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sabato 11 ottobre 2014

F.A.Q. sulla mia vita da molisana

 
Dal 17 marzo di quest'anno, vivo in Molise. A Campobasso.
Lavoro nella testata giornalistica regionale della Rai e ne sono felice. E' un bel traguardo raggiunto. Ci siamo, fin qui?
Bene. Perché è da qui che cominciano i problemi. Come tutti i giornalisti, sono turnista. Cinque giorni di lavoro, due di riposo. Indipendenti dai riposi comandati (sabati e domeniche) degli altri lavoratori non turnisti. E cominciamo con le frequently asked questions:
Ti pesa questo metodo di lavoro?
No, mai avuta la routine del sabato e della domenica.
Durante i giorni di riposo, resti a Campobasso?
No, torno a Roma.
Tutte le volte?
Mai saltato un turno di riposo fino a oggi.
Non è pesante fisicamente?
Farsi 500 km. in auto a settimana? Sì, lo è.
Non è dispendioso?
Tra benzina e autostrada? Sì, lo è.
Allora perché non resti in Molise e ti riposi?
a) Perché a Roma ho la mia mamma che ha bisogno di me, avrebbe bisogno di me ogni santo giorno;
b) Perché non sono una ragazzina e la mia vita, i miei affetti, tutto ciò che per me conta è a Roma;
c) Perché scrivo romanzi a quattro mani con la mia migliore amica e la mia migliore amica è a Roma.
Quindi tu non vedi l'ora di tornare a Roma in pianta stabile?
Esattamente.
Non è una mancanza di rispetto nei confronti dei tuoi colleghi molisani?
No, perché loro non sono stati costretti a lasciare casa, amici, famiglia e trasferirsi in un'altra regione. Loro lavorano nel loro contesto di sempre e io vorrei fare lo stesso. Senza contare che, da non proprietaria di casa a Roma né in Molise, mi pago pure due volte la Tasi.
Sei consapevole che in inverno questa forma di pendolarismo non sarà possibile per cause atmosferiche?
Mi attrezzerò con pneumatici adeguati. E se farà la nevicata del secolo, prenderò il treno e mi sobbarcherò quattro ore abbondanti di viaggio, senza contare le due ore abbondanti di mezzi pubblici romani per raggiungere casa mia.
E ne vale la pena?
Vale la pena respirare per vivere?
Quindi tu odi stare in Molise?
No. Mi piace stare in Molise. Ha un cielo e un territorio bellissimi, la sede di lavoro è migliore di qualsiasi altra a Roma, i colleghi sono splendidi.
Beh, ma allora perché...

a) Perché a Roma ho la mia mamma che ha bisogno di me, avrebbe bisogno di me ogni santo giorno;
b) Perché non sono una ragazzina e la mia vita, i miei affetti, tutto ciò che per me conta è a Roma;
c) Perché scrivo romanzi a quattro mani con la mia migliore amica e la mia migliore amica è a Roma.
Insomma sei una che si lamenta?
No, non mi lamento. Vivo la mia vita al meglio, da pendolare (senza offesa per i veri pendolari), ma spero con tutto il cuore di tornare presto a casa. A Roma.

sabato 12 luglio 2014

Il Tevere è la madre di Roma

Qualcuno di voi l'ha fatta con noi la passeggiata d'autore dedicata al nostro "Fiume pagano". Altri ne hanno sentito parlare. Oggi, ricordando la presentazione del romanzo sull'argine del nostro fiume, in una serata di luglio afosa e magica, vogliamo farvi un regalo. Una passeggiata bordo fiume con un cicerone d'eccezione.

(La foto è di Marco Flores Tavanti)


Tu lo conosci il Tevere? Scusa, t’ho fatto paura, non volevo. No, non voglio soldi. Sono sporco, non ho un buon odore, ma t’ho visto da come lo guardavi che… Il fiume, intendo. Non lo guardano tutti allo stesso modo. Anzi, guarda, non lo vedono proprio. Passano, corrono, scappano, telefonano. Tu no. Per questo t’ho chiesto se lo conosci. Perché io lo conosco e te lo voglio raccontare. Vieni? Aspetta, sì, hai ragione. Forse è meglio se prima mi presento. Venanzio, e non m’offendo se non mi stringi la mano. È sporca e callosa. Non è sempre stata così. Non mi chiamavo Venanzio, una volta. Non vivevo neanche qui, a Roma. Ma è stata la vita, capisci? La corrente. Come succede col Tevere. Vieni. Cominciamo da qui, da Ponte Sisto. Anche lui, come me, non si chiamava così. Ha avuto una vita precedente. Una lunga vita. Esisteva già nel 12 avanti Cristo quando l’imperatore Augusto lo volle per collegare le sue proprietà sulle due sponde del Tevere. Però sai come si dice? Gli uomini propongono e un dio, o una dea, dispone. No, non mi sono sbagliato, l’ho detto apposta. Una dea. Perché noi lo chiamiamo Tevere, lo pensiamo maschio. Ma questo fiume, come tutti i fiumi, è femmina. È una madre. Una madre diversa da come le pensiamo oggi. Una madre com’erano quelle dei tempi antichi. Generosa, ma dura, pronta a lottare, a morire per i figli, ma anche a punire con severità. E il Tevere Roma l’ha punita più volte. Quello che tu oggi chiami Ponte Sisto venne distrutto da una piena, nel 791. E’ stato un papa, Sisto IV, a farlo ricostruire verso la fine del 1400. Lo sai come se chiama quello? Quel buco lì al centro. Per i romani è l’occhialone e guai se il fiume ci passa dentro. Significa che s’è incazzato. No, non pensare a quelle che i giornali hanno chiamato piene, quelle degli ultimi anni. Noi, tutti noi, il fiume veramente incazzato non l’abbiamo mai visto. Ci siamo convinti che fosse sufficiente chiuderlo tra due muraglioni e dimenticare che esiste. Ma io che ci vivo accanto ho capito che un giorno il Tevere si farà sentire. Sai, come quelle madri che sopportano, sopportano e poi esplodono e allora, parola di Venanzio, avremo paura. Tutti. Perché devi capire che il Tevere è la madre di Roma, non nostra. Noi l’abbiamo usurpata, offesa, sporcata, ridotta a un groviglio di auto. Ed è Roma che vorrà proteggere. Vieni, attraversiamo. E se ti vergogni a farti vedere con me, io resto due passi indietro e intanto racconto. Va bene?

