I nostri libri
Pagine
Pagine
Le nostre ultime pubblicazioni
Visualizzazione post con etichetta editoria. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta editoria. Mostra tutti i post
venerdì 4 agosto 2017
Di stima, di vendite, di narrativa e di ombrelloni
Giorni fa ho scritto uno status su facebook denunciando la delusione ricavata dalla lettura del racconto di un autore molto considerato il cui uso della consecutio lasciava parecchio a desiderare. Nello status avevo usato il termine stimato e qualche commentatore è venuto a chiedere: "stimato da chi?" Già, chi decide se un autore è degno di stima? Ho risposto che la persona in questione gode della considerazione dei lettori, vende moltissimo, e di conseguenza viene portata in palmo di mano dagli editori. La risposta non è piaciuta e, forse, non piace neanche a me. Ma è la verità. Un mio amico scrittore, ormai frequentatore abituale delle classifiche (quelle vere, non quelle settoriali di Amazon), ama dire che uno scrittore scrive per creare un dialogo. E solo i pazzi amano dialogare da soli. Se lo scrittore non arriva al lettore, anzi ai lettori, possibilmente molti lettori, ha fallito la propria missione. In parole più semplici (e di scrittura semplice parleremo) lo scrittore, per essere tale, deve vendere. Quindi è una questione di mercato? Ebbene sì. Anche chi confonde il congiuntivo con il condizionale nel raccontare le proprie storie, se vende, ha il diritto di considerarsi scrittore e pure stimato. Con buona pace dei miei sarcastici commentatori.
Un giorno, durante un evento voluto da un editore di valore come Francesco Giubilei, ebbi l'ardire di affermare, davanti a una platea di giovani amanti dei libri e di intellettuali, che liquidare con un'alzata di sopracciglio fenomeni editoriali da milioni di copie (Fabio Volo, Federico Moccia all'epoca, J.R. Rowling, Dan Brown, E.L. James, Stephanie Meyer) significa dare dei coglioni - scusate il francesismo - a milioni di persone che si sono prese la briga di comprare un oggetto-libro, o un e-book, e di leggerlo. E che sarebbe molto più intelligente fare uno sforzo di comprensione e chiedersi perché. Ottenni un educato, ma efficace, coro di buuuuuu e mi guadagnai fama di scribacchina alla rincorsa delle classifiche. Non è così, se vi interessa saperlo. Badate, io non sto parlando di valore del testo, del messaggio, dello stile. Se queste cose valessero Luigi Romolo Carrino - tanto per fare nome e cognome - venderebbe come un assassino e avrebbe vinto tutti i premi possibili. Al lettore si arriva anche apostrofando qual è. E creando frasi dove il massimo della complessità sia anteporre il complemento oggetto al verbo e al soggetto: "un vestito bellissimo ho comprato". Che pare uno scimmiottamento dell'intercalare di Montalbano, ma non lo è. E comunque a chi legge non importa. Sì, vi sento. Tutti lì ad alzare la mano per dire "a me sì". Certo. A voi sì. A noi sì. Ma a parecchi altri no, neanche di striscio. Vogliono leggere una storia semplice, rassicurante, di facile comprensione, che non richieda alcuno sforzo e alcuna conoscenza. Altrimenti certi romanzi "storici" con degli anacronismi da rizzare i capelli non avrebbero alcuna chance. E invece...
Ricapitoliamo? I lettori italiani sono pochi. Di questi pochi solo una minima parte pretende una certa qualità, tutti gli altri non ci fanno caso a queste impuntature da intellettuali. Storia interessante? Bene. Scritta coi piedi? E che sarà mai per gente che, spesso, ha difficoltà a decidere dove mettere l'acca nel verbo avere?
E passiamo alle vendite. La narrativa italiana, oggi, viaggia per compartimenti stagni. Le case editrici snobbano e ignorano il fenomeno self - publishing (errore, grosso errore). Le case editrici analogiche (solo cartacei) arricciano l'aristocratico nasino di fronte alle case editrici digitali (solo e-book) e snobbano il print on demand che consente alle digitali di accontentare senza problemi i lettori che amano il cartaceo. Ci sono autori self che vendono migliaia di copie e - udite udite - sono migliaia di copie di e-book, ovvero quelli che a detta di moltissimi addetti ai lavori, non vendono, non decollano, non hanno un futuro. Poi sono le stesse case editrici a spigolare tra quegli autori per trovare il prossimo bestseller andando su un prodotto già testato sui lettori entusiasti. Perché i lettori di e-book esistono e aumentano di giorno in giorno, con buona pace di autori che ritengono di essere di serie A quando il loro testo esce solo in cartaceo. L'idea è che un e-book non si nega a nessuno e che gli editori digitali pubblicano la qualunque, tanto non gli costa niente. Quindi succede che ci siano, di nuovo, sopracciglia alzate quando dici che stai per uscire in e-book. Scatta l'equivalenza e-book = libercolo da ombrellone. E arriviamo all'ultimo punto, ovvero i romanzi e gli scrittori da ombrellone. Se vendi non sei un artista della parola. Se pubblichi in self sei un analfabeta con velleità di scrittura. Se esci in e-book il tuo testo è una cagata. In tutti e tre i casi, sei da ombrellone. Ricordo un editor che, letto un nostro (mio e della socia) testo lo definì "buona narrativa di intrattenimento". E io ne fui felice. Perché, come ha detto Corrado Augias, se Dumas, Hugo e Dickens fossero vivi e attivi oggi sarebbero dei favolosi romanzieri da ombrellone. Loro, Verne, Salgari, tenevano i lettori per le palle e non li mollavano, puntata dopo puntata, colpo di scena dopo colpo di scena. Roba dozzinale? La leggiamo ancora oggi e con supremo godimento.
