Visualizzazione post con etichetta libri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta libri. Mostra tutti i post

martedì 22 gennaio 2019

Sul popolo del tutto e subito



Ho letto un post sull'abitudine dei lettori di aspettare l'uscita di un'intera serie prima di acquistarla (per leggerla tutta insieme e senza attese) e mi sono fermata a riflettere. 
La mia prima serie libresca - da lettrice - fu "La torre nera" di Stephen King. E chi ne ha seguito le vicende sa che tra il primo volume, "L'ultimo cavaliere", e l'ultimo di sette, "La torre nera", sono trascorsi 22 anni. Sì, avete letto bene: ventidue anni, dal 1982 al 2004. E noi, poveri lettori, eravamo lì a sacramentare contro il nostro adorato Stephen che non si decideva a condurci per mano all'epilogo.
Poi venne Harry Potter: il primo libro uscì in Italia nel 1997, l'ultimo nel 2007. Dieci anni col fiato sospeso, nell'attesa spasmodica della sconfitta di Voldemort e del trionfo del Bene.
Io stessa, oggi, sono autrice di una serie, "Diario vittoriano", la cui pubblicazione è iniziata nel 2017 e si concluderà, con il quarto e ultimo volume, quest'anno. Due anni per quattro volumi più un contenuto speciale (forse due) non mi sembrano eccessivi.
Eppure, anche tra i miei lettori, ci sono quelli che hanno dichiarato di preferire attendere l'uscita dell'ultimo per leggerli tutti di seguito.
Un equivalente del binge watching che va per la maggiore tra i fruitori delle serie televisive.
E allora parliamo, anche, di serie tv. Appartenendo alla generazione dei baby-boomer, io sono figlia degli sceneggiati televisivi, quelli che oggi si chiamano fiction. La mia prima passione, in tal senso, fu il "Sandokan" di Sergio Sollima (e Kabir Bedi e Philippe Leroy). La prima puntata andò in onda il 6 gennaio del 1976, le altre cinque vennero trasmesse nelle successive cinque domeniche. Di settimana in settimana mi struggevo nell'attesa e, al tempo stesso, volevo che l'attesa si prolungasse. Perché era, essa stessa, parte della gioia di seguire una storia appassionante.
Gli addicted dello "Sherlock" della BBC ne sanno qualcosa: tre episodi per stagione, una stagione ogni due anni per quattro complessive. E, diciamocelo, due anni di attesa per scoprire come avesse fatto Sherlock a sopravvivere al salto nel vuoto sono stati lunghissimi. Ma appassionanti.
Oggi che sono in possesso di un adorabile abbonamento a Netflix, ho potuto gustare la serie "Versailles" (tre stagioni, dieci episodi per ogni stagione) senza altra attesa se non quella che io stessa mi imponevo. E no, non sono masochista.
Semplicemente non appartengo al popolo del tutto e subito (da cui il titolo di questo post). Credo dipenda dall'età (ma ho miei coetanei capaci di dedicare due giorni filati alla fruizione della storia che li appassiona), o forse dalla volontà di degustare con calma, di cullarmi le sensazioni, di regalarmi quel piacere che solo l'aspettativa sa creare.
Nonostante non sia un'amante delle bi - tri - quadrilogie create ad arte per tenere agganciati i lettori. Nonostante non abbia mai accettato, da un punto di vista editoriale, la creazione di personaggi seriali da sfruttare a esaurimento.
Ma il bello di una serie è la capacità dell'autore di narrare una storia lasciando il lettore in bilico su cliffhanger e facendogli marameo dal versante opposto del burrone con la promessa di condurvelo, certo, ma a tempo debito.
Senza dimenticare che se nessuno compra il secondo volume, il terzo difficilmente vedrà la luce. Le serie proditoriamente interrotte di cui spesso sento parlare con contorno di improperi, sono di solito volumi usciti in altri paesi che nessuno ha più ritenuto di tradurre e pubblicare in Italia. Pratica spiacevolissima, certo. Ma anche, se vogliamo, pungolo a volgere lo sguardo alla produzione italiana.
Che ne dite?

martedì 15 dicembre 2015

E se ci arrendessimo?

Non metto link, vi avverto. Chi ha voglia potrà, nel caso, andare a cercare su google. Succede che un direttore di una grande libreria stili la classifica dei dieci autori che preferisce e suggerisce ai clienti. Succede che nella sua lista non ci sia neanche una donna. Succede che gli venga chiesto come mai e che lui risponda che le donne non le legge. Punto. Vi suona come un dejavù? Lo è. Succede spesso. Ve lo ricordate il professore di Toronto che si chiamava come uno dei Pink Floyd e che si rifiutò di inserire nelle proprie lezioni di letteratura libri scritti da donne? Dice: va beh, era un maschilista. No, il problema è che come lui la pensano in tanti. E in tante. Per quanto gente in gamba come Loredana Lipperini e Marilù Oliva rispondano, controbattano, polemizzino con una tendenza che è puro distillato di discriminazione di genere, le donne che non leggono donne per partito preso sono tante. Troppe. Dice: ma se non mi piace il romance, come faccio a leggere donne? Qui potrei mettermi a stilare una lista di gialliste/noiriste. Vi faccio due nomi a caso: Marilù Oliva, Marzia Musneci, Simonetta Santamaria, Maria Silvia Avanzato. Sono quattro? Potevano essere molti di più. Che poi, voi che dite che non volete leggere donne perché scrivono romance… lo avete mai letto un romance? E se poi trovate una donna che ha scritto un horror, un western, un hardboiled, vi fidate o pensate: ma figurati, una donna che scrive questo genere…
Io già vi sento. Una legione in tumulto. Io non guardo chi ha scritto cosa. Io leggo solo libri belli. Belli per chi? Per me, ovvio. E mica è colpa mia se i libri che mi piacciono li scrivono solo gli uomini.
Vi si potrebbe rispondere che, come molti lettori e molte lettrici, trovato uno o più autori che aggradano, perché rischiare spaziando? Perché alzare lo sguardo verso l’orizzonte di altri scaffali?
Ma che lo pensi un lettore X o una lettrice Y può anche andar bene. Che un direttore di libreria mi certifichi che, se anche avesse in scaffale un mio libro a) non lo leggerebbe perché mi chiamo Laura e non Lorenzo, b) è fiero di dichiararlo al mondo, c) non ci trova niente di strano in questo, anzi si considera più sincero di altri… beh, mi fa cadere le braccia. E allora dico a Marilù Oliva, che ha scritto una bella lettera aperta al direttore suddetto, hai fatto bene, Marilù.
Ma comincio a chiedermi a cosa serva. Sto accusando la stanchezza. La voglia/consapevolezza delle donne di aver diritto di esistere e di occupare un posto nel mondo la sto vivendo come una marea che dopo un'avanzata che sembrava gloriosa, quella del tanto vituperato vetero femminismo, ora si ritrae. E per quanto noi, io, te e le moltissime splendide donne che conosciamo e amiamo e stimiamo, si tenti di fare muro contro il riflusso, l'acqua della combattività di ieri ci scivola tra le mani trasformata nel siero dell'arrendevolezza di oggi.