Lo vedi quanto è stretto Ponte Sisto? Per questo è pedonale. Andava bene nei tempi antichi. Ma oggi chi cammina più a piedi? Chi passeggia? Solo i turisti. L’avevano allargato alla fine dell’800, con due specie di mensoloni di ghisa. Te li ricordi? Quasi nessuno se li ricorda. Perché non guardano. Passano e basta. I mensoloni l’hanno tolti con i restauri per il Giubileo del 2000 e il ponte è tornato bello. Come merita il fiume.

Sì, ti capisco. Se il fiume merita ponti belli, come lo spieghiamo Ponte Garibaldi? Brutto e trafficato, è proprio uno di quei ponti che tradiscono la missione. Costruzione recente e, se permetti, indecente. L’hanno fatto alla fine del XIX secolo e solo per favorire lo sviluppo della città verso Trastevere. Il fatto è che una volta i ponti li facevano i pontefici. Lo sai chi erano? Ingegneri, certo, ma anche sacerdoti. Passare da una parte all’altra del Tevere era come ferire il corpo della propria madre. Andava fatto con il rispetto che si porta alle cose sacre. Per questo oggi il Papa lo chiamiamo pontefice. Ecco, vieni, ti mostro l’unica cosa bella di Ponte Garibaldi: i balconcini. Io li chiamo così, balconcini. Credo che il nome esatto sia loggioni semicircolari, ma lo scopo non cambia. Sono punti dove sostare per ammirare, per guardare, per rendere omaggio. Abbiamo Ponte Sisto a monte e l’isola Tiberina a valle. La vedi la forma dell’isola? Una nave, lunga e affusolata, protesa verso il mare. E guarda i ponti. La grazia che hanno. Il rispetto. Sono come gioielli sul corpo di una madre. Sono nati per la città, per la gente, non per le macchine. Sono gemelli, ma devi ricordare che Roma è nata sull’altra sponda del Tevere. Sulla riva sinistra. Quella è la Roma delle origini, quella pagana. Qui, dove siamo noi adesso, c’è quella papalina. Quindi sono gemelli, i ponti dell’isola, ma il più antico dei due è quello di sinistra, ponte Fabricio. Tutto di tufo e peperino. Quando lo attraversi, se presti ascolto, senti la storia che ti scorre intorno. Ma ne parliamo dopo, adesso vieni. Ci aspetta Ponte Cestio, quello dove il Tevere canta.

Il fiume ha un suono, sai. Ma è un suono lieve, un  fruscio, come la carezza di una madre sulla testa del figlio. Difficile sentirlo col frastuono che abbiamo intorno. Dicono che la rapida, la senti? l’abbiano creata rialzando il fondale, ma mi piace pensare che abbiano voluto, in realtà, permetterci di ricordare che oltre i muraglioni il fiume vive, scorre, accarezza. Affacciati. Posa le mani sul parapetto, la pietra è calda, accogliente, il fiume canta. Se chiudi gli occhi puoi quasi immaginare che Roma sia ancora quella del pontefice Lucio Cestio che lo costruì su ordine di Giulio Cesare in persona. Cestio, sì, come la piramide. Non dista molto da qui e l’ha costruita il fratello di Lucio, Caio. Aspetta, non attraversare. Torniamo sull’argine. Quello è Ponte Palatino. Lo chiamano il ponte inglese, perché il traffico gira al contrario, lì sopra. È un ponte moderno, quindi brutto. L’hanno costruito per prendere il posto di Ponte Emilio. Ne resta uno spezzone. E io vivo lì sotto, nel posto più bello di tutta Roma. Puoi non crederci, ti capisco. Ma il fiume ha sparso sabbia fina sull’argine, asciutta. Il sole scalda il travertino e ponte rotto, così lo chiamano i romani, stormisce di fronde e di storia. Affacciati, guarda. Vedi come il fiume se l’abbraccia l’isola Tiberina? È l’amore di una madre.

La leggenda vuole che a formare l’isola sia stato il cumulo dei covoni del grano mietuto a Campo Marzio e gettato nel fiume al momento della rivolta contro Tarquinio il Superbo. Sì, lo so, non è possibile. Ma è bello pensare che il cuore di Roma sia nato dall’amore della sua gente per la libertà e la repubblica. L’isola Tiberina è sacra, lo si percepisce anche oggi che di sacro non abbiamo più niente. Per questo c’è un ospedale, per questo un ospedale c’è sempre stato, anche quando la medicina era affidata al dio Esculapio e ai suoi serpenti, giunti per nave dalla Grecia. Per questo l’isola ha la forma di una nave e, se guardi bene, vedi i marmi che ne ornavano la prua. Te l’immagini come doveva essere questa città ai tempi di Giulio Cesare? E te l’immagini quale forza ci sia voluta per abbattere Ponte Emilio? Vieni, scendiamo.

Da sotto lo capisci che è e resta un monito, come l’occhialone di Ponte Sisto. Che potenza doveva avere l’acqua per fare un danno simile? Eppure oggi avete dimenticato che i ponti non sono lì per la vostra comodità, per le vostre auto, per i vostri motorini, per i vostri pullman. I ponti sono altari, sono omaggi alla madre Tevere. Alza lo sguardo. Anche Ponte Fabricio ha il suo occhialone. Una struttura successiva, anche se questo è il più originale dei ponti, quasi totalmente fedele a quello che Lucio Fabricio costruì nel 62 avanti Cristo per collegare il Campo Marzio all’isola. Prima ce n’era uno di legno, come spesso erano i ponti di Roma. Di legno e smontabili per contrastare invasioni e per consentire al fiume di proteggere la città e i suoi figli. Una madre, ricordi? Riempiti gli occhi e risaliamo. Ormai avrai a noia la mia compagnia e le mie parole.

Non so se ti sono stato utile, se da oggi guarderai al fiume con occhi diversi. Il primo ponte di Roma stava là, a valle di Ponte Palatino. Si chiamava Ponte Sublicio. Era quello sul quale Orazio Coclite fermò i nemici. Era quello da dove, quando Roma era giovane, si celebrava il sacrificio degli Argei. Fa’ un ultimo sforzo, immagina: le Vestali, una processione di donne velate, arrivano al ponte. Lo benedicono con la mola salsa, una mistura di sale e farro, poi gettano nel fiume ventisette fantocci. Sono di paglia, avvolti in tuniche bianche. Ma in tempi ancora più antichi e selvaggi, erano uomini quelli che venivano offerti in sacrificio al fiume. Pensaci la prossima volta che scendi qui sotto a passeggiare. Tu vedi acqua melmosa, ma questo è il Tevere. La madre di Roma.

