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martedì 21 agosto 2012

Oggi su "La Sesia": In morte di uno di noi


N.B. Questo articolo è stato scritto immediatamente dopo l'uscita della notizia.
Il lancio d’agenzia è scarno. Poche righe affidate, nei telegiornali di domenica scorsa, alla voce dei conduttori. Angelo Di Carlo è morto. Un nome, un numero. Aveva cinquantaquattro anni e le foto sui quotidiani online lo ritraggono sorridente: baffoni da pirata, stempiatura importante e una coda di capelli scuri, da irriducibile. Da uno che non si rassegna alla calvizie, figurarsi alle avversità della vita. Eppure. Una notizia breve in un rosario di disgrazie: la crisi che brucia migliaia di miliardi, il rientro da bollino rosso che brucia carburante al prezzo di champagne, la stangata prossima ventura che brucerà gli stipendi di chi ancora un lavoro ce l’ha, l’anticiclone Lucifero che brucerà l’ultimo (si spera) scampolo di un’estate rovente, i piromani che bruciano boschi, riserve naturali, campeggi e parchi cittadini. In tutto questo bruciare si perde la morte di Angelo Di Carlo, che di fuoco è morto. Romano d’origine ma da anni residente a Forlì, Angelo era vedovo. Nelle poche righe disponibili la sua vita appare snocciolata come la scaletta di un tg: perse la moglie, perse il lavoro, era in lotta con i fratelli per una questione di eredità. Storia di tanti e forse per questo facile da riassumere senza alcuna specifica. Che lavoro faceva Angelo? Era un operaio, recita l’Ansa. Altri aggiungono che da tempo era in lotta con la precarietà. Aveva l’età giusta per appartenere a quella generazione che è cresciuta col mito del posto fisso per poi scoprire di essere arrivata a festa ormai conclusa. In ritardo su tutto e col dovere di accettare il diktat della flessibilità, dei co.co.co, dei contratti a progetto e della disoccupazione. E se ti ritrovi senza un lavoro a cinquantaquattro anni, che flessibilità vuoi sfoderare? Come fai a reinventarti? Angelo era uno di noi, uno dei tanti. Aveva anche un figlio e quelle poche righe del lancio d’agenzia ci indugiano sopra con accanimento giornalistico: al figlio ha lasciato una lettera in uno zaino e un’eredità di 160 euro. Forse è questo che ha pensato Angelo quando, tornato nella sua Roma, ha raggiunto la piazza davanti alla Camera dei Deputati e si è dato fuoco. Forse ha realizzato, durante il tragitto o mentre si cospargeva di liquido infiammabile, che quello fosse il valore di tutta una vita: centosessanta euro. Poi, quando le fiamme lo hanno avvolto, ci piace illuderci che abbia smesso di pensare, che abbia smesso di essere cosciente dello scempio che si era inflitto. A soccorrerlo, spegnendo le fiamme con un estintore, sono stati i carabinieri che vigilano su Montecitorio. Ma le ferite erano troppo gravi e dopo otto giorni di agonia, Angelo Di Carlo ha raggiunto lo scopo che si era prefisso: arrendersi. Un gesto eclatante, ma non sminuiamolo elevandolo a simbolo. La morte di Angelo ha un valore perché è la sua. Perché gli ha ridato un nome e un volto, dopo l’anonimato disperante nella folla di precari, disoccupati e disperati che stiamo diventando.

Laura Costantini

martedì 17 aprile 2012

Oggi su "La Sesia": Flavio e Beatrice


Ci sono incontri che la vita rende impossibili. Quello tra Flavio e Beatrice non avverrà mai. Flavio è un ragazzo torinese, ha quindici anni, è alto, magro e possiede quella che la saggezza popolare chiama la bellezza del somaro. Solo che Flavio somaro non lo è, anche se ha rimediato un quattro e mezzo in matematica. È per questo che un giorno, mentre mamma e papà lo aspettano a casa come sempre, si incammina lungo i binari di una ferrovia. Sembra una passeggiata e a Beatrice sarebbe piaciuta. Ma Beatrice non può seguire Flavio lungo la massicciata del treno. Beatrice è una ragazza veneziana, ha quindici ed è bellissima nonostante le cicatrici che le attraversano il viso. A Flavio, se lo incontrasse, sorriderebbe come sorride a tutti. Con occhi di un verde luminoso, prima ancora che con la bocca. Perché Beatrice è contenta di essere viva ed è piena di progetti. Flavio no. Lui, ci dicono, è taciturno, riflessivo. Un ragazzo come ce ne sono tanti. Ama lo sport e in questo è simile a Beatrice. Ma della vita, di quella vita che a quindici è una cosa terribilmente seria, non riesce a scorgere il lato illuminato. Per questo cammina lungo la ferrovia e a chi gli dice di stare attento risponde che sta andando per la sua strada. Perché è convinto che sia quella e nessun altra. Invece Beatrice potrebbe spiegargli che di strada ce n’è sempre una alternativa. Lei lo sa. Aveva solo undici anni quando è stata colpita da una meningite fulminante. L’infezione le ha aggredito il sangue. Il sangue infetto le ha aggredito il corpo. I medici, per salvarla, le hanno tagliato le braccia fin sotto il gomito. Non è bastato. Il papà e la mamma di Beatrice, che tutti chiamano Bebe, hanno dovuto spiegarle che bisognava tagliare anche le gambe, fin sotto al ginocchio. Ha chiesto: “Starò meglio?”. Hanno risposto che così pensavano i medici. E Bebe, a undici anni, ha detto: “Ok, tagliate e fate in fretta”. Per questo Bebe non avrebbe potuto accompagnare Flavio lungo la ferrovia. Si muove su una sedia a rotelle. Però avrebbe potuto, se lo avesse conosciuto, mostrargli che nessun ostacolo è insormontabile. Senza gambe e senza braccia Bebe è campionessa mondiale di scherma tra i disabili under18, sarà la tedofora alle Paraolimpiadi di Londra. E, come Flavio, ogni tanto prende un brutto voto a scuola. Quando succede si stringe nelle spalle e guarda avanti. Alla prossima operazione per cancellare le cicatrici sul viso, alla prossima protesi per correre e camminare, alla prossima sfida. Bebe non ritiene di essere speciale, così come Flavio non riteneva di essere importante. Per se stesso e per gli altri. Perché la sua integrità fisica, la sua salute, la sua giovinezza e tutto il suo futuro, Flavio li ha gettati sotto un treno che non è riuscito a fermarsi in tempo. A quindici anni ha scelto di morire. Una scelta che nessuno è in grado di comprendere, di spiegare. Meno che mai di giudicare. Ma se Flavio avesse incontrato Beatrice e il suo sorriso, chissà.

Laura Costantini