E se mi dite che i lettori di allora erano di un rango superiore rispetto a quelli di oggi, porto a esempio mia nonna Caterina. Classe 1916, titolo di studio terzo elementare. Adorava leggere e fu sei la prima a mettermi in mano una copia vetusta de "I tre moschettieri" di Dumas, per poi passare a "Il conte di Montecristo". E parlava dei personaggi come fossero cari parenti per i quali palpitare. Ecco. Avercene lettori così.
giovedì 29 giugno 2017
Questo NON è un corso di scrittura #10
La serialità, editori e lettori la vogliono, ma…
Ebbene sì, siamo alla decima NON lezione e affrontiamo un tema che poi ci condurrà a una riflessione sul mercato editoriale. No, non voglio che entriate in depressione, ma ci sono cose delle quali non si può non parlare. E la serialità è una di queste. Avete mai contattato un agente letterario? Io sì, più di uno, per la verità. E l’esperienza, con tutto il rispetto per la categoria che immagino sia formata da persone serie, è stata più che inutile deleteria. Introduco la questione agente perché sto per farvi vivere un dialogo telefonico che risale a qualche anno fa.
- Pronto, buongiorno, sono Laura Costantini, ho avuto il suo numero da XYZ, siamo amici. Vorrei sottoporle un nostro manoscritto. Mio e di Loredana Falcone. Sa, noi scriviamo a quattro mani e...
- Uhm. Che genere trattate?
- Beh, veramente ne abbiamo trattati molti.
- Sbagliato. Uno scrittore non deve confondere il lettore.
- Capisco, però noi preferiamo non confinarci in un genere specifico perché rischiamo di annoiarci.
- Il noir, adesso va il noir. Non per molto ancora, la parabola è discendente. Il vostro è un noir?
- No, veramente è un romanzo storico ambientato nel Messico di Benito Juarez, c’è una giovane giornalista che…
- Uhm, storico. Ma è fiction?
- Scusi?
- C’è fiction? Personaggi inventati? La gente con lo storico si annoia.
- Certo che sono inventati. Lo sfondo è storico, ma la protagonista è una giovane giornalista italiana che…
- È seriale?
- Scusi?
- Prevede un seguito? Ci sono altre vicende della giornalista?
- Veramente no. È una vicenda chiusa.
- Alla gente piace ritrovare protagonisti che già conosce. Vuole il personaggio seriale.
- Beh, noi avremmo scritto due gialli che hanno per protagonisti una coppia di investigatori, un giornalista e un carabiniere.
- Gay?
- No, sono solo amici.
- Uhm, i gialli stanno annoiando, ma si può vedere. Mandatemi i testi.
- Veramente sono già pubblicati.
- Ne avete uno nuovo con gli stessi personaggi?
- No.
- Allora, chiariamoci. Dovete decidere cosa volete essere. Se scrivete storico, scrivete solo storico. Se scrivete giallo, scrivete solo giallo. In ogni caso prevedete una serialità. Mai esaurire la vicenda in un unico romanzo. Almeno tre, se sono di più è meglio. Se c’è una storia d’amore è meglio. Se ci sono ostacoli e antagonisti è meglio. Il lettore va tenuto sul filo del rasoio.
- Sì, però, vede, noi volevamo capire se questo romanzo storico…
- Ok, avete deciso per lo storico. Allora vi presento come scrittrici di romanzi storici. Mi mandi il manoscritto e vediamo cosa si può fare. Ma vi avviso, è difficile. Le case editrici puntano altro. Storie contemporanee, seriali, un po’ tipo fiction televisiva. Ecco, perché non buttate giù un progetto editoriale seriale sulla falsa riga di una fiction? Siete in grado?
Ahinoi, rispondemmo di sì. Lavorammo strenuamente per elaborare la sinossi di tre volumi. Storia contemporanea, intreccio di amori adolescenziali e non, elemento giallo e segreto da scoprire, titolo accattivante e profonda aderenza alla realtà con tutte le problematiche correlate. Glielo sottoponiamo durante un incontro spostato d’orario e di location tre volte per venire incontro ai suoi impegni di agente del profondo nord in trasferta romana. Scorre, legge, scuote la testa, boccia. “Troppo televisivo” il verdetto. Il romanzo storico sul Messico poi è stato pubblicato, ma non grazie all’intervento dell’esimio agente.
Tutto questo per dire che il risultato non è lo stesso se si va da A a Z oppure da Z ad A. Mettiamo che scriviate una storia e vi innamoriate del protagonista. Mettiamo che vi rendiate conto che, al di là della vicenda in cui lo avete inserito, quel protagonista ha ancora molte cose da dirvi. Mettiamo che scopriate di avere per le mani un protagonista seriale, che pare una cosa Criminal Minds ma invece è, come abbiamo visto, molto positiva. Siete andati da A a Z e se il pubblico dei lettori si innamora come avete fatto voi del vostro personaggio, complimenti, avete vinto la scommessa.