E adesso ti lascio. No, non mi offendo se mi offri qualcosa. È uno scambio. Pochi spiccioli per me, uno sguardo diverso sul cuore di questa città per te. E sì, se ti va torna a trovarmi, lettore. Mi trovi qui, sulle sponde del Tevere. Il Fiume pagano.

 

Laura Costantini – Loredana Falcone

sabato 5 aprile 2014

In attesa di Daiana (storiaccia romana)

Io e Loredana siamo romane. Lei da settordici generazioni. Io di nascita, visto che i miei genitori sono venuti al mondo più o meno nei paraggi, ma non dentro al GRA. Dicevo, io e Loredana siamo romane. Una realtà che ci portiamo dentro, una radice, una consapevolezza, un modo di essere che ci è naturale al punto da non aver bisogno di evidenziarlo. Neanche con la scrittura. Per anni ci hanno chiesto perché non ambientassimo le nostre storie a Roma. La risposta, che non abbiamo mai fornito, poteva essere che non avevamo bisogno di avere Roma sulla pagina, visto che ce l'avevamo nel cuore. Va detto, però, che ogni tanto Roma affiorava. Racconti, per lo più. "Vecchia Roma", "Estenscion", "Tresette a spizzichino". Poi due romanzi, "Fiume pagano" e "Carne innocente". Quindi, oggi, un racconto lungo: "Daiana". Il merito, o la colpa, dipende se piacerà o meno, è di Marco Proietti Mancini. Del suo entusiasmo e della sua volontà di coinvolgerci in un progetto dal titolo molto romano, "Storiacce". Una raccolta di tre racconti lunghi, con due maschiacci come Marco Proietti Mancini e Igor Artibani, e due dolci signore, come me e Loredana Falcone, per raccontare una Roma fuori dalle cartoline e dalla meraviglia dell'arte e della storia. Succede, in questi casi, che la nostra scrittura viri verso qualcosa che alle volte risulta ignoto perfino a noi. Ma non è così che deve essere, in fondo? Scrivere è creare qualcosa che non ci appartiene mai fino in fondo. La parte più profonda di noi, la parte romana, è come una sorgente nascosta, una polla che preme per uscire allo scoperto e sorprenderci. Daiana e la sua storia ci hanno sorprese. Chissà se sorprenderà anche voi.

venerdì 24 maggio 2013

Roulette russa con la vita degli altri


Succede a Roma, un sabato sera che sconfina in una domenica notte. Una grande città non dorme mai. A Roma, durante la notte clou del week-end ti può capitare di fare la fila, incolonnato tra nugoli di automobili dai finestrini aperti e dalla musica che rimbomba. Si chiama movida e assomiglia a una transumanza coatta. Coatta nel senso di obbligatoria, se non esci il sabato notte sei uno sfigato, e nel senso di tamarra, con i look, le musiche e gli atteggiamenti del caso. Niente di grave. Anzi, il fatto che molte di quelle auto siano occupate da donne sole, a loro agio nella notte metropolitana, è un bel segnale. Significa che è possibile e giusto. Nonostante la paura sottile che rimane ai margini. Una donna sola è più sola degli altri. Una donna sola, anche al centro di una colonna di automobili in lenta marcia verso il divertimentificio di zona, lo sa di rischiare di più. Rischia perché è donna. Non date retta, non importa come sia vestita, non importa che ora della sera o della notte sia, non importa il perché e il per come di quella sua solitaria presenza. È donna. In quanto tale possibile preda. Ma le moltissime donne che frequentano la notte romana (o milanese o di qualunque altro luogo) non accettano di esserne escluse. E vanno. Stavano andando, anzi, tornando a casa anche le due donne che sabato scorso erano alla guida delle loro vetture in una zona periferica di Roma. E l’aggettivo periferica è importante. Non per contestualizzare degrado o quant’altro, ma per avere una vaga idea di quella che in una fiction chiameremmo location. Viale Palmiro Togliatti è una grossa arteria di scorrimento a sud-est della capitale. Collega tre consolari importanti: Tuscolana, Casilina e Prenestina sconfinando poi nella Tiburtina. Di fatto attraversa quartieri popolosi, ma con le caratteristiche di molte periferie urbane: sono quartieri dormitorio. La movida del sabato notte non abita qui. Parte da qui, alla conquista del centro o del litorale. Ma viale Palmiro Togliatti di notte è e resta uno stradone a tre corsie da percorrere rapidi. Sulla Togliatti si corre. Se non corri, c’è sempre qualcuno che ti si inchioda al lunotto e ti acceca con gli abbaglianti. Può capitare che ti innervosisci, lasci passare, lampeggi a tua volta. Può capitare che quell’automobilina, una smart nera, abbia a bordo due balordi (non ancora identificati) che non ci stanno a farsi lampeggiare. Può capitare, è capitato, che tirino fuori una pistola e sparino. Due donne si sono sentite fischiare pallottole davanti alla faccia. Sono vive. Scioccate, impaurite, decise a non frequentare più la notte, ma vive. È un caso però. I due balordi, che hanno sparato anche a un’auto in sosta, che hanno inseguito una delle due donne fin quasi al garage, che sono descritti come due trentenni, uno olivastro, hanno giocato con le loro vite. Una roulette russa, assurda e codarda. Perché quei due hanno giocato con le vite degli altri. E potrebbero averla fatta franca.

Laura Costantini

giovedì 13 settembre 2012

Il fascino letterario del panino con la salsiccia.

