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venerdì 2 ottobre 2020

I Cercatori di pace sarebbe un libro problematico

 


Il mio romanzo fantasy-distopico è stato sconsigliato ai lettori. Può accadere. La disamina dal voto 3/10
la trovate QUI

Ho voluto riflettere sulle parole della blogger insieme a Isabella Moroni, che il libro lo ha detto e presentato quando è uscito.

Vi posto qui la nostra chiacchierata.

Ciao Laura ho letto la recensione che Milena, la blogger Timeless Hopeful Reader ha fatto del tuo libro I Cercatori di Pace e sono rimasta colpita dalla difficoltà di saper leggere un libro. Anche in coloro che leggono moltissimo e che amano i libri.

Non ti pare che la cosa più evidente sia una non comprensione delle diverse sfaccettature del testo e delle molteplici sollecitazioni che offre al lettore?

“Nel leggere la sua disamina ho avuto l’impressione che avesse letto qualcosa che non avesse nulla a che vedere con il mio romanzo. Mi è stato evidente che la blogger si aspettasse qualcosa di totalmente diverso e che, soprattutto, abbia percorso le pagine indossando un punto di vista che non avrebbe potuto consentirle di entrare in quel mondo. Sì, ritengo non abbia compreso e la cosa mi colpisce, come autrice. Quando succede è sempre buona norma farsi delle domande.”

In particolare questa disamina del libro (permettimi, non riesco a chiamarla recensione perché una recensione dovrebbe analizzare il testo in tutti i suoi aspetti), è fatta come un compito in classe. Capisco che possa essere lo stile del blog, ma è davvero respingente sentir fare lezione di scrittura fin dalla prima riga: “La narrazione è in terza persona; il narratore esterno è onnisciente e racconta la storia dal futuro.”). Inoltre, non trovi che in tutti i punti del suo post Milena non abbia fatto altro che presumere il tuo punto di vista e contemporaneamente insegnare come ci si dovrebbe comportare scrivendo, ad esempio, quali limiti non si debbano travalicare?

“Di sicuro mi ha imputato idee, valori e convincimenti che non mi appartengono. Diciamo che dal suo articolo un lettore del blog può di certo farsi un’idea di come la pensa la titolare, ma assolutamente non può capire cosa ci sia nel romanzo oggetto della disamina. Ci tengo a chiarire che le recensioni negative sono occasioni di crescita. In questo caso, però, del libro che ho scritto non c’è nulla se non quei punti, i soli sui quali la blogger si è focalizzata. I soli, evidentemente, che hanno mandato in tilt il suo universo di lettrice con punto di vista assolutamente chiuso nella contemporaneità.”

Sono anche estremamente sorpresa che di tutto il mondo che hai creato e aperto al lettore con questo libro, la sua attenzione si appunti su: lo stupro, l’omosessualità e il trauma. Episodi importanti, ma funzionali alla narrazione. A me non è sembrato che fossero argomenti tanto importanti rispetto al discorso sulla salvezza dei libri o sul potere delle donne che mi sono sembrati fondamentali nello specifico del significato. Ma magari sbaglio…

“Per chi non ha letto il romanzo tengo a specificare che la vicenda si svolge in un mondo devastato da una guerra che va avanti da cinque secoli, dove i valori cui oggi cerchiamo di tener fede (senza riuscirci, come è evidente dalle cronache) hanno perso terreno. E voglio anche precisare che lo stupro – una singola scena – c’è mentre non viene assolutamente toccato il tema dell’omosessualità, che pure mi è caro. E non credo ci sia bisogno di ricordare quanto io sia attiva nella difesa dei diritti delle donne e delle persone LGBT+.”

Però, magari guardiamo insieme quello che ha scritto e cerchiamo di capire cosa l’ha spinta a rilevare solo la parte che lei ritiene negativa. Per esempio dice: “Uno dei messaggi peggiori, a mio avviso, risiede nella visione dello stupro. Questo viene in un primo momento messo sullo stesso livello di una serie di frustrate subite da un uomo e poi "giustificato" perché la persona in questione lo aveva in qualche modo già subito in precedenza.” E spiega il perché: “Innanzitutto, sia un uomo che una donna possono subire uno stupro (in qualsiasi società del presente e del passato), e sottintendere che siano solo le donne a subirlo credo sia profondamente sbagliato”. Io non ricordo che tu abbia affermato qualcosa del genere e non sono riuscita a ritrovare il passaggio nel libro (tanto per dire quanto non mi sembrava rilevante…), mi fai capire dove ha intravisto questo pensiero?

“Tutta colpa di un pensiero della protagonista Ghillean mentre viene aggredita – ma non ci sarà violenza – da Tarnell. In quanto guerriera, Ghillean è stata addestrata da una veterana che aveva subito una lunga serie di abusi durante la prigionia in mano nemica. Era stata quell’addestratrice a dire alle allieve che lo stupro è sopraffazione, che umilia una donna come una serie di frustrate umilia un uomo, ma che comunque si sopravvive. Ovvio che io non pensi questo. Ma da un ricordo nella mente di Ghillean la blogger evince che io stia paragonando lo stupro a una brutta ma irrilevante esperienza. Se avesse letto con attenzione, avrebbe trovato che la stessa Ghillean considera che quelle parole nulla potevano rendere dell’orrore di una vera violenza.”

Non contenta continua sullo stesso tema: “Inoltre, lo stupro e le percosse, chiaramente, non possono essere messi sullo stesso piano” e, ancora: “Bisogna considerare anche che ogni persona ha un modo diverso di vivere un trauma, quindi, non si possono fare paragoni a prescindere. Infine, far passare uno stupro per qualcosa da tralasciare perché se ne è già subito uno, è semplicemente assurdo.”

Queste parole mi danno la sensazione che la blogger stia giudicando la narrazione utilizzando le strutture mentali contemporanee senza pensare (se non di sfuggita citando l’epoca in cui si svolge il racconto) che la letteratura è libertà, l’autore può dire quello che vuole senza dover essere “politicamente corretto” e che un personaggio non per forza rispecchia quello che pensa il suo autore. Non credi?

