venerdì 4 agosto 2017

Di stima, di vendite, di narrativa e di ombrelloni


Giorni fa ho scritto uno status su facebook denunciando la delusione ricavata dalla lettura del racconto di un autore molto considerato il cui uso della consecutio lasciava parecchio a desiderare. Nello status avevo usato il termine stimato e qualche commentatore è venuto a chiedere: "stimato da chi?" Già, chi decide se un autore è degno di stima? Ho risposto che la persona in questione gode della considerazione dei lettori, vende moltissimo, e di conseguenza viene portata in palmo di mano dagli editori. La risposta non è piaciuta e, forse, non piace neanche a me. Ma è la verità. Un mio amico scrittore, ormai frequentatore abituale delle classifiche (quelle vere, non quelle settoriali di Amazon), ama dire che uno scrittore scrive per creare un dialogo. E solo i pazzi amano dialogare da soli. Se lo scrittore non arriva al lettore, anzi ai lettori, possibilmente molti lettori, ha fallito la propria missione. In parole più semplici (e di scrittura semplice parleremo) lo scrittore, per essere tale, deve vendere. Quindi è una questione di mercato? Ebbene sì. Anche chi confonde il congiuntivo con il condizionale nel raccontare le proprie storie, se vende, ha il diritto di considerarsi scrittore e pure stimato. Con buona pace dei miei sarcastici commentatori.
Un giorno, durante un evento voluto da un editore di valore come Francesco Giubilei, ebbi l'ardire di affermare, davanti a una platea di giovani amanti dei libri e di intellettuali, che liquidare con un'alzata di sopracciglio fenomeni editoriali da milioni di copie (Fabio Volo, Federico Moccia all'epoca, J.R. Rowling, Dan Brown, E.L. James, Stephanie Meyer) significa dare dei coglioni - scusate il francesismo - a milioni di persone che si sono prese la briga di comprare un oggetto-libro, o un e-book, e di leggerlo. E che sarebbe molto più intelligente fare uno sforzo di comprensione e chiedersi perché. Ottenni un educato, ma efficace, coro di buuuuuu e mi guadagnai fama di scribacchina alla rincorsa delle classifiche. Non è così, se vi interessa saperlo. Badate, io non sto parlando di valore del testo, del messaggio, dello stile. Se queste cose valessero Luigi Romolo Carrino - tanto per fare nome e cognome - venderebbe come un assassino e avrebbe vinto tutti i premi possibili. Al lettore si arriva anche apostrofando qual è. E creando frasi dove il massimo della complessità sia anteporre il complemento oggetto al verbo e al soggetto: "un vestito bellissimo ho comprato". Che pare uno scimmiottamento dell'intercalare di Montalbano, ma non lo è. E comunque a chi legge non importa. Sì, vi sento. Tutti lì ad alzare la mano per dire "a me sì". Certo. A voi sì. A noi sì. Ma a parecchi altri no, neanche di striscio. Vogliono leggere una storia semplice, rassicurante, di facile comprensione, che non richieda alcuno sforzo e alcuna conoscenza. Altrimenti certi romanzi "storici" con degli anacronismi da rizzare i capelli non avrebbero alcuna chance. E invece...
Ricapitoliamo? I lettori italiani sono pochi. Di questi pochi solo una minima parte pretende una certa qualità, tutti gli altri non ci fanno caso a queste impuntature da intellettuali. Storia interessante? Bene. Scritta coi piedi? E che sarà mai per gente che, spesso, ha difficoltà a decidere dove mettere l'acca nel verbo avere?
E passiamo alle vendite. La narrativa italiana, oggi, viaggia per compartimenti stagni. Le case editrici snobbano e ignorano il fenomeno self - publishing (errore, grosso errore). Le case editrici analogiche (solo cartacei) arricciano l'aristocratico nasino di fronte alle case editrici digitali (solo e-book) e snobbano il print on demand che consente alle digitali di accontentare senza problemi i lettori che amano il cartaceo. Ci sono autori self che vendono migliaia di copie e - udite udite - sono migliaia di copie di e-book, ovvero quelli che a detta di moltissimi addetti ai lavori, non vendono, non decollano, non hanno un futuro. Poi sono le stesse case editrici a spigolare tra quegli autori per trovare il prossimo bestseller andando su un prodotto già testato sui lettori entusiasti. Perché i lettori di e-book esistono e aumentano di giorno in giorno, con buona pace di autori che ritengono di essere di serie A quando il loro testo esce solo in cartaceo. L'idea è che un e-book non si nega a nessuno e che gli editori digitali pubblicano la qualunque, tanto non gli costa niente. Quindi succede che ci siano, di nuovo, sopracciglia alzate quando dici che stai per uscire in e-book. Scatta l'equivalenza e-book = libercolo da ombrellone. E arriviamo all'ultimo punto, ovvero i romanzi e gli scrittori da ombrellone. Se vendi non sei un artista della parola. Se pubblichi in self sei un analfabeta con velleità di scrittura. Se esci in e-book il tuo testo è una cagata. In tutti e tre i casi, sei da ombrellone. Ricordo un editor che, letto un nostro (mio e della socia) testo lo definì "buona narrativa di intrattenimento". E io ne fui felice. Perché, come ha detto Corrado Augias, se Dumas, Hugo e Dickens fossero vivi e attivi oggi sarebbero dei favolosi romanzieri da ombrellone. Loro, Verne, Salgari, tenevano i lettori per le palle e non li mollavano, puntata dopo puntata, colpo di scena dopo colpo di scena. Roba dozzinale? La leggiamo ancora oggi e con supremo godimento.
E se mi dite che i lettori di allora erano di un rango superiore rispetto a quelli di oggi, porto a esempio mia nonna Caterina. Classe 1916, titolo di studio terzo elementare. Adorava leggere e fu sei la prima a mettermi in mano una copia vetusta de "I tre moschettieri" di Dumas, per poi passare a "Il conte di Montecristo". E parlava dei personaggi come fossero cari parenti per i quali palpitare. Ecco. Avercene lettori così.