La scena si svolge a Roma, zona periferica a due passi dalla Tiburtina. Parchetto cittadino, più sterrato che verde, ma con panchine, giochi per bambini, una pista per pattinare. Tira vento e trasporta in cielo nuvoloni, ma il tempo pare regga. Nella zona centrale del parchetto c'è una piccola piazza lastricata, gazebo bianchi, banchetti e qualche sparuto manifesto a spiegare che si tratta del Flep, Festival delle letterature popolari. Musica a palla. Libri. Non moltissimi, per la verità. Uno degli editori che spongono spiega che dovevano essere molti di più, poi qualcuno ha rinunciato. Comunque, movimento ce n'é. Un po' le mamme che portano al parco i bambini. Un po' i giovani, quelli con la borsa a tracolla, la sciarpa etnica d'ordinanza e il bicchiere di plastica pieno di vino rosso che fa tanto happening. Un po' gli addetti ai lavori (leggi autori, editori, ragazzi che devono gestire gli stand, organizzatori). Un po' gli anziani. La musica è infernale, quasi impedisce di parlare. Di leggere no, se sei bravo ad astrarti. Così succede che ti siedi, cancelli i decibel sfondatimpani e l'aroma bruciaticcio delle salsicce che rosolano, prendi il libro per cui sei lì (Roma per sempre di Marco Proietti Mancini, Edizioni della Sera) e cominci a leggere.
"E' libera quella sedia?"
Alzi gli occhi. Uomo. Anziano. Evidentemente in vena di chiacchiere. Preferiresti di no, ma annuisci. Poi torni alle pagine, Marco ti sta raccontando di un giro in scooter per Roma e tu lo segui assorta, vedendo la tua città come mai prima.
"Di che si tratta?"
Alzi gli occhi. L'uomo anziano ti sta guandando.
"Chiedevo, di che si tratta? E' un mercatino?"
Beh, le bancarelle ci sono pure, ma lo vedrebbe anche un cieco che sono cariche solo di libri.
"E' il festival delle letterature popolari", rispondi. E ritorni alla pagina dove Marco, dallo Zodiaco, sogna di fare l'amore con Roma sdraiata e discinta.
"Ah, allora solo libri..."
Alzi gli occhi. Lo sguardo da inceneritore.
"Cosa c'è di meglio?", provochi.
"Ah, guardi, non lo dica a me. Ho tre lauree io. Ma proprio per questo poi con i libri ho chiuso."
E non fa una piega, siete d'accordo?
Vorresti tornare a leggere, ma sai che non è possibile. L'uomo ormai è lanciato.
"Per attirare la gente ci vuole altro. Non so, un po' di musica."
Avete davanti un sistema di amplificazione e un microfono che preludono a una qualche esibizione. E la musica, martellante e insopportabile è ovunque grazie agli altoparlanti.
"Magari un po' di teatro."
"I libri non bastano?", chiedi. "Cosa c'è di più bello del leggere?" (a parte non trovarsi accanto un rompicoglioni, aggiungeresti, ma tralasci).
"Guardi, non lo dica a me (e sono due!). Io mi sono portato questo."
Esibisce un libercolo vecchio e attorcigliato, spessore iPhone, tanto per essere moderni. E' una dispensa sulla storia d'Italia, una di quelle che alle volte regalavano con i quotidiani.
"L'ho letto un sacco di volte, ma me lo rileggo per ricordarmi come è stata fatta l'Italia."
Annuisci e ributti lo sguardo sul racconto di Marco che ti chiama a gran voce.
"Ma la gente ha bisogno di altro. Una piccola esibizione, magari un drink, uno spuntino..."
Alzi gli occhi, ancora. Il fumo delle salsicce è ovunque e satura l'olfatto, ma forse l'uomo ha il raffreddore.
"Penso che a breve provvederanno a esporre panini con la salsiccia", rivelo.
Gli occhi dietro gli occhiali si illuminano come mai farebbero per una copertina.
"Ecco, lo vede? Ci vuole il richiamo per la gente. Ma dove..."
Lo previeni. Punti l'indice in fondo alla piazza, lì dove si elevano le fumigazioni gastronomiche. Un attimo e sei libera. Saperlo prima...

giovedì 12 luglio 2012

Fiume pagano nella recensione di Marco Proietti Mancini


Ci sono storie, romanzi, che scorrono come scorrono i fiumi. Non tutti i fiumi scorrono nello stesso modo. I fiumi di montagna scendono giù impetuosi, saltano le rocce, cadono, sbattono, la loro acqua è tanto trasparente e pura da sembrare non esserci. I fiumi di montagna sono come ragazzini immaturi, pensano solo a divertirsi, a correre via, non si fermano un istante, non si godono un momento di vita e consumano tutto quello che incontrano sulla loro strada
Poi ci sono i grandi fiumi di pianura, quelli che scendono lenti, gravidi di tutto quello che accumulano nel loro viaggio. Una pagliuzza strappata via da un torrente si distrugge in un metro, una pagliuzza presa – non strappata – dal corso di un fiume che scorre in pianura, quella arriva fino al mare.

Tra i fiumi di pianura quello che amo di più è il Tevere. Ma va? Bella forza, è il mio fiume, il fiume della mia Città (Eterna). Ma non è solo campanilismo. Il Po se lo dividono in tanti, come l’Arno. Il Tevere invece è solo di noi romani. Il Tevere nasce in Romagna, passa in Toscana, in Umbria e poi finalmente arriva nel Lazio, 405 chilometri in quattro regioni, eppure, manco a farlo apposta, per toccare una città deve arrivare quasi alla fine. Quindi il Tevere fino a Roma non è un cazzo, poi diventa il fiume Sacro, e che sia Sacro non c’è dubbio. Sacro per i pagani, come per i Cristiani.

Ecco “Fiume Pagano” di Laura Costantini e Loredana Falcone – Historica Edizioni – non è un romanzo, e non è un fiume. E’ tutte e due le cose. E’ una storia gialla, vera, ambientata ai giorni nostri, con tanti morti, qualche assassino (si, qualche, non uno solo) e con un movente che non nasce oggi, ma nasce qualche decina, tante decine, di secoli fa. “Fiume Pagano” è come il Tevere, E’ il Tevere. Porta dentro un sacco di cose, tutte insieme, che uno può anche pensare che stanno male messe insieme. Invece sbaglia, perchè quando vedi scorrere un fiume, gonfio e rabbioso, o lento e pigro, e vedi che porta dentro tutto e di tutto, pensi che ci sta bene tutto dentro alla corrente, le storie nuove e quelle vecchie, i Santi e i bastardi, le mignotte e le vergini. Dentro i tremila anni di storia (quella conosciuta) di questo fiume c’è la storia di Roma e dei romani. Che se vai a grattare sotto i vestiti fighetti sono ancora quelli rozzi e prepotenti di tremila anni fa.