“Nei miei libri ho trattato tematiche di vario genere. Ho scritto, insieme a Loredana Falcone, anche una trilogia noir dove esistono serial killer decisamente inquietanti. Ho sempre pensato fosse inutile specificare che ciò che fanno e che pensano non mi appartiene. Ma, a quanto scopro in questo caso, non è così. Leggere che il mio romanzo viene caldamente sconsigliato per un’interpretazione arbitraria da parte di una lettrice mi lascia perplessa.”

C’è poi la storia della battuta sull’omosessualità del cavallo. Mi spieghi perché tale battuta avrebbe “ritratto l'omosessualità come un qualcosa di cui vergognarsi e da aborrire”? Proprio tu che sull’omosessualità hai creato una saga? Cosa ha visto nelle tue parole?

“In questo caso, credimi, ho dovuto cercare sulle pagine dove avessi detto una cosa simile. Ovviamente non ho trovato nulla del genere. Si tratta di uno scambio di battute tra il generale Kimen e il brigante Tarnell riguardo la virilità di Tifon, lo stallone del brigante. Una battuta su un cavallo, scherzosa e che, comunque, non sfiora neanche di striscio il tema dell’omosessualità. Ecco, questo appunto mi fa veramente dubitare di come sia stato letto il romanzo.”

Tutto questo tirar fuori concetti e supposizioni mi fa pensare che Milena non sia riuscita ad entrare nella narrazione e che si sia arenata in mezzo alla cronaca, all’attualità e, soprattutto, in mezzo ai bias e dalla visione contemporanea. Perseguendo questo punto di vista, però, la letteratura muore ed è un peccato perché il suo blog di appassionata di libri poteva essere un osservatorio della generazione Z. Del quale, cominciamo ad avere anche bisogno, non credi?

“Ne abbiamo bisogno, eccome. Ma credo, anche, che leggere professionalmente – perché questo fanno blogger e instagrammer – preveda una cultura e una preparazione che non si possono improvvisare. E mi dispiace dirlo, perché sono certa che verrà interpretato come una rivalsa per un brutto voto – 3 su 10. Però il brutto voto lo avrei accettato se fosse stato giustificato da qualcosa che io avessi effettivamente scritto e pensato. Non dalle interpretazioni di chi ha guardato un mondo di stampo medievale con la suscettibilità di oggi. E sulla suscettibilità di oggi potremmo aprire un capitolo a parte, analizzando come molti romanzi contemporanei dipingono le donne e il loro rapporto con gli uomini.”

 


lunedì 22 febbraio 2016

Loredana ha letto "Florence" di Stefania Auci

Chi mi conosce sa che non amo scrivere recensioni, le mie sono impressioni di lettura dettate dall'amore per le parole e dalla stima che nutro per chiunque si cimenti con la narrativa. Qualche giorno fa ho avuto il piacere di ricevere in dono il romanzo di Stefania Auci, "Florence". L'ho letto tutto d'un fiato, spero che quello che segue, ve ne chiarirà il motivo.



Quello che sto per dire farà storcere il naso a qualcuno. Qualcun altro penserà che sono piena di me, di noi dovrei dire visto che nell'affermazione che sta per seguire, è inclusa anche la socia. Okay, non la tiro per le lunghe: finalmente ho letto un romanzo che mi ricorda uno dei nostri. Non saprei dire se è scritto meglio o peggio, se lo stile è migliore o la trama più avvincente, ma è un romanzo vero  con personaggi di fantasia, certo, ma inscritti in una storia che racconta la Storia, quella vera.
Il romanzo in questione è "Florence", di Stefania Auci. E di quello che accade nelle quattrocentosei pagine di cui si compone non vi dirò molto. Per non rovinarvi il piacere di farvi catturare pagina dopo pagina, riga dopo riga, parola dopo parola.  Vi basti sapere che il protagonista è Ludovico Aldisi, giornalista della "Nazione" e che la vicenda ha inizio nove mesi prima dell'entrata dell'Italia nel primo conflitto mondiale.
Ludovico è un cinico, un opportunista. Un uomo pronto a sacrificare gli affetti più cari per affrancarsi da umili natali, per riscattare un passato fatto di umiliazioni, per costruirsi un ruolo in una società che lo rigetta. Ma la guerra, vissuta nelle trincee insieme agli uomini del capitano Jasper Freeman, stravolgerà la sua visione del mondo. La guerra e l'incontro con Irene Laurenti, una giovane donna attraverso i cui occhi Ludovico vedrà la parte più vera e più nascosta di sé.
La grandezza di questo romanzo sta anche qui, nella cura che Stefania dedica ai personaggi secondari facendone dei coprotagonisti. È il caso di Claudia, donna bellissima e fragile che nella trasgressione di una relazione adulterina soffoca il dolore della propria sterilità. Di Dante, amico sincero di Ludovico e Irene, la cui bontà d'animo, la cui gentilezza nascondono il disagio per un amore impossibile. Perfino il "cattivo" ha un suo fascino, l'avvocato Mario Anselmi concentra su di sé quanto di più negativo possa aver espresso il genere maschile in un'epoca in cui la donna non aveva libertà di scelta alcuna.
La scrittura di Stefania è attenta, precisa eppure meravigliosamente fluida. Il lavoro di ricerca che si intuisce leggendo queste pagine intense è puntiglioso, metodico. Nella ricostruzione delle  battaglie, nella descrizione dei luoghi, delle strade di Firenze, dei costumi e dello stile di vita dell'epoca. Quando si scrive un romanzo storico è facile cadere in qualche sbavatura, soprattutto nel linguaggio, nell'incalzare di alcuni dialoghi. Qui non accade. Fin dalle prime pagine si viene sbalzati indietro di cento anni, tra il boato dei cannoni, il calpestio degli zoccoli sul selciato, la  pace operosa  della campagna del Chianti.
È la magia della scrittura che si compie trasportandoci in una dimensione fantastica che per qualche ora diventa la nostra realtà.
È un dono. Che non si impara nei corsi di scrittura creativa. O ce  l'hai, ed è il caso di Stefania, o non puoi fare altro che rassegnarti alla mediocrità.

