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giovedì 1 agosto 2013

Di banane, di fango e di inchini

A gennaio scorso un fiume ha sfondato l'argine, indebolito, tra le altre cose, ha un intero agrumeto abusivo inserito nel suo alveo. E ha sepolto sotto migliaia di metri cubi di fango un sito archeologico che qualunque altro paese europeo avrebbe protetto come un gioiello prezioso. Sibari. Oggi quel fango, ormai secco e polveroso, è ancora lì. Non ci sono i soldi per rimuoverlo. Quasi tre anni fa c'è stato un crollo in un altro sito archeologico, patrimonio dell'umanità ma lasciato all'incuria nostrana. Pompei. Pochi giorni fa era previsto uno spettacolo di beneficenza, una raccolta fondi per mettere in sicurezza almeno una piccola parte di quel tesoro. Ma la vergogna si è consumata fino in fondo: i biglietti omaggio per autorità, amici e parenti hanno lasciato senza una sedia coloro che avevano pagato. Spettacolo sospeso. Soldi restituiti. Sabato scorso una gigantesca nave da crociera, alta come un palazzo di venti piani, lunga più di un campo di calcio, ha sfiorato la città più preziosa, originale e bella del mondo. Venezia. Uno scrittore ha immortalato quel passaggio impressionante, quel gigante che rischia di investire Riva Sette Martiri, a pochi passi da piazza da San Marco. Lui parla di venti metri. La compagnia armatrice allunga a 72. Pochi, pochissimi, in ogni caso. E ancora. Una manifestazione politica, sul palco un ministro della repubblica. Qualcuno tra la folla lancia banane, perché il ministro si chiama Cecile Kyenge, è nera, si occupa di integrazione e, secondo il vicepresidente del senato, assomiglia a un orango. Quattro eventi slegati tra loro, avvenuti in tempi e modi diversi, a volte lontani. Eppure uniti da un elemento che non possiamo e non dobbiamo permetterci di ignorare: ci stiamo imbarbarendo. Giorno dopo giorno, senza soluzione di continuità, perdiamo di vista cosa conta veramente. Giovanni Papasso, coraggioso sindaco di Cassano allo Jonio, amministratore del sito archeologico di Sibari, accompagna chiunque lo chieda a prendere visione della tomba di fango che ha inghiottito Sibari e la sua storia millenaria. Ha bisogno di cinque milioni di euro, dispera di poterli ottenere ma non inveisce contro lo stato. L'agrumeto abusivo che ostacola il corso del Crati non arriva da Roma, ma dall'illegalità diffusa. Dalla mancanza di rispetto. La stessa che ha spinto Alessandro Siani a sospendere lo spettacolo a Pompei, a restituire i soldi ai pochi che avevano pagato per vederlo e a offrire di tasca propria una somma. Con la vergogna nel cuore per tutti coloro che hanno lucrato su cariche e parentele pur di vederlo gratis. Senza vergogna, invece, l'armatore della gigantesca nave davanti a Venezia, che ne annunciava il passaggio su twitter. Pubblicità a buon mercato. Visibilità, come quella che cercavano gli anonimi vigliacchi lanciatori di banane contro Cecile Kyenge. Se questo paese non fosse ormai dimentico di se stesso, qualcuno li avrebbe visti. Fermati. Derisi. Anche picchiati, perché uno schiaffo ci serve. Uno schiaffo paterno, prima che sia troppo tardi.

Laura Costantini

domenica 20 maggio 2012

Soggettiva di ZG: La seconda mezzanotte, di Antonio Scurati

"L'odio razziale non si nutre di disprezzo ma d'inconfessabile venerazione [...] La ferocia sterminatrice è invece sintomo inequivocabile di un complesso d'inferiorità [...] C'è bisogno di una collezione di perfezioni per scatenare stragi a cuor leggero. Un istante prima sono superumani, un istante dopo subumani. L'importante è che non si adagino mai sulla linea di galleggiamento di una possibile parentela con la gente comune."