Hai fatto bene, fai bene. Avrei dovuto farlo anch'io. Ma sono stanca. Spero passi presto, perché ti meriti compagne di lotta forti e luminose quanto tu sei.

venerdì 13 febbraio 2015

#ioleggodifferente

In Italia si legge poco. E quei pochi leggono sempre gli stessi. È un fatto. Allora si cerca di incentivare le persone a trasformarsi in lettori. E lo si fa con un'iniziativa, encomiabile, che ostenta una lista di 24 autori che hanno ceduto gratuitamente i diritti per un loro titolo. Tra questi, grandi nomi come Sepulveda, Hosseini, De Carlo, Mazzanti. Gente che non ha bisogno di visibilità, ne converrete. Ma che ha dalla propria un nome che, può darsi, anche un non lettore ha sentito. E magari viene invogliato. Come ho già detto, è un'ottima iniziativa, una bella idea.
Però.
Però ripropone una situazione. Io non saprei dire se gli italiani leggono poco perché sono ignoranti (probabile), attirati da altro tipo di intrattenimento più facilmente fruibile (quasi certo, direi) oppure perché scoraggiati da ciò che vedono esposto in libreria.
Non so voi, ma davanti a un'orgia di libri di cucina, di trilogie erotiche, di romanzi/vita vissuta di star televisive e di libri maledetti/bibliotecari mannari, la voglia di leggere passerebbe anche a me.
Però.
Però #ioleggodifferente e lasciate che vi spieghi cosa significa.
 
Differente non vuol dire migliore, vuol dire diverso. Ci sono molti autori, pubblicati da case editrici piccole e indipendenti, che non riescono materialmente a raggiungere i lettori. Manca la distribuzione, manca la pubblicità, manca la volontà dei lettori di andare “a caccia” di qualcosa di diverso, di un nome nuovo, di storie inconsuete.
#ioleggodifferente nasce per questo motivo: favorire l’incontro tra scritture misconosciute e lettori. Gli autori che aderiranno al progetto mettono a disposizione un loro libro. Uno stralcio verrà pubblicato (work in progress per il sito/blog omonimo). Chi vorrà lo leggerà e lo commenterà. L’autore, a proprio insindacabile giudizio, regalerà a un lettore/commentatore la copia del libro. Nella speranza che leggerlo lo invogli, in futuro, a dare maggior fiducia a chi nelle pile accanto alle casse delle librerie di catena non ci arriverà mai. O forse sì, proprio grazie a quel lettore.
 
Per il momento #ioleggodifferente è un gruppo chiuso su Facebook dedicato ad autori/editori interessati. Potete chiedere l'iscrizione senza timori.
Diventerà un sito/blog e un hashtag da rilanciare su twitter.
E vediamo se succede qualcosa.


mercoledì 28 maggio 2014

Diamanti onirici

Buongiorno a tutti.
Dovete sapere che spesso e volentieri fornisco alla socia delle consulenze medico - psicologico -interpretative.
Non perché ne abbia competenza (anche se, in verità...), bensì perché la socia ha la benevolenza di ascoltarmi come dicessi cose sensate. E veniamo a noi.
La socia ha sognato di perdere una veretta di brillanti che indossa sempre (e alla quale tiene moltissimo). Poi la ritrova, ma manca un diamantino. Ci mettiamo a cercarlo e scopriamo che il pavimento è praticamente ricoperto di brillanti che scintillano ammiccanti. Solo che noi (c'ero anch'io nel sogno, sì) sappiamo che poco prima è passato un corteo in maschera e che tutte quelle pietre preziose in realtà sono fondi di bicchiere. Uno solo, quello staccato dall'anello, è vero e noi, per recuperarlo, dobbiamo raccogliergli tutti.
Ci siete?
La mia interpretazione:
stiamo lavorando assiduamente per arrivare a farci conoscere dal grande (oddio, grande...) pubblico dei lettori. Le proposte che arrivano, per lo più, non avranno grande valore, ma dobbiamo raccoglierle, una per una, ed esaminarle, per trovare quella vera. Il nostro diamante editoriale.

Okay, a questo punto sono pronta per una rubrica di interpretazione dei sogni. Che dite?

Loredana

venerdì 23 maggio 2014

In difesa del fancazzismo narrativo

Lo so, vi eravate già abituati alle rampogne della metà oscura ai danni della sottoscritta, con tanto di corso di rieducazione. E quindi vi mancano le esternazioni quotidiane.
Niente paura, Lory tornerà a breve.
Piccolo momento di convalescenza, questo.
Ne approfitto io per fare le sue veci e darmi una regola:
ho tanti libri da leggere, da leggere perché poi ne devo scrivere; ma ho anche tanti libri da leggere, semplicemente per mio personale piacere.
Robette disimpegnate, narrativa di intrattenimento.
Libri da sotto l'ombrellone, ché mica è scritto da nessuna parte che devi leggerli solo in spiaggia.
Ecco, mi rieduco da me: per ogni libro letto per interviste/recensioni/pareri, un libro letto per semplice fancazzismo narrativo.
La socia sarà fiera di me.
Ciao.

Laura

lunedì 27 gennaio 2014

Il lettore buono e quello cattivo...

Di solito la ripartizione è tra poliziotto buono e poliziotto cattivo. Ma in questo caso si parla di lettura e si parla di me (Laura) e di lei (Lory). La riflessione me l'ha suggerita la socia/metà oscura proprio stamane, condividendo una mia entusiastica recensione del giallo di Roberto Riccardi "Undercover - Niente è come sembra" (E/O). Cosa c'è di strano? C'è di strano che, di solito, quello che piace a me non piace a lei. E che dove io vedo cose positive, lei di solito vede delle irrimediabili banalità. Al punto che un giorno mi ha affrontata a brutto muso dandomi della buonista senza speranza, dicendomi che sono una di bocca buona e che dispera di potermi recuperare. Ora dovete sapere che niente di ciò che la mia socia/metà oscura dice mi scivola addosso. E' anche vero che a me poche cose scivolano addosso, son così di carattere. Ma, dicevamo, su quanto afferma Lory io ci rifletto con attenzione. Sempre. Sono una lettrice troppo buona? Non credo, diciamo che analizzo il testo cercando di tenere conto di mille e una considerazioni. Diciamo anche che stroncare non mi piace. Lo faccio se l'autore mi ha sottoposto un testo, chiedendomi espressamente un parere. E se il parere è negativo, io lo dico. Pagandone immancabilmente le conseguenze con bannamenti, vendette e recensioni stroncatorie e ritorsive. Succede. Mi dicono sia normale tra gente che scrive. Non mi piace che sia normale. Ma torniamo al discorso iniziale. Io ricevo, per motivi vari, un sacco di libri da leggere. Spesso riesco a leggerli in tempo utile, mi piacciono e li consiglio a Loredana. Lei li prende, se li porta nei trasferimenti in metro, li legge e nove volte su dieci me li restituisce con una faccia tra lo schifato e il rassegnato. Potrei sbagliarmi, ma negli ultimi mesi, se non anni, di tutti i libri che ci siamo passate ha espressamente apprezzato "Nient'altro che amare" di Amneris Di Cesare (Cento Autori), "Non passare per il sangue" di Eduardo Savarese (E/O) ma conta meno perché è lei che lo ha passato a me, e appunto "Undercover". Quanti e quali ho passato io a lei meglio non dire, per non incorrere per interposta persona nelle vendette di cui sopra.
Tutto questo per dirvi che avere un apprezzamento da me, checché ne dica Lory, non è facile. Ma averlo da lei è veramente un caso eccezionale. Una specie di medaglia da mettere al bavero. Perché, sapete, se Lory fosse una cui piace avere visibilità nella Rete, molti dei blog libreschi famosi per non mandarla a dire potrebbero tranquillamente chiudere. Ho sentito giudizi, da Lory, che voi umani scriventi è meglio che non immaginiate neanche. Ne andrebbe del vostro equilibrio psico-narrativo.
Fidatevi.