Loredana Falcone



martedì 7 gennaio 2014

Capitan Harlock 3D


Leggendario, epico e visivamente senza precedenti. Così recita la pubblicità di Capitan Harlock 3D, attribuendo la frase al Cameron di Avatar.
Leggendario, sì, perché parla di una leggenda recente eppure millenaria, una leggenda che ci portiamo dietro, noi 40/50enni, dall’infanzia, ma che affonda le radici nell’immaginario collettivo dell’eroe solo, taciturno, tormentato. Non senza macchia e non senza paura, ma proprio per questo più grande.
Epico, sì, di quell’epica che la vedi, la senti e pensi Giappone. L’epica dei gesti, degli sguardi, dei movimenti felini velocissimi ma rallentati, delle arti marziali, dello sventolio di bandiere (ma come sventola una bandiera nello spazio?), di mantelli, di capelli.
Visivamente senza precedenti, vero. Avatar è stato una scoperta, ma questo Capitan Harlock va oltre, coniugando una computer grafica con un impatto realistico eppure totalmente artificiale che apre a un nuovo modo di realizzare film.
Eppure… eppure si poteva, si doveva fare di più.
Il capitano silente, troppo, ombroso, troppo, sofferto, troppo e presente poco. Il film è il suo, ma non interagisce quasi mai e ci regala solo rari sprazzi di ciò che noi, pubblico per lo più di adulti rimasti adolescenti dentro, cercavamo.
È la trasposizione manga di Sandokan, del Corsaro Nero, di Ulisse, ma anche di Achille. È immortale come Highlander e ne soffre. È sfregiato e cieco di un occhio, eppure è bellissimo. Soprattutto, ed è la sua forza, è un uomo che ha sbagliato nel modo più atroce. Che ha distrutto ciò che amava di più e che sta, da oltre cento anni, cercando il modo di rimediare.
Scopriremo, con fatica e con molte lacune, che il rimedio che pensa di aver trovato sarebbe un’apocalisse totale. Lui lo sa, fin dall’inizio, e questo lo colloca in una luce di eroe cattivo, di cupio dissolvi, come denuncia il suo antagonista disabile e feroce. Perfino la sua ciurma ne rimane sconvolta, quando scopre a cosa serve l’aver disposto cento bombe a variazione dimensionale (o qualcosa del genere, i termini scientifici sono terribili da ricordare e troppi).
Da sempre l’eroe fortissimo, e Harlock lo è, ricercato in tutto l’Universo, temuto, invincibile ma fragile nello spirito, ferito e in cerca di riscatto parla alla nostra fantasia. Anzi, alla nostra anima. E parla in modo che vorremmo conoscerlo meglio, cosa che questo film non ci consente di fare. Così dobbiamo affidarci a scorci improvvisi: il primo arrembaggio, quando il capitano afferra il timone e, non diversamente da quanto avrebbe fatto il Corsaro Nero, scaglia la propria Arcadia contro un’astronave nemica in un frenetico girar di timone e sventolar di mantello; il salvataggio di Yama sul pianeta Tokarga, quando il capitano si tuffa in caduta libera per recuperare il pivello dell’equipaggio, ben sapendo che è una spia e accettando il rischio di esserne ucciso; l’unico momento di tenerezza e di rassegnazione, quando l’aliena detentrice del segreto del motore a dark-matter gli passa una carezza sul viso prima di dissolversi in particelle di luce; i duelli e quell’unica goccia di sangue che stilla dal corpo del capitano a rivelarci che, finalmente, ha perso l’immortalità derivata dalla materia oscura; il passaggio di consegne, di timone, forse di potere, con Yama che fin dall’inizio gli somigliava e alla fine sembra un clone di Harlock, cicatrice sul viso compresa.
Nel mezzo ci sono fuochi d’artificio visivi eccezionali. C’è la tragedia della Terra. C’è la speranza, ci sono i fiori che rinascono dall’oscurità. C’è una guerriera ben poco credibile (unica nota veramente stonata, al limite del ridicolo) con le tette corazzate e il perizoma sulla tuta spaziale (ma per piacere!). Ci sono armi di distruzione di massa che i potenti vogliono comunque utilizzare. C’è il riscatto del cattivo…

Sapete che vi dico? Dopo averne scritto, mi è venuta voglia di rivederlo da capo.

lunedì 4 novembre 2013

Stereotipi, un tanto al chilo

Se la mia metà oscura fosse meno sfuggente, questa recensione potrebbe essere la prima di una serie dedicata ai romanzi infarciti di stereotipi un tanto al chilo. Ma la mia metà oscura non accetta scadenze e appuntamenti fissi, ergo...