Questo brano è la parte migliore, il reale significato di questo romanzo di Scurati. Poche righe a fronte di 343 pagine di compiaciuta e barocca estetica del decadimento. Siamo dalle parti della distopia, quella cupa alla Cormac McCarthy ma in chiave nostrana. Anno 2090, circa. Venezia è stata sommersa da un'onda. Il clima è mutato. A Natale il caldo si taglia col coltello, mentre tutti i giorni dell'anno sotto la cupola che custodisce Piazza San Marco a essere tagliati col coltello, massacrati, stuprati, sventrati, mutilati, squartati (potrei continuare ancora a lungo) sono gli sfortunati abitanti della città lagunare. Perché i cinesi (e poi dite che dovremmo sforzarci di capirli e integrarli) sono diventati i padroni di gran parte del mondo. O di ciò che ne resta. E mentre cinenotiziari mostrano a getto continuo le apocalissi in corso nei cinque continenti (o in ciò che ne resta, Scurati ci tiene a ricordarcelo), i veneziani superstiti si vendono, si prostituiscono, scendono nell'arena, si battono e muoiono per compiacere i nuovi padroni dalla pelle gialla e dalla crudeltà ottusa. Venezia, anzi, Nova Venezia, è un parco di divertimenti per turisti danarosi, annoiati, disperati. Il divertimento non è tale se non crea sofferenza. Le donne sono prede, i rapporti sessuali sono stupri mirati all'omicidio. I gladiatori sono morti che camminano. Il tempo è quello di un medioevo prossimo venturo. I cinesi sono crudeli, stupidi, con un enorme complesso di inferiorità che li spinge a continui interventi chirurgici per abolire le loro caratteristiche di razza. Ma, ci racconta Scurati, nonostante questo restano brutti, piccoli e cattivi. In compenso sono poco dotati sessualmente e quindi godono nel cedere le loro donne ai gladiatori che trionfano nell'arena. Bestioni che pesano tutti cento chili, Scurati è preciso in proposito, e che sono sessualmente proporzionati al peso. E anche questo è ben sottolineato. C'è un gladiatore ribelle, Spartaco (ça va sans dir). C'è un gladiatore capo, il Maestro, che tra uno stupro e l'altro concepisce una bambina. Non dovrebbe, ma si è espiantato l'anticoncezionale sottocutaneo. La piccola potrebbe rappresentare la rinascita del genere umano (occhio, fa un caldo della malora, ma siamo pur sempre dalle parti del 25 dicembre). Ma anche no. Il lieto fine sarebbe banale. Il finale aperto fa fico. E Scurati ci tiene ad apparire fico. Ogni singolo vocabolo, da ipospadico a infecondo prolasso addominale, mira a ricordarci che l'autore è fico, usa vocaboli fichi e ci degna, nella sua ficaggine, di promanare erudizione così come i corpi dei gladiatori promanano turgidi afrori. Penultima cosa: la descrizione di come è ridotta Venezia fa veramente male al cuore. Ultima cosa: ma tradurlo in cinese e vedere come la prendono, no?
ZG