lunedì 4 marzo 2013

Erase e rewind

Cancella e riavvolgi. E' anche il titolo di una bella canzone, ma in questo caso è una sorta di viatico che intendo dare a me stessa e a questo spazio. Ho il brutto difetto di crederci, nelle cose e nelle persone. E ogni tanto credo nella cosa o nella persona sbagliata. Così succede che uno pensa di essere a buon punto su una certa strada e invece scopre di essere a un pessimo punto su un sentieruncolo sconnesso. Poco male, se riesci a capirlo e se hai la forza necessaria a cancellare e riavvolgere. Ancora una volta.
In soldoni:

- pensavo che questo blog potesse entrare a far parte di un progetto innovativo, che innovativo non è per niente e ripropone sempre le solite solfe su chi deve decidere cosa, ergo questo blog rimane esattamente quel che è: un luogo dove io (spesso) e Loredana (raramente) mettiamo su carta virtuale stati d'animo, riflessioni e quello che ci passa in quel momento per la mente e sotto gli occhi, libri compresi;

- pensavo di avere un rapporto di fiducia con una persona che credeva nel nostro lavoro, mi sbagliavo e da questo deriveranno dei cambiamenti;

- pensavo che il mio entusiasmo nel dare spazio a tutto ciò che di bello incontro sulla mia strada, anche e soprattutto libri di autori che hanno bisogno di visibilità, dovesse per forza di cose creare una sinergia;

- pensavo che chi diceva di credere nel nostro lavoro, volesse anche impegnarsi per quel lavoro;

- pensavo, e questa è la cosa più grave di tutte, l'errore peggiore, che ci fossero molte più persone come me e non ce ne sono.

Detto questo, e senza annoiarvi ulteriormente, erase e rewind. Al netto delle delusioni restano alcuni punti fermi: Loredana Falcone e il valore della nostra scrittura. Tutto il resto è fuffa.

giovedì 29 novembre 2012

Il nostro western è in libreria!

Carissimi, la normale collocazione di un libro appena uscito sono gli scaffali di una libreria. O forse è meglio dire sarebbero, vista la difficoltà con cui la narrativa della piccola editoria indipendente arriva all'attenzione dei distributori. Ebbene, dopo anni di vendite online (delle quali comunque, non ci lamentiamo, anzi), i nostri romanzi arrivano nelle librerie vere. ora, è chiaro che per vederli dovrete guadare fiumi di Bruni Vespa, di ricettari con la divetta del momento, di bibliotecari incazzati nei cimiteri maledetti, di sfumature erotiche assortite, ma i nostri romanzi CI SONO!
E qui sotto trovate la lista delle librerie romane dove potete entrare, prenderli e arrivare alla cassa. Figo, no? ;-)



Elenco librerie di Roma:

DPE                                     Viale Somalia 50/A

Fastbook                           Via di Tor Vergata 432

Feltrinelli Appia                      Via Camilla 8/C

Feltrinelli Argentina         Largo Torre Argentina

Feltrinelli Babuino                 Via del Babuino 40

Feltrinelli Chigi                                Centro Commerciale in Galleria Sordi

Feltrinelli Giulio Cesare                 Viale Giulio Cesare 88

Feltrinelli Libia                                Viale Libia

Feltrinelli Marconi                           Viale Marconi 176

Feltrinelli Orlando                           Via Vittorio Emanuele Orlando

IBS.it (ex Melbookstore)                Via Nazionale 254

Mondadori Appia                            Via Appia Nuova 51

Mondadori Cola di Rienzo             Piazza Cola di Rienzo 81

Mondadori Romanina                     Via Enrico Ferri 8

Adesso non avete più scuse. Sapevatelo.

giovedì 13 settembre 2012

Il fascino letterario del panino con la salsiccia.

La scena si svolge a Roma, zona periferica a due passi dalla Tiburtina. Parchetto cittadino, più sterrato che verde, ma con panchine, giochi per bambini, una pista per pattinare. Tira vento e trasporta in cielo nuvoloni, ma il tempo pare regga. Nella zona centrale del parchetto c'è una piccola piazza lastricata, gazebo bianchi, banchetti e qualche sparuto manifesto a spiegare che si tratta del Flep, Festival delle letterature popolari. Musica a palla. Libri. Non moltissimi, per la verità. Uno degli editori che spongono spiega che dovevano essere molti di più, poi qualcuno ha rinunciato. Comunque, movimento ce n'é. Un po' le mamme che portano al parco i bambini. Un po' i giovani, quelli con la borsa a tracolla, la sciarpa etnica d'ordinanza e il bicchiere di plastica pieno di vino rosso che fa tanto happening. Un po' gli addetti ai lavori (leggi autori, editori, ragazzi che devono gestire gli stand, organizzatori). Un po' gli anziani. La musica è infernale, quasi impedisce di parlare. Di leggere no, se sei bravo ad astrarti. Così succede che ti siedi, cancelli i decibel sfondatimpani e l'aroma bruciaticcio delle salsicce che rosolano, prendi il libro per cui sei lì (Roma per sempre di Marco Proietti Mancini, Edizioni della Sera) e cominci a leggere.
"E' libera quella sedia?"
Alzi gli occhi. Uomo. Anziano. Evidentemente in vena di chiacchiere. Preferiresti di no, ma annuisci. Poi torni alle pagine, Marco ti sta raccontando di un giro in scooter per Roma e tu lo segui assorta, vedendo la tua città come mai prima.
"Di che si tratta?"
Alzi gli occhi. L'uomo anziano ti sta guandando.
"Chiedevo, di che si tratta? E' un mercatino?"
Beh, le bancarelle ci sono pure, ma lo vedrebbe anche un cieco che sono cariche solo di libri.
"E' il festival delle letterature popolari", rispondi. E ritorni alla pagina dove Marco, dallo Zodiaco, sogna di fare l'amore con Roma sdraiata e discinta.
"Ah, allora solo libri..."
Alzi gli occhi. Lo sguardo da inceneritore.
"Cosa c'è di meglio?", provochi.
"Ah, guardi, non lo dica a me. Ho tre lauree io. Ma proprio per questo poi con i libri ho chiuso."
E non fa una piega, siete d'accordo?
Vorresti tornare a leggere, ma sai che non è possibile. L'uomo ormai è lanciato.
"Per attirare la gente ci vuole altro. Non so, un po' di musica."
Avete davanti un sistema di amplificazione e un microfono che preludono a una qualche esibizione. E la musica, martellante e insopportabile è ovunque grazie agli altoparlanti.
"Magari un po' di teatro."
"I libri non bastano?", chiedi. "Cosa c'è di più bello del leggere?" (a parte non trovarsi accanto un rompicoglioni, aggiungeresti, ma tralasci).
"Guardi, non lo dica a me (e sono due!). Io mi sono portato questo."
Esibisce un libercolo vecchio e attorcigliato, spessore iPhone, tanto per essere moderni. E' una dispensa sulla storia d'Italia, una di quelle che alle volte regalavano con i quotidiani.
"L'ho letto un sacco di volte, ma me lo rileggo per ricordarmi come è stata fatta l'Italia."
Annuisci e ributti lo sguardo sul racconto di Marco che ti chiama a gran voce.
"Ma la gente ha bisogno di altro. Una piccola esibizione, magari un drink, uno spuntino..."
Alzi gli occhi, ancora. Il fumo delle salsicce è ovunque e satura l'olfatto, ma forse l'uomo ha il raffreddore.
"Penso che a breve provvederanno a esporre panini con la salsiccia", rivelo.
Gli occhi dietro gli occhiali si illuminano come mai farebbero per una copertina.
"Ecco, lo vede? Ci vuole il richiamo per la gente. Ma dove..."
Lo previeni. Punti l'indice in fondo alla piazza, lì dove si elevano le fumigazioni gastronomiche. Un attimo e sei libera. Saperlo prima...

