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sabato 9 giugno 2012

I miei articoli per "La Sesia": Vedi alla voce solidarietà

La parola più usata delle ultime settimane è solidarietà. Solidarietà per le vittime del devastante terremoto in Emilia, ovviamente. Solidarietà per i 28 milioni di italiani che provano sulla propria pelle la reale portata della crisi. Solidarietà per i nostri due marò che, dopo più di tre mesi di carcere in India, hanno finalmente ottenuto la libertà condizionata. Di conseguenza solidarietà per Rossella Urru, prigioniera chissà dove dallo scorso ottobre, e per la sua famiglia che attende invano di poterla riabbracciare. Il Papa dichiara solidarietà alle famiglie di tutto il mondo, purché sorte nel sacro vincolo del matrimonio. I cattolici dichiarano solidarietà al Papa per i brutti momenti che il Vaticano sta passando tra corvi impiccioni e documenti svelati. Il presidente Napolitano è solidale, tra gli altri, con la Nazionale di calcio in partenza per gli Europei. I leader sindacali, in visita il 2 giugno nelle zone terremotate, sono solidali con gli operai e gli imprenditori emiliani il cui lavoro è messo in serio pericolo. I cultori del parmigiano son solidali col triste destino delle forme danneggiate dal sisma e rilanciano in Rete l’acquisto solidale di spicchi non del tutto stagionati ma comunque ottimi, e convenienti. Succede allora che ci si interroghi, oltre che sulle situazioni, sulle parole. Solidarietà. Se aprite un dizionario etimologico il termine vi rimanderà a solidale o solidario. La derivazione è dal latino solidus, ovvero intero, compatto, massiccio, senza cavità o vuoti esterni. Il significato, per come lo intendiamo noi, viene dalla formula in solidum che, giuridicamente parlando, sta per obbligato con gli altri per l’intero. Per estensione se ne ricava vincolo di fratellanza, coesione sociale, reciprocità. Niente, nel termine solidarietà, rimanda alla leggerezza irresponsabile del semplicistico dichiararsi solidali. Solidarizzare significa impegnarsi, obbligarsi, agire. Se sostituissimo solidarietà con impegno l’impatto sarebbe ben diverso. Gli unici veramente impegnati verso gli sfollati d’Emilia sono i volontari e i soldati che lassù prestano il loro servizio. E avremmo finito, perché non riusciamo a vedere in faccia chi si sta occupando degli italiani sulla soglia della povertà, senza lavoro e con una famiglia da sfamare. Non sappiamo se e chi si sta occupando di riportare a casa Rossella Urru. Possiamo individuare chi materialmente acquista il parmigiano terremotato ma, a parte i diretti interessati, chi si impegna per rimettere in moto capannoni, imprese, macchinari, operai? Pochi giorni fa in un supermercato. Solita folla alle casse. Urla e pianti di un bimbo. Un neonato è caduto dalle braccia della mamma. Corse a procurare ghiaccio e momenti di panico. Le casse si bloccano. Si chiama un’ambulanza mentre la mamma piange col bimbo. Una signora in fila sbuffa. È stanca, accaldata. “Povero bimbo”, solidarizza. Poi rilancia: “Sì, ma diamoci una mossa.”

Laura Costantini

giovedì 24 maggio 2012

I miei articoli per "La Sesia": Vite da trincea


Ciò che colpisce nella tragedia sono le storie minime. Spesso la tragedia è troppo grande, troppo distante, troppo imprevedibile o indecifrabile per toccarci veramente. Siamo assuefatti alla morte, purché distante, estranea, reiterata. Le stragi del sabato sera, le morti sui posti di lavoro, l’infinito rosario di attentati in medio Oriente, sciagure aeree o marittime. Sono titoli su un giornale, sono lanci di un notiziario. Sono, sempre più spesso, immagini tremolanti girate con un cellulare da un reporter improvvisato. E tutto resta in superficie fino a quando non si scoperchiano i particolari, le coincidenze, le fatalità. Quello appena trascorso è stato un weekend di sangue per il nostro paese. In un sabato da corsa in spiaggia per la prima tintarella, ci siamo svegliati con la notizia di un attentato. Un attentato a una scuola. Una scuola intitolata a Francesca Morvillo Falcone. Una scuola premiata per l’impegno civile contro la criminalità organizzata. Ma pur sempre una scuola. Un istituto tecnico frequentato per lo più da ragazze. Ci dicono che Brindisi è zona di mafia, la Sacra Corona Unita. Ci dicono che stavano per arrivare don Luigi Ciotti e la marcia per la legalità. Ma la nebbia dei perché non si disperde mentre i notiziari ci ripropongono l’asfalto annerito dal fuoco e chiazzato di quaderni, libri, zainetti. Neanche il tempo di riflettere e un nuovo risveglio di sangue saluta una domenica grigia: una scossa di terremoto, devastante come quella dell’Aquila. Sesto grado della scala Richter in un punto dove non te lo aspetteresti: piena pianura padana, tra Modena e Ferrara. Asfalto sfregiato, muri crollati, palazzi sventrati, chiese e castelli millenari sbriciolati. Immagini purtroppo consuete. L’Aquila è lì, ancora infranta a ricordarci il dramma a tre anni dalla scossa. Una tragedia dietro l’altra in un periodo in cui neanche la disinformazione di certi notiziari giovanilisti riesce più a convincerci che passerà, che andrà meglio. Potremmo dirci assuefatti, indifferenti se a squarciare il velo non arrivassero le storie minori. Le persone. Melissa aveva 16 anni e delle belle foto sul profilo Facebook. Era una pendolare e le toccavano levatacce per arrivare a scuola in orario. Anzi, in anticipo. Come in anticipo sono esplose quelle tre bombole di gpl. Melissa e la sua amica Veronica investite in pieno. Melissa morta, Veronica devastata. Mentre andavano a scuola. Invece Nicola e Tarik erano a lavoro. Nicola aveva 35 anni e sostituiva un collega malato. Tarik ne aveva 27 e preparava i documenti per portare la famiglia in Italia. Due aziende diverse, stesso turno di notte. La scossa li ha sorpresi nei capannoni, ha accartocciato le strutture. Li ha uccisi. Storie minime come ne abbiamo sentite tante. Persone normali, con vite normali. È questo a colpire. Forte. Perché un qualsiasi weekend può trasformarsi in una prima linea e una qualsiasi vita può diventare morte. Come in trincea.

Laura Costantini