Mettiamo invece che vi rendiate conto, da Harry Potter a Twilight, da Hunger Games a Rocco Schiavone, da Montalbano al commissario Ricciardi, che il personaggio seriale funziona. E che decidiate, a tavolino, di creare il vostro maghetto o vampiro o eroina distopica o commissario tormentato per poi costruirgli attorno storie, indagini, peripezie, amori. Andreste da Z ad A e, secondo il mio modesto parere, non funziona. Perché per reggere la serialità l’idea deve essere o estremamente banale oppure del tutto originale e il personaggio, maschio o femmina che sia, deve essere vero. Potreste contestare che, alla fine dei conti, tutti i personaggi sono costruiti a tavolino. Ne abbiamo parlato anche in queste nostre chiacchierate. Ma, ricordate?, ho una concezione della scrittura molto spiritual-animista. E credo che da qualche parte esistano sul serio tutti i personaggi che noi scribacchini mettiamo su carta. Esistono prima che li mettiamo su carta e sono loro a chiederci di raccontare la loro storia in uno o in cento volumi. Se siamo noi a deciderlo, ciò che ne risulterà sarà un progetto editoriale. Qualcosa di costruito. Venderà? Può darsi. Ma non resterà e, soprattutto, vi obbligherà a scrivere una serie di storie senza cuore, senza anima. Mi viene da dire senza valore. Per questo non pretendo di fare corsi di scrittura creativa. Se volete il consiglio giusto per diventare ricchi e famosi, non cercatelo qui.
venerdì 23 settembre 2016
Di condivisione, di plagio, di editoria e di lettori
Credo sarà un post lungo. Siete avvisati.
Comincio dall'inizio. Ai tempi di Splinder io e Loredana avevamo due blog. Uno legato alle esternazioni estemporanee (diciamo tipo bacheca Facebook), l'altro - chiamato non a caso Le storie di Lauraetlory - legato alla nostra produzione narrativa (tipo una attuale pagina autore). Neofite nel mondo digitale, comunque molto meno frequentato di oggi, e incatenate al ruolo di esordienti, volevamo farci leggere. E sul blog più narrativo cominciammo a pubblicare, a puntate, un intero nostro romanzo. L'adesione dei lettori, a loro volta tutti blogger, andò oltre le nostre aspettative. Ci fu chi definì quel romanzo "il più bel film che abbia mai letto". E ci fu chi ci scrisse in privato per chiederci se fossimo interessate a pubblicarlo, quel romanzo. Saltammo sulla sedia. Quel romanzo era "Le colpe dei padri" e nel 2008 vide la luce quale primissima uscita della casa editrice Historica di Francesco Giubilei. Ci prendemmo gusto. E cominciammo a pubblicare, a puntate, altri romanzi. Lo facemmo anche sul sito dedicato alle fanfiction, EFP, notoriamente dedicato alle seguaci di saghe e serie tv per immaginare avventure alternative per i loro personaggi preferiti. Ma c'era, e c'è ancora, uno spazio dedicato alle opere originali. Lì uscì, completo fino alla fine e con decine e decine di recensioni, il nostro western. Tanto che il romanzo trovò un altro coraggioso editore, Las Vegas Edizioni. Ci siete?
Non ci furono plagi e copiature. Ci furono troll e hater assortiti, ma quelli fanno parte del gioco. Mi dicono che oggi tutti è cambiato. In un lasso oggettivamente breve in termini di tempo, la Rete ha spalancato le porte a tutto e il contrario di tutto. E pare che adesso essere plagiati sia quasi la norma, mentre è scontato vedersi piratare gli e-book. Ora, come molti di voi sanno, ho il fondato sospetto che il mio romanzo a due sole mani, "Un diario vittoriano", che stava uscendo a puntate sul portale www.cultora.it , sia stato plagiato. E l'opera molto, troppo simile, sta per uscire in self. La comprerò, leggerò, capirò. Intanto però devo sospendere la pubblicazione. E, forse non lo crederete, ma è la cosa che mi dispiace di più. Come tutte le cose che mi riguardano, la storia di Robert e Kiran è partita piano, pianissimo. Pochi riscontri, pochi lettori. Poi, piano piano, si è conquistata attenzioni e sono arrivati lettori che attendevano con ansia la nuova puntata. L'attenderanno invano, da oggi in poi. E vi dirò che ne sono talmente spiacente da aver ventilato, tra me e me, di contattarli e spedire loro i capitoli in privato. Mi dicono, però, che così sminuisco la mia opera, il mio valore come autrice. Pare che per essere riconosciuta come autrice valida si debbano avere sì, lettori, ma lettori paganti. I soldi, diciamocelo, non fanno schifo a nessuno. Pretendere, come sento fanno in molti, di arricchirsi a suon di libri, e-book e uscite quindicinali, è velleitario. Io quando ricevo il rendiconto dei diritti da parte dei nostri editori, mi sento piena di gratitudine, come se mi stessero facendo un regalo. Sì, lo so, non dovrei neanche dirlo. Ma la cosa più importante, per me, è sempre stata la condivisione. Vedere le nostre storie attraverso gli occhi, il cuore e le emozioni di chi ci legge. Un commento, un'osservazione, un ringraziamento o una maledizione (ce ne giungono da chi perde il sonno sui nostri libri) sono il compenso più grande e più gradito. E qui veniamo al discorso lettori (ve lo avevo detto che sarebbe stato un post lungo).
I lettori in Italia sono pochi. E di quei pochi, la maggior parte sono quelli che nella scelta si lasciano guidare da classifiche, anche quelle istantanee di Amazon (alzi la mano chi non è stato primo in classifica su Amazon almeno una volta), prezzi modici e appartenenza a determinati generi. Tutte motivazioni valide e ricordiamoci sempre che de gustibus e quel che segue. Ma mentre siam sempre lì a sparare a zero sugli editori vigliacchi, gli autori incapaci, la distribuzione cinica e bara e i librai pigri, non spendiamo mai una parola sulle responsabilità dei lettori. Perché una responsabilità esiste e pesa.