venerdì 27 luglio 2012

In principio fu il manoscritto... riflessione sul mondo dell'editoria visto dal basso


Dopo aver letto esternazioni varie e argomentate di librai ed editori sulla difficoltà di vivere con i libri, mi è venuta voglia di scrivere questo post. Il titolo non è messo lì a caso. In principio fu il manoscritto. La prima volta che elaborai il concetto mi trovavo, ignorata commentatrice, sul blog di Vibrisse. Ora, va detto che ero all'inizio della mia conoscenza con la realtà editoriale. Quando io e Lory abbiamo pubblicato il nostro primo libro correva l'anno 2006 e noi eravamo due Alici nel paese delle meraviglie (oddio, meraviglie) dell'editoria italiana. L'unica cosa che sapevamo per certo era che pagare per pubblicare era un errore da non fare mai, tutto il resto lo avremmo imparato sulla nostra pelle negli anni a venire. Ma torniamo al manoscritto. Su quel post di Vibrisse si confrontavano fior di addetti ai lavori uniti in un coro di lamentele contro la mole di manoscritti di esordienti che erano costretti a non dico leggere, anche solo toccare. A sentirli sembrava che quei cumuli di carta pieni di speranze e di sogni fossero in realtà spazzatura altamente contaminante. Mi incazzai e scrissi loro che senza quei cumuli di carta, il loro lavoro non sarebbe esistito. Nessuno mi rispose.
Oggi, a distanza di sei anni, posso dire con cognizione di causa che molte delle loro osservazioni non erano sbagliate. Il problema stava nel fatto che io mi basavo sulla mia esperienza: potevano e possono non piacere, ma i nostri manoscritti sono scritti con cura, senza incongruenze, senza assurdi refusi, senza banalità, con un lavoro di documentazione certosino alle spalle. Pensavo fosse così per tutti e mi sbagliavo. Ma il discorso rimane.
Al netto degli esordienti con manie di grandezza e paranoie complottiste (l’editoria italiana per loro è tutta volta a non riconoscere la grandezza del capolavoro che ritengono di aver scritto), l’atteggiamento del mondo editoriale nei confronti degli autori è di fastidio. Cazzo vuole questo? Ha scritto un romanzo, e allora? Vorrà mica che noi ci sbattiamo per pubblicarlo, distribuirlo, farlo conoscere al pubblico? No, dico, vorrà mica guadagnarci pure qualcosa?!
Di editori, piccoli e medi, ormai ne ho conosciuti parecchi e il discorso è sempre lo stesso: io ci investo i soldi e l’autore che fa? Pretende che io abbia un ufficio stampa efficiente, che organizzi presentazioni, che magari riesca a ottenergli un passaggio tv oppure lo iscriva a un premio. Ti rendi conto?
Ciò di cui io, autrice, mi rendo conto è che ci sono troppe cose che non funzionano nel mondo dell’editoria. A partire dalla conventicola imbattibile dei distributori. Per quel che so (e se qualcuno ha dei dati sarei grata se li fornisse) a conti fatti il distributore è quello che ci guadagna di più da un libro. Non chi lo scrive (‘sto fortunello dovrebbe accontentarsi della sua copia omaggio e non rompere le balle), non chi lo pubblica (che effettivamente ci investe denaro, non fosse altro che per la fattura del tipografo), non chi lo vende (che c’ha da mantenere il negozio con l’affitto, le tasse e tutto il resto), bensì chi lo distribuisce. Ovvero chi lo trasporta nelle librerie e convince il libraio a prendere quelle 4/5 copie da relegare in magazzino in attesa di renderle.
Sarò strana io, ma a me sembra un’assurdità. E mi viene da pensare che sia tutta italiana, ma forse mi sbaglio.
Cosa vorrei? Vorrei rispetto. Perché senza nulla togliere al lavoro del resto della filiera produttiva di un libro, in principio c’è sempre, ci deve essere, un manoscritto. Che appartiene all’autore che ha creato quel mondo e quei personaggi. La materia prima la fornisce lui. E non è una materia prima grezza, perché io a questa storia che siano gli editor a rendere un libro fruibile non ci credo. E se accade, allora vuol dire che il manoscritto era da buttare. Gli editor sono dei rifinitori il cui lavoro, rispettabilissimo, non sempre fa la differenza. Altrimenti mi viene da chiedere: perché non lo scrivono loro un libro? Son come le sarte che danno qualche punto al vestito, ma il vestito l’ha voluto, creato, disegnato lo stilista. E se un modello piace e vende, vi parrebbe logico che a guadagnarci fossero tutti, escluso lo stilista?
In principio fu il manoscritto. Tra mille da cestinare ce n’è sempre uno che vale la pena. Cercarlo, scovarlo e portarlo alla luce è compito degli addetti ai lavori. L’editore lo pubblica, il distributore lo porta alle librerie, il libraio lo vende. E tutti insieme dovrebbero dire grazie a chi l’ha scritto.