Sulla copertina dei gioielli, un biglietto da visita e una sega che, non tutti presumo, sono in grado di riconoscere come uno strumento chirurgico. Poi il titolo, “L'allieva”. Niente di strano che la prima cosa che venga in mente sia di essere alle prese con un romanzo in stile E. I. James. 
Non si potrebbe essere più lontani. Se proprio volessimo fare riferimento all'inflazionato cardinale, al massimo potremmo pensare a 50 sfumature di banalità. Ma lasciamo stare, anzi, restiamo sulla copertina, sul virgolettato per la precisione. Perché se è vero che Luciana Littizzetto ha rischiato di morire dal ridere nel leggerlo... beh, io ho un conto milionario alle Cayman. 
Ci tengo a precisare, e più avanti capirete il perché, che non ho acquistato il libro, me lo hanno regalato in considerazione della mia passione per i gialli. Che poi se “L'allieva” è un giallo il mio conto alle Cayman non è milionario, ma miliardario. 
Ma veniamo alla trama: la protagonista, Alice Allevi, è una specializzanda in medicina legale. Bella (vaga somiglianza con Sophie Marceau), intelligente (si fa per dire), ingenua (al limite della deficienza), un po' provinciale (come le sia venuto in mente Sacrofano a una che è nata a Messina è un mistero che non me la sono sentita di approfondire), con la propensione alla gaffe, distratta, facilona, maldestra e sufficientemente “sciocchina” (il termine è dell'autrice) da aver bisogno del macho, in senso letterale, quando finisce nei guai (praticamente una pagina dopo l'altra).
Per un vezzo del caso Alice è in una boutique di via del Corso a scegliersi il vestito per l'ennesimo party in stile Grey's Anatomy quando incontra una giovane donna della Roma bene che la indirizza verso un abito nero, molto frou frou (il termine è dell'autrice). Poche ore dopo la stessa giovane donna è sul tavolo dell'istituto di medicina legale. Gli inquirenti sono indecisi fra suicidio e omicidio, la morte è dovuta a choc anafilattico, ma la Allevi propende per la seconda ipotesi.
Perché? Perché mentre era nel camerino, Alice ha involontariamente spiato una telefonata della morta, in cui l'ha sentita pronunciare queste parole:
“Non so di cosa stai parlando, sei impazzita? No? Be, allora, hai un po' troppa fantasia. Non intendo più parlarne e se vuoi delle risposte non sono certo io a potertele dare.”
Voi non ci crederete, ma tutto comincia da qui. E il peggio non è questo, ma il fatto che si protragga per 374 pagine, ringraziamenti e note dell'autrice compresi. Trattandosi di un giallo (?) non svelerò come la nostra specializzanda riuscirà a dimostrare di aver colto nel segno, ma sono sicura di non togliere nulla alla suspence parlandovi del dottor Claudio Conforti, praticamente il clone di George Clooney in E.R., la cui bellezza è direttamente proporzionale alla stronzaggine (Alice lo ammira da un punto di vista professionale, lo teme come superiore e ovviamente è succube del suo fascino), e di Arthur Paul Malcomess, doppia nazionalità, laurea in scienze politiche, fotografo free lance per scelta, al cui fascino vengono dedicate ben sedici righe. Ciliegina sulla torta, Arthur è il figlio del capo della Allevi, il “supremo”, come lo chiama nell'intimità dei propri pensieri (piuttosto confusi in realtà). Quelli più intimi, di pensieri, si dividono tra questi due campioni di mascolinità. A chi donerà il cuore la bella e perspicace dottoressa? Se ve lo dicessi svelerei l'unico vero enigma di tutto il romanzo. Gli altri protagonisti maschili non sono degni di nota, nemmeno il commissario Calligaris, un ibrido tra il tenente colombo e monsieur Travet con la tipica faccia dell'uomo cui puzza l'alito, cito testualmente. 
Ora, come sia la faccia di uno a cui puzza l'alito io lo ignoro, ma non sono riuscita a ignorare l'acronimo che la Gazzola mette in bocca alla sua protagonista per descrivere una giornalista tv: 
S.C.V.S.E.C.R.M. che sta per 
sgallettata con voce stridula e capelli rosso menopausa. 
Così come non ho potuto ignorare che il bel dottor Claudio, parlando delle possibilità di carriera delle sue sottoposte, ammette candidamente che la più dotata tra loro non ha chance per via dell'aspetto che, ricito testualmente: le nuoce come non immagini.
Se è vero che ogni scrittore mette un po' di sé nei protagonisti dei propri romanzi, mi riesce difficile separare la Gazzola dalla ragazza emotiva, immatura, consumista e con una visione della vita tra il disincantato e il perfido (n.d.a.) che risponde al nome di Alice Allevi, specializzanda in medicina legale. Ma la Gazzola è giovane, ha poco più di trent'anni. Concediamole il tempo necessario a crescere e a maturare il convincimento che, fin quando saremo noi donne ad appoggiare l'idea che ci svalutiamo come un auto, che non abbiamo possibilità se a un bel cervello non si accompagna un bel culo o che la menopausa segna la fine della nostra sessualità e l'entrata nel mondo del ridicolo, gli uomini faranno fatica a dissociare il binomio che li ha resi il sesso forte per secoli: figa=sesso, e niente altro. Perdonate la volgarità.
Quanto detto ovviamente mi consente di dissentire dalle note entusiastiche della Littizzetto e della Schisa (Il Venerdì di Repubblica) che saluta la nascita della Kay Scarpetta tricolore. L'anatomopatologa della Cornell è una 
donna non più giovane, professionale, decisa, con una grande considerazione del proprio sesso e della vita umana. Paragonarla ad Alice Allevi è come paragonare il Conte Dracula di Bram Stoker a Carletto, il principe dei mostri dei cartoni animati giapponesi degli anni '80. E' azzardato e fuori contesto.

Loredana Falcone

p.s. Ho scoperto che c'è pure il booktrailer, questo

giovedì 4 aprile 2013

Soggettiva di ZG: La bambina dai capelli di luce e di vento di Laura Bonalumi

E' stato una bella sorpresa questo libro.
Un'autrice italiana (vivaddio),
un'idea originale (era ora),
una protagonista che resta nella mente.
Eppure non è una maga, non è una vampirella, non è un'adolescente problematica.

Viola è una bambina di quelle che il mondo superficiale di oggi si ostina a chiamare "strane". Perché ha una passione che esula da quelle che uniformano i suoi coetanei. Viola ama visceralmente la neve, i suoi paesaggi fatati, le geometrie perfette dei cristalli, le stupefacenti dendriti stellari e la decine e decine di parole inuit per definire la neve in ogni suo momento e trasformazione.
Viola non ama i computer, non gioca alla play, scrive a mano su un quaderno azzurro.
Viola ha genitori separati, una madre in affanno, un padre confuso, una sorella maggiore che si atteggia a stronza e un'amica "speciale": Emily.
Emily che è viva, ma non lo è del tutto. Emily che le regala un fermaglio magico con un fiocco di neve. Emily che le chiede aiuto per tornare dal coma in cui è confinata. Viola sa che è un compito difficile, soprattutto perché nessuno le crederebbe se chiedesse aiuto. Eppure...
L'autrice ci regala pagine di poesia, momenti che strappano sorrisi, una nonna che tutti vorremmo e la fiducia nell'infinita capacità dei bambini di credere nella magia, di affidarsi alla vita, di accettare le sfide impossibili. E magari anche di vincerle, chissà.
Un romanzo per ragazzi che è stato definito crossover, perché un adulto può tranquillamente infilarsi nella stanza di Viola, stringersi con lei in una coperta e, armato di lente di ingrandimento, tremare di freddo nell'attesa che dalla finestra aperta entri la magia del fiocco di neve perfetto.
Da leggere.


