochi, la maggior parte sono quelli che nella scelta si lasciano guidare da classifiche, anche quelle istantanee di Amazon (alzi la mano chi non è stato primo in classifica su Amazon almeno una volta), prezzi modici e appartenenza a determinati generi. Tutte motivazioni valide e ricordiamoci sempre che de gustibus e quel che segue. Ma mentre siam sempre lì a sparare a zero sugli editori vigliacchi, gli autori incapaci, la distribuzione cinica e bara e i librai pigri, non spendiamo mai una parola sulle responsabilità dei lettori. Perché una responsabilità esiste e pesa.
Spostiamo lo sguardo sulla tv, tasto meno dolente perché meno coinvolgente per tutti noi. Ci sono serie tv superlative, scritte con tocchi di genio, girate con perizia e dovizia di mezzi, recitate da veri e propri artisti. Hanno seguito? Sì, molto, Ma non moltissimo, attenzione. A ben vedere c'è una tribe planetaria di orgogliosi nerd che si passano le dritte e i link per questa o quella serie, per poi affollare forum di dibattito e condivisione dell'immenso piacere di una bella storia ancor meglio raccontata. Poi ci sono le fiction e soap opera. Colori spenti, tutto girato in uno scalcagnato teatro di posa, recitazione basica, costumi tirati via (ho visto dei falsi storici per quanto riguarda i costumi... meglio che taccia), emozioni di quelle genialmente raccontate da Boris. Colpi di scena prevedibilissimi, situazioni sbrodolate per mesi. Ci siete? Ebbene, il seguito di tali fiction e soap opera è irraggiungibile da una qualsiasi delle suddette superlative serie tv. Cosa voglio dire? Ebbene, se un lettore da un libro (ma stento a definirli tali) pretende solo intrattenimento banale e fine a se stesso, se non gli importa della qualità della scrittura, dell'uso della punteggiatura, della sintassi a pene di segugio, se, anzi, pretende un uso della lingua italiana basico, elementare, che non preveda alcun tipo di sforzo. Insomma, se siamo di fronte a un lettore passivo esattamente come un telespettatore di quelle fiction e soap opera di cui sopra, allora di cosa vogliamo parlare? Perché sono gli stessi lettori ai quali non interessa se quella storia sia o meno farina del sacco di chi l'ha scritta, non interessa capire come sia possibile sfornare un libro (?) ogni quindici giorni. Sono gli stessi che affollano Amazon di stelline e aggettivi superlativi per storie che non stanno in piedi a partire dalla sinossi. Sono gli stessi, alla fine, che determinano che quell'autore (?) si veda proporre da una CE medio-grande una pubblicazione, certi del riscontro.
Guardando in faccia questa desolante realtà io proporrei di tutelare i veri lettori, quelli che sanno riconoscere uno stile, un'idea, un uso della lingua diverso per lo meno da quello dei pensierini della terza elementare. Rendiamoli specie protetta. Coccoliamoli, vezzeggiamoli, teniamoceli ben stretti. Io e Loredana ne abbiamo una bella raccolta e, grate da sempre, da oggi in poi li ameremo con convinzione e consapevolezza della fortuna di averli incontrati. Non ci renderanno ricche, no. Ma non li cambieremmo per niente al mondo con quella massa che sparge stelline a piene mani tra le recensioni di Amazon.

lunedì 30 maggio 2016

Non sei tu a decidere cosa io sia in grado di raccontare

Quando io e la socia abbiamo cominciato a scrivere (era il 1978) di fatto mettevamo nero su bianco i nostri sogni di adolescenti. Cominciammo con un’astronave in viaggio verso un buco nero (e ci documentammo su dove gli astronomi collocassero il più vicino, comunque un’ipotesi, la loro, e comunque non c’era Internet all’epoca, ma ci documentammo). Proseguimmo con un circo in viaggio in tutta Europa (e ci documentammo su città, usanze, strade da percorrere, distanze, ponti, fiumi, modelli di auto, senza dimenticare tutto l’armamentario strettamente attinente all’attività circense, e non c’era Internet all’epoca, ma ci documentammo). Le location italiane non ci attiravano e continuarono a farlo per molti anni ancora. Decenni, direi. Perché nel frattempo diventammo grandi. E arrivò Internet a facilitare il compito, anche se la Biblioteca Nazionale di Castro Pretorio a Roma non si batte. La nostra prima pubblicazione, di cui quest’anno ricorre il decennale (non ve ne importa un fico secco farcito di mandorle, lo so, ma quest’è), fu un romanzo ambientato in Irlanda, sulla baia di Kenmare. All’epoca non c’eravamo mai state, ma ci documentammo a tappeto su qualsiasi aspetto potesse tornare utile alla storia: credenze celtiche, rituali di stregoneria, pub, rapporto tra pecore da lana e numero di abitanti, distanze da percorrere, condizioni delle strade, interventi necessari a restituire la vista a una persona. E via così.

Non bastò. Non facemmo errori. Italiani che vivevano in Irlanda ci fecero i complimenti per aver saputo restituire l’atmosfera, i colori, l’Irlanda stessa. Ma non bastò. Perché, e noi non lo sapevamo ancora, gli esordienti erano considerati, e lo sono ancora, colpevoli di esterofilia. Per cui, se non avete mai pubblicato un romanzo, accertatevi di ambientarlo nel vostro quartiere. Perché dovete scrivere di ciò che conoscete. E va da sé che voi/noi, poveri neofiti (allora lo eravamo) della scrittura narrativa, conoscessimo a malapena il citofono del nostro palazzo. E di quello dovevamo parlare, per essere credibili. Il titolo di questo piccolo sfogo la dice lunga sulla nostra reazione. Nel 2008 tenemmo a battesimo la casa editrice del giovanissimo Francesco Giubilei, Historica, con un romanzo ambientato nel Wyoming (e ci documentammo su tutto, dall’allevamento all’estrazione in situ dell’uranio alle stazioni radiofoniche di zona). E così abbiamo continuato. Non è che non amiamo il nostro paese e la nostra città. A Roma abbiamo dedicato due gialli molto apprezzati e abbiamo in cantiere un romanzo storico. Ma documentarci, fare ricerca è la nostra passione. Ricreare mondi, situazioni, periodi storici… Si chiama fantasia. Puoi applicarla in una stanza chiusa oppure su un pianeta alieno. A te, lettore, riconosciamo il diritto di decidere se la storia ti piace o non ti piace, se è scritta bene o con i piedi. Ma, sia chiaro, non sei tu a decidere cosa noi siamo in grado di raccontare.

martedì 15 dicembre 2015

E se ci arrendessimo?