“Fiume Pagano” è un libro potente, eppure semplice, arrogante eppure cinicamente autoironico. Ogni  personaggio è complementare all’altro, la ragazza ricca e la zia popolana, il carabiniere che ancora ci crede e il vecchio giornalista che ormai non ci crede più, il laureato che “si accontenta” ed il rampollo che sotto la presunzione nasconde la speranza. In “Fiume Pagano” Laura e Loredana prendono tutto e lasciano che sia la corrente della storia, del fiume, a trasportarlo verso la foce, la fine. Dove nulla finisce e tutto può ricominciare.

Laura Costantini e Loredana Falcone sono l’emblema, l’icona del fallimento di una mia convinzione; io che quando scrivo litigo perfino con me stesso, ero convinto che da una collaborazione a quattro mani non potesse uscire nulla di buono. E che cazzo, di Fruttero&Lucentini ne abbiamo già avuti due (ambo!), Guccini & Machiavelli? Si va be’, li ho letti, mi sono pure piaciuti tanto, ma lì alle spalle c’è Mondadori, una megaredazione, e c’è pure profumo di marketing editoriale, che sistema ed aggiusta gli sfridi. Qui invece ci sono Costantini & Falcone, si sente l’odore del sudore dell’anima e si vedono le macchie di inchiostro sulle dita. Insomma, ancora una volta, chiusa l’ultima pagina mi è venuto da dire, ma perchè devo trovare in libreria tanta merda di carta sprecata ed invece per trovare questo bel libro ho dovuto ordinarlo? Si lo so, domanda inutile. Il problema non è la “piccola editoria”, il problema è la “grande distribuzione”.

Vabbè, Suggerimento; cercatelo, ordinatelo, leggetelo.

lunedì 12 marzo 2012

I racconti del lunedì: Nella notte sanguigna dei lampioni


Questo racconto lo scrivemmo per un contest dedicato ai vampiri. Per dimostrare che un tema sfruttato può sempre riservare delle sorprese.
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Ci risiamo. Come si fa a costruire una metropolitana in una città dove basta infilare un dito nel terreno per trovare un reperto archeologico? Siamo indietro con i tempi. Chi glielo dice adesso al geometra? Mi faccio largo tra gli operai curiosi e snocciolo tre bestemmie delle mie. I cunicoli mi mettono ansia e l’idea di infilarmi lì sotto proprio a fine turno… Accendo il faretto sul casco e cerco di non pensare che sono ingrassato e che il cunicolo è ancora solo un abbozzo. Giuro che se lì sotto non c’è la tomba di Augusto, mi faccio i cazzi miei e faccio spianare tutto.
Terra umida e grassa, Pietrisco. Fuori trenta gradi e qua sotto mi cago sotto dal freddo. Peggio di una catacomba. Ma dove l’hanno visto ‘sto sarcofago? Qualcosa mi cammina su per il polpaccio. Lo so che è solo un’impressione. E poi il pericolo non viene mica da ragni, scarafaggi o topi. Però prude, cazzo! Mi strofino e sento qualcosa di umido: una poltiglia di ragno mi impasta i peli, che schifo. Mi pulisco con una manciata di terra mentre continuo a muovere la testa per illuminare il più lontano possibile. Se mi hanno fatto scendere qua sotto per niente se la vedono con me. Altro che turni di riposo. Li faccio scavare pure il giorno di Ferragosto.
Eccolo. Pietra chiara sul fondo del tunnel. Non sembra niente di che. Non è neanche scolpita. Però è una parete. Vuoi vedere che abbiamo trovato sul serio la tomba di uno importante… Quelli delle Belle Arti ci fanno il culo, altro che storie. Questa è proprio una cripta. Tre pareti di travertino e la quarta l’abbiamo sfondata noi con la trivella. A ‘sto punto, perso per perso, io un’occhiata la do. Trovassi qualche pezzo da rivendere…

Sapevo che sarebbe successo. Il paradosso del genere umano è che non può vivere senza spargere sangue. Il salvifico odore del sangue. E il sapore. Immergo le labbra nella pozza che stilla ai miei piedi. E’ come rinascere. La vita che defluisce dal tuo corpo agonizzante mi riempie, mi restituisce forza. Emergo dalla nuda terra, incontro i tuoi occhi e ritrovo la pietà. Soffri ancora. La trappola è scattata e la lancia ha compiuto il tuo destino. La trappola che era lì per me. Stolti. Davvero pensavate fosse facile liberarsi di quelli della mia razza? Mio sfortunato amico, non sarei ancora qui dopo quanto… dieci, cento, mille anni? Ritrovo brandelli di lana sul mio corpo nudo e sempre più tonico ora che il tuo sangue si unisce al mio. Non resta traccia della mia toga. Ma la pelle riprende colore mentre i tuoi occhi si spengono. Vale.

Il mistero della metro C
Brancolano ancora nel buio gli inquirenti chiamati a indagare sulla morte di Luigi Borghetti, 45 anni, operaio specializzato trovato trafitto da una lancia all’interno di una cripta di età romana. L’uomo, chiamato a fare un sopralluogo per il ritrovamento di resti archeologici in un tunnel della nuova metropolitana, è stato trovato nudo e completamente dissanguato dai colleghi, insospettiti dalla prolungata assenza. Al momento nessuna ipotesi viene scartata. E se è stato scoperto il meccanismo che ha fatto scattare la lancia, nessuno sa ancora spiegare che fine hanno fatto i vestiti, il casco e, soprattutto, i resti del cittadino romano di epoca imperiale tumulato nella nuda terra. Prassi questa piuttosto inusuale per membri della nobiltà romana, quale doveva essere lo sconosciuto proprietario della tomba.

