Visualizzazione post con etichetta olimpiadi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta olimpiadi. Mostra tutti i post

domenica 5 agosto 2012

I miei articoli per "La Sesia": Il prezzo della rivoluzione industriale


Venerdì 27 luglio, attraverso gli schermi delle tv di tutta Italia, abbiamo assistito a due situazioni: la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Londra e il blocco dell’intera città di Taranto da parte degli operai dell’Ilva. Della cerimonia di Londra è stato detto che è stata una delle più belle delle ultime edizioni, forse la più bella in assoluto. Dagli operai della più grande acciaieria d’Europa che tenevano in scacco Taranto ci è giunta la peggior dichiarazione di sconfitta mai pronunciata. Quella che sancisce il prezzo definitivo della rivoluzione industriale: “meglio morire di tumore che di fame.” Cosa lega questo meglio e questo peggio in un caldo venerdì di fine luglio? La concomitanza e un rapporto di causa – effetto. Durante la splendida cerimonia londinese la magia degli effetti speciali ha fatto fiorire dal verde impareggiabile della campagna inglese svettanti, oscure ciminiere. Il regista Danny Boyle ha voluto ripercorrere la storia della Gran Bretagna e non si poteva prescindere dall’impatto devastante della rivoluzione industriale. Fu la forza del carbone, delle macchine a vapore, delle ciminiere a portare il Regno Unito in cima al mondo. E nessuno si oppose alla coltre di polvere nera che rese la campagna meno verde e il cielo meno azzurro. Si chiamava progresso. Ma le ciminiere di Danny Boyle venerdì erano di cartapesta, circondate dal tripudio di un intero stadio osannante. Le ciminiere dell’Ilva di Taranto sono reali. Reali come l’atroce verdetto emesso da un abitante della Zona Tamburi, il quartiere di Taranto detto anche “dei morti viventi”: “meglio morire di tumore che di fame.” Sono passati due secoli dall’avvio della massiccia industrializzazione del pianeta e la contraddizione tra sviluppo e tutela dell’ambiente è ferma ai tempi dell’Inghilterra dickensiana. A Taranto lo chiamano “il minerale”. È la polvere che cala dagli scarichi delle ciminiere. A volte rosa, a volte scura, sale in alto portata dai vapori della lavorazione dell’acciaio, dal calore degli altoforni, poi scende a posarsi sui giardini, sulle strade, sui panni stesi, sulle coltivazioni, sulle persone. La gente lo sa. Le donne spolverano via quella polvere tutti i giorni, più volte al giorno. Ma è una lotta persa in partenza. Perché, proprio come accadeva nell’Inghilterra delle prime fabbriche, respirare quei fumi, quelle polveri, era il prezzo da pagare per mettere a tavola il necessario. Le voci che salgono dalla Zona Tamburi si possono idealmente sovrapporre a quelle degli operai inglesi dell’Ottocento. Racconta una casalinga di Taranto: “Il dottore mi ha chiesto dove lavoro, perché i miei polmoni sono neri come il carbone. Ma non mi importa, la fabbrica deve rimanere aperta.” Non è una voce isolata, il coro è pressoché unanime. Certo, l’Ilva andrebbe risanata. Ma se l’alternativa al minerale che li intossica è la disoccupazione, gli operai di Taranto non hanno dubbi: nell’anno domini 2012, meglio morire di tumore che di fame.

Laura Costantini

martedì 21 febbraio 2012

Oggi su "La Sesia": Quando papà dice no

Non che non se ne sia parlato. Ma la notizia ha subito ceduto il passo a questioni più importanti: le prediche anticlericali di Adriano Celentano sul palco dell’Ariston e la farfalla inguinale liberata da Belen in assenza di fiori festivalieri. Eppure quel NO, chiaro e forte, meritava una riflessione. Ci siamo passati tutti, a meno di non esser nati in una famiglia facoltosa. I bambini, si sa, vivono in un mondo tutto loro che raramente fa i conti con la realtà. Così può succedere che non ci si renda conto della situazione economica della propria famiglia. E va benissimo così, perché l’infanzia ha i suoi diritti, primo fra tutti quello di non farsi gravare addosso pensieri e responsabilità che attengono agli adulti. Poi il giorno della consapevolezza arriva. È inevitabile. A seconda della generazione può esser stata la richiesta di una Barbie superaccessoriata, di un Subbuteo, di un motorino, dell’ultima Playstation, di un iPhone. Egoisticamente ignari del conto in banca dei nostri genitori, ci siamo presentati loro con la richiesta delle richieste. Quella da cui, in quel momento, facevano dipendere la nostra felicità presente e futura. Il no era un’opzione che ci sentivamo in diritto di non prendere neanche in considerazione. Eppure quel no è arrivato, prima o poi, per tutti. E il velo pietoso dell’illusione è caduto. Abbiamo pianto, inveito, pestato i piedi, minacciato fughe se non soluzioni estreme. Ma non è servito. Non poteva servire davanti all’unico argomento incontestabile: non ci sono i soldi. È esattamente questa la realtà che papà Mario Monti ci ha sbattuto in faccia la settimana scorsa. E niente come il no alla candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2020 ci ha dato la misura esatta dei nostri conti. Non ci sono i soldi. Avremmo dovuto saperlo, a fronte del giro di vite dato ai consumi, del rincaro dei carburanti, delle tasse a pioggia battente. E, in fondo in fondo, lo sapevamo. Ma se Monti avesse dato l’ok alla candidatura di Roma, tutto ci sarebbe apparso in una luce diversa. La luce che promana dai grandi progetti che possono pure restare sulla carta, tra un appalto truccato e l’altro, però danno l’impressione di magnifiche sorti e progressive. Come quando il passato governo quando ci abbagliava col miraggio di un avveniristico ponte sullo Stretto di Messina. Ma papà Monti è fatto di un’altra pasta. “Il governo non ritiene che sarebbe responsabile, nelle attuali condizioni dell’Italia, assumere l’impegno di garanzia dei costi delle Olimpiadi che il Cio richiede”. Poche, sobrie parole per ribadire il concetto: ragazzi, non ce li abbiamo otto miliardi e mezzo per non fare una brutta figura davanti al mondo. “Essendomi occupato di economia qualche volta - ha spiegato con la consueta ironia - so che […] ci possono essere scostamenti molto rilevanti fra preventivi e consuntivi”. Quindi inutile frignare e battere i piedi. Meglio distrarsi: pro o contro Celentano, pro o contro la farfallina di Belen.

Laura Costantini