Qui per comprare il libro.

Qui per leggere la mia intervista all'autrice Laura Bonalumi

martedì 6 novembre 2012

La prima recensione per il nostro Carne innocente

La prima cosa che salta agli occhi di "Carne innocente" è la precisione con la quale vengono descritti episodi e contesti del passato così come luoghi e particolari del presente. Potrebbe sembrare un dettaglio ininfluente, mentre invece impreziosisce la struttura del racconto. Un racconto che, in questo caso, viaggia su due piani paralleli: il rastrellamento degli ebrei da parte dei nazisti e la vicenda investigativa ai giorni nostri. Premetto che ho sempre avuto una idiosincrasia per i romanzi basati su più storie che si intersecano. Ma in "Carne innocente" avviene una separazione temporale ben definita pur conservando il filo ideale e necessario alla storia. In sostanza il lettore non dovrebbe fare sforzi nel riuscire a seguire entrambi i "tronconi" del romanzo. Credo che a Laura e Lory abbia giovato molto il fatto di essere innanzitutto delle lettrici "forti" e aver appreso (come giusto che sia) come rendere scorrevole anche una storia basata su un intreccio complesso. Peraltro la complessità è davvero limitata, visto che i personaggi si confrontano più volte a ripercorrere le tappe investigative in modo da accompagnare il lettore fino alla conclusione. Anche il linguaggio aiuta. Non c'è esasperata ricerca linguistica e stilistica che, a volte, serve a camuffare l'assenza di contenuto. In "Carne innocente", piaccia o meno, la storia c'è e il modo migliore per raccontarla è l'esposizione lineare e la scioltezza dei dialoghi. La linearità, se posso fare una personalissima e minuscola critica, talvolta porta le autrici all'utilizzo di cliché un po' abusati. Ma, essendo questa una sensazione puramente soggettiva, è possibile che anche certi passaggi possano colpire l'immaginario collettivo. Avendo letto anche "Fiume pagano", ossia il romanzo precedente della annunciata trilogia, noto un salto di qualità sia nell'elaborazione dell'intreccio quanto nei particolari che riguardano l'ambiente investigativo. Ho notato che a volte i personaggi sono un po' troppo (secondo me ovviamente) "caricati". Credo dipenda dall'affetto che le autrici hanno per i medesimi. Se alcune minuzie, che a mio sommesso parere ritengo evitabili, verranno sottoposte a una attenta revisione, c'è da attendere il terzo romanzo della trilogia con grandissima curiosità.

Enrico Gregori

giovedì 12 luglio 2012

Fiume pagano nella recensione di Marco Proietti Mancini


Ci sono storie, romanzi, che scorrono come scorrono i fiumi. Non tutti i fiumi scorrono nello stesso modo. I fiumi di montagna scendono giù impetuosi, saltano le rocce, cadono, sbattono, la loro acqua è tanto trasparente e pura da sembrare non esserci. I fiumi di montagna sono come ragazzini immaturi, pensano solo a divertirsi, a correre via, non si fermano un istante, non si godono un momento di vita e consumano tutto quello che incontrano sulla loro strada
Poi ci sono i grandi fiumi di pianura, quelli che scendono lenti, gravidi di tutto quello che accumulano nel loro viaggio. Una pagliuzza strappata via da un torrente si distrugge in un metro, una pagliuzza presa – non strappata – dal corso di un fiume che scorre in pianura, quella arriva fino al mare.

Tra i fiumi di pianura quello che amo di più è il Tevere. Ma va? Bella forza, è il mio fiume, il fiume della mia Città (Eterna). Ma non è solo campanilismo. Il Po se lo dividono in tanti, come l’Arno. Il Tevere invece è solo di noi romani. Il Tevere nasce in Romagna, passa in Toscana, in Umbria e poi finalmente arriva nel Lazio, 405 chilometri in quattro regioni, eppure, manco a farlo apposta, per toccare una città deve arrivare quasi alla fine. Quindi il Tevere fino a Roma non è un cazzo, poi diventa il fiume Sacro, e che sia Sacro non c’è dubbio. Sacro per i pagani, come per i Cristiani.

Ecco “Fiume Pagano” di Laura Costantini e Loredana Falcone – Historica Edizioni – non è un romanzo, e non è un fiume. E’ tutte e due le cose. E’ una storia gialla, vera, ambientata ai giorni nostri, con tanti morti, qualche assassino (si, qualche, non uno solo) e con un movente che non nasce oggi, ma nasce qualche decina, tante decine, di secoli fa. “Fiume Pagano” è come il Tevere, E’ il Tevere. Porta dentro un sacco di cose, tutte insieme, che uno può anche pensare che stanno male messe insieme. Invece sbaglia, perchè quando vedi scorrere un fiume, gonfio e rabbioso, o lento e pigro, e vedi che porta dentro tutto e di tutto, pensi che ci sta bene tutto dentro alla corrente, le storie nuove e quelle vecchie, i Santi e i bastardi, le mignotte e le vergini. Dentro i tremila anni di storia (quella conosciuta) di questo fiume c’è la storia di Roma e dei romani. Che se vai a grattare sotto i vestiti fighetti sono ancora quelli rozzi e prepotenti di tremila anni fa.

“Fiume Pagano” è un libro potente, eppure semplice, arrogante eppure cinicamente autoironico. Ogni  personaggio è complementare all’altro, la ragazza ricca e la zia popolana, il carabiniere che ancora ci crede e il vecchio giornalista che ormai non ci crede più, il laureato che “si accontenta” ed il rampollo che sotto la presunzione nasconde la speranza. In “Fiume Pagano” Laura e Loredana prendono tutto e lasciano che sia la corrente della storia, del fiume, a trasportarlo verso la foce, la fine. Dove nulla finisce e tutto può ricominciare.