Marinella accartoccia la copia del Messaggero del giorno prima e la lancia nel cassonetto. Quel cantiere della metro, quello del morto, è proprio vicino casa sua. Lì dove la periferia prende il suo aspetto indeciso tra strade a scorrimento veloce, palazzine abusive e capannoni industriali. Un panorama spettrale alla luce rossastra dell’illuminazione al sodio mentre, traballando sulle zeppe da venti centimetri, torna alla stanza in subaffitto. E’ stata una nottata fiacca. Ormai la concorrenza delle minorenni slave e dei trans sta prendendo il sopravvento su quelle come lei. Prostitute qualsiasi, tra i venti e i trenta, con tariffe oneste e la pretesa di usare il guanto. Nella borsetta minuscola, imitazione di Gucci, ci sono 50 euro. Tutto quello che è riuscita a guadagnare passeggiando avanti e indietro sul suo tratto di marciapiede. Mo’ chi glielo dice a Dodi? Marinella è più stufa di prendere schiaffi che cazzi. Fosse stata in centro, si sarebbe attardata a bere un caffè. Ma lì non c’è niente, solo il cantiere della metro C, circondato dai bandoni gialli e dai nastri della Polizia. Le da un brivido pensare all’operaio impalato lì sotto. Un brivido che le si attacca addosso, come la merda dei cani sotto le suole delle scarpe. Si guarda intorno, nella luce senza ombre. E’ sola, a parte le rare automobili che transitano sulla Casilina. Ma c’è uno sguardo. Ne è sicura. Se lo sente strisciare addosso, acuminato come un coltello, minaccioso. Affretta il passo, anche se significa correre incontro a Dodi, portandogli soltanto 50 euro. Una miseria che non le perdonerà. Si prepara a parare la mano pesante di anelli mentre, con un sollievo inaspettato, riconosce da lontano la sagoma della Yamaha.

Non conoscevo la paura prima di trovarmi sbalzato in un mondo che non è il mio. La parte più razionale di me mi impone di considerare che il mio sonno può essersi protratto ben al di là delle mie supposizioni. Quello che ho intorno è un universo sconosciuto. Una realtà che ha ingoiato la mia città, lasciandone solo dei macabri resti dimenticati dagli uomini. Rovine. Solo rovine restano dei fasti che sono appartenuti al mio tempo. Roma è caduta. Come me si è addormentata per risvegliarsi tra mura grigie e luci fredde, sotto un cielo privo di stelle, umiliata da un idioma straniero.
Ho paura di questo mondo, di questa gente che non mi vede né mi teme. Uomini, donne e bambini confusi in una folla amorfa. Tutti. Meno lei.
Si è accorta di me. Sento il suo cuore battere in fretta, pompare l’odore dolce del sangue oltre la barriera della pelle, arricchito dall’aroma della paura. Ho sete. Tanta sete.

Gli ultimi passi di Marinella somigliano a una corsa. Quasi stia per gettarsi tra le braccia di Dodi. Quasi sia un’innamorata che rivede l’amato dopo tanto tempo e non una prostituta che va incontro all’ennesima fregata di botte.
“Oh, frena. Che te stanno a rincore?”
Marinella si volta a guardare il tratto di strada percorso. Ha il cuore in gola, ma l’asfalto è deserto e quasi lucido alla luce dei lampioni.
“Allora?”
“E’ stata ‘na serataccia. Ce so troppe brutte facce in giro.”
“Caccia li sordi, Marinè, che nun ce casco.”
Ecco, il momento è arrivato. Non ha senso mandarla per le lunghe. Apre la borsetta e prende le banconote, le conta. Neanche fossero aumentate nel frattempo. Le mette nella mano tesa di Dodi, senza alzare gli occhi.
“E questo che è? ‘Na presa per culo?”
Non le dà il tempo di rispondere. Le strappa la borsetta, la fruga, poi la getta lontano. Non fa caso ai suoi occhi spaventati. Neanche la guarda mentre, con un tono di voce che è tutto un programma le fa: “E’ che nun ce metti passione. Manco come mignotta vali un cazzo!”
Il manrovescio non la coglie di sorpresa, ma fa male. Sente le labbra rompersi, prese in mezzo tra anelli e denti. Il sapore del sangue è salato e tristemente noto. Cade a terra e Dodi comincia con i calci.

L’odore è fortissimo. Da stordire. Non è solo il sangue e la paura di lei. E’ la rabbia prepotente di lui. Lo guardo infierire sulla donna come neanche un barbaro. La sete ha preso il sopravvento. Esco allo scoperto.

“Manco li carci te meriti”, dice Dodi cercando le sigarette in tasca. “Che ce devo fa co’ te?”
Marinella vorrebbe rimanere lì, raggomitolata contro l’asfalto caldo. Sa che qualsiasi cosa dica, servirà solo a riaccendere la sua rabbia. Non sente dolore, quello arriverà dopo. Ma il freddo si. Sembra avvolgerla come un bozzolo, costringendola a stringere i denti.
“Arzete, cammina.”
Dodi la prende per un braccio, sollevandola quasi di peso.
“Te ne devi guadagnà armeno artri cento prima de chiude bottega.”
Marinella non lo ascolta, non lo guarda neppure. I suoi occhi frugano la notte sanguigna dei lampioni, sgranati.

Mi ha visto. Incrocio il suo sguardo e mi assale una sensazione che avevo dimenticato. Esisto. Il terrore nei suoi occhi è la mia legittimazione. Il riconoscimento di questa nuova vita. Ma l’emozione non basta. Ho bisogno di sangue. Tanto sangue.

Marinella non capisce l’ondata di orrore che la investe. Quello che si avvicina rapidamente alle spalle di Dodi è un uomo. Un semplice uomo, con le vesti di un operaio, troppo grandi per lui e chiazzate di scuro. Forse un barbone. Eppure la voce le rimane incagliata in gola, mentre tenta di avvertire Dodi del pericolo. Non fa in tempo. Marinella vede lo sconosciuto mettere una mano sulla spalla di Dodi e costringerlo a voltarsi.
“Ma che caz…”
Il rumore è terribile. Disgustoso. Un gorgoglio vischioso mentre tutto il corpo di Dodi freme, guizza, si consuma.
La bocca dello sconosciuto è sporca di sangue quando lascia cadere l’involucro accartocciato di quello che era un uomo.
Marinella è caduta in ginocchio. Non crede, non vuole credere a quello che ha appena visto. E’ ancora lì che cerca di convincere se stessa che è tutta un’allucinazione quando il vampiro le porge la mano.
“Surge.”
E’ un sussurro gentile. Marinella non capisce, ma afferra la mano. E’ fredda mentre l’aiuta a tirarsi in piedi. Lo sguardo del vampiro è attratto dalla sua bocca insanguinata dal manrovescio e lei si ritrova a pensare che sembrano tutti e due reduci da un banchetto.
“Ne time. Nolo tibi male facere.”
E’ latino. Una vaga reminescenza scolastica la assale e la sconvolge. Neanche nella più fervida delle allucinazioni potrebbe immaginare quelle parole.

