Ho avuto la fortuna di essere un’aspirante scrittrice ben
prima di accedere al dorato mondo della Rete. Perché fortuna? Perché non
conoscevo nessuno, non avevo metri di paragone, non sapevo a chi rivolgermi e, soprattutto,
non sono incappata nei famigerati opuscoli “Dieci regole per l’esordiente
perfetto”, “Come farsi pubblicare”, “I dolori del giovane correttore di bozze”,
“Come inventarsi un best seller e trombare come un riccio”. Potrei continuare,
ma avete capito il genere. Leggevo. Ho sempre letto da che mi ricordi. Questo
non vuol dire che leggessi le cose giuste, anche a leggere si impara. Ma ebbi
la fortuna di incappare in un libro di Stephen King, “On writing”, e mi si aprì
un mondo. Perché, anche se non fa politically correct metterlo nero su bianco,
istintivamente diffidavo e diffido dei
corsi di scrittura creativa. A scrivere non si insegna, perché a scrivere
non si impara. Ci deve essere il quid di partenza e ognuno di noi, se dotato di
normale quoziente intellettivo, è in grado di capire se quel talento ce l’ha
oppure no. Partiamo dal presupposto che il talento ci sia e procediamo. Scrivere non è una colpa. Questo deve
essere chiaro, soprattutto alla luce di quanto troverete in Rete giorno dopo
giorno. Interviste ad addetti ai lavori disperati perché costretti a leggere
manoscritti ( fare l’idraulico no?), siti di case editrici che avvisano che i
manoscritti verranno espressamente richiesti (chiamano un numero a caso e chiedono:
avrebbe mica un inedito da sottoporci?), scrittori affermati che lamentano che
in Italia non si legge abbastanza e si scrive troppo (e potremmo discuterne).
All’inizio mi arrabbiavo. Ricordo scontri epici ai tempi del nostro primo blog,
quello su Splinder ormai sparito nel gorgo del web. Hanno cercato in tutti i
modi di convincermi che:
- se non hai all’attivo almeno un paio di corsi di scrittura
creativa non puoi saper scrivere, è lampante;
- se per guadagnarti da vivere non fai l’idraulico ma
(tappatevi le orecchie) il giornalista, allora non puoi pretendere di scrivere
narrativa perché la tua è una penna ormai impura (giuro, mi accusarono –
testuale - di aver prostituito la mia penna!);
- se insisti nell’insano proposito di voler scrivere, allora
non ti azzardare a cercare di pubblicare;
- se, non si sa bene come, ottieni di pubblicare, allora è
evidente che la tua unica vera aspirazione è andare ospite in qualche talk show
a dire la qualunque sulla cronaca spicciola;
- se hai pubblicato con una piccola casa editrice, sei un
povero sfigato (giuro, mi venne sbattuto in faccia insieme alla scansione di un
contratto Fazi e un elegante “Rosica!” da uno scrittore che oggi va di moda. E
lo scrittore non era Martone in incognito);
- se scrivi, pubblichi e sei pure femmina, allora è ovvio
che sforni roba che vorrebbe avvicinarsi alla collana Harmony ma non ne è
all’altezza (giuro, un tipo mascherato sotto un nickname mi ha sbattuto in
faccia questa considerazione aggiungendo un “ti piacerebbe!”).
Dite voi se non ce n’era abbastanza per scoraggiarsi. Ecco,
forse questo è l’insegnamento principale. Perché leggere con avidità, attenzione e voglia di imparare, scrivere scavandosi dentro fino
a toccare le corde più intime e vere, rifinire
come un artigiano curando la materia prima (la scrittura) e gli strumenti (la
documentazione) con tutta la cura di cui si è capaci, non basta. Senza la consapevolezza, dei propri limiti ma anche
del proprio valore, e la capacità di considerare fuffa della Rete ciò che è
fuffa della Rete, non si va da nessuna parte. E visto che non volevo certo
accodarmi alla folla dei vari autoeletti tutor per esordienti, aggiungo solo
una cosa: per pubblicare non si deve pagare. Mai. A me non servirono i guru
della Rete per capirlo, anche quando avevo solo 18 anni.
Laura