Laura Costantini e Loredana Falcone sono l’emblema, l’icona del fallimento di una mia convinzione; io che quando scrivo litigo perfino con me stesso, ero convinto che da una collaborazione a quattro mani non potesse uscire nulla di buono. E che cazzo, di Fruttero&Lucentini ne abbiamo già avuti due (ambo!), Guccini & Machiavelli? Si va be’, li ho letti, mi sono pure piaciuti tanto, ma lì alle spalle c’è Mondadori, una megaredazione, e c’è pure profumo di marketing editoriale, che sistema ed aggiusta gli sfridi. Qui invece ci sono Costantini & Falcone, si sente l’odore del sudore dell’anima e si vedono le macchie di inchiostro sulle dita. Insomma, ancora una volta, chiusa l’ultima pagina mi è venuto da dire, ma perchè devo trovare in libreria tanta merda di carta sprecata ed invece per trovare questo bel libro ho dovuto ordinarlo? Si lo so, domanda inutile. Il problema non è la “piccola editoria”, il problema è la “grande distribuzione”.

Vabbè, Suggerimento; cercatelo, ordinatelo, leggetelo.

venerdì 15 giugno 2012

Soggettiva di ZG: Il giovane Holden di J.D. Salinger

Ordunque sia chiaro, se siete fautori della sacralità di opere letterarie assurte nell'empireo della storia della letteratura mondiale, non leggete oltre. Perché non siamo qui per tessere le lodi del giovane Holden Caulfield o come Vattelappesca si chiama. Quando ho visto questa famosissima copertina candida e spoglia mi sono detta: questo romanzo mi darà del filo da torcere. Lo si capisce da tutto 'sto bianco, dallo snobismo evidente nella scelta di non scegliere una qualsiasi vera copertina e tutto quel che segue. Poi l'ho aperto e ho cominciato a leggere, non prima di aver riflettuto sulla lunga nota dell'Editore circa l'impossibilità di tradurre il titolo originale Catcher in the rye (che suona più o meno uno che acchiappa nella segale e tutto quanto). Ora, se il titolo di un romanzo non lo si riesce a tradurre, capisci bene che il romanzo stesso deve avere delle, come dire, asperità. La scoperta è conseguenziale: c'è questo fanciullo che, causa trasposizioni cinematografiche (che non ho visto), immaginiamo belloccio. Il fanciullo ha sedici anni e la capoccia confusa che di solito attiene ai sedicenni. Non gli va di andare a scuola, non perché non sia bravo, anzi. A lui quello che proprio non gli va giù è l'assurda pretesa degli insegnanti di incanalarlo su un binario preciso. Per lui divagare o meglio, saltare di palo in frasca, è quanto di meglio ci sia per tenere allenata la mente. Guai a gridargli "fuori tema", come avviene durante le esercitazioni di esposizione orale nella sua scuola. Quindi, visto che ha anche un decreto di espulsione che gli incombe sulla testa e tutto quel che segue, decide di togliere il disturbo imbarcandosi in un viaggio notturno dalla scuola a New York che si trasforma in una specie di calvario a suon di sbronze e pacchetti di sigarette e decisioni di telefonare alla vecchia June, alla vecchia Sally, alla vecchia Phoebe. Di tutte queste nessuna è vecchia, garantito al limone. Anzi, due sono coetanee, la terza è la sua sorellina che lo adora. Va da sé che ogni volta che decide, il vecchio Holden ci ripensa e intanto intesse incontri con due ragazze di provincia a caccia di divi in un night malfamato, con un ragazzo dell'ascensore/pappone che gli procura una prostituta con la quale non ha il coraggio di perdere la verginità, con un vecchio e stimato professore che, per avergli fatto una carezza sulla testa, viene bollato come pederasta. E questa è la storia e non crediate che, per dirla con il nostro amico Holden, stiami prendendo in giro. Certo, c'è anche il rimpianto per Allie, il fratello perso in giovanissima età e la domanda delle domande che il fratello maggiore D.B. (scrittore e sceneggiatore) in partenza per la guerra porge proprio ad Allie: chi ha scritto le migliori poesie di guerra, Rupert Brooke (che la guerra l'ha fatta) o Emily Dickinson (che, donna, l'ha solo vissuta attraverso la sofferenza degli altri)? Allie risponde senza esitare: Emily Dickinson. Le pagine belle non mancano, non possono mancare. Ma è evidente che questo libro, compreso in qualsiasi classifica tra quelli che NON puoi non aver letto, è stato una vera bomba quando è uscito, nel 1961. Per novità di linguaggio, per novità di trama, per aver descritto quello che probabilmente nessuno aveva mai creduto degno di passare su carta, ovvero il continuo interrogarsi e divagare di una mente adolescente. Ma oggi tutto questo è acquisito e quel che resta è una scrittura che, personalmente, ho trovato ostica. Soprattutto per quel gergo che di rivoluzionario non ha più nulla. Garantito al limone, appunto.

ZG

domenica 3 giugno 2012

Una nuova recensione per FIUME PAGANO a più di due anni dall'uscita


I libri non muoiono. Ne siamo convinte, nonostante tutto nel mondo editoriale italiano dica il contrario. I libri non muoiono. Fiume pagano, il nostro giallo romano è ancora acquistabile con pochi click, non solo, da qualche settimana è anche un e-book disponibile sul sito di Bookrepublic al comodo prezzo di 3,90 euro. Soprattutto, alla veneranda età di due anni (un'enormità per un libro di oggi), piace ancora. Quella che segue è la recensione che Michele di Marco (che l'ha pubblicata anche su Thrillerpages ci ha dedicato con un voto di 4 su 5. Mica male, no?