Non capisce. Non può capire. La mia lingua, la lingua dell’Impero più grande del mondo, è ormai morta. Mi guarda e l’orrore danza nei suoi occhi unito alla curiosità. Il sangue sulle sue labbra promette delizie. E’ bella come un’etera di Cipro e la brama che mi agita rivela la profondità della mia solitudine. Sarebbe così facile spingerla a offrirmi la tenera curva del collo. Ma spegnere la sua vita mi lascerebbe ancora più solo in questo mondo che non mi appartiene.

Le dita fredde scivolano via da quelle di Marinella e lei batte le palpebre, come risvegliata da un sogno. Il vampiro fa un passo indietro e le indica la strada deserta. La lascia libera. Libera di correre via, di rivedere la luce del sole. Marinella esita. Fa qualche passo, poi si volta a guardarlo. Lui è sempre lì, ombra tra le ombre, immobile. Lei non sa se riesce a scorgere il sorriso che le distende timido le labbra dolenti. Ciò che sa con certezza è che qualcosa li ha uniti, qualcosa che non svanirà con le prime luci dell’alba ma tornerà a trovarla ogni sera, nella notte sanguigna dei lampioni.

Laura Costantini – Loredana Falcone

martedì 21 febbraio 2012

Oggi su "La Sesia": Quando papà dice no

Non che non se ne sia parlato. Ma la notizia ha subito ceduto il passo a questioni più importanti: le prediche anticlericali di Adriano Celentano sul palco dell’Ariston e la farfalla inguinale liberata da Belen in assenza di fiori festivalieri. Eppure quel NO, chiaro e forte, meritava una riflessione. Ci siamo passati tutti, a meno di non esser nati in una famiglia facoltosa. I bambini, si sa, vivono in un mondo tutto loro che raramente fa i conti con la realtà. Così può succedere che non ci si renda conto della situazione economica della propria famiglia. E va benissimo così, perché l’infanzia ha i suoi diritti, primo fra tutti quello di non farsi gravare addosso pensieri e responsabilità che attengono agli adulti. Poi il giorno della consapevolezza arriva. È inevitabile. A seconda della generazione può esser stata la richiesta di una Barbie superaccessoriata, di un Subbuteo, di un motorino, dell’ultima Playstation, di un iPhone. Egoisticamente ignari del conto in banca dei nostri genitori, ci siamo presentati loro con la richiesta delle richieste. Quella da cui, in quel momento, facevano dipendere la nostra felicità presente e futura. Il no era un’opzione che ci sentivamo in diritto di non prendere neanche in considerazione. Eppure quel no è arrivato, prima o poi, per tutti. E il velo pietoso dell’illusione è caduto. Abbiamo pianto, inveito, pestato i piedi, minacciato fughe se non soluzioni estreme. Ma non è servito. Non poteva servire davanti all’unico argomento incontestabile: non ci sono i soldi. È esattamente questa la realtà che papà Mario Monti ci ha sbattuto in faccia la settimana scorsa. E niente come il no alla candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2020 ci ha dato la misura esatta dei nostri conti. Non ci sono i soldi. Avremmo dovuto saperlo, a fronte del giro di vite dato ai consumi, del rincaro dei carburanti, delle tasse a pioggia battente. E, in fondo in fondo, lo sapevamo. Ma se Monti avesse dato l’ok alla candidatura di Roma, tutto ci sarebbe apparso in una luce diversa. La luce che promana dai grandi progetti che possono pure restare sulla carta, tra un appalto truccato e l’altro, però danno l’impressione di magnifiche sorti e progressive. Come quando il passato governo quando ci abbagliava col miraggio di un avveniristico ponte sullo Stretto di Messina. Ma papà Monti è fatto di un’altra pasta. “Il governo non ritiene che sarebbe responsabile, nelle attuali condizioni dell’Italia, assumere l’impegno di garanzia dei costi delle Olimpiadi che il Cio richiede”. Poche, sobrie parole per ribadire il concetto: ragazzi, non ce li abbiamo otto miliardi e mezzo per non fare una brutta figura davanti al mondo. “Essendomi occupato di economia qualche volta - ha spiegato con la consueta ironia - so che […] ci possono essere scostamenti molto rilevanti fra preventivi e consuntivi”. Quindi inutile frignare e battere i piedi. Meglio distrarsi: pro o contro Celentano, pro o contro la farfallina di Belen.

Laura Costantini

mercoledì 2 novembre 2011

I miei articoli per "La Sesia": Generi di prima necessita'

Ha suscitato stupore quanto accaduto lo scorso giovedì a Roma. Non perché l’intera città si sia bloccata. A Roma succede. Per le partite di calcio. Per le manifestazioni di piazza. Per le udienze papali. Per le piogge. Basta poco, a Roma. Ma stavolta non era poco. Stavolta erano decine di migliaia di persone. Attratte dal tamtam pubblicitario come e più che da un beffardo pifferaio magico, si sono riversate nel luogo convenuto per il rito collettivo: l’inaugurazione di un nuovo centro commerciale. Inaugurazione sbandierata insieme a sconti strepitosi. E in tempo di crisi lo sconto conta. Soprattutto se taglia generosamente i prezzi non sempre abbordabili di generi di prima necessità. Perché è di questo che stiamo parlando. Un tempo era il pane, poi con il boom economico furono l’automobile e gli elettrodomestici. Oggi è la tecnologia. Il nuovo centro commerciale romano, l’ennesimo, vende solo gadget tecnologici: smartphone, computer, tablet, schermi piatti 3D. E venticinquemila persone lo hanno preso d’assalto. Alcuni addirittura pernottando all’addiaccio, pur di garantirsi il posto in prima fila. Al momento dell’apertura la ressa è stata tale da causare la rottura di alcune vetrine. I tempi di percorrenza sulla tangenziale hanno superato le tre ore. Ce n’è da far riflettere. Perché, a cose fatte, le cifre mettono paura: spesi due milioni e mezzo di euro con una media di 270 euro a cliente. Sono tanti? Pare di no, se è vero che gli italiani (ma giovedì c’erano anche tantissimi extracomunitari in fila, in quelle che Marco Lodoli ha definito efficacemente le Nazioni Unite del consumismo) spendono fino a 2 miliardi di euro l’anno in iPhone, tv e laptop. E lo fanno a costo di indebitarsi. Si potrà obiettare che così è sempre stato. I nostri genitori negli anni ‘50/’60 hanno firmato montagne di cambiali pur di inseguire il modello imposto da Carosello. La 500 parcheggiata in strada, in casa il Brionvega dalle linee tondeggianti, il frigorifero, la lavatrice, il frullatore. I sociologi ci spiegano che è importante questo adeguarsi ai modelli, per non sentirsi esclusi. Soprattutto oggi che la differenza tra benessere e povertà passa, agli occhi del mondo, proprio dal gadget tecnologico. Se hai un iPhone, allora non te la passi poi così male. Allora non sei ancora uscito dal consesso di quelli che, crisi o non crisi, vanno avanti. Allora forse un futuro ce l’hai. E vengono in mente certi contrasti stridenti da Terzo Mondo. Chi ha viaggiato lo sa: strade sterrate e pickup rutilanti, case fatiscenti e antenne paraboliche, niente fognature ma telefonino incollato all’orecchio. Perché non sapremmo dire come ci siano riusciti, ma è sotto gli occhi di tutti. In attesa che il 2012 sancisca la fine di un’era invertendo il polo magnetico terrestre, come vogliono i catastrofisti, l’inversione è avvenuta nelle nostre teste. E genere di prima necessità è tutto ciò che può darci l’unica qualifica che conti. Quella di consumatori.