Spostiamo lo sguardo sulla tv, tasto meno dolente perché meno coinvolgente per tutti noi. Ci sono serie tv superlative, scritte con tocchi di genio, girate con perizia e dovizia di mezzi, recitate da veri e propri artisti. Hanno seguito? Sì, molto, Ma non moltissimo, attenzione. A ben vedere c'è una tribe planetaria di orgogliosi nerd che si passano le dritte e i link per questa o quella serie, per poi affollare forum di dibattito e condivisione dell'immenso piacere di una bella storia ancor meglio raccontata. Poi ci sono le fiction e soap opera. Colori spenti, tutto girato in uno scalcagnato teatro di posa, recitazione basica, costumi tirati via (ho visto dei falsi storici per quanto riguarda i costumi... meglio che taccia), emozioni di quelle genialmente raccontate da Boris. Colpi di scena prevedibilissimi, situazioni sbrodolate per mesi. Ci siete? Ebbene, il seguito di tali fiction e soap opera è irraggiungibile da una qualsiasi delle suddette superlative serie tv. Cosa voglio dire? Ebbene, se un lettore da un libro (ma stento a definirli tali) pretende solo intrattenimento banale e fine a se stesso, se non gli importa della qualità della scrittura, dell'uso della punteggiatura, della sintassi a pene di segugio, se, anzi, pretende un uso della lingua italiana basico, elementare, che non preveda alcun tipo di sforzo. Insomma, se siamo di fronte a un lettore passivo esattamente come un telespettatore di quelle fiction e soap opera di cui sopra, allora di cosa vogliamo parlare? Perché sono gli stessi lettori ai quali non interessa se quella storia sia o meno farina del sacco di chi l'ha scritta, non interessa capire come sia possibile sfornare un libro (?) ogni quindici giorni. Sono gli stessi che affollano Amazon di stelline e aggettivi superlativi per storie che non stanno in piedi a partire dalla sinossi. Sono gli stessi, alla fine, che determinano che quell'autore (?) si veda proporre da una CE medio-grande una pubblicazione, certi del riscontro.
Guardando in faccia questa desolante realtà io proporrei di tutelare i veri lettori, quelli che sanno riconoscere uno stile, un'idea, un uso della lingua diverso per lo meno da quello dei pensierini della terza elementare. Rendiamoli specie protetta. Coccoliamoli, vezzeggiamoli, teniamoceli ben stretti. Io e Loredana ne abbiamo una bella raccolta e, grate da sempre, da oggi in poi li ameremo con convinzione e consapevolezza della fortuna di averli incontrati. Non ci renderanno ricche, no. Ma non li cambieremmo per niente al mondo con quella massa che sparge stelline a piene mani tra le recensioni di Amazon.
Etichette:
amazon,
autori,
classifiche,
condivisione online,
editori,
editoria,
lettori,
plagio,
sfogo
giovedì 8 maggio 2014
E poi decidi che te ne freghi, e scrivi un romanzo di fantascienza
E' andata proprio così.
Abbiamo ascoltato saggi consigli e dritte di esperti.
Il noir è inflazionato.
Lo storico non tira.
Magari una roba sentimentale.
Perché non provate un seriale, tipo fiction tv?
Certo, lo young adult sarebbe una garanzia...
Alla fine, parafrasando il finale del film "Bianco, rosso e Verdone", abbiamo raccolto la messe di indicazioni editorial-markettare indirizzandole verso un luogo ameno e abbiamo deciso di salire a bordo di un'astronave chiamata Ulisse e partire alla volta dello spazio sconosciuto.
Se vi va, questo è un piccolo estratto. Dedicato a un uovo molto, molto particolare.
Abbiamo ascoltato saggi consigli e dritte di esperti.
Il noir è inflazionato.
Lo storico non tira.
Magari una roba sentimentale.
Perché non provate un seriale, tipo fiction tv?
Certo, lo young adult sarebbe una garanzia...
Alla fine, parafrasando il finale del film "Bianco, rosso e Verdone", abbiamo raccolto la messe di indicazioni editorial-markettare indirizzandole verso un luogo ameno e abbiamo deciso di salire a bordo di un'astronave chiamata Ulisse e partire alla volta dello spazio sconosciuto.
Se vi va, questo è un piccolo estratto. Dedicato a un uovo molto, molto particolare.
La scena che mi trovo davanti entrando
nel laboratorio di Al è curiosa: il nostro esperto di intelligenza artificiale
ha insaccato la propria mole su uno sgabello e, mento sulle mani, fissa
concentrato quello che ormai tutti noi chiamiamo l'uovo. L'oggetto, sottratto
al nostro ospite prima degli esami clinici, levita a pochi centimetri dal suo
naso. Non ho mai avuto modo di vederlo da vicino. La superficie in questo
momento è opaca, dà un'impressione di pienezza che contrasta con la capacità di
librarsi. Non so fino a che punto sia Al a studiarlo o viceversa. Di sicuro
appare insondabile.
Al non si è accorto della mia
presenza, l'uovo sì. Ruota con la parte più affusolata verso di me, come a
puntarmi. Al si gira.
“Vorrei poterti dare delle risposte,
comandante. Ma è buio assoluto. Ho provato con i sensori, con i raggi, col
cacciavite, anche, ma non ha fessure, non ha comandi, non è permeabile a
qualsiasi tipo di ispezione interna. Ho provato col freddo, col caldo, l'ho
immerso in un fluido, l'ho colpito, ho provato a scalfirlo, graffiarlo,
insultarlo. Ho tentato di instaurare un dialogo, anche telepatico, ma niente da
fare.”
“E' piacevole scoprire che qualcuno
abbia ancora voglia di scherzare.”
“Non è uno scherzo, l'ho anche usato
come pallone da rugby, ma torna indietro, come un boomerang. Ah, per la
cronaca, non ha peso... Nel senso che è impossibile pesarlo, non si posa mai su
una superficie. Ha un intenso campo magnetico antigravitazionale.”