Quando, anche noi che la viviamo – e, personalmente, la amiamo – da lontano, pensiamo a Roma, difficilmente riusciamo a separare il presente dai ricordi della sua fantastica e ingombrante storia, anzi credo che poche città come Roma intreccino così strettamente il proprio presente e passato. 
Ma credo che sia molto meno comune, probabilmente per l’incombente, e spesso bellissima, presenza della Chiesa cattolica, dei suoi luoghi di potere e di culto, il ricordo della religione pagana pre-cristiana, dei suoi riti e dei suoi simboli, se non in quanto, ormai morti e confinati nel passato remoto,  sono all’origine di vestigia e reperti archeologici e artistici.
Invece, Laura Costantini e Loredana Falcone (d’ora in poi LauraetLory, come nel loro blog), scelgono di contrapporre alla modernità – che, inopinatamente rispetto ai luoghi comuni, in questa prospettiva include anche il cattolicesimo – un’improbabile, ma non del tutto inverosimile, movimento neopagano a noi contemporaneo. E pongono questo scontro, con originalità, come sfondo del loro intrigante giallo, una complessa vicenda in cui l’inchiesta su una successione di assassinii seriali obbliga a ricercare e riannodare le connessioni tra credenze, addirittura ideologie, e pratiche religiose, che si perdono nel tempo remoto della romanità dei secoli passati, e che riverberano i propri riflessi, e le proprie ombre, fino all’oggi.
Non basta essere “originali” o “creativi” per destreggiarsi, come sanno fare più che bene le autrici, nell’intricato labirinto di storie, di riti e simboli apparentemente incomprensibili, di drammi personali e familiari, che diventa l’inchiesta condotta con diligenza, poi con crescente partecipazione, dal luogotenente Vergassola.
Serve una profonda cultura, nel senso della competenza e non della pura erudizione, che permetta di riconoscere i riferimenti, di comprenderli e di collegarli per favorire la soluzione del rompicapo: e LauraetLory, che questa competenza mostrano di possederla, l’affidano al vero protagonista dell’indagine, Nemo Rossini , un romanissimo “redattore anziano di un giornaletto da diecimila copie”.
A lui, che sa muoversi con la stessa efficacia e la stessa simpatia (condivisa da chi legge) nel commissariato di Polizia e nei bassifondi popolati dai barboni del letto del Tevere, spetterà l’incarico di condurci, grazie al suo intuito e alle sue conoscenze, all’uscita di quel labirinto, sapendo anche cogliere, con molta maggiore prontezza del poliziotto, gli indizi che gli vengono offerti dall’evoluzione della storia che costituisce il secondo filone del romanzo. 
Ne è protagonista Monica, con la sua disperata ricerca del padre perduto, il tentennare tra i due rivali che si contendono il suo amore, la (quasi eccessiva, è forse un difetto del libro) capacità di calamitare coincidenze, di essere occasionalmente presente in tutti i momenti in cui si dipana una parte della matassa: intorno a lei, le autrici si divertono a costruire una vivace corte di personaggi, alcuni poco più che comprimari, altri più delineati (menzione speciale per la zia Nerina, che a me ricorda, con la stessa simpatia e, se possibile, ancora maggiore bonomia, la Sora Lella dei film di Verdone), tutti o quasi perfettamente funzionali all’economia della trama, fino al suo finale ricco di effetti speciali drammatici (e non del tutto sorprendenti, altro difetto), che però si stempera nell’esito contrastato delle vicende di Monica, perché alla fine l’umanità del presente diventa più importante delle conseguenze, gloriose o criminali, del passato.
Insomma, un bel giallo, che sfida le capacità di congettura del lettore, portandolo alla soluzione, almeno parziale, ben prima del finale, nel quale le autrici sanno delineare, senza confusione, due storie principali convergenti, oltre a qualche rivolo minore. 
Sullo sfondo di tutto questo, Roma, spesso ripresa nei suoi angoli oscuri, ma anche pronta ad offrire i vivaci spaccati dei dialoghi in cui Nemo sfrutta la propria vena popolaresca: una Roma mai prevedibile, che non si limita a far da scenario alla velocità, quasi alla frenesia con cui tutti si muovono nella parte del labirinto che è loro assegnata, anche se, nel solco della sua millenaria esperienza, mantiene fermo il proprio fulcro, perché, alla fine, si sa che “a Roma tutto cambia e solo il Tevere resta”.

lunedì 21 maggio 2012

Lory ha letto "Il metodo del coccodrillo" di Maurizio De Giovanni


C’è un errore che non dovete fare leggendo il nuovo romanzo di Maurizio De Giovanni: pensare al commissario Ricciardi. Questo vi impedirebbe a) di interagire con l’ispettore Giuseppe Lojacono, protagonista de “Il metodo del coccodrillo” , b) di gustare a pieno lo snodarsi di una vicenda che, sebbene ambientata ai giorni nostri, ha il gusto e il sapore delle storie vere, quelle che caratterizzano la prosa del nostro Maurizio. Se la scientifica resta ai margini delle indagini dell’ispettore Lojacono e del magistrato Laura Piras non è un caso. Qui non siamo davanti a una spy story, a un giallo dai risvolti politici o a un thriller psicologico. Qui siamo davanti a una tragedia umana i cui risvolti ci trascinano nostro malgrado nelle vite dei protagonisti. Ancora una volta ad armare la mano dell’uomo è l’amore, quell’amore che intorbida i sogni di un padre che non vede e non sente sua figlia da troppo tempo. Quell’amore che spinge una madre a rinunciare a se stessa per un figlio che non comprende il suo sacrificio. Perché i temi cari a Maurizio, i sentimenti, vedono protagonisti gli uomini non i fatti. Quelli, sebbene splendidamente narrati, fanno da contorno, si intrecciano e si dipanano in un gioco di chiaroscuri che mette in mostra la grandezza dello scrittore. Perché Maurizio è uno scrittore in purezza, senza artifizi, senza costruzioni fantasmagoriche. Le storie scivolano via dalle sue dita con la semplicità con cui l’acqua sgorga dalla sorgente e a noi non resta che unire le mani a coppa per estinguere la sete. Lojacono non è Ricciardi, Laura Piras non è Livia e Letizia non è Enrica, la Napoli di oggi non è quella degli anni ’30. Ma la grandezza e le piccolezze degli uomini sono le stesse. E a coloro che  potrebbero rimpiangere Luigi Alfredo io dico solo aspettate, date a Peppuccio il tempo che occorre e allora entrerà nei vostri cuori.  Non per scalzare Ricciardi ma per fermarsi accanto a lui a ricordarci che dove c’è il male c’è, sempre anche il bene.
Lory

domenica 20 maggio 2012

Soggettiva di ZG: La seconda mezzanotte, di Antonio Scurati

"L'odio razziale non si nutre di disprezzo ma d'inconfessabile venerazione [...] La ferocia sterminatrice è invece sintomo inequivocabile di un complesso d'inferiorità [...] C'è bisogno di una collezione di perfezioni per scatenare stragi a cuor leggero. Un istante prima sono superumani, un istante dopo subumani. L'importante è che non si adagino mai sulla linea di galleggiamento di una possibile parentela con la gente comune."