lunedì 30 aprile 2012

Scrittrici provinciali e con evidente complesso di inferiorità offronsi

"Una delle peggiori tentazioni per gli scrittori che si sentono provinciali e hanno un complesso di inferiorità, è quello di trasferire le trame dei loro romanzi all'estero: magari in Afghanistan, magari nella Grande Mela. I risultari, quasi sempre, sono pessimi: perchè i luoghi comuni stanno lì come tante bucce di banane pronte a far scivolare il temerario romanziere." [Giorgio Montefoschi in prima pagina del Corriere edizione di Roma]
Stamattina apro FB e trovo riportato questo stralcio da quello che è, a tutti gli effetti, il nostro attuale editore (Francesco Giubilei di Historica Edizioni). Il suo non era un sottile avvertimento nei confronti del vostro duo scrittorio preferito (Lauraetlory) ma una provocazione bella e buona perché di questo argomento, che ogni tanto riemerge e rilancia un annoso dibattito, abbiamo già abbondantemente disquisito con lui. E non solo. Partiamo dall'inizio. Pare che da sempre gli addetti ai lavori invitino gli aspiranti scrittori (più o meno il 95% degli italiani alfabetizzati) a scrivere di ciò che conoscono. Dando per scontato che conoscano il pianerottolo del condominio, la strada dell'ufficio postale, il loro posto di lavoro, la stazione della metro e, forse, la piazza principale del paese/città dove vivono. Punto. Non è contemplato che l'aspirante scrittore, (che in quanto aspirante deve essere a) umile e pronto a obbedire, b) necessariamente limitato) possa, che so?, aver conseguito una laurea in criminologia nella più importante università degli Stati Uniti dove vive dalla tenera età della scuola materna. Se ne deduce che, a dar retta a Giorgio Montefoschi, un eventuale noir ambientato a New York del suddetto esordiente debba essere scartato a priori. Ci fa sapere Wikipedia che i romanzi del suddetto Montefoschi, scrittore e critico italiano, "sono spesso ambientati per le strade e negli ambienti della borghesia di Roma". Egli è nato nella capitale e quindi si presume che conosca a tappeto le strade e gli ambienti della borghesia. Occhio, però. Non le strade e gli ambienti delle borgate. Per non parlare delle strade e gli ambienti dell'aristocrazia. Se poi andiamo alle strade e agli ambienti dell'enclave ecclesiastica siamo proprio su un altro pianeta. Ho solo io l'impressione che il diktat cui gli scrittori provinciali e con un complesso d'inferiorità non sanno sottomettersi sia a dir poco castrante? Sia chiaro, io capisco (incredibile per una scrittrice provinciale quale sono) cosa Montefoschi intendesse dire. Nella congerie degli aspiranti all'empireo della letteratura va per la maggiore improvvisare. Ho letto con questi occhiali una sedicente scrittrice affermare che la calura estiva faceva tremolare le strade e le pianure riarse. Peccato che il manoscritto fosse ambientato a Stoccolma. Certo, i cambiamenti climatici ci son stati eccome. Ma ci andrei con un minimo di prudenza. Quello che contesto, da sempre e senza sacri timori per il Montefoschi o il Tondelli di turno, è il comandamento calato dall'alto. Fatto caso che questi scendono tutti dal Sinai? Perché se estendiamo il concetto, allora Tolkien non avrebbe mai dovuto scrivere e descrivere della Terra di Mezzo, che non esiste. La Rowling dovrebbe dimostrarci che a correre contro la barriera tra il binario 9 e quello 10 della stazione di King's Cross non ci si spacca la testa contro il muro. Per non parlare di Asimov, di Stephen King, di Lewis Carroll. O di quanti osano scrivere romanzi storici trasportando il lettore in un mondo e in un tempo tanto lontani da essere inconoscibili. Come dite? Se uno si documenta? Ovvio. Voglio personalizzare. Una casa editrice ha visionato un nostro manoscritto e ci ha inviato una scheda di valutazione molto positiva. La cosa che più li ha colpiti è che la storia si svolge nel 2002 e, guarda caso, le canzoni ascoltate dai protagonisti, le notizie citate, tutto il contesto è assolutamente fedele a quanto realmente accaduto nel 2002. Non stiamo parlando del Cretaceo, ma pare che i lettori di una casa editrice siano pronti a stupirsi se il background di una storia è credibile. Quindi ha ragione Montefoschi? Secondo me, no. Una simile dichiarazione porta a scartare a prescindere un manoscritto se ambientato al di fuori del ristretto spazio vitale dell'autore. Perché è scontato che tale spazio vitale sia ristretto, giusto? Invece succede che la storia e l'ispirazione portino lontano. E che un serio lavoro di documentazione renda il tutto credibile. Succede. Si chiama libertà. Si chiama fantasia. Si chiama creatività. E abita appena oltre il pianerottolo.

giovedì 26 aprile 2012

Soggettiva di ZG : Bowling e margherite di Manuela Giacchetta

Ero a Più libri più liberi, stand di Las Vegas Edizioni. Chiedo ad Andrea Malabaila, il direttore, quale dei libri esposti mi consigliava. Lui ci pensa tre secondo, poi mi mette in mano Bowling e margherite. Perché, gli chiedo. Perché quando ho letto il manoscritto ero convinto che l'avesse scritto un uomo con uno pseudonimo da donna.
Non vi sembra una motivazione? E invece mi incuriosì. Comprai il libro e lo misi lì, nella pila sempre più alta e pericolante di libri da leggere. Prima o poi sarebbe arrivato il suo turno. Ebbene è arrivato, in due tranche. La prima in treno, ma il viaggio era troppo breve per permettermi di terminarlo, per quanto io sia veloce nella lettura. La seconda un pomeriggio domenicale.
Vi dico intanto che è un libro da leggere. La scrittura ti prende e ti porta nel mondo di Lorenzo, 28enne incasinato perso e sofferente per l'abbandono dell'adorata Elisabetta. Sua unica via di fuga? La lettura coatta dell'Ulisse di Joyce. Ogni capitolo si apre con una citazione dell'Ulisse, la pagina dove si trova e il commento, stringatissimo e spesso disperato, di Lorenzo. Dopo averlo chiuso ho capito due cose: perché non ho mai affrontato la lettura dell'Ulisse e il motivo per cui Malabaila pensava che a scriverlo fosse stato un uomo. Il discorso della scrittura femminile o maschile mi fa sempre imbufalire. C'è in corso un dibattito tra scrittrici e giornaliste sul fatto, innegabile, che le donne abbiano meno spazio nel mondo editoriale italiano. Soffrono del pregiudizio per cui una donna scrive solo robe diaristiche condite d'amore. Praticamente i romanzi di Fabio Volo. Che però donna non è. Ecco, Manuela Giacchetta è riuscita a entrare nel cervello di un maschio 28enne, innamorato, incasinato, confuso e parecchio spaventato dalla vita. Lo ha fatto con naturalezza, senza prenderne mai le distanze, sebbene come donna debba essersi sentita offesa (io almeno sì) da certi modi di pensare e di gestire i rapporti di coppia. La voce dell'autrice non c'è, perché noi sentiamo solo Lorenzo e la sua lotta per capire perché sia necessario sapere cosa e chi si vuole veramente nella vita. E se credete che alla fine si sia dato una risposta, vi sbagliate. Perché la pianificazione dell'esistenza e un maschio 28enne di oggi c'azzeccano proprio come una palla da bowling e una tenera margherita.

Z.G.

martedì 24 aprile 2012

Annunciazione annunciazione...

Poiché abbastanza indegnamente questo blog il prossimo luglio parteciperà al K-Lit, primo Festival dei Blog Letterari, io e la socia abbiamo deciso di dargli una svolta più libresca/letteraria. Tanto più che corre voce che Anobii potrebbe chiudere, prendiamo l'impegno di pubblicare qui i libri che leggiamo e le impressioni che ne ricaviamo. Se vi va...