Mi siedo. La superficie dell'uovo
adesso è vagamente traslucida e lascia intravedere un simbolo come quelli sul
viso e sulla mano dell'alieno.
“Impressioni?”
“Sembra dotato di vita propria. E'
evidente che mi ha lasciato fare tutti i tentativi perché lo ha voluto.
Altrimenti non sarei riuscito neanche a toccarlo.”
“Che sensazione ne hai avuto,
toccandolo?”
“Strana... prova, non ti farà del
male.”
Esito, poi sollevo la mano e l'uovo
sembra facilitarmi il compito spostandosi verso le mie dita. E' morbido,
elastico, vibrante... vivo. Per un attimo mi si forma nella mente l'immagine di
un grosso gatto scuro che fa le fusa e mi fissa. Con occhi grigio ghiaccio.
Ritraggo la mano, come scottasse. Cerco lo sguardo di Al.
“Che ti dicevo? In realtà nessuno di
noi può riuscire a toccare la superficie vera e propria. Il campo magnetico lo
protegge e la sensazione che hai avuto è determinata da questa specie di scudo
protettivo.”
“Hai idea di cosa accadrebbe se
decidesse che non vuole essere toccato?”
“Cerco di non averne. Da un punto di
vista strettamente scientifico è quanto di più interessante mi sia capitato, ma
non ti nascondo che a livello energetico ha un potenziale illimitato. E' come
tenersi in grembo una bomba atomica.”
© Laura Costantini - Loredana Falcone
Etichette:
editoria,
fantascienza,
romanzo,
scrittura
lunedì 4 marzo 2013
Erase e rewind
Cancella e riavvolgi. E' anche il titolo di una bella canzone, ma in questo caso è una sorta di viatico che intendo dare a me stessa e a questo spazio. Ho il brutto difetto di crederci, nelle cose e nelle persone. E ogni tanto credo nella cosa o nella persona sbagliata. Così succede che uno pensa di essere a buon punto su una certa strada e invece scopre di essere a un pessimo punto su un sentieruncolo sconnesso. Poco male, se riesci a capirlo e se hai la forza necessaria a cancellare e riavvolgere. Ancora una volta.
In soldoni:
- pensavo che questo blog potesse entrare a far parte di un progetto innovativo, che innovativo non è per niente e ripropone sempre le solite solfe su chi deve decidere cosa, ergo questo blog rimane esattamente quel che è: un luogo dove io (spesso) e Loredana (raramente) mettiamo su carta virtuale stati d'animo, riflessioni e quello che ci passa in quel momento per la mente e sotto gli occhi, libri compresi;
- pensavo di avere un rapporto di fiducia con una persona che credeva nel nostro lavoro, mi sbagliavo e da questo deriveranno dei cambiamenti;
- pensavo che il mio entusiasmo nel dare spazio a tutto ciò che di bello incontro sulla mia strada, anche e soprattutto libri di autori che hanno bisogno di visibilità, dovesse per forza di cose creare una sinergia;
- pensavo che chi diceva di credere nel nostro lavoro, volesse anche impegnarsi per quel lavoro;
- pensavo, e questa è la cosa più grave di tutte, l'errore peggiore, che ci fossero molte più persone come me e non ce ne sono.
Detto questo, e senza annoiarvi ulteriormente, erase e rewind. Al netto delle delusioni restano alcuni punti fermi: Loredana Falcone e il valore della nostra scrittura. Tutto il resto è fuffa.
In soldoni:
- pensavo che questo blog potesse entrare a far parte di un progetto innovativo, che innovativo non è per niente e ripropone sempre le solite solfe su chi deve decidere cosa, ergo questo blog rimane esattamente quel che è: un luogo dove io (spesso) e Loredana (raramente) mettiamo su carta virtuale stati d'animo, riflessioni e quello che ci passa in quel momento per la mente e sotto gli occhi, libri compresi;
- pensavo di avere un rapporto di fiducia con una persona che credeva nel nostro lavoro, mi sbagliavo e da questo deriveranno dei cambiamenti;
- pensavo che il mio entusiasmo nel dare spazio a tutto ciò che di bello incontro sulla mia strada, anche e soprattutto libri di autori che hanno bisogno di visibilità, dovesse per forza di cose creare una sinergia;
- pensavo che chi diceva di credere nel nostro lavoro, volesse anche impegnarsi per quel lavoro;
- pensavo, e questa è la cosa più grave di tutte, l'errore peggiore, che ci fossero molte più persone come me e non ce ne sono.
Detto questo, e senza annoiarvi ulteriormente, erase e rewind. Al netto delle delusioni restano alcuni punti fermi: Loredana Falcone e il valore della nostra scrittura. Tutto il resto è fuffa.
Etichette:
editoria,
libri,
riflessione,
scrittura,
sfogo
mercoledì 2 gennaio 2013
Scrivere Donna, ovvero il rapporto delle donne che scrivono con l'editoria: Barbara Risoli
Le interviste complete le trovate sul sito www.scrivendovolo.com e le linkerò di volta in volta. Ma mi piace isolare qui alcune risposte che ritengo importanti.
Barbara Risoli (qui l'intervista completa), scrittrice di romance storici, ci ha detto:
"Un tempo si sentiva dire che la letteratura rosa era di serie B, i nasini si storcevano e si srotolavano frasi del tipo ‘io guardo solo Quark’, ‘io leggo solo Dante’. Tuttavia, c’è sempre stato un dato discordante: il rosa è sempre stato il più venduto nel mondo, si badi bene… nel mondo. Ma le autrici si sono imposte con forti iniziative in questi anni, hanno urlato più forte e adesso il genere non è più considerato inutile e senza senso. E io confermo che, se si vuole scrivere un buon rosa (specialmente se storico) bisogna studiare, lo strafalcione storico è una condanna a morte per un autore, come lo è il congiuntivo sbagliato."
