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lunedì 6 novembre 2017

Doccia fredda #26 L'appuntamento

E con questo "appuntamento" molto particolare si conclude il contest. Il vincitore o la vincitrice di uno dei nostri romanzi verrà proclamato dalla socia a suo insindacabile giudizio. Restate connessi.
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L’appuntamento

“Sei mio.”
Un lento sorriso incurva le labbra di Deanna, mentre il suo sguardo avvolge la figura solitaria seduta al banco del bar. Rimane per un momento a bearsi di quella vista e di quel pensiero, scaturito nella mente nell’istante in cui i suoi occhi si sono posati sull’uomo che, nell’impeccabile gessato blu, sorseggia il suo Sazerac senza prestare troppa attenzione agli altri avventori. È tipico del suo carattere, del resto. È bravissimo a far finta che il resto del mondo non esista, almeno quanto lo è a concentrarsi completamente su quello che gli interessa. Deanna lo sa bene. È una delle sue caratteristiche che l’ha intrigata di più, fin dall’inizio.
Avanza di un passo verso il bancone, aggiustandosi i capelli con un gesto inconsapevole. Ha aspettato così a lungo quel momento. Lo ha sognato, perfino, e non è da lei. Da quanto non le capitava di sognare un uomo? Forse non lo aveva mai fatto, nemmeno quando era una ragazzina. Ma lui è diverso, niente da dire, è unico, e l’ha fatta penare non poco, per arrivare a quell’appuntamento.
Un altro passo. Un sospiro le sfugge dalle labbra, costringendola a fermarsi ancora. E se non andasse bene? Esita, ma solo un istante. Non è il momento per i dubbi, non è il momento per le paure. Ormai è così vicino, ancora qualche passo e potrebbe toccarlo. Toccarlo… La curva dritta e precisa delle spalle fasciate dalla giacca dal taglio ineccepibile è in effetti molto invitante. Ti fa venire voglia di lasciar scorrere le mani su quella simmetria perfetta, di misurarne la consistenza, la solidità attraverso il tessuto. Chissà se lui ne è consapevole? Ovvio. Lui è consapevole di tutto quello che lo riguarda. O quasi. Per questo è sempre stato così difficile coglierlo di sorpresa. Chissà se questa volta lei ci riuscirà?
Respira profondamente, facendosi coraggio. Un uomo elegante seduto a un tavolino la squadra con evidente approvazione. Sa di essersi preparata con particolare cura, quella sera. Insolito per una come lei, sempre attenta solo alla praticità. Ma quel completo dal taglio severo le sta bene, glielo hanno sempre detto. Il trucco è leggero, come sempre, ma enfatizza i suoi lineamenti vagamente androgini, le labbra naturalmente turgide. Ci sono poche donne nel bar, nonostante l’ora, ma lei è sicuramente la più attraente. Inutile negarlo. Quel pensiero le fa nascere un nuovo sorriso, e anche un po’ d’imbarazzo. Lui apprezzerà? Si renderà conto che è per incontrarlo che si è fatta bella?
Quell’interrogativo, e lo sguardo di gradimento dello sconosciuto, le infondono sicurezza. Raggiunge il bancone senza ulteriori indugi e prende posto allo sgabello accanto al suo. Per un momento non gli si rivolge direttamente, consapevole dello sguardo di lui su di sé, del modo in cui percorre il suo profilo, la curva del lungo collo. Solo quando è certa che l’abbia guardata bene, si gira lentamente e lo fissa negli occhi.
“Sono impressionato, signorina Ernani.” Lo sembra davvero. La sua voce è calda, il suo sguardo avvolgente. Deanna non abbassa gli occhi, ma si ritrova a deglutire, suo malgrado. Forse è anche arrossita.
“Lieta di essere riuscita a impressionarla, signor Leanti” ammette lei, arricciando le labbra in un piccolo sorriso. “Non è certo facile, con un tipo come lei.” Lui pare prenderlo come un complimento, e fa cenno al barman perché gli serva un altro cocktail.
“Immagino che offrirle da bere sia fuori luogo” aggiunge poi, mentre il barista resta in attesa. Deanna lo congeda con un breve cenno di diniego.
“Grazie. Magari un’altra volta. Ma le lascerò il tempo di finire il suo drink, non si preoccupi. L’albergo è circondato, nel caso pensasse di riuscire a scappare” chiarisce, senza smettere di sorridergli.
Lui la soppesa, un’espressione sorniona, che qualsiasi altra donna troverebbe irresistibile. E sì, inutile negarlo, lo trova irresistibile anche lei, accidenti a quegli occhi ardenti, a quella bocca sfrontata!
“Sono suo prigioniero, dunque?” domanda Walter Leanti, in un sussurro complice.
“All’incirca. Più propriamente è in arresto” lo corregge lei. “Ma se si comporterà bene eviterò di ammanettarla qui davanti a tutti” aggiunge, protendendosi verso di lui e sussurrando a sua volta. Probabilmente dall’esterno sembrano due amanti che si scambino parole tenere e audaci.
“Credo che non mi dispiacerebbe essere ammanettato da lei, signorina Ernani” ammette l’uomo, e sorride come un gatto al sole. “Magari in un’altra occasione…”
“Dubito avrà molte occasioni, da qui ai prossimi quindici anni” ribatte lei, sorridendo a sua volta. “Ma non si può mai dire” conclude, strizzandogli l’occhio.
Walter Leanti fa una faccia dispiaciuta, che rimane pur sempre una gran bella faccia. Si alza dallo sgabello, si sistema la cravatta di seta, rivolge un cenno di saluto al barista. Poi guarda Deanna.
“È stato comunque un piacere, signorina Ernani” la saluta, con una nota di rammarico nella voce.

“Ispettore capo Ernani, se non le dispiace” lo corregge Deanna, alzandosi a sua volta. “Vogliamo andare?” Gli indica l’uscita, e gli agenti in borghese che lo stanno aspettando. Mentre lo scorta fuori è consapevole degli sguardi di invidia degli uomini e delle donne che li vedono sfilare insieme. Dopotutto quella è la sua serata.

domenica 5 novembre 2017

Doccia fredda #25 Sono tra noi

ffrrrsssshhhhfffffrrr 05 529 FELAK 17 09 08 98 TEPEPShchIK 95 59 95 59 TPLEABF 95 25 25 9 ffrrrsssshhhhfffffrrr

Una voce robotica con accento russo aveva interrotto il fruscìo che ormai da quarantanni contraddistingueva la stazione radio UVB-76. Tutto faceva pensare a un codice cifrato. Ivan andava a caccia di misteri radiofonici per hobby: dal suo covo, lo scantinato di casa sua, registrava e ascoltava le trasmissioni, con un orecchio sempre puntato verso UVB-76. Nessuno conosceva il significato di quei messaggi in codice, né l'origine: Ivan era convinto si trovasse a Pskov, in Russia; altri erano pronti a giurare di averla individuata in altri luoghi di mezzo mondo.
Stanco e assonnato, la mezzanotte era passata da poco, controllò lo stato della pubblicazione della registrazione in Rete: completo! Pensò e decise di andare a dormire.

Cond0r46 era riuscito a intrufolarsi nei sistemi di sicurezza della Dassault Group, specializzata in aviazione militare, ed era sicuro che avrebbe trovato i dati super segreti di un nuovo modello di jet da guerra. «Tombola!» Esclamò. Era dentro. Adesso non doveva far altro che passare per i corridoi e riempire il carrello. Man mano che i dati venivano analizzati dal suo programma, notò che per qualche strana anomalia nella rete, di essere atterrato nel sistema di sicurezza dell'edificio, controllo delle telecamere compreso. Se non fosse stato per gli allarmi lanciati dai sensori, sarebbe uscito e avrebbe killato la connessione. Avviò lo streaming di una telecamera a circuito chiuso, la quale puntava verso l'ingresso in direzione delle porte. Due uomini uguali, gemelli verrebbe da pensare, apparentemente albini e glabri, indossavano un completo nero quando entrarono decisi e puntarono verso gli uffici, dove la telecamera non poteva vedere.