Non metto link, vi avverto. Chi ha voglia potrà, nel caso, andare a cercare su google. Succede che un direttore di una grande libreria stili la classifica dei dieci autori che preferisce e suggerisce ai clienti. Succede che nella sua lista non ci sia neanche una donna. Succede che gli venga chiesto come mai e che lui risponda che le donne non le legge. Punto. Vi suona come un dejavù? Lo è. Succede spesso. Ve lo ricordate il professore di Toronto che si chiamava come uno dei Pink Floyd e che si rifiutò di inserire nelle proprie lezioni di letteratura libri scritti da donne? Dice: va beh, era un maschilista. No, il problema è che come lui la pensano in tanti. E in tante. Per quanto gente in gamba come Loredana Lipperini e Marilù Oliva rispondano, controbattano, polemizzino con una tendenza che è puro distillato di discriminazione di genere, le donne che non leggono donne per partito preso sono tante. Troppe. Dice: ma se non mi piace il romance, come faccio a leggere donne? Qui potrei mettermi a stilare una lista di gialliste/noiriste. Vi faccio due nomi a caso: Marilù Oliva, Marzia Musneci, Simonetta Santamaria, Maria Silvia Avanzato. Sono quattro? Potevano essere molti di più. Che poi, voi che dite che non volete leggere donne perché scrivono romance… lo avete mai letto un romance? E se poi trovate una donna che ha scritto un horror, un western, un hardboiled, vi fidate o pensate: ma figurati, una donna che scrive questo genere…
Io già vi sento. Una legione in tumulto. Io non guardo chi ha scritto cosa. Io leggo solo libri belli. Belli per chi? Per me, ovvio. E mica è colpa mia se i libri che mi piacciono li scrivono solo gli uomini.
Vi si potrebbe rispondere che, come molti lettori e molte lettrici, trovato uno o più autori che aggradano, perché rischiare spaziando? Perché alzare lo sguardo verso l’orizzonte di altri scaffali?
Ma che lo pensi un lettore X o una lettrice Y può anche andar bene. Che un direttore di libreria mi certifichi che, se anche avesse in scaffale un mio libro a) non lo leggerebbe perché mi chiamo Laura e non Lorenzo, b) è fiero di dichiararlo al mondo, c) non ci trova niente di strano in questo, anzi si considera più sincero di altri… beh, mi fa cadere le braccia. E allora dico a Marilù Oliva, che ha scritto una bella lettera aperta al direttore suddetto, hai fatto bene, Marilù.
Ma comincio a chiedermi a cosa serva. Sto accusando la stanchezza. La voglia/consapevolezza delle donne di aver diritto di esistere e di occupare un posto nel mondo la sto vivendo come una marea che dopo un'avanzata che sembrava gloriosa, quella del tanto vituperato vetero femminismo, ora si ritrae. E per quanto noi, io, te e le moltissime splendide donne che conosciamo e amiamo e stimiamo, si tenti di fare muro contro il riflusso, l'acqua della combattività di ieri ci scivola tra le mani trasformata nel siero dell'arrendevolezza di oggi.

Hai fatto bene, fai bene. Avrei dovuto farlo anch'io. Ma sono stanca. Spero passi presto, perché ti meriti compagne di lotta forti e luminose quanto tu sei.

martedì 28 aprile 2015

La socia volante

Ci sono donne che affrontano le tempeste senza timori e senza esitazioni. Donne che vedresti bene con un mantello nero e un cappello piumato al timone della Folgore del Corsaro Nero mentre la procella imperversa sul golfo dei Caraibi, corpo di mille cannoni! Ebbene, la socia è una di queste donne.
Averla dalla propria parte è una grande fortuna. Trovarsela avversaria, ragazzi, sarebbe una jattura. Questo deve aver pensato quell'innocente patina di sporco che si era depositata sulla tenda del suo balcone nel corso dei mesi invernali. Che poi, sporco, parliamone. Un lieve grigiore. Quel tocco di smog che fa ambiente metropolitano, anche se la socia vive in una delle poche zone ancora bucoliche di Roma. Io ne avrei avuto pietà, del grigiore intendo. Lei no.
Quindi oggi, degna sodale di Jolanda la figlia del Corsaro Nero, mentre il vento mugghiava intorno al piano attico, cortine di pioggia fitta sferzavano il ponte... pardon, il balcone, Essa, armata di spazzolone, detersivo e tubo per innaffiare, paludata che manco il capitano Achab nell'affrontare il bianco e riluttante cetaceo, ha affrontato le intemperie per sconfiggere il nemico sulla tenda. Inutili i tentativi del vento di strapparla alla tolda. Inutile lo sforzo del lieve grigiore di resisterle. Vana la furia degli elementi. La socia, incurante del rischio di involarsi sulla campagna romana sulle orme del protagonista di UP, ha spazzolato, sfregato, sciacquato, sagramentato (oh, figlia di pirata per l'occasione non signore) e... VINTO. Alla fine, zuppa come una vongola nella fossa delle Marianne, è rientrata in casa. La tenda sfavillante, il lieve grigiore disciolto nella pioggia come i ricordi del replicante di Blade Runner, le armi grondanti e rinfoderate.
Ci sono donne così, ora lo sapete.
Quello che non sapete è che, se quando torno a Roma la trovo raffreddata morta e impossibilitata a scrivere, la detersa tenda servirà per il trasporto del suo cadavere.