mercoledì 7 marzo 2012

Elogio del cartaceo

Ho una certa età. Lo ammetto serenamente. Sto anche pensando di smettere di tingermi i capelli e lasciare che la natura segua il suo corso trasformandomi in una brizzolata ragazza di quasi cinquant'anni. Preambolo lungo per darvi il sapore di questa riflessione. Qualche giorno fa mi sono sentita male. Non sono ipocondriaca, mai stata. Anzi. Non so quale sia il termine contrario di ipocondria, ma io mi ci riconosco. Tendo sempre a minimizzare, a non fasciarmi la testa. Però, qualche giorno fa, quel dolore improvviso, acuto, persistente nel petto, come una lama infilata nel cuore, mi ha spaventata. Era sera. Ero a casa insieme alla mia mamma che non ha attraversato dei bei momenti, ultimamente. Va meglio, però, molto meglio e credo che un po' sia anche merito mio, del mio starle accanto. Ne consegue che lei non concepisce proprio che io possa star male. Per lei io sono sempre una ragazzina, quindi sana per definizione. Ma stavo male. E un pizzico di paura ce l'avevo mentre pensavo a come gestire un'eventuale emergenza. Mia mamma non guida. Al pronto soccorso avrei dovuto, nel caso, arrivarci guidando. Nel marasma di emozioni sapientemente camuffate a uso e consumo della genitrice, mi sovviene che quel tipo di dolore potrebbe configurarsi come un caso di angina pectoris. Non sono un medico, ma mi tengo informata. I sintomi c'erano. A quel punto volevo saperne di più. Era sera. A casa io ho un portatile che accendo solo alla bisogna e connetto di conseguenza. In quel momento, a fronte della mia ansia di informazioni, la procedura mi sembrava eterna. Ed è allora che ho avuto l'illuminazione: tornare alla carta. Perché non se lo ricorda nessuno, ma fino a una trentina di anni fa, le ricerche si facevano sulle enciclopedie e i genitori che tenevano all'istruzione dei propri figli, facevano in modo di dotarli di strumenti idonei, acquistando collane di pesanti volumi che poi si pagavano a rate. Io di enciclopedie a casa ne ho almeno quattro. Mi è bastato andare in corridoio, prendere dalla libreria il volumone della A, sedermi accanto alla mamma e scorrere le pagine: A, An, Angelo, Angina pectoris. Beccata! Nel giro di pochi secondi mi si sciorinavano davanti tutte le informazioni necessarie, senza lentezze di connessione, senza cali di batteria, senza clessidre che girano. Per la cronaca la mia non era angina, bensì nevrite intercostale. Ma avete capito il concetto, spero. Non sono prevenuta verso le conquiste del mondo digitale, sono assidua frequentatrice di social network, leggo a schermo anche interi libri. Ma la carta, ragazzi, la carta è rivoluzionaria. Se manca l'energia elettrica, se la batteria va in tilt, se saltano le connessioni, se l'adsl vi lascia in piena bonaccia, un libro di carta non vi tradisce. Mai.

martedì 17 gennaio 2012

Lettera di una lettrice a Maurizio De Giovanni

Caro Maurizio,
alla fine il richiamo di quelle trenta pagine che mi mancavano per ultimare il tuo romanzo è stato più forte della volontà di procrastinare il momento in cui mi sarei separata un’altra volta dal commissario Ricciardi.
Che dire?
Ogni volta è come entrare in un sogno. Uno di quelli che al mattino non si vorrebbero lasciare, quelli che continui a tenere le palpebre strizzate mentre tiri la coperta sulle spalle per conservarne il tepore. E’ sufficiente alzare la copertina, scorrere poche righe per ritrovare volti e vite noti, per immergersi in un mondo che è sconosciuto ma vicino, in una irrealtà che si fa reale man mano che quelle voci ritornano, che quei personaggi si dipanano nel loro essere insieme fittizi e reali. E allora quello che ti circonda sparisce, si dissolve nel racconto e la mano sapiente che ha tracciato quelle righe ti trasporta dove vuole e dove tu, consapevolmente, vuoi andare… per mano sua. Per ritrovare il calore, la saggezza, la spontaneità, la ricchezza di sentimenti che solo la fantasia può tenere insieme in un unico contesto. Entri in punta di piedi per poi slanciarti ad assorbire la storia. La lasci entrare dentro di te, per essere di volta in volta Ricciardi, Maione, Enrica, Lucia o l’ultimo artigiano del presepe. Perché il tuo talento sta nell’intagliare dei personaggi nei quali immedesimarsi a prescindere dal proprio sesso, dalla propria età e dalle proprie esperienze. Tu non narri storie ma sentimenti. E lo fai con una sensibilità che non è né maschile né femminile. E’ l’una e l’altra e tutte e due insieme. E allora accade che io, che sono moglie e madre, non mi emoziono solo quando Lucia fissa il blu dei suoi occhi in quelli del marito per ricondurlo alla ragione, quando Enrica spia dalle imposte socchiuse l’uomo che ama insieme a un’altra donna. O quando Rosa davanti alla mano che trema si preoccupa di lasciare solo Luigi Alfredo. La commozione mi stringe la gola anche quando Ricciardi si confessa a Enrica con una lettera che non le consegnerà mai. Quando Maione regala la dolcezza del Natale a una bambina che il destino ha lasciata sola. Perché i sentimenti non hanno sesso, non hanno età, non hanno tempo. E’ questo che io riscopro leggendo le tue pagine. E mi sento più ricca, più vicina ad un’umanità che non è solo quella descritta nel libro ma anche quella che mi circonda.
E allora non posso fare altro che dirti: grazie.
Lory

domenica 1 gennaio 2012

Addio 2011 (e meno male)

Se n'è andato, finalmente. Non ne potevo più. Eppure era un anno dal numero dispari (di solito i più simpatici), eppure era iniziato, ed è finito, vedendomi felice accanto al mio amore. Ma non lo rimpiangerò. In genere rimpiangere gli anni che passano non ha senso, in questo caso non avrebbe motivo. Ma voglio comunque cercare di analizzarlo, magari attraverso qualche numero:
42 i libri che ho letto. Un po' meno del solito, ma ho avuto i miei motivi. Ho letto libri belli e libri meno belli. Ho confermato giudizi e capito che ci sono fin troppe persone che hanno la pretesa di scrivere senza avere nulla da dire.
3 le volte che mia madre è andata sotto i ferri in questi eterni 12 mesi. E' la cosa peggiore, quella che rischia di rendere molto meno ricco di speranze questo nuovo inizio. Perché non ne siamo ancora fuori.
18 gli anni compiuti da mia nipote acquisita. La chiamo così perché non ci lega il sangue, ci lega la volontà di sceglierci. E l'orgoglio che provo per come lei è.
10 gli anni raccontati nell'antologia che ho curato insieme a Loredana Falcone, un impegno letterario che mi ha aiutata a mantenere la serenità, per quanto era possibile.
2 i romanzi che abbiamo affrontato io e Lory. Uno lo abbiamo terminato, l'altro è ancora in fase di lavorazione.

Altro non mi viene in mente e non saprei associare un numero alla fatica, alla paura, alle lacrime, ai saliscendi di speranza e depressione. Ho lavorato molto, mi sono esposta inutilmente, ho sperato in una svolta per questo paese, ho imparato che la gente cattiva è tanta, troppa. Ho vissuto ma non vorrei indietro nessuno di questi dodici mesi. Preferisco guardare avanti con lo spirito che da sempre mi contraddistingue. Come se il meglio dovesse ancora arrivare.
Buon inizio a tutti

lunedì 22 agosto 2011

SOPDET di Lara Manni


"Davvero, come fai a immaginare queste cose?"
La domanda non è mia, è una citazione dallo splendido secondo romanzo di LARA MANNI.
Ho amato moltissimo ESBAT, esordio dell'autrice, ma qui siamo andati avanti, qui siamo cresciuti. Giusto giorni fa si disquisiva sul valore della struttura di un romanzo, domandandosi se sia più importante il colpo di genio o la capacità di mantenere a lungo un livello alto. Domanda oziosa davanti a SOPDET. La struttura è complessa. I piani temporali abbracciano la storia del passato secolo dalla prima guerra mondiale agli anni di piombo. E approdano all'oggi seguendo le vicende di Ivy e di tutte le donne, dalla bisnonna in poi, che hanno fatto di lei quello che è: una giovane donna con il potere di influire sui mondi. Non sul suo, ma su quello bello e terribile dove vivono demoni come Hyoutsuki e creature ibride come Yobai. Passato e presente si mescolano mentre Hyoutsuki e Yobai combattono una partita sotto lo sguardo divertito di Axieros, la Dea, e quello gelido e lontano di Sopdet, Sirio, la stella del Cane. La posta in gioco è la vita. Quella di Ivy, quella di Hyoutsuki, quella di Yobai. Lara Manni ottiene un miracolo di equilibrio nel mescolare la storia delle guerre e dei soldati d'Italia con l'eterno conflitto in salsa manga tra il Bene e il Male. Solo che il Bene indossa lo sguardo d'oro di un  demone crudele e schifato dal genere umano e il Male si nutre della sofferenza tutta umana di un ibrido che aspira a diventare potente come un dio. Originale, forte, commovente, romantico, crudele, documentatissimo. Vorrei che nessun lettore, mai, si lasciasse scoraggiare dal trovare protagonisti demoni giapponesi e dei di una mitologia perduta, perché SOPDET è di più. E' un inno alla fragilità umana, alla forza dei sentimenti, all'amore di una madre, alla forza delle donne. E all'eroismo di una ragazzina di sedici anni che avrà il coraggio di scrivere la parola più difficile, la più importante, la più densa di umana pietà. Rinunciando a una parte di se stessa. Per diventare adulta.