Cond0r46 cercò un'altra telecamera. Provò a rilevare altri allarmi dai sensori ma... connection timed out. Provò a ricollegarsi, ma niente: schermo nero. Fine dei giochi.

ffrrrsssshhhhfffffrrr 04 979 DRENDOUT 28 52 44 71 TRENERSKIJ 37 52 13 21 ffrrrsssshhhhfffffrrr

 Annagiulia era da poco rientrata a casa. Accese la tv e, mentre svolgeva le faccende di casa, la sua attenzione fu catturata da un'edizione speciale del telegiornale; si accomodò sul divano, alzò il volume e seguì con attenzione l'inviata, che appariva visibilmente scossa. La tv però aveva qualche problema di ricezione.

«Qui Laura in diretta da zzZZZZzzzzZZZ per raccontarvi di un evento eccezionale: sembrava un nuovo attacco terroristico zzzzZZZZZzzz, quando una gruppo di velivoli ZZZzzzzzZZZ. I testimoni hanno riferito che erano neri e non sembravano fossero zzzZZZzzzzZZZ... per il momento la situazione sembra esser tornata alla normalità se non fosse per lo spavento. zzzZZZZZzzz.»

Si agitava nel sonno. Sembrava che tutti, lì, teste di cuoio comprese, potessero leggere nella sua mente. Dal passamontagna si intravedevano quegli occhi vitrei simili a quelli di un rettile, così freddi e dallo sguardo truce. Aspettavano qualcosa al buio, in silenzio, chini e con le armi pronte. Poi, piano piano cominciarono a sciamare verso un edificio abbandonato come se qualcuno avesse lanciato il comando. Uno di loro la fissava dritta negli occhi. Era nella sua mente: vedeva tutto ciò che lei vedeva, ne avvertiva la presenza dentro di sé, ma non comunicava, era familiare.
Si girò di nuovo dall'altra parte, nel sonno. Le teste di cuoio, così com'erano entrate nell'edificio, uscirono nel totale silenzio per poi ritornare ai loro furgoni neri e senza insegne, né targhe.
«Ma cosa...» Sognò di dire. Due uomini vestiti di nero, apparentemente albini e glabri, le davano le spalle, mentre in silenzio osservavano l'edificio bruciare. Quando le teste di cuoio furono tutte di nuovo a bordo dei furgoni, i due uomini vestiti di nero entrarono in una Ford modello anni ‘80 anch'essa nera, senza insegne, né targhe e andarono via. Il suo contatore geiger effettivamente segnalava la presenza di radiazioni insolitamente alte per la zona, tuttavia niente di pericoloso per la salute. Andy era giunto nei pressi di un edificio abbandonato dopo che la notizia del rogo spontaneo aveva scatenato la comunità ufologica internazionale. I segni di un rogo erano evidenti e alcuni muri diroccati poco più in là presentavano fori i cui contorni erano anneriti e netti: un laser così potente in grado di perforare i muri? Decenni fa una frana impediva l'accesso dalla ferrovia e dalla strada, così i treni furono dirottati verso un'altra linea più moderna e la piccola stazione fu abbandonata. Prima la sterpaglia e poi via via il bosco ingoiava l'edificio. Mentre proseguiva il giro raccontando il luogo e riprendendo con la sua GO PRO, notava che i binari erano fusi. Senso di smarrimento, di confusione,... si risvegliò nel suo letto; il sogno era ancora vivido nella sua mente, ricordava una forte luce che lo accecava un attimo prima di svegliarsi. Ricordava fin troppo e le sensazioni sembravano troppo reali per essere solo un sogno; forse si stava eccessivamente preoccupando, forse il lavoro era diventato troppo stressante e invasivo.

venerdì 3 novembre 2017

doccia fredda #24 Help

9 settembre
Seguito il consiglio dell’amica Anna: basta riempire la casa di detersivi, meglio comprarne uno multiuso. Trovata offerta al minimarket. Con pochi centesimi ho avuto un litro di detergente.
Ansiosa di verificare i risultati promessi.
10 settembre
Lavate finestre del soggiorno. Smontate tende e messe in lavatrice. Passato battitappeto sul divano.
Il nuovo detersivo, HELP, è faaantastico.
11 settembre
Materassi deacarizzati. Raschiata muffa dalle pareti della doccia. Scozzonati pensili della cucina e rivestiti con carta a fiori rossi e blu.
Gli stessi colori del flacone del mio nuovo detergente per la casa.
12 settembre
Lucidata libreria in camera dei ragazzi. Lustrati ottoni delle testiere dei letti. Sgominata polvere dalle mensole. La moquette non è venuta molto bene, avrà bisogno di una seconda passata. In compenso il meraviglioso profumo del nuovo detergente sta diventando il profumo della mia casa.
Soddisfatta.
13 settembre
Ho usato Help per il forno e la lavastoviglie. Mi-ra-co-lo-so. Domani se non piove provo a sgrassare il barbecue. Dovrebbe farlo Lui, visto che lo insudicia per le sue serate tra uomini, ma sono troppo curiosa di vedere se il mio nuovo amico funziona anche sul grasso bruciato.
Elettrizzata.
14 settembre
Il barbecue sembra appena uscito dal negozio del ferramenta qui all’angolo. Mi piange il cuore al pensiero che basterà una grigliata per rovinare un così bel lavoro.
Incredibile: la stanza dei ragazzi è ancora in ordine. Peccato per quelle macchie sulla moquette. Ma non mi arrendo.
Determinata.
15 settembre
La vicina di casa mi osserva nascosta dietro le tende mentre tiro a lucido le assi dello steccato. Sono sicura che muore dalla voglia di chiedermi il nome del mio nuovo detersivo.
Crepa vecchia ciabatta, non lo saprai mai!
16 settembre
Ho aspettato un’ora davanti alla serranda chiusa del market. Ieri ho vaporizzato l’ultima goccia di Help sul calcare ingiallito del water del bagno degli ospiti. Deve essersi sparsa la voce: sullo scaffale era rimasta una sola bottiglia di Help.
Ora è mia!
17 settembre
La pentola dei fagioli che ho cucinato… ieri? è ancora piena. Benedetti ragazzi e le loro diete ipocaloriche. Ora mi tocca buttare tutto nella spazzatura. Questo lezzo di legumi stantii sta vanificando il profumo meraviglioso che mi riempie le narici da quando Help è con me.
17 settembre, ore diciannove e trenta
Non riesco a leggere le istruzioni sul retro del flacone. Possibile che Help possa aiutarmi a riportare in vita il servizio di argenteria di mia madre? Quanto sono stupida, non mi resta che provare.
17 settembre, ore ventitré e trenta
E’ buffo osservare la mia faccia sulla lama lucida del coltello da pietanza. Ma come brilla! Cavolo, dovrei rifarmi la tinta, il solco nero che mi divide in due la testa sembra lasciato dal dito sporco di grasso di un meccanico. Un meccanico che non ha incontrato te, mio dolce, caro, preziosissimo Help.
18 settembre, ore due del mattino
Che strano, credevo di aver un mucchio di panni sporchi da lavare e invece la cesta è vuota. Ci avranno pensato i ragazzi? Magari sono mortificati di vedere la loro mamma sgobbare come una forsennata da mattina a sera. Quasi, quasi domani gli preparo una cheese cake… magari no, il forno è così puuulito.
18 settembre, ore sette
Sei pronto per la sfida delle sfide, mio amato, adorato, insostituibile amico? Si, lo sei. Per questo stamattina affronteremo le piastrelle della cucina. Il nemico che abbiamo di fronte si fa forte di anni e anni di fritture. Ma noi lo annienteremo… e adesso che ti succede? Ti si è otturato il beccuccio? Ho capito, mi metti il broncio per via delle macchie persistenti sulla moquette in camera dei ragazzi. Prometto che appena avremo finito con le piastrelle saliamo di sopra.
Ora fa’ il tuo dovere, da braaaavo.
18 settembre ore cinque del pomeriggio
Cazzo, cazzo, cazzo. Ne ho abbastanza di voi, maledette macchie figlie di puttana. Non potete farmi questo. Non potete restarvene lì dopo ore e ore che strofino, strofino, strofino. Non vi permetterò di rovinare tutto. E non state lì a fissarmi, la colpa non è di Help, lui è perfetto. La colpa è di quel deficiente che ho sposato. Gliel’ho avrò detto mille volte che il panna non era adatto a una camera per ragazzi. Adolescenti con la mania delle diete e del succo di mirtillo.
Ma a mali estremi, estremi rimedi. In fondo mi basta un taglierino.
18 settembre ore cinque e un quarto
E’ sempre la solita storia: quando hai bisogno di qualcosa non la trovi neanche se ti impicchi. Eppure ricordo di averlo usato quel maledetto taglierino, dove diavolo l’avrò lasciato? Forse…non resta che andare a vedere.
Sono così stanca.
18 settembre ore cinque e trenta del pomeriggio
Cerco di non lasciarmi prendere dallo sconforto. I piedi si trascinano sul parquet lucido del corridoio. La porta del ripostiglio è a pochi metri ma sento che potrei non farcela. Qualcosa mi chiude la gola, un miasma che sembra arrivare dall’inferno. E una tremenda verità si fa strada nella mia testa: ho dimenticato di pulire il ripostiglio.
Mi avvicino,  adesso ci sono. La mano destra si ritira davanti alla maniglia tutta incrostata. Un liquido scuro scivola fuori da sotto la porta e aggredisce la punta delle ciabatte. Mio Dio ha un odore orribile. Mi tappo il naso e la bocca reprimendo l’impulso di vuotare lo stomaco. Ma mentre resto paralizzata dal disgusto questa merda continua a uscire, mi circonda. Se mi muovo la spanderò dappertutto.
Okay, resto ferma. Tanto si sta facendo ora di cena. Tra poco rientreranno tutti.
A salvarmi.