Laura Costantini

venerdì 14 ottobre 2011

Viaggiare a Roma by Lory


Buongiorno, sono Loredana. Non amo molto apparire, questo lo sapete tutti. Ma questa immagine dovevo condividerla con voi. Perche' quello che vedete e' solo una parte dei disagi cui siamo costretti noi romani che non ci muoviamo in automobile. Se vi pare poco...

venerdì 7 ottobre 2011

CRONACHE DI INIZIO MILLENNIO: il cammino e' appena iniziato

Ieri sera eravamo alla libreria "Books and brunch" per la prima presentazione dell'antologia. Ci sono scrittori che odiano le presentazioni, altri che le snobbano, perche' le trovano noiose. Lauraetlory non sono tra questi. Superata ormai da tempo l'emozione che attanaglia autori anche piu' navigati e famosi di noi (non che ci voglia molto), ci piace moltissimo incontrarci con altri scrittori e, soprattutto, con i lettori. Perche' e' cosi' che i libri vedono veramente la luce. E' nel momento della condivisione con gli altri, nelle parole, nelle domande, nelle curiosita'. Si sara' capito che a questa antologia ci teniamo molto, non solo per il valore filantropico dell'iniziativa (vi ricordiamo che i diritti d'autore verranno devoluti a un progetto brasiliano dell'AVSI), ma per il profondo significato "storico" dello sforzo che abbiamo condiviso con altri 30 autori. Ieri sera eravamo parecchi, mai quanti si prevedeva, ma e' cosi' che vanno le presentazioni, lo sappiamo. L'imprevisto dell'ultimo momento e' sempre in agguato. Per questo vogliamo ringraziare tutti quelli che sono comunque venuti. E un grazie piu' grande va agli autori Francesco Dido' Di DomenicoSimonetta Simonoir Santamaria, che si sono spostati da Napoli per l'occasione. Con loro c'era anche la giornalista Emilia Ferrara, di Un mondo di italiani. Dopo, e ve ne sara' fornita prova fotografica, cena in una trattoria di quelle romanacce a botte di carbonara, rigatoni con la pajata, trippa e coda alla vaccinara. Chi non c'era non sa cosa si e' perso :)

martedì 14 giugno 2011

Oggi su "La Sesia": fuoco amico sul primo cittadino di Roma

Va’ pensiero a circa tre mesi fa. Teatro dell’Opera di Roma. In scena il Nabucco di Giuseppe Verdi. Sul podio il maestro Riccardo Muti. Il pubblico, al termine del coro più famoso del Risorgimento italiano, chiede il bis. Il maestro Muti si gira e, perché non si dica un giorno dell’Italia e della cultura “oh mia patria, sì bella e perduta”, lo concede. A patto che il pubblico lo canti, in una sorta di esorcismo collettivo contro i tagli alla cultura e contro le assurde polemiche sui festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità. Il pubblico si alza in piedi e canta con Muti a dare il tempo alla platea, all’orchestra, al coro sul palcoscenico. Dal loggione, come in un film di Visconti, volano foglietti tricolore inneggianti a Verdi, Napolitano e a Muti senatore a vita. Fra le tante cerimonie e manifestazioni di questo 2011, quel coro un po’ incerto, quel migliaio di persone in piedi restano un simbolo forte. Come forte è stato il gesto voluto da Riccardo Muti in quell’occasione. Un gesto che, evidentemente, una parte politica non ha voluto perdonare al grande direttore che tutto il mondo ci invidia. Non si potrebbe spiegare altrimenti la meschina figura che Roma è stata costretta a fare pochi giorni fa, in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria al maestro.
Tre membri del Consiglio municipale presieduto da Gianni Alemanno si sono rifiutati di votare per ben due volte una proposta che doveva essere accolta all’unanimità. Un episodio che, giunto all’orecchio di Muti, lo ha convinto a declinare l’offerta con un “no, grazie” che suona, è il caso di dirlo, come uno schiaffo. Inutili, nel momento in cui scriviamo, gli sforzi del sindaco per superare la decisione del maestro. “È stato solo un incidente di percorso”, ha dichiarato Alemanno, “che nulla aveva a che vedere con la personalità di Muti che ha un consenso unanime.” Dal pubblico senz’altro. E mentre il maestro può consolarsi con l’analogo rifiuto della cittadinanza onoraria di Pavia a Roberto Saviano, da parte di otto consiglieri leghisti, il primo cittadino di Roma si trova sempre più a fare i conti con il “fuoco amico” di amici e alleati. Roberto Castelli, viceministro leghista infrastrutture e trasporti aveva appena finito di urlare davanti alle telecamere di “Annozero” che non vuole più pagare il canone tv (a tutti gli effetti una tassa dello stato italiano), che tornava alla carica con la proposta di un pedaggio per percorrere il Grande Raccordo Anulare. E poco gli importa se l’idea è già stata bocciata dal ministro Matteoli (superiore di Castelli) e da sentenze del Tar. Alemanno ha incassato l’appoggio della governatrice Polverini e del presidente della provincia Zingaretti. Ma mentre cercava di tappare falle e rimediare alle gaffes, il primo cittadino deve aver pensato che fanno meno male i fischi del Circo Massimo gremito per l’Europride che le strette di mano dei presunti alleati.

Laura Costantini