martedì 8 maggio 2012

Oggi su "La Sesia": Dissero no in 69



L’Unità d’Italia ha compiuto 151 anni. Numero meno importante di quello bello  tondo dello scorso anno. Ma è passato troppo poco tempo dal quel 17 marzo per non ricordare il coro di polemiche che ha accompagnato una ricorrenza che doveva unire e invece ha diviso. Da nord a sud è stato un coro di voci dissonanti, di distinguo, di ma e di però. Tutti a scoprire che Franceschi e Ferdinandi assortiti furono fulgidi esempi di sovrani illuminati che, se lasciati in pace da lestofanti quali Mazzini, Garibaldi e Cavour, avrebbero portato i rispettivi regni alla pace, alla prosperità, alla giustizia. Ci hanno informato che senza la spedizione dei Mille del mercenario Giuseppe Garibaldi, non sarebbe esistiti brigantaggio e mafia. E che quell’intrigante di Giuseppe Mazzini ha impedito che il Lombardo Veneto fosse oggi perfettamente bilingue, pulito e ordinato, con un PIL invidiabile e ben lungi da tangentopoli, calciopoli, affittopoli e Milano da bere assortite. Ovviamente questo accadeva prima che si scoprisse che quelli che gridavano contro l’Italia unita e contro Roma ladrona erano i primi ad attingere a piene mani nelle sempre più povere tasche degli italiani. Ma questa è un’altra storia. Perché succede che un bel giorno di inizio maggio vi ritroviate in una Venezia congestionata di turisti. La fila per ammirare il profluvio di ori dei mosaici di San Marco è disarmante. Così vi infilate tra i tesori senza tempo del Palazzo Ducale. Un’ora e mezza a testa in su, mettendo a dura prova la cervicale. È la potenza della Serenissima che vi si dispiega davanti. Una teoria infinita di ritratti di dogi. Uomini che presero una piccola città su palafitte e la portarono a dominare il mondo. Se non con il potere militare, col commercio, con la cultura, con la bellezza. E mentre vi si dispiegano davanti le pennellate immortali del Tiepolo, del Tintoretto, di Tiziano, potrebbe sorgervi il dubbio che tutte quelle voci contro l’Italia unita non fossero nel torto. Dov’è finita quella sapienza. Che ne è stato di quella maestria. La potenza che rese possibile realizzare il miracolo della Sala del Maggior Consiglio, 54 metri di lunghezza per 25 di larghezza per quasi 16 di altezza senza neanche una colonna a sostenerne l’immane soffitto, dov’è oggi? E quando il dubbio sembra prendere piede, in un corridoio tutto sommato anonimo alzate gli occhi e la vedete. È una lapide di marmo scuro con lettere dorate. Lettere e numeri. Dice che votarono sì 641.758 veneziani, 273 si astennero, solo 69 dissero no. Era l’ottobre 1866 e Venezia poteva finalmente esprimere il proprio voto. C’erano volute guerre, c’erano voluti morti, c’erano voluti eroi. Ma alla domanda se volevano far parte dell’Italia unita gridarono un sì che echeggia ancora. Lì, sotto gli occhi di tutti, nel centro stesso della Serenissima. Nella culla di coloro che dileggiarono il Tricolore affisso alla finestra dalla veneziana Lucia Massarotto.

Laura Costantini

lunedì 7 maggio 2012

Venezia non è una città, è un luogo dell'anima

Dicono sia stato un plenilunio speciale. Concordo. Forse perché io me lo son goduto in quel di Venezia. Non so se sia stata la luna piena a risucchiare la laguna in piazza San Marco. Forse. O forse è stato il vento di scirocco. Resta il fatto che l'immagine qui accanto è quella che mi è presentata venerdì sera. Un velo d'acqua scintillante disteso sul selciato a riflettere luci, palazzi, suggestioni. Venezia è questo e molto di più. Condivide con Roma la magia di un luogo dove ogni singola pietra sussurra storie. E ad ascoltarle tutte c'è di che impazzire. Non so se qualcuna di quelle storie che mi sussurrano nell'orecchio vedrà la luce. Ma ci sono immagini che scorrono nella mia mente. Alcune reali e altre solo immaginate. Qualcuno che corre nelle calli strette e claustrofobiche cercando una via di fuga impossibile. Perché alla fine della corsa in quei cunicoli che all'improvviso si aprono sui canali, perché allo scalpiccio di passi terrorizzati tra l'infinita teoria di ponti, di finestre chiuse, di giardini segreti dietro cancelli antichi, è impossibile sfuggire allo spirito di Venezia: una sagoma oscura, un mantello color sangue, una maschera bianca, una mano diafana e su tutto le ombre proiettate dalla luna. Che anima facciate, che risveglia ricordi, che scintilla sui marmi e sull'acqua. Venezia non è una città. E' un luogo dell'anima.