mercoledì 1 novembre 2017

Doccia fredda #23 Il piano

Il piano

«Troppo rischioso» disse Stan, la faccia torva.
Joey annuì. «Non ho alternative.»
«Come no?» Stan allargò le braccia. «Aspetti il processo, ti danno due o tre anni, ti armi di pazienza e quando esci stai meglio di prima.»
«Seee!» Joey allargò le mani. «Sai in due o tre anni quanti altri se ne trova Sarah?»
«Chi se ne frega di Sarah, mica devi sposarla.»
«Veramente sì.»
«Ma chi, quella?» Stan si spalmò la mano sulla fronte. «Joey, a suo tempo l’ho conosciuta pure io, Sarah. In senso biblico, mi capisci? Io e tutta la banda.»
Joey strinse i denti. «Non mi provocare, Stan. Guarda che Sarah con me fa sul serio. Quindi non mi provocare o ti ammazzo.»
«Eh. Bravo. Allora sì che la galera te la fai a vita.»
«La galera non me la faccio, io.» Si chinò e abbassò il volume. «Perché stanotte scappo.»
Stan si guardò intorno: nessuno che facesse caso a loro. «Questo me l’hai detto. Mi hai pure detto che prima vuoi scendere dalla finestra che hai scardinato, e poi scavalcare l’angolo del cortile vicino alla grondaia. Ma lo sai che ci mettono un attimo, i secondini, a tirarti giù a colpi di fucile?»
Joey sogghignò. «Non questa notte.»
«Ah no.»
«No, perché stanotte alle torrette del cortile ci sono Gordeyev e Lewis.» Proseguì con un filo di voce. «Gli ho fatto avere dei soldi.»
Stan curvò le sopracciglia. «A Lewis?»
«No, a Gordeyev.»
«Oh cazzo. Quanto?»
«Trecento subito. Altri millesette fra due settimane. Gli fanno comodo: divorzio, alimenti, debiti.» Intrecciò le dita e le fece scrocchiare. «Ha accettato quasi subito, quando gliel’ho fatto capire. Non è uno stupido.»
«Su questo ci sarebbe da discutere.»
«Okay, non sarà un genio, ma a due più due ci arriva.»
«Joey.» Stan gli mise una mano sulla spalla. «Alex Gordeyev è quello che al bingo di Natale non si era accorto di aver fatto cinquina. Quello che si è fatto beccare dalla moglie pluricornuta perché non cancellava i messaggi dal telefonino.»
«E allora? Se è un cretino che si mette nei guai, vantaggio mio. Non si accontenterà di un uovo oggi; starà ai patti per avere anche la gallina domani.»
«Ma tu ce l’hai, la gallina?»
«Se esco, sì che ce l’ho. Quasi ottomila galline, ben nascoste.» Notò lo sguardo stupito di Stan. «Ho risparmiato.»
«E per l’uovo come fai?»
«Già consegnato.» Sorrise. «Ci ha pensato Sarah.»
Stan spalancò gli occhi. «Quindi lei sa dove stanno i…  le galline?»
«Per forza, se no dove li prendeva i trecento?»
«E se adesso sparisce con tutto il pollaio?»
Joey sbattè il pugno contro la panca. «T’ho detto di smetterla, Stan! E poi anche se volesse farlo, e comunque non vuole, sa che troverei il modo di mandarle dietro qualcuno.»
«Quindi rispiegami» sospirò Stan. «Com’è che funziona…?»
«Alle tre, tutte le notti che è di turno, Lewis si assenta un paio di minuti, il tempo di prendere non so quale medicina.» Guardò bene in faccia Stan per assicurarsi che lo seguisse. «Io un po’ prima mi calo dalla finestra, che c’ho impiegato tre settimane a venire a capo delle sbarre e ho dovuto farmi aiutare da Rico. Dicevo, scendo e mi piazzo dietro il cassonetto della parete dove stanno le cucine. Appena Lewis va di sotto, Gordeyev fa finta di stiracchiarsi, e quello è il segnale. Corro fino all’angolo, salgo, arrivo in cima e scendo dall’altra parte.»
«Sali? Come niente fosse?»
«Eddai, Stan. Sono quattro anni che faccio furti in appartamento e mi alleno alle scalate. Dammi una parete con due crepe e mezzo mattone, e io vado su come uno scoiattolo.»
L’altro lo guardò per traverso. «E il filo spinato?»
«Cesoie belle affilate» sussurrò Joey, con il sorriso tronfio di chi rivela un segreto importante. «Procurate ieri, proprio da Gordeyev.»
«Oh.» Stan si accarezzò il mento. «Allora c’è dentro per davvero.»
«Dentro fino al collo.»
Le dita di Stan tamburellavano. Faceva sempre così, Stan, quando pensava. Dopo un po’, emise un verso che non si capiva se fosse perplesso o convinto. «Resta un piano rischioso. Tante cose che devono filare lisce, una dietro l’altra.»
«Ci credo, è un’evasione.»
«Se ti beccano?»
Joey alzò le spalle. «Se mi beccano, mi aumentano la pena. Ma è uguale, tre anni o cinque o dieci, se devo perdere Sarah. Lei ha detto che mi aspetta, ma… lo sai come va. Adesso ci crede, magari fra sei mesi no.»
Stan gli piantò gli occhi addosso. «Vorrei dirti che sei un coglione. E infatti lo sei. Però ti dico anche che hai le palle.» Gli diede una pacca su una spalla. «Può funzionare, ma prudenza e occhi aperti, eh?»
Joey gli strinse forte la mano. «Prima o poi ci si rivede, Stan.»

*          *          *          *          *

«E dunque?»
«Dunque, encomio e premio.» L’uomo ridacchiò e stese le gambe. «Per l’ottimo svolgimento del mio lavoro.»
«Dici che Joey ha sofferto?»
«Nah.» Un ultimo sorso dalla bottiglietta. «Due proiettili dritti in mezzo alla schiena, non avrà fatto in tempo a dire bao.»
Lei si fregò le mani. «Sapevo che su di te potevo contare, Alex. Sei stato fantastico.»
«E certo.» La tirò verso di sé. «Joey era un coglione. Secondo me credeva di averlo pensato lui, il piano.»
La ragazza rise. «A certi uomini basta buttare la parola giusta al momento giusto, e il cervello gli va dritto dove conviene che vada.»
«Sei stupenda, Sarah.» Il secondino la baciò vorace, lei lo lasciò fare. «Mi allunghi un’altra birra?»
«Certo, tesoro.» Sarah si alzò e raggiunse il tavolo su cui erano appoggiati il sacchetto della spesa, uno zaino semiaperto da cui sbucavano delle banconote, e il suo giacchetto. Infilò una mano nella tasca, estrasse una calibro 22 col silenziatore. «Arriva subito.»