mercoledì 3 dicembre 2014

Chi scrive migliora anche te. Digli di continuare

Sono in Rete da quanto? Era il 2006.
Il Giurassico, se si parla di web.
Aprimmo un blog subito dopo aver pubblicato il nostro primo romanzo.
Senza pagare una lira. Senza promozione. Senza essere in libreria. Senza un lavoro di editing da parte dell'editore. Senza.
Nel suo piccolo fu un successo: 700 copie vendute col passaparola. Gente che capisce di editoria mi dice che ci sono case editrici importanti che stapperebbero lo champagne.
Ma parlavamo del blog. Misconosciute, cominciammo a muoverci nella giungla del web. E incontrammo subito subito le belve feroci. Non i troll, quelli tutto sommato sono innocui. Proprio le belve, Le iene, meglio.
Chi sei tu? Che vuoi? Come ti permetti di scrivere? Perché scrivi? Chi ti ha detto di scrivere? E, soprattutto, lo sai che quello che scrivi è merda?
Se ti azzardavi a chiedere se avessero per caso letto prima di...
Ma che cazzo vuoi? Ma perché ti devo leggere? Mi fai schifo, sei un'esordiente, tu inquini il mondo delle lettere con la tua stessa esistenza.
All'inizio ci soffri. Tanto. Ti deprimi. Ci piangi pure, sì, lo dico senza vergogna. Poi capisci. Ci metti tempo, ma capisci che è un gioco delle parti. Dove le iene in questione sono quelli che bordeggiano sul confine dell'editoria senza riuscire a imboccare. E schiumano di rabbia e vedono quelli che, come loro, hanno intenzione di provarci, come avversari. Nemici. Da abbattere prima che sia troppo tardi.
Passa il tempo. Pubblichi qualche altro libro. A tuo modo, nel tuo microbico, ti affermi. Qualcuno comincia a pensare che forse anche tu hai qualcosa da dire. Ma anche che, per essere ammessa nel consesso, devi ascoltare i consigli di caio, di tizio, di sempronio.
Chi ti invita al corso di scrittura, chi ti iscrive alle 2500 lezioni su come si scrive un romanzo, chi ti spulcia le virgole alla ricerca dell'errore.
E se dici: no, grazie, eccoti lì.
Non hai umiltà, sei come tutti gli esordienti. Devi scrivere di quello che conosci (e tu che ne sai di quello che conosci io?), devi ambientare le tue storie nella tua città, devi usare nomi comuni, non devi avventurarti in territori sconosciuti!
Ma la scrittura non è crescita? Non è esplorazione?
E tutti a ridere.
Eccone un'altra (nel nostro caso due) che pretende di aver scritto il best seller, che dice di non aver nulla da imparare.
Mai detta una cosa del genere. Mai.
Anche perché per me, per noi, la scrittura è studio e documentazione oltre che istinto.
Ma che scrivi a fare? Lo sai che nessuno legge?
Lo so, ma io, noi, di libri ne leggiamo tantissimi.
Non conta. E poi si sa che gli scrittori non leggono, sono i primi a non leggere.
Ma veramente noi leggiamo proprio molto, sul serio.
Sì, magari è vero, ma chi lo dice che voi siete scrittrici?
Uno scrittore è uno che con la scrittura ci campa. Uno che può produrre rendiconti di vendite da migliaia di copie e di euro. UNo scrittore è uno che lascia il segno. Uno scrittore è uno che scala le classifiche et cetera et cetera.
'Sta cosa è talmente diffusa che conosco, conosciamo, scrittori che non si definiscono tali: scrittenti, autori, narratori, scribacchini, c'ho-la-tastiera-ma-è-solo-un-caso.
Serve? No, non serve.
Perché il passo successivo è: perché vuoi pubblicare?
Non è che voglio, c'ho provato, ci siamo riuscite. E' una colpa?
Sì, è una colpa. Perché escono settordicimila nuovi titoli al minuto e voi, brutte stronze, dovete lasciare spazio agli scrittori. Quelli veri.
E quali sono quelli veri?
Uno scrittore è uno che con la scrittura ci campa...
Vi risparmio il resto, ma il cerchio si chiude. E si chiude su tutti coloro che producono post per invitare tutti gli altri a NON scrivere e NON pubblicare perché, pensano, così resta spazio per i loro libri.
Dal 2006 a oggi sono la bellezza di otto lunghissimi anni che mi sento, ci sentiamo, ripetere le stesse cose in salse assortite.
Su blog, su status, su giornali, su qualsiasi supporto possibile.
E ci siamo abbondantemente scocciate, stufate, annoiate, appesantite, sguallariate.
Non chiedo, non chiediamo, agli altri perché scrivono e neanche perché pubblicano.
Ogni libro che esce può essere, e spesso lo è, un'occasione di arricchimento spirituale o di intrattenimento.
Ritengo, riteniamo, che nel momento in cui qualcuno si arroga di decidere chi ha il diritto di scrivere e chi ha il diritto di pubblicare, qualcosa è andato drammaticamente storto.
Quindi facciamocene una ragione. Siamo un popolo di aspiranti scrittori? Vivaddio. Aggiungerei che magari lo fossimo sul serio.
Chi ama scrivere riflette prima di parlare.
E chi si riflette prima di parlare evita di inquinare le menti e gli spazi altrui con sentenze non richieste.
Chi scrive arricchisce anche te. Digli di continuare.



sabato 22 novembre 2014

La forza. Del tempo, della vita,

Abbiamo tutti l'impressione che il tempo voli via, ci sfugga tra le dita senza che ce ne accorgiamo. Ma basterebbe fermarsi a pensare. Oggi è un semplice 22 novembre, niente di speciale, un giorno come mille altri. Ma ripenso al 22 novembre dello scorso anno. Dov'ero? In un posto di lavoro dove niente di me, dalla mia professionalità alla mia presenza fisica, veniva apprezzato. Cosa pensavo? Avevo paura. Sì, paura. Perché avevo passato una selezione interna e sapevo che era una vittoria/sconfitta che mi avrebbe costretta a rivoluzionare la vita, mia e dei miei cari. Aspettavo il 25 novembre perché, insieme a Loredana, sarei stata insignita del titolo di ambasciatrice del Telefono rosa grazie alla nostra scrittura, allo splendido progetto "Nessuna più" e a Marilù Oliva. L'avrei pagato, questo riconoscimento, con insulti e puerili persecuzioni online da parte di alcuni "maschi" (non uomini) offesi dal mio impegno per le donne e contro la discriminazione di genere. L'avrei pagata, la vittoria nella selezione, con lunghi tragitti in macchina (e non sapevo quanto lunghi sarebbero diventati) e con lacrime e singhiozzi sfogati nel chiuso dell'abitacolo per poi sfoggiare un sorriso finto che infondesse coraggio a chi mi vuole bene. Non è vero che il tempo vola. Quel 22 novembre di 12 mesi fa è lontano quanto la più lontana delle galassie e nessun warmhole (cit. Interstellar) e nessuna velocità di curvatura (cit. Star Trek) potrebbe renderlo più vicino. Ero un'altra persona. E come spesso mi è accaduto nella vita, se mi volto indietro mi stupisco di come sono riuscita ad affrontare cambiamenti, sfide, assenze. Tendo, tendiamo credo, a sottovalutare la forza che possiedo, che possediamo. Un anno da allora. Otto mesi e 4 giorni da quando non vivo più nella mia città e con la mia famiglia. Tempi infiniti, vite intere. Da assaporare, comunque. Perché sono giorni di vita che nessuno mi, ci, restituirà. Dobbiamo viverceli, nel bene e nel male.

venerdì 11 luglio 2014

Resoconto di una serata fantozziana

Ci si vede stasera?
Ci si vede.
Che si fa?
Cenetta con belvedere a Ferrazzano?
Andata.
Serata fredda, quasi invernale. Ma dopo la pioggia il cielo è limpido e la luna quasi piena. Uno spettacolo. L'auto sale sui tornanti al suono di musica tecno.
Ma quanto sei coatto?
Dai, entriamo in piazzetta coi finestrini aperti e woofer a palla?
No, dai...
Sì!
In piazzetta non c'è un'anima. Non c'è neanche il ristorante. Chiuso. E non per riposo settimanale. Chiuso. Punto.
E adesso?
Adesso scendiamo a Campobasso, ti pare che non troviamo dove mangiare?
L'auto scende i tornanti al suono di musica depressa. Ci piaceva l'idea del belvedere. Arriviamo in città. Parcheggiamo. Camminata.
Si va da Tonino?
Ma sì, dai.
Arriviamo da Tonino. Chiuso. Non per riposo settimanale. Chiuso per ferie. Punto.
E' il 10 luglio e lui chiude per ferie.
Va beh, le strade son deserte. Ci incamminiamo sotto la luna quasi piena, avvolti in maglioni e giacche. E' il 10 di luglio. La gente non c'è. I ristoranti nemmeno. A parte Mario.
Ci avviciniamo. Sala grande. Almeno trenta tavoli. Vuoti.
Non abbiamo chance. Entriamo rassegnati.
Vogliamo cominciare con un bell'antipasto?
No, guardi, ci elenchi i primi.
Bene, abbiamo antipasto all'italiana, prosciutto e bufala, prosciutto e melone...
Prendiamo l'antipasto all'italiana: due olive, due funghetti, mezzo carciofino, prosciutto direttamente dalla busta presa al supermercato, mezza mozzarella di bufala. Dice.
Bistecca di vitello?
Va bene, avete delle patate al forno?
No, lesse.
Il suicidio comincia a sembrare un'opzione accettabile.
La bistecca è una fettina di carne abbrustolita. Le patate lesse ce le ha ripassate in padella, così sono lesse/abbrustolite.
Dolce? No, per carità di Dio.
Il conto. Mario ci guarda in tralice: io sono buono, fa venti euro a testa. Ricevuta? Sì, ricevuta.
Un furto.
Decidiamo di consolarci con un gelato.
Si va da Iannetta? Ma sì, dai.
Per strada è apparso qualcuno, un accenno di movida. Tre macchine tre riescono a creare un'approssimazione di ingorgo.
Ma Iannetta è chiuso.
E' il 10 di luglio e una delle migliori gelaterie di Campobasso è chiusa.
Eh, ma sono le dieci e mezza di sera... Ah beh, allora.
Ora. Una non è che rimpiange la coda sul lungotevere alle tre di notte durante l'estate romana. Però...

sabato 31 maggio 2014

Ma quanto ci odiano?