domenica 1 maggio 2011

Non ci rimangono che i libri

Non parlerò del Primo Maggio. Sono stanca e demoralizzata dalla farsa mediatica della beatificazione di Karol Woytila e dalle baggianate di Renzi dalla Annunziata. Parlerò di libri. Anzi, lascerò che a parlarne siano altri. Persone che ci leggono e che ci apprezzano. Ve lo ricordate il nostro cruento noir Viole(n)t Red? Ebbene, l'amico Salvo Zappulla ne ha appena riparlato su FB, così:

Laura Costantini e Loredana Falcone sono la versione femminile di Fruttero & Lucentini, scrivono insieme da sempre e hanno raggiunto un' intesa tale che i loro scritti risultano perfettamente sincronizzati, come partoriti da una mano sola.
Viole(n)t red (Edizioni Bietti, Pagg.240, € 16,00) è un noir che potremmo definire classico, con un plot solidissimo che procede a incastro in un susseguirsi di scene cruenti, a tratti anche estremamente violente, ma mai fini a se stesse. Assecondano la logica di una mente maleficamente geniale (uno dei protagonisti principali del romanzo) e la sua contorta personalità. La premiata ditta Laura & Lory ha tutta la professionalità necessaria per confezionare romanzi ambientati negli Stati Uniti, profondità di documentazione, competenza, idee. In viole(n)t red si confronta con un caso che vede protagonisti due gemelli monozigoti, le loro percezioni extrasensoriali e le esperienze traumatiche, che li accompagneranno per tutta la vicenda narrata in uno stato di paura e di ansia. Un romanzo che scorre frenetico sul filo del rasoio, in cui genetica, influenze ambientali e l'interazione tra i protagonisti hanno un ruolo fondamentale. I personaggi si muovono come all'interno di una scacchiera, nessuna mossa è lasciata al caso. Il capitano Ian Vernon, investigatore della Squadra Vittime Speciali, fra tutti si eleva come un gigante, per la sua profonda umanità, la capacità di introspezione, l’integrità morale che lo fanno amare dai lettori. Ci sono i migliori ingredienti per appassionare chi legge: piccoli dettagli disseminati quasi per caso nel corso del romanzo, falsi indizi per tenere desta la concentrazione, uno stile narrativo fluido, una robusta trama criminale che lega l'incipit all'ultima pagina e racconta impietosamente il reale, indaga l'animo umano e le sue debolezze. Si analizzano i rapporti tra uomo e donna, si affrontano i problemi della solitudine, del confronto tra il bene e il male, l'odio e il perdono, il dolore e la sua accettazione. E quando sembra che il finale sia ormai chiaro a tutti, Laura e Loredana ecco che si inventano un nuovo colpo di scena, una nuova trovata che prolunga l'attesa all'infinito. Un romanzo da consigliare a quanti amano le emozioni forti, non hanno paura di attraversare una strada buia, vogliono sentire gli scarichi di adrenalina dentro il cervello.

Invece la provocatoria intervista di Giuseppe Iannozzi ha riportato alla ribalta il nostro amatissimo giallo romano Fiume pagano e ve ne diamo qui una piccola anticipazione:

“Fiume pagano” è un prodotto letterario o più semplicemente della buona narrativa d’evasione?
Nessuno dei libri che escono oggi è un prodotto letterario, checché ne pensino i vari vincitori del premio Strega. Prodotto letterario lo diventeranno, se mai, nel giudizio dei posteri. Per quanto ci riguarda, siamo molto fiere di produrre buona narrativa d’evasione. Vivaddio.

lunedì 14 marzo 2011

Il maestro, Margherita e la magia di una lettura difficile


Partiamo dall'inizio. Non ero convinta. Sul romanzo di Bulgakov avevo ricevuto pareri contrastanti: da capolavoro assoluto e una fantozziana cagata pazzesca. Restava il fatto che "Il maestro e Margherita" era ed e' uno di quei libri che "devi" aver letto, non foss'altro per poterne parlare con cognizione di causa (cosa che, per inciso, non e' prassi consolidata tra dotti commentatori in Rete). Cosi', sconfitta in partenza da "Guerra e pace" (che giace sul mio comodino ormai da tempi immemori), ho decido di prendere Woland per le corna e ho dato inizio al cimento. Non e' stata una lettura facile. La mia familiarita' con i chilometrici nomi russi e con la traslitterazione del cirillico si perde nei tempi eroici dell'universita', quando dopo due trenta e lode in storia della Russia e dell'Asia Centrale accarezzai l'idea di studiare il russo. L'idea mi si rivolto' contro come il grosso gatto di Bulgakov accarezzato contropelo e quindi desistetti. Non e' stata una lettura facile. La scrittura di Bulgakov e' densa di non detto, di rimandi storici, di satira contro il regime che lo tenne ai margini negandogli la tessera di scrittore (come se tale qualifica potesse darla un governo, un partito... meditate gente, meditate). Il romanzo va contestualizzato negli anni in cui venne scritto e riscritto e poi lasciato sostanzialmente incompiuto. E' un fuoco pirotecnico, uno spettacolo circense come solo un russo poteva immaginarlo. Ha gli stessi colori intensi della cattedrale di San Basilio, delle icone, dei mosaici. Ha lo splendore delle cupole dorate. C'e' l'anima russa dentro. Bulgakov ci ha lasciato una serie di scatole cinesi, anzi, una matrioska in forma scritta. E non e' un caso se la parte piu' preziosa sia quella custodita piu' a fondo tra le quasi 500 pagine di storie, di intrecci, di magie e di ricoveri in manicomio. Ho adorato il romanzo di Ponzio Pilato e ho condiviso la decisione di Margherita di vendersi l'anima al diavolo pur di salvare quel romanzo che ossessiona il maestro al punto da spingerlo alla pazzia. Il romanzo di Ponzio Pilato e' il nocciolo di questo libro e del messaggio che Bulgakov ci ha lasciato. Il maestro ha scritto la storia dell'uomo piu' frainteso nella storia dell'umanita'. Il vigliacco per eccellenza, colui che non seppe ascoltarsi e preferi' lavarsene le mani piuttosto che prendere la decisione di salvare il Nazareno. Il maestro lo immagina, di piu', lo crea devastato dall'impossibilita' di tornare indietro per salvare quel giovanotto. Ponzio Pilato si addormenta e sogna che il supplizio sul Golgota non sia mai accaduto. Ma la realta' lo riafferra, implacabile e lo destina a un limbo dove il tormento e' senza fine perche' e' rimpianto. Il maestro e' talmente ossessionato dalla storia e dal destino di Ponzio Pilato da decidere di distruggere il manoscritto e di rinchiudersi in manicomio. Ma non serve, perche' il manoscritto ce l'ha tutto scritto nella mente. La vera prigione di Ponzio Pilato, il vero rimpianto sul coraggio perduto (o mai trovato) e' proprio lui, il maestro. Per questo Woland, Azazello, Ippopotamo e Koroviev piombano su Mosca e sconvolgono tutto il mondo stantio dell'intellighenzia creando uno scompiglio, un vortice di distruzione che ha il suo fulcro nella necessita' di liberare il maestro dal manicomio, restituirlo all'amore incondizionato di Margherita. Ucciderlo. Anzi, ucciderli entrambi. Una morte che e' rinascita per i due amanti e liberta' per Ponzio Pilato. Il personaggio, cancellato dalla memoria del suo creatore, e' libero di riprendere la passeggiata col Nazareno su una strada di luna, di riprendere a parlare di umanita' e di filosofia con quel giovane dall'aspetto dimesso e dalla grandissima mente. Margherita e il maestro sono liberi a loro volta di continuare ad amarsi in un livello di esistenza superiore, che nulla ha a che spartire con la nostra idea di inferno. E Woland? La solitudine di Satana alla fine del romanzo e' il momento piu' alto, laddove egli spiega che l'ombra e' parte integrante della luce. Woland e' strumento di Cristo in persona. E' Cristo che lo ha mandato a liberare Ponzio Pilato dalla mente del maestro, a liberare il maestro dalla propria ossessione. Una simbologia che si dispiega e riannoda tutti i fili lasciati in sospeso dandoci la reale misura del potere della scrittura, anzi, della creazione attraverso le parole.