lunedì 30 ottobre 2017

Doccia fredda #22 Campagna estiva



- Dio che caldo!
- Fatti una doccia!
- Oggi non c'è acqua!
L'irritazione dell'afa estiva, l'intolleranza a mille, perfino il fatti una doccia aveva amplificato il mio nervosismo.
C'era bisogno di dirmelo? Vive anche lui qui, lo sa che oggi non c'è acqua.
Non c'è acqua da settimane, dilazioniamo quella riempita nei giorni passati. E' tutto un caos di catini sparsi ovunque e il water è sempre sporco perchè lui non ci pensa a passarci lo spazzolone.
- Non c'è acqua – risponde quando glielo faccio notare – è normale avere il water sporco.
Ma tanto è inutile affrontare ancora l'argomento, mi risponderà come sempre che sono nervosa e di interrogarmi sul perchè, che non ha detto niente di strano, che vedo sottofondi inesistenti ovunque. Sottofondi inesistenti!
Ho taciuto volgendo lo sguardo altrove, verso i cani.
- Avrebbero bisogno di essere bagnati un po' – ha detto - è troppo caldo per loro!
Lo fa apposta, sta tentando di esasperarmi. E' così cristallino il suo comportamento che ci vedo perfino quel sottofondo inesistente!
- Mettiti sotto un albero, lì passa un po' d'aria.
- Non c'è vento.
- Pazienta.
- Ho solo detto Dio che caldo, non mi pare di essermi lamentata oltre.
- Pazienta.
- Ma mi ascolti?
- Se pazienti un attimo che io finisca di legare queste piante, ti ascolto.
- Due cose insieme no, eh!
- Sei lagnosa.
- Ho solo detto Dio che caldo!
- E' una lagna.
- E' una constatazione.
- E' una constatazione lagnosa.
Sono andata a farmi un giro per il bosco mentre lui continuava a legare piante, a sudare, a fare finta che questo caldo opprimente non ci fosse. Eroico, lui! Lo fa solo per dimostrarmi che sono sfinente, che se tollera lui posso tollerare anche io, che se mi si appiccicano le ascelle di sudore non è un dramma, che se i miei piedi sono neri per la polvere che c'è di fuori si può attendere che torni l'acqua, tanto qui non viene nessuno che possa notare che sono sporchi.
Sì, non viene nessuno, è vero.
Ha fatto in modo che potessimo stare soli per sempre. Non c'è nulla qui che possa essere invitante per altri. Ci sono solo alberi secchi, terra arsa, foglie in ogni angolo come fosse autunno. Non c'è neppure una strada che si dica tale per poter arrivare qui. Uscire poi è una tragedia immane, si rischia la vita in ogni istante, si rischia che la macchina si cappotti.
Ma lui non fa che ripetermi quanto sono impedita, quanto sono incapace di guidare, quanto sono solo pronta a lamentarmi di tutto.
Ho provato ad uscire a piedi ma a cento metri ci sono dei cani feroci a guardia di un gregge di pecore. Uno mi ha morso la caviglia ieri l'altro.
- Ti sta bene – mi ha detto – e ora provvedi da sola che qui il medico non arriva e io ho da fare.
Sono mesi che il telefono fisso gracchia, che non riesco ad avere una conversazione decente con un altro essere umano. Sono mesi che il cellulare mi invia messaggi che mi sono stati trasmessi settimane prima perchè qui non c'è campo e devo girovagare per trovare una tacca.
Sono mesi che gli chiedo di uscire un po' e di guidare lui fino al paese.
- Non sai stare sola.
- Usciamo, incontriamo gente, scambiamo qualche parola con altre persone.
- Se mi amassi, capiresti quanto può essere offensivo questo tuo mostrare fastidio al nostro stare insieme da soli. Ci ho provato a dirtelo che sei troppo socievole, troppo aperta, troppo comunicativa. Non c'è verso di farti capire che stare qui è l'unica possibilità che hai di essere una donna diversa.
Cammino nel bosco con i tafani che mi aggrediscono, che si legano al mio sudore, che tentano di bere il mio sangue che ribolle. Mi sembra di sentire lamenti di animali ovunque e immagino che da un momento all'altro il puzzo del mio sudore li attragga verso di me e mi prendano a morsi, dilaniandomi, placando la loro sete con il mio sangue caldo.
Sono esausta, ora torno di sopra e gli dico che è finita, che voglio andare via, che deve lasciarmi libera.
Salgo la scala nel bosco trafelata, perdo una scarpa tanto corro, ma non m'importa. Continuo a salire trafelata.
Non vedo altro che il momento in cui interromperò tutto questo assurdo silenzio e urlerò la mia rabbia, l'insofferenza per questo posto fuori dal mondo. Zittirò con le mie urla il cinguettio di questi uccelletti che cacano ovunque, spaventerò le lucertole che oziano su ogni zanzariera come fossero calamite dei ricordi di viaggi attaccate a un frigorifero. Urlerò talmente tanto che il mio fiato farà muovere le foglie sugli alberi, cascheranno tutte aumentando lo scrocchiare che sento sotto le scarpe a ogni passo, qul monotono scroc scroc quotidiano.
E' mentre salgo la scala che vedo l'accetta col manico rosso messa lì fra robaccia stipata che mi dice non sa dove mettere, l'accumulo di ferraglia, le bottiglie vuote piene solo di insetti sul fondo che stanno crepando e marcendo senza riuscire a risalire, le cassette di plastica deformatesi al sole, i due pneumatici sgonfi e i rumasugli di spazzatura che, a sentire lui, fanno concime. E invece puzzano, puzzano di un odore indefinibile, piene di api che cercano chissà cosa, ronzii di ogni minuscola specie alata.
E' ancora lì che lega lentamente quelle piante, con quella pacatezza che riesce solo ad aumentare la mia rabbia, che mi prende allo stomaco fino a farmi sentire la sensazione del vomito.
Ce l'ho fra le mani quell'accetta e non vedo altro dinanzi a me che la sua schiena che si sposta lentamente fra un movimento e l'altro. Gli arrivo alle spalle velocemente, come una furia, non ha neppure il tempo di girarsi tanto sono veloce.
Butto fuori un urlo disperato e zac! Gliel'ho piantata secca nella spina dorsale! Un unico colpo, netto, chiaro, vigoroso, con tutta l'energia che m'è rimasta.
Lo vedo piegarsi sulle gambe, senza neppure la forza di voltarsi. Si piega lentamente, cercando nella terra qualcosa a cui aggraparsi. E si accascia. Respira ancora. Gli vado davanti, mi allunga una mano per chiedermi aiuto. Lo guardo. Sputo sulla sua testa. Giro le spalle ed entro in casa.
Apro senza pensare il rubinetto del lavandino in cucina.
L'acqua scroscia a sorpresa.
E' tornata!







venerdì 27 ottobre 2017

Doccia fredda #21 Il sorriso dell'aviatore

Aveva respirato e mangiato polvere tante volte. Per le ristrutturazioni della casa.
Pareti abbattute e riedificate, stanze rivoluzionate, porte spostate.
La cucina, da angolo cottura, era arrivata a essere l'ambiente più spazioso dell'appartamento.
Mangio spesso fuori, diceva, ma quando ho voglia di tana devo avere i miei metri quadri.
Lavori e ancora lavori. Muratori su muratori con piastrellisti, idraulici ed elettricisti che smontarono e rimontarono quella casa come fosse un plastico.
Prima la carta da parati, poi muro, poi maioliche. Quella casa aveva cambiato volto così tante volte da non aver più nulla a che vedere con le carte catastali.
Una cosa, una sola, non era mai cambiata. Lo zio.
Quello zio aviatore che sorrideva nella cornice in una foto bianco e nero.
La calotta, gli occhialoni e una sciarpa sulla bocca. Ma attraverso le lenti si percepiva il sorriso di quel pilota della Regia Aeronautica.
Zio, poggiato con un gomito alla carlinga. Nell'altra mano una sigaretta. Zio, aitante e giovane aviere, che solo con quella sua posa ti raccontava il 15-18.
Le battaglie, le vittorie, la paura e la voglia di tornare a casa. Il suo sorriso a sfidare quella guerra puttana che allagò nel sangue mezzo mondo, infischiandosene se fosse rosso, giallo o nero.
Un bastardino, ai piedi dello zio. Io e "mistero", c'era scritto in calce alla foto. Perché nessuno seppe mai il nome di quel cane salvato dalla fame e dalle schioppettate.
Ma mistero fu anche nella sorte dello zio. Disperso, dissero. Probabilmente intrappolato e dimenticato nella carlinga della Regia Aeronautica.
Ma quella notte il sonno fu traditore. Il riposo a episodi senza dare mai il senso della totale rilassatezza. E poi sete, tanta sete. Quasi l'arsura.
Pochi passi fino a raggiungere la cucina, la grande cucina-tana con tanti metri quadri.
Vuota. La cornice era vuota. Un rettangolo di legno marrone e una lastra bianca.
Un rombo lontano tagliò la notte. Spalancò la finestra giusto in tempo per vedere lassù un biplano della Regia Aeronautica.