La socia mi perdonerà se mi permetto una piccola incursione per riflettere. E voglio farlo qui perché su FB è sempre troppo dispersivo. Leggo sui social, sui profili di giovani uomini, spesso di cultura medio-alta, con posizioni di apertura e tolleranza, reddito buono (a quel che si capisce), foto di orologi di pregio, macchine, viaggi. Leggo sui social, dicevo, questi giovani uomini dichiarare senza mezzi termini che le donne costano troppo. Non le escort, quelle va bene che costino, son disposti a spenderci. Le donne che di professione non fanno le operatrici sessuali, quelle che loro possono prendere in considerazione come compagne di vita.
Costano troppo, si diceva. Perché prima di darla, vogliono essere invitate a cena in un locale di pregio, poi a ballare in un posto esclusivo, e non una sola volta. E quando si decidono a darla (si esprimono proprio così, il loro scopo è raggiungere e utilizzare QUELLA, o quelle, parti del corpo della donna in questione), vogliono regali, viaggi, soggiorni in hotel a cinque stelle, anelli di diamanti. Una escort costa meno e frutta di più.
Ora, a fronte di queste dichiarazioni (cui si aggiungono faccine assortite per un'evidente excusatio rispetto alla quantità di cazzate appena proferite), mi chiedo: ma quanto ci odiano?
Perché io non ho mai sentito o letto dichiarazioni di questo genere in bocca alle donne. Non conosco donne che danno un prezzo al proprio sesso e che pretendano l'uso di carte di credito e regali da un certo budget in su. Le donne si lamentano, certo, di non trovare comprensione, complicità, aiuto (quando si è in coppia e tutta la mole del lavoro ricade sulle spalle di lei, soprattutto se ci sono figli). Possono ascrivere molti maschi nella categoria degli stronzi perché son state tradite, deluse, ferite.
Ma la cattiveria che ci mettono gli uomini (alcuni uomini), ragazzi, è tale da investirti come una corrente di liquami di fogna.
Ma quanto ci odiano? e, soprattutto, perché?

Laura

martedì 4 marzo 2014

Il momento in cui decidi

Ci sono momenti in cui sai che tutto sta per cambiare. Ormai lo sapete più o meno tutti che sto per trasferirmi a Campobasso. Ho vinto una selezione interna per giornalisti. Vado alla Tgr. Ma il momento del cambiamento non sarà quando arriverò nella nuova sede, né quando confezionerò il primo servizio. Il momento del cambiamento è già passato. E io ne ho avuta la nettissima percezione in una di quelle epifanie che capitano poche volte nella vita. Era l'estate scorsa. Ero a lavoro. Ero sola. periodo di ferie, quasi tutti i colleghi in vacanza. Comunque il mio solito orario mattutino. Gran sole all'esterno. Grande incertezza dentro di me. Una schermata sul computer. Una scritta lampeggiante: selezione interna per giornalisti. Quanto a lungo l'ho guardata non saprei dire. Tanto. In un ideale e angosciante soppesare tutti i pro e i contro. Poi ho cliccato, ho raggiunto il formulario. Ho compilato la domanda. Tasto invia. Quanto a lungo ho esitato? Tanto. Perché sapevo cosa sarebbe accaduto. Di esami nella mia vita ne ho fatti tanti. E non ho mai fallito. Mai una bocciatura. Sapevo cosa sarebbe accaduto. Alla fine mi sono decisa. Ho cliccato sul tasto. Ho inviato la domanda di partecipazione. E in quel momento, col sole fuori e il buio dentro, con la solitudine intorno, ho pianto. Ho pianto il distacco. Ho pianto il cambiamento epocale. Ho pianto la paura dell'ignoto. Ho pianto il dolore che, mio malgrado, avrei dovuto infliggere a chi mi vuole bene e non mi vorrebbe lontana. Ho sentito il peso enorme della responsabilità. Verso gli altri e verso me stessa. Mi sono chiesta se potevo farcela a gestire tutto questo. Non mi sono risposta. Ho asciugato le lacrime e sono andata avanti.
Vado avanti con l'impegno a tenere in equilibrio tutto. I miei affetti, le mie passioni, il mio lavoro, la casa dove comunque vorrò tornare, la mia Roma. Sarà una faticaccia.
Ma lo sapevo in quella mattinata solitaria di fine luglio in una redazione vuota, dove non mi riconoscevo e non mi riconosco più.

domenica 21 luglio 2013

L'importanza del dirsi cinico

Il dizionario ci dice che il significato, non filosofico, del termine CINISMO è: "Atteggiamento di ostentata indifferenza, di beffardo disprezzo verso la morale, i sentimenti, gli ideali umani". È un atteggiamento che non mi appartiene. Diffido dell'ostentato disprezzo, tanto più se condito dall'aggettivo beffardo. Eppure questo atteggiamento va per la maggiore. Me lo ritrovo davanti in  continuazione, in ogni contesto, reale, virtuale, lavorativo e non.

Io: "Hai sentito Tizia? È stata malissimo..."
Interlocutore, con sorrisetto beffardo: "Perché, tu ci credi?"

Io: "Ho parlato con Sempronio, ha detto che si spenderà per darci una mano."
Interlocutore, con sorrisetto beffardo: "Seeee, come no..."

Io: "Ti ricordi Caio? Ho letto il suo libro, mi è piaciuto e gliel'ho detto. Mi ha ringraziato tanto."
Interlocutore, con sorrisetto beffardo: "Credici, se ti fa piacere, ma non gliene frega un cazzo."

Io: "Ho fatto una proposta di lavoro e mi sembra che sia piaciuta molto. Mi daranno una risposta domani."
Interlocutore, con sorrisetto beffardo: "Ma ci fai o ci sei?"

Il signor Interlocutore avrà sicuramente ragione, ma per quanto mi riguarda lui e il suo sorrisetto beffardo possono abbracciare forte il loro inossidabile cinismo e andarsene caldamente a... (Scegliete voi dove. Giuro che non sorriderò beffarda).

venerdì 19 aprile 2013

Spingi, scrittore, spingi

Questo post è ispirato a una citazione di Zafon per il quale ispirazione vuol dire sudore, mal di testa da spremitura di meningi e sofferenze assortite. Se la pensate come lui, astenetevi.