Voi che ne pensate?
Barbara Risoli (qui l'intervista completa), scrittrice di romance storici, ci ha detto:
"Un tempo si sentiva dire che la letteratura rosa era di serie B, i nasini si storcevano e si srotolavano frasi del tipo ‘io guardo solo Quark’, ‘io leggo solo Dante’. Tuttavia, c’è sempre stato un dato discordante: il rosa è sempre stato il più venduto nel mondo, si badi bene… nel mondo. Ma le autrici si sono imposte con forti iniziative in questi anni, hanno urlato più forte e adesso il genere non è più considerato inutile e senza senso. E io confermo che, se si vuole scrivere un buon rosa (specialmente se storico) bisogna studiare, lo strafalcione storico è una condanna a morte per un autore, come lo è il congiuntivo sbagliato."
Voi che ne pensate?
venerdì 27 luglio 2012
In principio fu il manoscritto... riflessione sul mondo dell'editoria visto dal basso
Dopo aver letto esternazioni
varie e argomentate di librai ed editori sulla difficoltà di vivere con i
libri, mi è venuta voglia di scrivere questo post. Il titolo non è messo lì a
caso. In principio fu il manoscritto. La prima volta che elaborai il concetto
mi trovavo, ignorata commentatrice, sul blog di Vibrisse. Ora, va detto che ero
all'inizio della mia conoscenza con la realtà editoriale. Quando io e Lory
abbiamo pubblicato il nostro primo libro correva l'anno 2006 e noi eravamo due
Alici nel paese delle meraviglie (oddio, meraviglie) dell'editoria italiana.
L'unica cosa che sapevamo per certo era che pagare per pubblicare era un errore
da non fare mai, tutto il resto lo avremmo imparato sulla nostra pelle negli
anni a venire. Ma torniamo al manoscritto. Su quel post di Vibrisse si
confrontavano fior di addetti ai lavori uniti in un coro di lamentele contro la
mole di manoscritti di esordienti che erano costretti a non dico leggere, anche
solo toccare. A sentirli sembrava che quei cumuli di carta pieni di speranze e
di sogni fossero in realtà spazzatura altamente contaminante. Mi incazzai e
scrissi loro che senza quei cumuli di carta, il loro lavoro non sarebbe
esistito. Nessuno mi rispose.
Oggi, a distanza di sei anni,
posso dire con cognizione di causa che molte delle loro osservazioni non erano
sbagliate. Il problema stava nel fatto che io mi basavo sulla mia esperienza:
potevano e possono non piacere, ma i nostri manoscritti sono scritti con cura,
senza incongruenze, senza assurdi refusi, senza banalità, con un lavoro di
documentazione certosino alle spalle. Pensavo fosse così per tutti e mi
sbagliavo. Ma il discorso rimane.
Al netto degli esordienti con
manie di grandezza e paranoie complottiste (l’editoria italiana per loro è
tutta volta a non riconoscere la grandezza del capolavoro che ritengono di aver
scritto), l’atteggiamento del mondo editoriale nei confronti degli autori è di
fastidio. Cazzo vuole questo? Ha scritto un romanzo, e allora? Vorrà mica che
noi ci sbattiamo per pubblicarlo, distribuirlo, farlo conoscere al pubblico?
No, dico, vorrà mica guadagnarci pure qualcosa?!
Di editori, piccoli e medi,
ormai ne ho conosciuti parecchi e il discorso è sempre lo stesso: io ci investo
i soldi e l’autore che fa? Pretende che io abbia un ufficio stampa efficiente,
che organizzi presentazioni, che magari riesca a ottenergli un passaggio tv
oppure lo iscriva a un premio. Ti rendi conto?
Ciò di cui io, autrice, mi
rendo conto è che ci sono troppe cose che non funzionano nel mondo dell’editoria.
A partire dalla conventicola imbattibile dei distributori. Per quel che so (e
se qualcuno ha dei dati sarei grata se li fornisse) a conti fatti il distributore
è quello che ci guadagna di più da un libro. Non chi lo scrive (‘sto fortunello
dovrebbe accontentarsi della sua copia omaggio e non rompere le balle), non chi
lo pubblica (che effettivamente ci investe denaro, non fosse altro che per la
fattura del tipografo), non chi lo vende (che c’ha da mantenere il negozio con
l’affitto, le tasse e tutto il resto), bensì chi lo distribuisce. Ovvero chi lo
trasporta nelle librerie e convince il libraio a prendere quelle 4/5 copie da
relegare in magazzino in attesa di renderle.
Sarò strana io, ma a me sembra
un’assurdità. E mi viene da pensare che sia tutta italiana, ma forse mi
sbaglio.
Cosa vorrei? Vorrei rispetto.
Perché senza nulla togliere al lavoro del resto della filiera produttiva di un
libro, in principio c’è sempre, ci deve essere, un manoscritto. Che appartiene
all’autore che ha creato quel mondo e quei personaggi. La materia prima la
fornisce lui. E non è una materia prima grezza, perché io a questa storia che
siano gli editor a rendere un libro fruibile non ci credo. E se accade, allora
vuol dire che il manoscritto era da buttare. Gli editor sono dei rifinitori il
cui lavoro, rispettabilissimo, non sempre fa la differenza. Altrimenti mi viene
da chiedere: perché non lo scrivono loro un libro? Son come le sarte che danno
qualche punto al vestito, ma il vestito l’ha voluto, creato, disegnato lo
stilista. E se un modello piace e vende, vi parrebbe logico che a guadagnarci
fossero tutti, escluso lo stilista?