martedì 24 ottobre 2017

Doccia fredda #20 Lo strano caso della fioraia di West Norwood

Lo strano caso della fioraia di West Norwood
La bettola preferita di Arthur Dempsey sorgeva alle spalle della sede di Scotland Yard. E non era un caso, visti i contatti che foraggiava tra gli agenti della polizia metropolitana di Londra e gli inservienti dell’annesso obitorio diretto da Sir Lisander Orwell. Non si stupì, entrando in quel pomeriggio piovoso, di scorgere la nota sagoma di Oliver. Arthur scosse contro la coscia il cappello zuppo di pioggia, passò un fazzoletto sul volto e affrontò l’atmosfera fumosa e gravida di effluvi umani della bettola.
“Te lo fai un altro giro?”, chiese sedendo al tavolo occupato da Oliver.
L’uomo, portantino della Morgue e informatore prezioso, non alzò neanche la testa per accettare. Arthur fece cenno all’oste.
“Hai qualcosa per me?”, chiese offrendogli da fumare.
“Solo se hai voglia di ascoltare una storia strana. Tanto strana. Una di quelle che i lettori del tuo giornale non crederanno mai”
La voce era impastata dalle libagioni. Ma Arthur lo conosceva bene. E percepì l’ostacolo tra lingua e palato: paura. Oliver era spaventato a morte.
“Sono le storie migliori. Qualche cadavere si è ribellato al bisturi del dottor Orwell?” scherzò.
La mano massiccia dell’uomo scattò, contraddicendo la fissità mantenuta fino a quel momento, e artigliò il braccio di Dempsey.
“Non prendermi in giro, non stavolta, per Dio!”
Il cronista non si ribellò al contatto. Attese. La presa si sciolse e l’arrivo della birra distese per un attimo l’atmosfera. Intorno a loro il brusio delle voci, qualche rutto, l’esultanza di un tiro fortunato a freccette. Oliver si mosse, infilò una mano all’interno della giubba che puzzava di cane bagnato.
“Venti scellini”, biascicò. “Venti scellini o non se ne fa niente.”
“Lo sai che non compro a scatola chiusa, Oliver. Che nascondi lì dentro?”
Il portantino prese un lungo sorso di birra. Si pulì il labbro superiore sulla manica della giubba, poi pose sul tavolo una busta stropicciata.
Arthur sollevò il lembo ed estrasse una fotografia. Nella luce incerta della bettola fu costretto a piazzare sul naso gli occhiali per capire. Una tomba, una di quelle che venivano ingabbiate con una grata di ferro. Una protezione contro le sempre più frequenti razzie ai danni delle tumulazioni signorili. Questa la motivazione reale. Ma Dempsey sapeva che il popolino amava le storie macabre e che ogni tomba chiusa dalla grata diventava il riposo molto poco eterno di morti con la strana propensione a uscire dal loculo per tormentare i vivi. Vampiri, per lo più. E proprio un’illustrazione da penny dreadful sembrava quella foto. Tra il terreno e la grata c’era una donna. Difficile distinguerne le fattezze in quella foto dalla stampa granulosa. Ma l’espressione di quel volto fatto d’ombre era terrorizzata, le mani artigliavano la grata, come se la volessero scardinare per potersi sollevare e fuggire, la bocca era spalancata, una grande O indistinta, in un urlo muto.
Dempsey tolse gli occhiali e guardò Oliver.
“Che significa?”, chiese senza restituire la foto.
“Venti scellini.”
Il cronista ne mise dieci nel palmo calloso.
“Per il resto vediamo. Allora, che storia è?
Oliver incassò il denaro, prese un altro sorso di birra e confuse un sospiro con un rutto.
“Si chiamava Cheryl e vendeva fiori per sbarcare il lunario. Magari non vendeva solo quelli, ma è certo che le rose che proponeva ai passanti le rubava. Dalle tombe. Anzi, da una tomba. Quella della foto. Una morte recente, di una gran signora. Il guardiano del camposanto era amico di Cheryl e dice che la gabbia serviva a proteggere la salma. Era una donna ricca e l’hanno seppellita con addosso i gioielli. Ma la gente racconta una storia diversa. Dice che la gabbia serve a tenere a bada la malvagità di quella donna che ha spezzato molti cuori. E tutti giorni, sulla tomba, arrivavano rose bianche e rosse. Sembravano schizzate di sangue. Cheryl lo sapeva e le rubava per rivenderle.” Altro sorso di birra. “Ma la donna sepolta non era d’accordo.”
Oliver alzò gli occhi in quelli di Dempsey. “Nessuno sa spiegare come è successo. La gabbia di ferro battuto è saldata e nessun corpo umano può infilarsi lì dentro. Non tutto intero, per Dio. Eppure ieri mattina il guardiano ha trovato Cheryl in quel modo. Dentro quella fottuta gabbia, le mani aggrappate alle sbarre, gli occhi spalancati per il terrore e la bocca aperta. Ma non ha urlato, capisci? Non poteva. Sir Lisander ha detto che è morta soffocata. Qualcuno o qualcosa le ha cacciato in gola rose, tante, col gambo, le spine, le foglie, tutto. Quelle rose. Quelle bianche schizzate di sangue. Le rose che lei rubava alla morta.”
La storia c’era tutta, pensò Arthur mentre il portantino scolava il boccale.
“Voglio vedere la fioraia. Nella foto questa cosa delle rose non si distingue. Devo verificare.”
Oliver si strinse nelle spalle.
“Dammi i dieci scellini che mancano e torna stanotte.”
La solita prassi. Il cronista pagò. Uscì dalla bettola e attese in redazione che il buio finisse di addensarsi su Londra insieme alla nebbia e ai fumi dei comignoli. Oliver, più ubriaco di come lo aveva lasciato, lo aspettava per aprire la porta di servizio dell’obitorio. Un reciproco cenno della testa fu tutto ciò che si concessero, poi l’uomo lo guidò lungo il corridoio fino alla sala dove i corpi di morti ammazzati, suicidi e poveracci caduti sotto i colpi della fame, attendevano di essere ammassati in una sepoltura comune. Arthur mise davanti a bocca e naso un fazzoletto spruzzato di olio essenziale per resistere al fetore mentre sfilavano tra le barelle.
“Eccola”, annunciò Oliver indicando una sagoma sotto un telo. “Era bella, da viva.”

Poi alzò la lampada e la scoprì. Fu il primo a urlare. Dempsey mise più di qualche istante a capire cosa stesse guardando. Rovi, rami, tralci spinosi. Appena la luce della lampada li rese distinguibili, cominciarono a muoversi come serpi, serrando le membra illividite da cui traevano nutrimento. Ciò che restava di Cheryl era ancora visibile nel volto e l’urlo che Arthur aveva trattenuto fiorì come la bocca disarticolata della morta. Una rosa. Una piroette subitanea di petali candidi, vellutati e osceni si schiuse tra quelle labbra cianotiche. E rivelò un vortice scarlatto e palpitante. Vivo. 

lunedì 23 ottobre 2017

Doccia fredda #19 Il buio e il gatto

La luce proviene da una lampadina sul soffitto. E’sufficientemente forte per illuminare la cavità nella quale mi trovo. Sulle pareti le linee rosse tracciate a vari livelli indicano che mi trovo verosimilmente in una cisterna, forse proprio quella che sta sotto il mio palazzo.
   Me ne avevano parlato quando sono venuto ad abitare in questo antico edificio alle spalle di via Foria. Dalle mie finestre si vede il giardino retrostante. Un giorno il proprietario, docente di filosofia, mi invitò a visitarlo. Mi colpì il gran numero di gatti presenti nel giardino. Il professore mi indicò le scale che portano giù alla cisterna e mi raccontò la storia dell’antico convento che aveva avuto sede nel palazzo. Mi parlò delle tragiche vicende amorose di alcune suore e mi fece vedere gli scheletrini dei feti ritrovati nelle mura. Quando me ne andai un gatto mi seguì ed il professore sorridendo mi disse: <<Lo porti con sè. Il gatto è una difesa formidabile contro i fantasmi che si aggirano in questo edificio>>.
   La sera il gatto stava sempre nell’ultima camera, quella che confina con un muro del giardino sottostante. E’ il mio studio dove c’è un comodo divano.
   L’altra sera mi sono addormentato in quella stanza ed ho sentito una voce che mi diceva: <<Domani sono 300 anni che sono stata uccisa nella cisterna dal mio amante. Ti condurrò giù per riportare alla luce il mio corpo>>.
   Ho pensato ad un brutto sogno. Ma ieri sera tornando a casa mi ha colpito la mancanza di luce nelle scale. Sì, adesso mi ricordo. Quando sono entrato le finestre erano spalancate ed in fondo allo studio ho visto la figura di una suora giovane e bella. Mi sono avvicinato e lei si è staccata dal muro, mi ha preso per mano e siamo scesi di corsa lungo le scale fino al  giardino e poi giù nella cisterna. Il buio era fitto. Ho sentito mancarmi l’aria e poi ho perso conoscenza.