Mi capita spesso, molto spesso, troppo spesso, di sentir perpetuare sul web lo stereotipo dello scrittore macerato. Che non vuol dire prendere uno che scrive e metterlo a bagno in alcool e zucchero per i prossimi 40 giorni. Vuol dire che colui (o colei, ma si usa sempre il maschile/maschio/omino) il quale si fregia del titolo di scrittore, spesso aggiunto dopo nome e cognome dell'intestazione del profilo FB (o, peggio, del fan-club autogestito), soffre. Sì, amici, romani, concittadini, egli soffre. Soffre perché, posto davanti a uno schermo bianco da riempire digitando, egli si contorce, suda, si spreme, iperventila... No, non è un parto (occhio, ricordare sempre che egli è maschio), sembra piuttosto una colica intestinale. Alla fine della quale egli comunica all'universo mondo che ha evac... sorry, prodotto un incipit, dieci pagine, la parola fine, insomma qualcosa di letterario. Occhio, ancora, non di narrativo, di letterario. La differenza è fondamentale. Vado a spiegare: narrativo attiene alla narrazione, al contar storie, è una roba leggerina ancorché avvincente. Intrattiene il lettore. Lo sentite come suona volgare? Intrattenere il lettore, orrore! Lo scrittore, quello vero, quello con la S maiuscola, quello che soffre, non intrattiene. Mai. Lui perpetua il verbo, instilla verità, spinge alla riflessione, fa soffrire. E soffre. Ha da soffrì, credo sia inserito nel contratto di edizione, articolo 7 b: Tizio e Caio, da qui in poi detto Autore, garantisce alla pizza e fichi editions, da qui in poi Editore, che non si asterrà, per nessun motivo, dal soffrire, sudare, vergare col suo proprio sangue la pagina bianca. E i lettori, spesso frequentatori del web, finiscono col crederci e convincersi che così debba essere: scrittura=sofferenza ---> lettura=chedduepalle. Quando poi capita una persona che scrive e che a scrivere si diverte proprio e che scrivere le viene proprio facile e che insomma intrattiene se stessa e poi anche i lettori (lettori felici, pensa un po') il passo successivo è così strutturato: occhiata incredula che vira sullo sdegnato, arriccio di labbro laterale e sentenza più definitiva della Cassazione: ah, ma tu non scrivi, tu fai narrativa di intrattenimento. 
Un marchio a fuoco, fidatevi.

lunedì 4 marzo 2013

Erase e rewind

Cancella e riavvolgi. E' anche il titolo di una bella canzone, ma in questo caso è una sorta di viatico che intendo dare a me stessa e a questo spazio. Ho il brutto difetto di crederci, nelle cose e nelle persone. E ogni tanto credo nella cosa o nella persona sbagliata. Così succede che uno pensa di essere a buon punto su una certa strada e invece scopre di essere a un pessimo punto su un sentieruncolo sconnesso. Poco male, se riesci a capirlo e se hai la forza necessaria a cancellare e riavvolgere. Ancora una volta.
In soldoni:

- pensavo che questo blog potesse entrare a far parte di un progetto innovativo, che innovativo non è per niente e ripropone sempre le solite solfe su chi deve decidere cosa, ergo questo blog rimane esattamente quel che è: un luogo dove io (spesso) e Loredana (raramente) mettiamo su carta virtuale stati d'animo, riflessioni e quello che ci passa in quel momento per la mente e sotto gli occhi, libri compresi;

- pensavo di avere un rapporto di fiducia con una persona che credeva nel nostro lavoro, mi sbagliavo e da questo deriveranno dei cambiamenti;

- pensavo che il mio entusiasmo nel dare spazio a tutto ciò che di bello incontro sulla mia strada, anche e soprattutto libri di autori che hanno bisogno di visibilità, dovesse per forza di cose creare una sinergia;

- pensavo che chi diceva di credere nel nostro lavoro, volesse anche impegnarsi per quel lavoro;

- pensavo, e questa è la cosa più grave di tutte, l'errore peggiore, che ci fossero molte più persone come me e non ce ne sono.

Detto questo, e senza annoiarvi ulteriormente, erase e rewind. Al netto delle delusioni restano alcuni punti fermi: Loredana Falcone e il valore della nostra scrittura. Tutto il resto è fuffa.

giovedì 31 gennaio 2013

Noi che sempre al momento sbagliato

Siamo nati negli anni '60 del secolo scorso. Ci hanno chiamati baby-boomer perché figli del boom economico, della scarsa programmazione Rai, della voglia di ricostruire il paese dopo le macerie della guerra. Siamo tanti. Siamo troppi. A scuola portavamo il grembiule col fiocco e facevamo i doppi turni, mattina o pomeriggio. Se andavi di pomeriggio eri quello sfigato, quindi circa la metà di noi si sono portati lo stigma della sfiga fin da allora. A casa non si dicevano parolacce, si rispettavano i genitori, lo scappellotto era educativo, gli anziani erano il verbo. E si era anziani già a 50 anni. Le madri erano quelle che prima di entrare in casa dei parenti per l'invito a cena ti si accosciavano davanti e con lo stesso sguardo della protagonista dell'Esorcista, scandivano: "Guai a te se mangi troppo, guai a te se prendi i dolci, guai a te se mi fai fare una brutta figura!" Quindi, a stomaco serrato, eravamo liberi di entrare, metterci seduti e, massimo della libertà, lasciar cadere la testa addormentata sul tavolo mentre i grandi parlavano, del tutto indifferenti alla nostra noia o voglia di alzarci e di giocare.
Troppo giovani per il '68, del '77 non ci abbiamo capito poi molto, a parte che parlare in tre per strada era pericoloso perché gli sbirri ti beccavano per adunata sediziosa. Ma solo se avevi le polacchette, il maglione, l'eskimo e la tolfa. Se portavi il bomber e i camperos potevi essere anche in venti e tutto si risolveva in una simpatica riunione tra amici.
Quelli che non si sono beccati pallottole vaganti durante una manifestazione, quelli che non si sono persi dietro un buco d'eroina, quelli che non si sono lasciati incantare dalla sirena dell'estremismo, hanno visto morire Aldo Moro, hanno letto cronache di gente che veniva gambizzata ma hanno continuato a pensare che se tu non ti occupi di politica, è la politica che si occupa di te. Intanto crescevamo. Abbiamo studiato, quasi tutti. Ci siamo laureati, quasi tutti. Il percorso ci era stato descritto e fornito come viatico: liceo, laurea, concorso, posto fisso.
L'ho già detto che siamo tanti? L'ho già detto che siamo troppi?
Fossimo nati un cinque-dieci anni prima sarebbe stato tutto diverso. Ma quando noi abbiamo cominciato a frequentare assurdi concorsi per posti nelle pubbliche amministrazioni con 300 possibilità per 100mila candidati (non sto esagerando, è capitato a me), le cose già stavano cambiando. Erano gli anni '80. Fighissimi, chi lo nega? Ci si vestiva colorato, la musica era stupenda, tutto sembrava possibile, il mondo era ai nostri piedi, bastava avere iniziativa. Co' 'sta storia dell'iniziativa, dell'imprenditoria, della flessibilità ce l'hanno messo in quel posto. Perché, scusate la ripetizione, i posti fissi erano finiti, catturati dai nostri coetanei dotati di opportune conoscenze. Gente che negli anni '70 era sulle barricate con una molotov in mano, grazie a mamma e papà negli anni '80 era su una Porsche con in mano una ventiquattrore e una poltrona comoda in banca.
Però ci credevamo ancora, eh... Altroché se ci credevamo. Con Craxi l'Italia era o non era una superpotenza? E allora? Allora facevamo i tre mesi alle Poste, spedivamo curricula cartacei a suon di francobolli, partecipavamo a concorsi. Nel frattempo, chi aveva un lavoro e un amore, si sposava e faceva pure i figli. Pochi, per la verità, che i figli nostri costavano e costano un'enormità. E ci proponevamo di essere genitori diversi da quelli che avevamo avuto e che nel frattempo, sempre più avanti negli anni, continuano a trattarci come ragazzini, a dirci di non far fare loro brutta figura... e a mantenerci. Eh sì. Perché nel frattempo la parabola del capitalismo ha cominciato la discesa, già negli anni '90, e la flessibilità/iniziativa personale è diventata co.co.co, co.co.pro, apprendistati, lavoro nero, precariato. Ma parlavamo di figli. Ora, nessuna madre della nostra generazione chiuderebbe lo stomaco del figlio a suon di minacce e, memore degli scappellotti e del lancio di cucchiarelle o zoccoli, nessuna mai alzerebbe un dito sul frutto dei propri lombi. Volevamo essere genitori migliori, giusto? Ebbene, abbiamo tirato su una generazione di smidollati, incapaci di avere un progetto di vita, impreparati perfino alla domanda: vuoi un sofficino o un uovo sodo?, sempre pronti alla rispostaccia. Con tutti: genitori, nonni, estranei, anziani, professori. Non rispettano nessuno. Soprattutto non rispettano noi.
Quindi, tirando le somme:
- non abbiamo avuto il posto fisso
- non abbiamo avuto una società più giusta
- non abbiamo avuto un ruolo nella società
- non abbiamo visto avverarsi i nostri sogni
- non ne abbiamo azzeccata una.
Presi a pizze dai genitori e ignorati dai figli, mai avuta voce in capitolo. Noi che (direbbe quel nostalgico di Carlo Conti) sempre al momento sbagliato.