In principio fu il manoscritto.
Tra mille da cestinare ce n’è sempre uno che vale la pena. Cercarlo, scovarlo e
portarlo alla luce è compito degli addetti ai lavori. L’editore lo pubblica, il
distributore lo porta alle librerie, il libraio lo vende. E tutti insieme
dovrebbero dire grazie a chi l’ha scritto.
lunedì 16 aprile 2012
Progetti editoriali che vanno in porto e altri no
Chi ci conosce, a me e Lory, sa che scriviamo. Tanto. Da tanti anni. Con inalterata passione. Non lo facciamo per diventare ricche e famose. Lo facciamo perché ci piace. Ogni giorno di più. Farci leggere, condividere le emozioni è importantissimo e per questo ci siamo battute per pubblicare alcuni romanzi. Non abbiamo mai pagato per farlo. Abbiamo incontrato l'entusiasmo di chi ha avuto fiducia nelle nostre storie. Ma è anche successo, e continua a succedere, che romanzi nei quali crediamo molto non trovino una loro strada. In questo post voglio raccontarvi due esiti diversi che, fatalità, si convogliano in questo stesso giorno.
Anni fa abbiamo scritto (e poi riletto, rimaneggiato, rivisto, riscritto e levigato) un thriller con elementi mistery, Il puzzle di Dio. E' un romanzo ambizioso, complesso. Noi lo amiamo, ma forse non è questo il suo momento. Ci piace, però, condividere con voi la lettera che proprio oggi una casa editrice che stimiamo molto, ci ha inviato dopo aver letto il manoscritto:
Buongiorno Laura,
ti contatto in merito al manoscritto che qualche tempo fa aveste la cortesia di affidarci in valutazione.
Devo fare una premessa importante, prima di esporre la nostra decisione riguardo quanto emerso dalle letture che abbiamo concluso: Edizioni #### sta attraversando un periodo di forte revisione interna, perciò per assicurare lo standard qualitativo e una continuità nei confronti della linea editoriale purtroppo stiamo tagliando molti progetti e anche pubblicazioni programmate da tempo. Pertanto allo stato attuale non siamo in grado di prendere in carico una pubblicazione, il futuro incerto ancora non ci permette di delineare certezze e soprattutto di avanzare promesse editoriali che non siamo sicuri di poter mantenere: siamo davvero rammaricati, perché il vostro romanzo ci è piaciuto.
Affinché questa non rimanga una comunicazione tout-court, in allegato ti invio la scheda di valutazione che abbiamo stilato a seguito dell'analisi del romanzo: spero contenga sufficienti elementi e dettagli per chiarire quali sono i punti che, secondo noi, rendono il romanzo interessante e degno di attenzione editoriale, e abbiamo segnalato anche qualche piccolezza che magari può aiutarvi se vorrete intervenire sul testo alla luce di questi suggerimenti.
Vi saluto intanto, e rimango a disposizione per qualsiasi informazione ulteriore voi abbiate necessità, vi ringrazio ancora per la fiducia che ci avete accordato e lascia che vi esprima a titolo personale il mio dispiacere per non avere potuto concludere un progetto che aveva tutti i numeri per diventare un eccellente libro.
Non è una risposta positiva, però ci ha fatto molto piacere. E vi assicuro che la scheda di valutazione è circostanziata nei minimi dettagli e fornisce elementi preziosi di riflessione per un'eventuale ulteriore lavoro di perfezionamento.
Ma per un progetto che non decolla, ce n'è uno che sta rapidamente accelerando. Anni fa abbiamo scritto un romanzo western. Sì, avete letto bene. Immediatamente ci hanno dato delle folli: western? oggi? non ha mercato! Okay, ci siamo dette, verifichiamo. Lo abbiamo postato a puntate sul sito www.efpfanfic.net tra il 2009 e il 2010 e l'accoglienza è stata a dir poco entusiastica. Sentite cosa ci scrive uno dei 4000 contatti ricevuti (con 183 recensioni e neanche una negativa):
Più procedo nella lettura e più prendo consapevolezza del fatto che sei (o siete, non mi è ancora ben chiaro quante siano le autrici XD) riuscita a costruire un vero e proprio romanzo in piena regola. E' tutto curato fin nei minimi particolari, ogni parola è studiata eppure risulta estremamente naturale, come se fosse sempre stato quello il suo posto - in quella frase, in quella riga, dedicata a quel personaggio o a quella situazione. Mi sembra a dir poco... perfetto. Ogni cosa è calibrata, è nella giusta misura, sia le descrizioni - che dimostrano uno studio accurato, per fare un esempio, della vegetazione di quei luoghi - che i dialoghi, davvero brillanti. Ciascun personaggio ha un proprio fascino e una psicologia che si delinea sempre più chiaramente capitolo dopo capitolo; non trovo nulla di banale, e soprattutto nulla di prevedibile in questa storia. C'è stile, c'è equilibrio, c'è semplicità e sinteticità nella giusta misura, e perfino quella vena di mistero che impregna ogni singola scena permane anche dopo ben quarantacinque capitoli. E pensare che c'è ancora così tanto da dire!
Ora quel romanzo sul sito non c'è più. Perché sta per essere pubblicato da un giovane e intraprendente editore che non più darti di 5 minuti fa mi scriveva: dai che facciamo il botto!
Mi direte che non è Mondadori, non è Einaudi, non è Piemme. E noi rispondiamo che conta come e più che se lo fosse. Perché ci mette del suo, ci crede. Come ci crediamo noi.