    Adesso sento la voce del professore. E’ stato lui ad accendere la lampadina nella cisterna. Mi vede e mi chiede: <<Ma come ha fatto a scendere giù senza alcuna luce?>>. Gli racconto la storia della suora. Il professore mi ascolta per nulla turbato. Mi assicuro di non essere ferito e ritorno a casa. Tutto è in ordine. Il gatto sta bevendo il latte nella ciotola. Dopo poco sento l’arrivo di un’auto della polizia. Il portiere mi riferisce che là dove sono caduto sono emerse le ossa di una mano. Hanno scavato ed è venuto fuori uno scheletro rivestito dai resti di un abito monacale. Stanotte il gatto dorme sul mio letto ronfando tranquillo.

sabato 21 ottobre 2017

Doccia fredda #18 Fuori dal tempo

Autismo. Un concetto complicato, una patologia complicata, che rende la vita quotidiana complicata, ardua da affrontare. Ma gli educatori devono abituarsi a gestire ogni tipologia di bambino, con le proprie peculiarità, comuni o inusuali.
Tutte maestre, qualche maestro, e alcuni genitori in difficoltà. Comunque una sala gremita di persone concentrate sul simposio tenuto dalla dottoressa arrivata da lontano, che sembrava avere una scomoda verità nelle sue tasche.
Giovanna era un po' maestra e un po' mamma, anche se i suoi figli, grazie al cielo, non avevano mai mostrato sintomi preoccupanti, che potessero far sospettare di rientrare nello spettro autistico. Ma proprio perché mamma, nonostante la sua professionalità la spingesse a prestare attenzione ai dati esposti, controllava sempre più spesso l'orologio da polso, programmando mentalmente le attività da svolgere alla fine di quel corso di aggiornamento.
Dunque, vado a prendere Alba al nido e poi passo dai miei a recuperare Ettore, così che... No, meglio andare al supermercato solo con Alba....
Da sola, con due bambini, fare la spesa diventava un inferno.
Scosse il capo costernata, sbattendo le palpebre nell'incredulità: era la terza volta che il quadrante glitterato del suo Swatch le rimandava lo stesso orario, le quattordici e quattordici.
Fissò più attentamente le lancette che, effettivamente, sembravano bloccate: quella più sottile, dei secondi, eseguiva flebili vibrazioni avanti e indietro, come le ali di una mosca agonizzante. Infatti, non ci aveva fatto caso, ma il fastidioso ticchettio aveva cessato di tenerle compagnia già da un po'.
Orologio fermo, che disdetta!
Cercando di mantenere una certa compostezza, Giovanna inclinò il collo prima alla sua destra, poi a sinistra, cercando di sbirciare i polsi delle sue vicine; ma nessuna di loro portava un orologio.
Maledetti cellulari. Inveì in cuor suo. Hanno guastato ogni più semplice convenzione sociale!
Le seccava disturbare qualcuno per chiedere l'ora e alzò il capo nella speranza di scorgere un orologio da parete, nascosto dietro a una delle colonne dell'aula magna in stile Neoclassico.
Facendo vagare lo sguardo avanti a sé, notò che più di qualcuno sembrava spaesato, nel fissare attonito il display dello smartphone, per poi guardarsi attorno alla ricerca di una risposta all'evento bizzarro.
Persino il relatore accanto alla dottoressa appariva in difficoltà, mentre picchiettava convulsamente con l'unghia dell'indice sul quadrante del proprio orologio -almeno qualcuno aveva mantenuto le buone abitudini- e iniziava a sudare freddo.
Nel giro di pochi minuti, scosse di panico iniziarono a serpeggiare per la sala: tutti si stavano rendendo conto che il tempo si era fermato. A dire il vero, si erano fermati gli orologi, compresi quelli digitali più sofisticati; ma l'impressione era quella di trovarsi fuori dal tempo, imprigionati in un minuto eterno, il quindicesimo dopo le quattordici.
L'unico tranquillo nell'aula era un bambino, seduto pacifico all'estremità della prima fila, a giocare con il suo Gameboy. Un vero Gameboy, non un moderno DS, 3 DS o quelli lì, il classico, enorme, Gameboy anni '90.
A quel punto, nella platea le voci iniziarono a confondersi in un unico assordante brusio e la relatrice si vide costretta a interrompere il discorso, disturbata dalla commozione dell'uditorio.
La donna sembrò confusa, sul punto di chiedere il motivo di quel trambusto; poi controllò l'orario sull'orologio del leggio e sorrise, assumendo un'espressione imbarazzata.
L'ambiente era tornato silenzioso perché le reazioni della dottoressa avevano catalizzato l'attenzione generale, ancor più che durante le spiegazioni precedenti.
Giovanna la osservò mentre si schiariva la voce, prima di irrigidire la schiena e riprendere a parlare, con voce più dolce, rispetto alla monotona esposizione.
«Giorgio, ti dispiace?» richiamò il bambino.
Il piccolo sollevò il capo, come svegliandosi da un momento di trance e annuì compito.
In quel momento, la magia che aveva legato i presenti svanì, e gli orologi ripresero a funzionare.
«Mi dispiace» riprese la relatrice, senza abbandonare l'imbarazzo. «Non ci sono prove che questo... ehm... disturbo... sia legato alla patologia; almeno non tutti i bambini autistici ne sono capaci. Ma a mio figlio succede, quando è particolarmente concentrato. Blocca il tempo.»
Era un'affermazione pazzesca, fuori da ogni logica. Anacronistica.
Ma la dottoressa, che sembrava aver assunto un'aura di particolare autorevolezza nella sua postura, concluse l'esposizione con un'ultima battuta a effetto.
«Signori, anche questo è autismo!»
Lo scroscio di applausi fu assordante, tanto da destabilizzare un po' tutti e permettere all'eminente dottoressa di scomparire assieme al figlio.
Nessuno avrebbe parlato di quell'esperienza surreale, insicuri sull'effettiva manifestazione del fenomeno. Ma per un minuto erano stati accomunati da un destino comune, che aveva permesso a tutti di toccare con mano come potesse sentirsi un individuo che vive costantemente fuori dal tempo e dallo spazio.