giovedì 13 settembre 2012

Il fascino letterario del panino con la salsiccia.

La scena si svolge a Roma, zona periferica a due passi dalla Tiburtina. Parchetto cittadino, più sterrato che verde, ma con panchine, giochi per bambini, una pista per pattinare. Tira vento e trasporta in cielo nuvoloni, ma il tempo pare regga. Nella zona centrale del parchetto c'è una piccola piazza lastricata, gazebo bianchi, banchetti e qualche sparuto manifesto a spiegare che si tratta del Flep, Festival delle letterature popolari. Musica a palla. Libri. Non moltissimi, per la verità. Uno degli editori che spongono spiega che dovevano essere molti di più, poi qualcuno ha rinunciato. Comunque, movimento ce n'é. Un po' le mamme che portano al parco i bambini. Un po' i giovani, quelli con la borsa a tracolla, la sciarpa etnica d'ordinanza e il bicchiere di plastica pieno di vino rosso che fa tanto happening. Un po' gli addetti ai lavori (leggi autori, editori, ragazzi che devono gestire gli stand, organizzatori). Un po' gli anziani. La musica è infernale, quasi impedisce di parlare. Di leggere no, se sei bravo ad astrarti. Così succede che ti siedi, cancelli i decibel sfondatimpani e l'aroma bruciaticcio delle salsicce che rosolano, prendi il libro per cui sei lì (Roma per sempre di Marco Proietti Mancini, Edizioni della Sera) e cominci a leggere.
"E' libera quella sedia?"
Alzi gli occhi. Uomo. Anziano. Evidentemente in vena di chiacchiere. Preferiresti di no, ma annuisci. Poi torni alle pagine, Marco ti sta raccontando di un giro in scooter per Roma e tu lo segui assorta, vedendo la tua città come mai prima.
"Di che si tratta?"
Alzi gli occhi. L'uomo anziano ti sta guandando.
"Chiedevo, di che si tratta? E' un mercatino?"
Beh, le bancarelle ci sono pure, ma lo vedrebbe anche un cieco che sono cariche solo di libri.
"E' il festival delle letterature popolari", rispondi. E ritorni alla pagina dove Marco, dallo Zodiaco, sogna di fare l'amore con Roma sdraiata e discinta.
"Ah, allora solo libri..."
Alzi gli occhi. Lo sguardo da inceneritore.
"Cosa c'è di meglio?", provochi.
"Ah, guardi, non lo dica a me. Ho tre lauree io. Ma proprio per questo poi con i libri ho chiuso."
E non fa una piega, siete d'accordo?
Vorresti tornare a leggere, ma sai che non è possibile. L'uomo ormai è lanciato.
"Per attirare la gente ci vuole altro. Non so, un po' di musica."
Avete davanti un sistema di amplificazione e un microfono che preludono a una qualche esibizione. E la musica, martellante e insopportabile è ovunque grazie agli altoparlanti.
"Magari un po' di teatro."
"I libri non bastano?", chiedi. "Cosa c'è di più bello del leggere?" (a parte non trovarsi accanto un rompicoglioni, aggiungeresti, ma tralasci).
"Guardi, non lo dica a me (e sono due!). Io mi sono portato questo."
Esibisce un libercolo vecchio e attorcigliato, spessore iPhone, tanto per essere moderni. E' una dispensa sulla storia d'Italia, una di quelle che alle volte regalavano con i quotidiani.
"L'ho letto un sacco di volte, ma me lo rileggo per ricordarmi come è stata fatta l'Italia."
Annuisci e ributti lo sguardo sul racconto di Marco che ti chiama a gran voce.
"Ma la gente ha bisogno di altro. Una piccola esibizione, magari un drink, uno spuntino..."
Alzi gli occhi, ancora. Il fumo delle salsicce è ovunque e satura l'olfatto, ma forse l'uomo ha il raffreddore.
"Penso che a breve provvederanno a esporre panini con la salsiccia", rivelo.
Gli occhi dietro gli occhiali si illuminano come mai farebbero per una copertina.
"Ecco, lo vede? Ci vuole il richiamo per la gente. Ma dove..."
Lo previeni. Punti l'indice in fondo alla piazza, lì dove si elevano le fumigazioni gastronomiche. Un attimo e sei libera. Saperlo prima...