Anni fa abbiamo scritto (e poi riletto, rimaneggiato, rivisto, riscritto e levigato) un thriller con elementi mistery, Il puzzle di Dio. E' un romanzo ambizioso, complesso. Noi lo amiamo, ma forse non è questo il suo momento. Ci piace, però, condividere con voi la lettera che proprio oggi una casa editrice che stimiamo molto, ci ha inviato dopo aver letto il manoscritto:
Buongiorno Laura,
ti contatto in merito al manoscritto che qualche tempo fa aveste la cortesia di affidarci in valutazione.
Devo fare una premessa importante, prima di esporre la nostra decisione riguardo quanto emerso dalle letture che abbiamo concluso: Edizioni #### sta attraversando un periodo di forte revisione interna, perciò per assicurare lo standard qualitativo e una continuità nei confronti della linea editoriale purtroppo stiamo tagliando molti progetti e anche pubblicazioni programmate da tempo. Pertanto allo stato attuale non siamo in grado di prendere in carico una pubblicazione, il futuro incerto ancora non ci permette di delineare certezze e soprattutto di avanzare promesse editoriali che non siamo sicuri di poter mantenere: siamo davvero rammaricati, perché il vostro romanzo ci è piaciuto.
Affinché questa non rimanga una comunicazione tout-court, in allegato ti invio la scheda di valutazione che abbiamo stilato a seguito dell'analisi del romanzo: spero contenga sufficienti elementi e dettagli per chiarire quali sono i punti che, secondo noi, rendono il romanzo interessante e degno di attenzione editoriale, e abbiamo segnalato anche qualche piccolezza che magari può aiutarvi se vorrete intervenire sul testo alla luce di questi suggerimenti.
Vi saluto intanto, e rimango a disposizione per qualsiasi informazione ulteriore voi abbiate necessità, vi ringrazio ancora per la fiducia che ci avete accordato e lascia che vi esprima a titolo personale il mio dispiacere per non avere potuto concludere un progetto che aveva tutti i numeri per diventare un eccellente libro.
Non è una risposta positiva, però ci ha fatto molto piacere. E vi assicuro che la scheda di valutazione è circostanziata nei minimi dettagli e fornisce elementi preziosi di riflessione per un'eventuale ulteriore lavoro di perfezionamento.
Ma per un progetto che non decolla, ce n'è uno che sta rapidamente accelerando. Anni fa abbiamo scritto un romanzo western. Sì, avete letto bene. Immediatamente ci hanno dato delle folli: western? oggi? non ha mercato! Okay, ci siamo dette, verifichiamo. Lo abbiamo postato a puntate sul sito www.efpfanfic.net tra il 2009 e il 2010 e l'accoglienza è stata a dir poco entusiastica. Sentite cosa ci scrive uno dei 4000 contatti ricevuti (con 183 recensioni e neanche una negativa):
Più procedo nella lettura e più prendo consapevolezza del fatto che sei (o siete, non mi è ancora ben chiaro quante siano le autrici XD) riuscita a costruire un vero e proprio romanzo in piena regola. E' tutto curato fin nei minimi particolari, ogni parola è studiata eppure risulta estremamente naturale, come se fosse sempre stato quello il suo posto - in quella frase, in quella riga, dedicata a quel personaggio o a quella situazione. Mi sembra a dir poco... perfetto. Ogni cosa è calibrata, è nella giusta misura, sia le descrizioni - che dimostrano uno studio accurato, per fare un esempio, della vegetazione di quei luoghi - che i dialoghi, davvero brillanti. Ciascun personaggio ha un proprio fascino e una psicologia che si delinea sempre più chiaramente capitolo dopo capitolo; non trovo nulla di banale, e soprattutto nulla di prevedibile in questa storia. C'è stile, c'è equilibrio, c'è semplicità e sinteticità nella giusta misura, e perfino quella vena di mistero che impregna ogni singola scena permane anche dopo ben quarantacinque capitoli. E pensare che c'è ancora così tanto da dire!
Ora quel romanzo sul sito non c'è più. Perché sta per essere pubblicato da un giovane e intraprendente editore che non più darti di 5 minuti fa mi scriveva: dai che facciamo il botto!
Mi direte che non è Mondadori, non è Einaudi, non è Piemme. E noi rispondiamo che conta come e più che se lo fosse. Perché ci mette del suo, ci crede. Come ci crediamo noi.
giovedì 22 marzo 2012
Editoria a pagamento: è davvero il male assoluto?
Mi sto ponendo un problema strettamente letterario: sono da sempre contro l'editoria a pagamento e questo credo si sappia. Però in questi giorni sto leggendo un romanzo che è stato pubblicato a pagamento. Ed è buono. Molto buono. E' la seconda volta che mi succede. Alla prima accettai anche di presentarlo in libreria, quel romanzo. In questa occasione credo che ne parlerò molto bene e mi attirerò le ire di chi, giustamente, combatte questo genere di editoria. Però, prima di partire lancia in resta, io proporrei una riflessione. E' risaputo che pubblicare a pagamento non serve a niente. E' risaputo che il proprio valore letterario non ne uscirà rafforzato, anzi. E' risaputo che una pubblicazione a pagamento non fornisce all'autore una valutazione onesta, un lavoro di editing, una diffusione. Ma senza alcun lavoro di editing quel romanzo (che sto leggendo) è più che buono. Se la scrittura è accurata. Se la storia ha un'anima che grida. Insomma, se è un bel romanzo, perché l'autore è stato costretto/ha scelto di pubblicarlo così? Ci sarà qualcosa di sbagliato solo nella sua scelta o anche nel modo in cui un manoscritto accede alla pubblicazione vera?
Iscriviti a:
Post (Atom)