Erano ben lontani dal comprendere fino in fondo l'Universo Autismo, ma in quel minuto ci erano andati vicini, e all'uscita, tutti avevano il cuore più sollevato, guardando al dopo con più ottimismo.

giovedì 19 ottobre 2017

Doccia fredda #17 Mai nelle processioni

Lo vedevi tutti gli anni addossato a un muro, mentre osservava attentamente la processione della Madonna, il 14 di agosto. Spesso fumava, che pareva anche un tantino irrispettoso. Era un bel ragazzo e sembrava non invecchiare mai, "Come suo padre e suo nonno, del resto", aggiungevano i vecchi del paese. Nessuno sapeva di preciso che mestiere facesse, sicuramente lavorava a Roma.
Nel paese non c'era niente di bello se non la tabella degli orari dei pullman per andare da qualche altra parte, che comunque passavano di rado durante la giornata. Era così piccolo che quando tutta la processione si dipanava giù dalle scale della chiesa per la strada principale era già finito, e toccava tornare indietro. I grandi stendardi venivano capovolti, i confratelli con le mantelline scolorite si dividevano in due file e tornavano indietro ai lati di chi continuava ad avanzare. Per fermare tutti il sagrestano gridava "Ave Maria!" con un tono brusco che non lasciava dubbi che si trattasse di un ordine e non di una preghiera.
Il giovane aveva sempre un sorriso per i bambini piccoli, quelli che a giudicare dall'aspetto vedevano la festa per la prima volta, spesso infiocchettati all'inverosimile e con braccialini d'oro ai polsi cicciosi. Ma a volte su quella bella faccia che girava tra la folla cadeva una specie di ombra nera. Se seguivi il suo sguardo vedevi spesso un vecchio, ma non sempre. Annuiva e diceva qualcosa tra sé.
Donato, invece, era lo scemo del paese. Un bravo ragazzo, solo nato diverso dagli altri. I genitori non avevano mai chiesto l'invalidità perché avevano vergogna, e così Donato non aveva mai avuto assistenza a scuola, e ora non lavorava né aveva una pensione. Girava molto e osservava. Quel tipo lì lo teneva sottocchio da anni. Alla fine aveva imparato a leggere sulle labbra quello che diceva quando osservava la gente durante la processione.
Faceva molto caldo quell'anno e già gli giravano le scatole, così lo affrontò una volta per tutte.
«Ciao»
«Ciao, Donato. Come stai?»
Donato non era disponibile alle chiacchiere.
«Bene. Perché quando passa la processione guardi la gente e dici "Tu sì" e "Tu no"?»
Il giovane fece un vago sorriso. «Ma cosa dici? Ti sbagli»
«Ti ho visto, lo fai tutti gli anni. Quando passa la processione. L'altr'anno hai detto "Tu no" a zio Agapito e poi è morto»
«Te l'ha detto lui?»
«Che era morto? No, l'ho letto sul manifesto. Non era zio mio, però era uguale. Mi voleva bene»
«Mi dispiace, ma io che c'entro?»
Donato strinse le labbra, deciso ad andare fino in fondo.
«Tu sei tipo l'angelo della morte. Conti tutta la gente che c'è alla processione della Madonna e decidi chi resta vivo fino alla prossima e chi non la vedrà mai più. Ci deve essere uno come te in tutti i paesi, anche a Tivoli e a Palestrina. Magari a Roma ce ne sono tanti, perché è grande».
Il giovane rise e la sua risata sembrava una cascatella d'acqua fredda. Era bella ma faceva un po' paura.
«Dai, ti prego! Chi ti ha messo in testa questa cosa? L'angelo della morte! La gente muore in continuazione, è il destino, la vita, come diavolo vuoi chiamarla. Vedi troppa televisione, Donato». Poi la sua espressione cambiò leggermente: si vedeva come il duro delle ossa sotto il suo sorriso. «Lasciami guardare la processione, dai. Mi stai distraendo»
«Perché devi fare il tuo sporco lavoro?» Donato si stava caricando di rabbia.
Il giovane sbuffò fumo e impazienza dalla sua bella bocca.
«Perché la festa c'è una sola volta all'anno, e dura poco. Quante processioni della Madonna vedrai, in tutta la tua vita? Prova a contarle, Donato».
Il sole era già tramontato, ma il caldo non accennava a scemare. Si sudava, in quella strada stretta che era l'unica del paese: per creare l'unica piazza c'era voluta una bombola del gas che era esplosa negli anni '50 e che aveva abbattuto una casa. Qualcuno nella folla si stava accorgendo dell'alterco tra i due e cercava di zittirli.
«Stiamo buoni, li senti?», disse il giovane piano. «Stiamo disturbando la festa».
Donato era pallido dalla rabbia: quel tipo negava l'evidenza, o forse non c'entrava davvero nulla con la morte. Era un peccato, perché sarebbe stato troppo bello potergli parlare e convincerlo a lasciar stare la gente che gli voleva bene. Sarebbe rimasto solo, lo sapeva. Non era così scemo. Mamma e papà erano vecchi, papà stava pure male con la pressione. I suoi fratelli vivevano in città e avevano una famiglia di cui occuparsi, dei figli. La morte era una cosa orribile.
«Donato, la morte è necessaria», disse il giovane con tono dolce, come rispondendo ai suoi pensieri. «Ogni vita si consuma, e dà spazio ad altre vite. I bambini che vedi oggi, tutti felici perché c'è tanta gente e la banda e le luci accese, non potrebbero nascere se altri non si facessero da parte. Lo vedi quant'è stretta questa strada? Il mondo è come questo paese: quando finisce, finisce. Nemmeno la processione lo può rendere più grande di quello che è».
Donato guardò bene il viso del giovane. Era più bello che mai e sembrava quasi splendere nella sera. Allora prese dalla tasca il pugnale che aveva intinto di nascosto nell'acquasantiera, durante la messa, e lo colpì al petto, di taglio, per infilarsi tra una costola all'altra e arrivare al cuore. Sempre che quella creatura ne avesse uno. Lo colpì più volte e spillò il suo sangue da cento ferite. Il giovane si accasciò a terra senza un gemito, mentre la Madonna passava e la banda suonava. Donato lo vide parlare a fior di labbra e si avvicinò per ascoltare, nel terrore che stesse dicendo "Tu no" e lo condannasse a morte. Invece delirava nell'agonia.
«Mi ricordo di Maria... aveva un carattere! Li faceva rigare dritti tutti... e quando l'andai a prendere mi si spezzò il cuore... perché io...» Poi chiuse gli occhi per sempre.


Donato fu riconosciuto incapace di intendere e di volere. Fu affidato a un istituto: gli dispiacque molto lasciare il paese, ma i genitori prendevano la corriera quasi tutti i giorni per andare a trovarlo, e così non si sentì troppo solo. Continuarono per anni, e Donato fu l'unico ad accorgersi che non invecchiavano più, e non morivano. 

martedì 17 ottobre 2017

Doccia fredda #16 Bloody Mary

Finita la sequenza degli esordienti, torniamo a coloro che, nel tempo, hanno calcato le scene editoriali. Quindi potete smettere di essere gentili (ma evitate di essere cafoni)