lunedì 13 agosto 2012

Se l'università deve a tutti i costi diventare privilegio


Hanno proposto di aumentare le tasse universitarie in base al reddito. 
Hanno proposto di aumentare le tasse universitarie anche in proporzione agli eventuali anni fuori corso. 
Hanno proposto di mettere il numero chiuso a tutte le facoltà per evitare un surplus di laureati inutili (come se ne avessimo troppi. Noi?). 
Hanno messo test di ingresso ad alcune facoltà, test a pagamento, ovviamente. 
Vogliono, dicono, ridare valore alla laurea. E garantire ai privilegiati, che riusciranno a superare i test di ammissione e a mettere insieme i soldi necessari per arrivare alla fine del corso di studi, un posto di lavoro.
Io mi ricordo che negli anni del liceo classico, studiando, dibattendo, partecipando ad assemblee e quant’altro, mi venne spiegato che nel paradiso rosso dell’Unione Sovietica (c’era ancora chi lo considerava così), a tutti era consentito di accedere all’istruzione universitaria. Ma che c’era un limite oggettivo: se non servono ingegneri, ma medici, tu studi medicina. Se non servono medici, ma agronomi, tu studi agraria.
Ricordo che tra i mille difetti che già allora mi apparivano evidenti nella dittatura del proletariato, questo mi sembrava uno dei peggiori
Mi piaceva scrivere, già allora. Anzi, già da prima. Per questo dopo le medie scelsi il classico. E feci il liceo classico pensando alla facoltà di Lettere. 
State sogghignando? Beh, sogghignavano anche allora. Erano i tempi in cui andava per la maggiore Economia e Commercio e un buon 70% dei miei compagni di maturità si indirizzarono verso dichiarazioni dei redditi e partita IVA. Io no. Io tenni duro. Mi dissero: che ci fai con la laurea in Lettere? Di insegnanti ce ne sono anche troppi e poi guadagnano una miseria. Vero, ma io non volevo neanche fare l’insegnante. Io volevo scrivere. Non che la facoltà di Lettere avesse un corso di scrittura, ma volevo studiare le materie che mi sentivo e mi sento affini: storia e letteratura.
Sebbene viga, ancora oggi, la inveterata convinzione che una laurea in Lettere sia praticamente regalata, un percorso da bamboccioni pigri, fu dura.
Gli esami erano 20, all’epoca. Non c’erano crediti. C’erano libri da studiare, una marea di libri per ogni esame. Ricordo la prima annualità di storia dei partiti politici, docente Paolo Spriano. Dodici volumi dodici, nessuno al di sotto delle 200 pagine, molti al di sopra. Ricordo i seminari: di latino medievale con Raul Manselli; di storia moderna con testi in spagnolo, docente Rosario Villari. Ricordo la passione per la storia dell’India e dell’Asia centrale e quella per storia della Russia e dell’Europa centrale. Ricordo una sfilza di 30 e lode, di 30, un 29 e un 27 (storia contemporanea con Giuliano Manacorda) che tentai invano di rifiutare. Ricordo la passione. Ricordo la delusione quando un infarto, credo, si portò via Paolo Spriano e la tesi che avrei voluto chiedergli. Tutto da rifare.
Fuori corso? Sì, senza vergogna alcuna lo ammetto. Ma mi sono laureata con 110 e lode in storia del Risorgimento con una tesi su Giuseppe Rovani, giornalista e scrittore della Scapigliatura nella Milano del 1870. Relatore Giuseppe Monsagrati.
Rifarei ogni singolo esame. Li ho amati tutti, nonostante mi abbiano fatto sudare. Il giorno dopo essermi laureata, andai a sostituire per il periodo estivo un portiera in un condominio romano. Sapevo che volevo scrivere e scrissi, non ho mai smesso. Intanto facevo la precaria portalettere, la precaria impiegata allo sportello, la venditrice di libri porta a porta, l’agente assicurativo a provvigione, la segretaria in una tipografia e la dattilografa a cottimo in un’altra. Dovevo battere per la stampa offset testi in spagnolo e il latino.
Dice: e la laurea a che ti è servita? A essere quella che sono, con un bagaglio culturale di tutto rispetto nell’attesa dell’occasione buona. Arrivò con un corso di giornalismo finanziato dalla Comunità Europea. Una borsa di studio. Sostenni l’esame, lo passai. Iniziarono gli stage, le collaborazioni. Iniziò tutto quello che mi ha portata, oggi, a fare esattamente quello che volevo fin dai tempi delle medie.
Non volevo studiare Economia e Commercio. Non l’ho fatto, a mio rischio e pericolo. 
Ritengo ingiusto imporre una strada a coloro che si sono appena maturati. 
Ritengo ingiusto alzare il costo dell’istruzione. 
Ritengo ingiusto punire chi si trovi fuori corso. 
Ritengo ingiusto ritenere un corso di laurea un ufficio di collocamento. 
La laurea non può e non deve garantire un posto di lavoro. Deve essere, prima di tutto, accrescimento personale. E deve essere alla portata di tutti perché l’istruzione è un diritto, non un percorso a ostacoli per famiglie danarose. La meritocrazia, sacrosanta, non si ottiene punendo chi va fuori corso, oppure mettendo sbarramenti all’accesso in facoltà. Perché non saranno i più bravi a entrare, ma i più ammanicati. Lo sappiamo tutti e allora perché non dircelo chiaramente?

lunedì 30 aprile 2012

Scrittrici provinciali e con evidente complesso di inferiorità offronsi

"Una delle peggiori tentazioni per gli scrittori che si sentono provinciali e hanno un complesso di inferiorità, è quello di trasferire le trame dei loro romanzi all'estero: magari in Afghanistan, magari nella Grande Mela. I risultari, quasi sempre, sono pessimi: perchè i luoghi comuni stanno lì come tante bucce di banane pronte a far scivolare il temerario romanziere." [Giorgio Montefoschi in prima pagina del Corriere edizione di Roma]
Stamattina apro FB e trovo riportato questo stralcio da quello che è, a tutti gli effetti, il nostro attuale editore (Francesco Giubilei di Historica Edizioni). Il suo non era un sottile avvertimento nei confronti del vostro duo scrittorio preferito (Lauraetlory) ma una provocazione bella e buona perché di questo argomento, che ogni tanto riemerge e rilancia un annoso dibattito, abbiamo già abbondantemente disquisito con lui. E non solo. Partiamo dall'inizio. Pare che da sempre gli addetti ai lavori invitino gli aspiranti scrittori (più o meno il 95% degli italiani alfabetizzati) a scrivere di ciò che conoscono. Dando per scontato che conoscano il pianerottolo del condominio, la strada dell'ufficio postale, il loro posto di lavoro, la stazione della metro e, forse, la piazza principale del paese/città dove vivono. Punto. Non è contemplato che l'aspirante scrittore, (che in quanto aspirante deve essere a) umile e pronto a obbedire, b) necessariamente limitato) possa, che so?, aver conseguito una laurea in criminologia nella più importante università degli Stati Uniti dove vive dalla tenera età della scuola materna. Se ne deduce che, a dar retta a Giorgio Montefoschi, un eventuale noir ambientato a New York del suddetto esordiente debba essere scartato a priori. Ci fa sapere Wikipedia che i romanzi del suddetto Montefoschi, scrittore e critico italiano, "sono spesso ambientati per le strade e negli ambienti della borghesia di Roma". Egli è nato nella capitale e quindi si presume che conosca a tappeto le strade e gli ambienti della borghesia. Occhio, però. Non le strade e gli ambienti delle borgate. Per non parlare delle strade e gli ambienti dell'aristocrazia. Se poi andiamo alle strade e agli ambienti dell'enclave ecclesiastica siamo proprio su un altro pianeta. Ho solo io l'impressione che il diktat cui gli scrittori provinciali e con un complesso d'inferiorità non sanno sottomettersi sia a dir poco castrante? Sia chiaro, io capisco (incredibile per una scrittrice provinciale quale sono) cosa Montefoschi intendesse dire. Nella congerie degli aspiranti all'empireo della letteratura va per la maggiore improvvisare. Ho letto con questi occhiali una sedicente scrittrice affermare che la calura estiva faceva tremolare le strade e le pianure riarse. Peccato che il manoscritto fosse ambientato a Stoccolma. Certo, i cambiamenti climatici ci son stati eccome. Ma ci andrei con un minimo di prudenza. Quello che contesto, da sempre e senza sacri timori per il Montefoschi o il Tondelli di turno, è il comandamento calato dall'alto. Fatto caso che questi scendono tutti dal Sinai? Perché se estendiamo il concetto, allora Tolkien non avrebbe mai dovuto scrivere e descrivere della Terra di Mezzo, che non esiste. La Rowling dovrebbe dimostrarci che a correre contro la barriera tra il binario 9 e quello 10 della stazione di King's Cross non ci si spacca la testa contro il muro. Per non parlare di Asimov, di Stephen King, di Lewis Carroll. O di quanti osano scrivere romanzi storici trasportando il lettore in un mondo e in un tempo tanto lontani da essere inconoscibili. Come dite? Se uno si documenta? Ovvio. Voglio personalizzare. Una casa editrice ha visionato un nostro manoscritto e ci ha inviato una scheda di valutazione molto positiva. La cosa che più li ha colpiti è che la storia si svolge nel 2002 e, guarda caso, le canzoni ascoltate dai protagonisti, le notizie citate, tutto il contesto è assolutamente fedele a quanto realmente accaduto nel 2002. Non stiamo parlando del Cretaceo, ma pare che i lettori di una casa editrice siano pronti a stupirsi se il background di una storia è credibile. Quindi ha ragione Montefoschi? Secondo me, no. Una simile dichiarazione porta a scartare a prescindere un manoscritto se ambientato al di fuori del ristretto spazio vitale dell'autore. Perché è scontato che tale spazio vitale sia ristretto, giusto? Invece succede che la storia e l'ispirazione portino lontano. E che un serio lavoro di documentazione renda il tutto credibile. Succede. Si chiama libertà. Si chiama fantasia. Si chiama creatività. E abita appena oltre il pianerottolo.