venerdì 11 marzo 2011

Pensare ad altro? No, pensare alto

Ho bisogno di alzare lo sguardo, di partire per altri lidi, di pensare "alto" sorvolando a volo d'uccello la meschinita' cui ci costringono giorno dopo giorno. E cosa puo' portarti oltre la banalita' se non un libro? In attesa di riuscire a portare a termine la lettura (faticosa, ma quanto importante) di "Il maestro e Margherita" di Bulgakov, vi riprongono le mie impressioni su un altro libro difficile ma fondamentale: "Underworld" del genio Don DeLillo.

“Ti sei mai imbattuto nella parola velleità? Possiede una bella eco tomistica. La volontà al suo livello più basso. Una piccola cosa, un desiderio, una tendenza. Se hai una volontà debole, finisci per vivere nelle pieghe più superficiali delle tue preoccupazioni. Stiamo andando a parare da qualche parte?”

“E’ la tua confessione, padre”

Il dialogo è tra Nick Shay (ma il suo vero cognome è Costanza, suo padre è uscito a comprare le sigarette e non è più tornato. Nick è un adolescente arrabbiato, talmente arrabbiato da aver ucciso un uomo senza alcun motivo valido. Finisce in riformatorio, poi in una scuola per ragazzi speciali, gestita dai gesuiti ) e Padre Paulus. Un dialogo surreale, come quasi tutti quelli che Don DeLillo ci propone in questo monumentale romanzo “UNDERWORLD” di 880 pagine (ed. Einaudi).
Nick Shay è solo uno dei protagonisti di queste pagine che, non ve lo nascondo, ho faticato a leggere fino in fondo. Sarà che all’inizio DeLillo dedica 59 pagine alla descrizione, quasi la telecronaca diretta, di una partita di baseball. Si tratta della finale di campionato del 1951 tra i Giants e i Dodgers, tutte e due squadre di New York. I Giants sembrano destinati alla sconfitta, poi alla battuta va Bobby Thompson. Ralph Branca gli lancia la palla, Bobby la colpisce ed entra nella leggenda con un fuoricampo cui assistono Frank Sinatra ed un gruppo di suoi amici, tra cui il direttore dell’F.B.I. Edgar J. Hoover. Una messe di informazioni enorme, ma tutto quello che DeLillo vuole dirci, in realtà, è che la palla del fuoricampo finisce nelle mani di un ragazzino di colore che si è imbucato.
Cosa c’entra Nick Shay? Lo scopriremo molto più avanti, seguendo innanzitutto le sorti di quella storica palla da baseball macchiata di verde dall’impatto con un pilone dello stadio e, attraverso essa, la storia degli Stati Uniti avanti e indietro tra il 1951 (anno della partita, ma anche anno del primo esperimento nucleare dell’Unione Sovietica all’interno dell’atmosfera), il 1962 (la crisi dei Tredici giorni con Cuba e il rischio della Terza Guerra Mondiale), gli anni della contestazione giovanile tra il ’68 e il ’70, le lotte contro la discriminazione razziale, l’elite radical-chic newyorkese e un’artista che dipinge i bombardieri nucleari americani abbandonati nel deserto dell’Arizona, l’affermarsi di una mentalità ecologista e di riciclo e recupero dei materiali di scarto. Nick Shay si occupa di rifiuti, gira l’America alla ricerca dei migliori metodi di riciclo e recupero. Non è un appassionato di baseball, non è appassionato di niente in realtà. Non riesce a superare l’abbandono del padre e si è convinto che sia stato rapito e ucciso, lui piccolo allibratore di Little Italy, dalla mafia italiana. Tra l’altro è bravissimo a imitare la voce roca del classico mammasantissima in puro stile “Padrino”.

John Updike di questo libro ha detto: “DeLillo riesce a leggere le ambiguità sinistre della recente storia americana nella nostra vita di tutti i giorni,soffocata dalla tecnologia.”

Salman Rushdie: “Underworld è uno splendido libro di un maestro americano.”

Non so se hanno ragione. So che leggere questo romanzo-fiume è una full-immersion nel mondo americano, nelle sue contraddizioni, nei suoi difetti, nei passaggi fondamentali della sua storia recente. Lo stile di scrittura è molto particolare e, credo, non passerebbe il vaglio di certi censori in giro sul Web. Soggetti plurali che reggono verbi al singolare, ripetizioni ossessive nei dialoghi, il passaggio senza soluzione di continuità da una situazione ad un’altra. Si parla della madre di Nick Shay, invalida, chiusa in una stanza con un televisore e l’impianto di aria condizionata. Poi, all’improvviso: “Aveva delle impunture rosse…” La mamma di Nick Shay? No, la palla da baseball marca Spalding di cui si era parlato circa quattro pagine prima. Un esercizio di concentrazione senza pari. Ma ci sono delle perle, tante, troppe per citarvele tutte.
Ancora dal dialogo tra Nick Shay e padre Paulus:

“…Credevo di non dover imparare le cose a memoria.”

“Sono le idee, che non devi imparare a memoria. E non prenderci troppo sul serio, quando arricciamo il naso di fronte all’apprendimento a memoria. La ripetizione a memoria aiuta a costruire l’uomo… Le cose di ogni giorno rappresentano la conoscenza più trascurata. Questi nomi (stanno parlando delle parti che compongono una scarpa n.d.r.) sono vitali per il tuo progresso. Cose quotidiane. Se non fossero importanti, non useremmo una parola così splendida di derivazione latina. Ripetila.”

“Quotidiano.”

“Una parola straordinaria che suggerisce la profondità e la portata del luogo comune.”


Se, come me, siete appassionati di storia americana, non potete perderlo.