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Nel paese incantato dei sogni le creature delle favole scivolano via dalle pagine patinate per raggiungere la reggia di King Cole. Nella sala dei banchetti il pifferaio magico, i tre porcellini, Little boy blue, Cappuccetto Rosso, la Regina di Cuori, Hunpyy Dumpty e tutti gli altri fanno a gara per esibirsi sul palcoscenico prima che scocchi la mezzanotte. All'ultimo tocco dell'orologio, quando tutti i protagonisti sono già a letto, chi conosce la voce del silenzio riesce a sentire lo scricchiolio dei passi per strada mentre il vento urla: « Play me my song, Bloody Mary ».
Da qualche parte una bambina sta piangendo. Da qualche parte un bambino ha perso la testa.
L'urlo del vento si fa voce per raccontare una storia:
Cynthia Jane De Blaise-William entrò al Musical Box per il solito cocktail. Quattro grosse prese di sale sul fondo dello shaker, due di pepe nero, due di pepe di Caienna, uno strato di salsa Worcestershi-re, una spruzzata di succo di limone, ghiaccio tritato, due once di vodka e due di spesso succo di pomodoro. Henry Hamilton-Smythe dietro al bancone agitò lo shaker, filtrò e versò la bevanda insanguinata nel highball, vi infilò una stecca di sedano, lo porse all'amica, e guardandola disse : « Ciao cara, è un po' di tempo che non vedo la tua faccia. Hai finito di stare in galera per causa mia? Sei ancora la bambina viziata? Ciao, ho detto ciao, perché non mi rispondi? Questo è l'unico posto dove puoi incontrarmi. Sono l'unico uomo che hai mai avuto. No, mi correggo, meglio dire che avresti potuto avere se fossi sopravvissuto ai tuoi colpi di testa. Siamo una bella coppia tu ed io, su quest'isola nel mare dell'oltre. Ti voglio amare per sempre, non ti lascerò mai. Apri il tuo cuore e lascia scorrere i sentimenti. Non sei stata sfortunata a incontrare un ragazzo come me. Ho sbagliato il primo passo e tu mi hai subito rubato la scena scaraventandomi dietro le quinte o meglio ancora, nella botola del suggeritore ».
Il mondo attraverso il bicchiere diventò un campo di croquet che si perdeva a forma di triangolo isoscele in lontananza nell'orizzonte. L'erba del prato era rasata a fasce longitudinali, bicolori per l'alternanza del senso del taglio.
Nella battaglia tattica si gioca con quattro palle, Blu e Nero contro Rosso e Giallo; lo scopo del gioco è quello di segnare punti facendo passare con un colpo di mazza una palla sotto gli archetti disposti a formare il percorso, al termine del quale si deve colpire un picchetto al centro del campo.
Ma non sempre si gioca in questo modo.
Oltre il vetro del cocktail rosso le palle del gioco erano sostitui-te dalle teste di tanti piccoli Henry.
Cynthia quando aveva nove anni giocava con Henry. L'abilissimo, dispettoso e antipatico coetaneo ogni volta che segnava un punto la sfotteva e le tirava i capelli; una volta le mise le mani addosso e le strappò la catenella d'oro che portava al collo. Da quel giorno crebbe nella ragazzina la sensazione che il suo compagno la guardasse in modo strano, come un arciere pronto a colpirla con la sua freccia. Quando lo sentì dire : « Il mio uccello vola in alto, scivola tra le mie mani, prendilo, toccalo » alterata più del solito brandì con gran forza la mazza di legno e con un colpo spettacolare staccò la testa dal collo del ragazzo facendola ruzzolare nella porta arcuata. A chi la interrogava sul misfatto, la piccola con estremo candore rispondeva: « Lui continuava a dire che con la sua testa poteva centrare ogni bersaglio; penetrare in ogni fessura. Non ho fatto altro che assecondare il suo desiderio ».
Due settimane dopo la tragedia, la bambina, ribattezzata Bloody Mary dalle male lingue, rovistando tra i giocattoli nella cameretta di Henry alla ricerca della propria preziosa catenella scoprì il carillon. La memoria registrata sul cilindro metallico mettendo in vibrazione le lamelle riproduceva una vecchia filastrocca:
Old King Cole era una vecchia anima allegra, voleva la sua pipa, voleva il suo arco e voleva i suoi tre violinisti”.
Dalla scatola musicale decorata uscì una piccola figura di spirito: Henry era tornato. Roteando a tempo di musica, il suo corpo iniziò rapidamente ad invecchiare. Il piccolo protagonista tornato dall'aldilà sotto forma di un vecchio lascivo cercava invano di soddisfare sulla ex-compagna di giochi le pulsioni carnali represse da una vita interrotta.
Cynthia sorseggiò la sua bibita, masticò il sedano, caricò la molla del carillon: un solo giro perché la vita di Henry durava tutto il tempo della filastrocca. « Il mio uccello vola ancora in alto. Hai creduto che volessi farti del male e invece volevo solo insegnarti ad amare, legarti a me come la catena che brillava sul tuo piccolo seno e che ora tieni nascosta sotto il cuscino. Ora sei una donna, hai il tempo dalla tua parte. Fatti vedere in viso, tira indietro i capelli, lascia che conosca il tuo corpo. Sto aspettando qui ogni volta. E tutto il tempo che è passato sembra quasi non avere importanza ora, se te ne stai lì con il tuo sguardo fisso dubitando di tutto ciò che ti dico. Perché non mi tocchi. Toccami.Toccami. Ti voglio ora ».
Il bicchiere era vuoto, il carillon stava terminando la sua corsa.
Cynthia sussurrò: « Il vento riporterà i nomi che ha soffiato nel passato?. No, questa è l'ultima volta ». Afferrò il bicchiere e lo scagliò contro il vetro della finestra. La musica era finita e il vento non soffiava più. Henry non sarebbe più tornato.
Ma tu che leggi se vuoi sentire la canzone di Old King Cole, devi fare girare sul piatto il disco dei Genesis: la voce di Peter Gabriel ti trasporterà sul campo di croquet nel bucolico paesaggio al tramonto dipinto da Paul Whitehead e poi...puoi sempre scegliere di naufragare nel mare insanguinato di un Bloody Mary.

domenica 15 ottobre 2017

Doccia fredda #15 Elena (esordiente)

Nello studio notarile del dottor Carmine Epifani, avvocato trasferitosi dalla natia Palermo nel profondo nord, si stanno svolgendo i soliti rituali dell'ultimo giorno di lavoro prima del Natale. Panettone, pandoro, spumantino di seconda categoria, abbracci e baci finti ché tutti i colleghi si detestano cordialmente.
Sono accaldati, un po' per i ripetuti brindisi, un po’ perché il dottor Epifani non si è mai abituato al clima rigido degli inverni bellunesi e tiene il riscaldamento al massimo.
Elena conta i minuti che la separano dalla fine di quella giornata. Non ne può più.
È la praticante, l'ultima arrivata, nessuno la degna della minima considerazione.
E poi deve ancora fare il giro dei mercatini per comprare gli ultimi regali.
È sera quando l'allegra brigata si scioglie tra saluti e auguri. Elena esce dall'ufficio tutta imbacuccata, ché lo sbalzo di temperatura dall'interno all'esterno è notevole. Come al solito piove. Si avvia a piedi verso il centro.  A piazza dei Martiri, davanti e sotto i portici, ci sono tante bancarelle. Lei cerca un regalo speciale per una persona speciale. Il suo Ugo. Domani sera verrà a conoscere i suoi. Certo, proprio la vigilia di Natale, ma le è sembrata un'idea così romantica che ha convinto la madre a preparare una delle sue fantastiche cenette.
Ugo... solo a pensarci sente un brivido che le corre lungo la schiena.
“Eh no, questo è un brivido vero.
 Una goccia d'acqua gelata che scivola giù dalla tenda della bancarella, le  finisce sul collo e scorre fino alla vita. Si copre ancora di più, tira sulla testa il cappuccio del giaccone e seguita a cercare.
Finalmente trova la cosa adatta. Ugo ama il vintage e ama scrivere. Su una bancarella è esposta una REMINGTON bellissima e funzionante. La prende, è un po’ pesante, ma vale la pena fare un piccolo sforzo per il suo amore. Ha lauto parcheggiata nei pressi della stazione dei pulmann, un po’ lontano dalla piazza. Con il peso della macchina da scrivere deve fare un bel pezzo di strada a piedi. In genere non c'è molto traffico, Belluno non è una metropoli, ma è l'antivigilia di Natale, piove e tutti hanno preso l'auto per spostarsi comodamente.
Elena cammina veloce sul marciapiede, all'improvviso una macchina le passa accanto prendendo in pieno una pozzanghera. Uno spruzzo d'acqua sporca e gelata l'investe facendola rabbrividire. “Oggi non è proprio giornata!Il freddo e l'umidità si stanno impossessando del suo corpo.
Con il fiato grosso arriva alla sua auto. Sale e cerca di mettere in moto.... nulla di fatto.
Ha lasciato le luci accese e la batteria si è scaricata. Ora comincia davvero a stancarsi. Con la Remington sotto il braccio si avvia verso la fermata del pulmann che da Belluno la porterà a Longarone, dove vive, a una ventina di chilometri di distanza. Naturalmente il pulmann è già partito ci vorrà una buona mezz'ora per il prossimo. La stazione dei pulmann non ha una sala d'aspetto. Dovrà aspettare all'aperto e intanto si sta facendo notte, la temperatura è calata ancora, ormai sarà sotto zero. Elena si copre come può, ma il freddo le sta entrando nelle ossa. Sono le 19,30, sono più di due ore che sta per la strada. Il pulmann apre le porte. Finalmente un pò di caldo... macché, il riscaldamento è fuori uso. Si  stringe il giaccone addosso, siede al suo posto e aspetta che il pulmann parta. Sta sognando  calore, calore, calore, neanche il pensiero di stare stretta tra le braccia di Ugo riesce a riscaldarla.
Eccola arrivata a Longarone. Dovrà fare ancora un pò di strada a piedi per essere a casa, ma la consola il fatto che tra pochi minuti  potrà fare una bella, lunga, rilassante doccia calda. Sotto casa trova delle transenne intorno a una buca.  
Accidenti, neanche la vigilia di Natale si può stare in pace con questi lavori.
Entra velocemente in casa e va direttamente in bagno, senza salutare.
"Elena, tesoro, hai visto lo scavo davanti al portone?"
Scroscio d'acqua......

“Hanno tolto il gas".