martedì 28 febbraio 2012

Due o tre cose che ho capito sulla scrittura



Ho avuto la fortuna di essere un’aspirante scrittrice ben prima di accedere al dorato mondo della Rete. Perché fortuna? Perché non conoscevo nessuno, non avevo metri di paragone, non sapevo a chi rivolgermi e, soprattutto, non sono incappata nei famigerati opuscoli “Dieci regole per l’esordiente perfetto”, “Come farsi pubblicare”, “I dolori del giovane correttore di bozze”, “Come inventarsi un best seller e trombare come un riccio”. Potrei continuare, ma avete capito il genere. Leggevo. Ho sempre letto da che mi ricordi. Questo non vuol dire che leggessi le cose giuste, anche a leggere si impara. Ma ebbi la fortuna di incappare in un libro di Stephen King, “On writing”, e mi si aprì un mondo. Perché, anche se non fa politically correct metterlo nero su bianco, istintivamente diffidavo e diffido dei corsi di scrittura creativa. A scrivere non si insegna, perché a scrivere non si impara. Ci deve essere il quid di partenza e ognuno di noi, se dotato di normale quoziente intellettivo, è in grado di capire se quel talento ce l’ha oppure no. Partiamo dal presupposto che il talento ci sia e procediamo. Scrivere non è una colpa. Questo deve essere chiaro, soprattutto alla luce di quanto troverete in Rete giorno dopo giorno. Interviste ad addetti ai lavori disperati perché costretti a leggere manoscritti ( fare l’idraulico no?), siti di case editrici che avvisano che i manoscritti verranno espressamente richiesti (chiamano un numero a caso e chiedono: avrebbe mica un inedito da sottoporci?), scrittori affermati che lamentano che in Italia non si legge abbastanza e si scrive troppo (e potremmo discuterne). All’inizio mi arrabbiavo. Ricordo scontri epici ai tempi del nostro primo blog, quello su Splinder ormai sparito nel gorgo del web. Hanno cercato in tutti i modi di convincermi che:
- se non hai all’attivo almeno un paio di corsi di scrittura creativa non puoi saper scrivere, è lampante;
- se per guadagnarti da vivere non fai l’idraulico ma (tappatevi le orecchie) il giornalista, allora non puoi pretendere di scrivere narrativa perché la tua è una penna ormai impura (giuro, mi accusarono – testuale - di aver prostituito la mia penna!);
- se insisti nell’insano proposito di voler scrivere, allora non ti azzardare a cercare di pubblicare;
- se, non si sa bene come, ottieni di pubblicare, allora è evidente che la tua unica vera aspirazione è andare ospite in qualche talk show a dire la qualunque sulla cronaca spicciola;
- se hai pubblicato con una piccola casa editrice, sei un povero sfigato (giuro, mi venne sbattuto in faccia insieme alla scansione di un contratto Fazi e un elegante “Rosica!” da uno scrittore che oggi va di moda. E lo scrittore non era Martone in incognito);
- se scrivi, pubblichi e sei pure femmina, allora è ovvio che sforni roba che vorrebbe avvicinarsi alla collana Harmony ma non ne è all’altezza (giuro, un tipo mascherato sotto un nickname mi ha sbattuto in faccia questa considerazione aggiungendo un “ti piacerebbe!”).
Dite voi se non ce n’era abbastanza per scoraggiarsi. Ecco, forse questo è l’insegnamento principale. Perché leggere con avidità, attenzione e voglia di imparare, scrivere scavandosi dentro fino a toccare le corde più intime e vere, rifinire come un artigiano curando la materia prima (la scrittura) e gli strumenti (la documentazione) con tutta la cura di cui si è capaci, non basta. Senza la consapevolezza, dei propri limiti ma anche del proprio valore, e la capacità di considerare fuffa della Rete ciò che è fuffa della Rete, non si va da nessuna parte. E visto che non volevo certo accodarmi alla folla dei vari autoeletti tutor per esordienti, aggiungo solo una cosa: per pubblicare non si deve pagare. Mai. A me non servirono i guru della Rete per capirlo, anche quando avevo solo 18 anni.

Laura

venerdì 3 febbraio 2012

Io non faccio testo

Vi avviso, trattasi di post autoreferenziale, quindi potete evitare di leggerlo. Io pero' ho un riflessione da fare. Mi capita sempre piu' spesso, parlando con colleghi, amici, parenti e conoscenti, di sentirmi dire queste quattro parole, anzi, sei: si', ma tu non fai testo.
E allora mi piace riassumere le cose per cui, a detta di tutti, io non faccio testo:
- mai comprato un giornale o un libro per la copertina (ma non faccio testo);
- mai provata invidia per il successo di uno scrittore, amico o nemico che sia (ma non faccio testo);
- ritengo che l'alternanza delle stagioni sia essenziale per goderne al meglio (ma non faccio testo);
- ritengo che il sacrificio sia, in ogni campo, giusto viatico al conseguimento dei propri obiettivi (ma non faccio testo);
- mai usate le cosiddette armi femminili per farmi strada nella vita (ma non faccio testo);
- mai chieste o ricevute raccomandazioni sul lavoro (ma non faccio testo);
- ritengo che pagare le tasse sia giusto, necessario, anche bello si' (ma non faccio testo);

Potrei continuare, ma avete capito il concetto. E questo essere messa sempre fuori categoria non e' gratificante, perche' dietro il "tu non fai testo" c'e' un evidente sarcastico commento il cui significato spazia da "ma a chi vuoi darla a bere" a "povera mentecatta". Dice: va beh, ma a te che ti importa? A pensarci bene, niente. Ma anche in questo io non faccio testo.

Laura