Questo brano è la parte migliore, il reale significato di questo romanzo di Scurati. Poche righe a fronte di 343 pagine di compiaciuta e barocca estetica del decadimento. Siamo dalle parti della distopia, quella cupa alla Cormac McCarthy ma in chiave nostrana. Anno 2090, circa. Venezia è stata sommersa da un'onda. Il clima è mutato. A Natale il caldo si taglia col coltello, mentre tutti i giorni dell'anno sotto la cupola che custodisce Piazza San Marco a essere tagliati col coltello, massacrati, stuprati, sventrati, mutilati, squartati (potrei continuare ancora a lungo) sono gli sfortunati abitanti della città lagunare. Perché i cinesi (e poi dite che dovremmo sforzarci di capirli e integrarli) sono diventati i padroni di gran parte del mondo. O di ciò che ne resta. E mentre cinenotiziari mostrano a getto continuo le apocalissi in corso nei cinque continenti (o in ciò che ne resta, Scurati ci tiene a ricordarcelo), i veneziani superstiti si vendono, si prostituiscono, scendono nell'arena, si battono e muoiono per compiacere i nuovi padroni dalla pelle gialla e dalla crudeltà ottusa. Venezia, anzi, Nova Venezia, è un parco di divertimenti per turisti danarosi, annoiati, disperati. Il divertimento non è tale se non crea sofferenza. Le donne sono prede, i rapporti sessuali sono stupri mirati all'omicidio. I gladiatori sono morti che camminano. Il tempo è quello di un medioevo prossimo venturo. I cinesi sono crudeli, stupidi, con un enorme complesso di inferiorità che li spinge a continui interventi chirurgici per abolire le loro caratteristiche di razza. Ma, ci racconta Scurati, nonostante questo restano brutti, piccoli e cattivi. In compenso sono poco dotati sessualmente e quindi godono nel cedere le loro donne ai gladiatori che trionfano nell'arena. Bestioni che pesano tutti cento chili, Scurati è preciso in proposito, e che sono sessualmente proporzionati al peso. E anche questo è ben sottolineato. C'è un gladiatore ribelle, Spartaco (ça va sans dir). C'è un gladiatore capo, il Maestro, che tra uno stupro e l'altro concepisce una bambina. Non dovrebbe, ma si è espiantato l'anticoncezionale sottocutaneo. La piccola potrebbe rappresentare la rinascita del genere umano (occhio, fa un caldo della malora, ma siamo pur sempre dalle parti del 25 dicembre). Ma anche no. Il lieto fine sarebbe banale. Il finale aperto fa fico. E Scurati ci tiene ad apparire fico. Ogni singolo vocabolo, da ipospadico a infecondo prolasso addominale, mira a ricordarci che l'autore è fico, usa vocaboli fichi e ci degna, nella sua ficaggine, di promanare erudizione così come i corpi dei gladiatori promanano turgidi afrori. Penultima cosa: la descrizione di come è ridotta Venezia fa veramente male al cuore. Ultima cosa: ma tradurlo in cinese e vedere come la prendono, no?
ZG

giovedì 17 maggio 2012

Soggettiva di ZG: Da parte di padre di Marco Proietti Mancini

Questo romanzo è stato pubblicato, per ingenuità dell'autore, con una casa editrice che non voglio neanche nominare. Di solito di questo genere di pubblicazioni non parlo, per principio. Ma come ho avuto modo di dire in altri post, il male assoluto in editoria è altro. E' il market(t)ing imperante. Quindi voglio dare a Cesare quel che è di Cesare. E questo "Da parte di padre" è un bel libro.

Credo esista una scrittura buona e una scrittura professionale. Un lettore attento e non sviato da considerazioni personali o di interesse (tipo amico scrittore che può darti qualche dritta e quindi lo devi trattare bene a prescindere) se ne accorge subito. Quella dell'autore è una scrittura professionale. Mai, neanche per un istante si pensa all'esordiente. Mai si incappa in un'ingenuità di quelle che fanno sgamare il neofita. C'è qualche refuso, un gli riferito a una donna, ma son peccati veniali. Sa scrivere, Marco Proietti Mancini. E sa raccontare, che è ancora più importante. Ha quel talento affabulatorio che cattura l'attenzione del lettore e lo conduce dove vuole essere condotto. Raccontare è la parte più importante di questo mestiere (vogliamo chiamarlo così?). E' forse l'unica cosa che conta veramente (fatta salva la conoscenza professionale del mezzo, ovvero della lingua italiana). Ho amato la storia che ha raccontato, ho palpitato per le vicende dei suoi antenati. Mi sono incazzata per come venivano trattate le donne (quel passo di Antonia che non mangia a tavola con la famiglia ma in un angolo per poter scattare a riempire piatti e bicchieri dei maschi m'ha mandato il sangue al cervello, ma è storia, purtroppo). Mi sono inferocita con quello stronzo fascista di Bergamo e ho gioito quando lo hanno fottuto. Ho amato moltissimo Benedetto, l'ultimo Benedetto, lo scalpellino che approda a Roma. Che bel personaggio. Anche Bittuccio ha un grande spessore. E poi Menica, Nazareno. Non so se questo romanzo avrebbe trovato spazio nell'editoria vera, quella non a pagamento, ma il dubbio è dovuto solo a come vanno le cose oggi: troppo lungo, troppo slegato dalle mode del momento. Comunque da leggere.

mercoledì 2 maggio 2012

Soggettiva di ZG: Hunter Games di Suzanne Collins

La mia fortuna è che ho una nipote 18enne, appassionata di lettura e con gusti molto simili ai miei (non so se questo sia un complimento, e per quale delle due, ma sorvoliamo). Così succede che un giorno mi mette in mano questo libro e con i modi spicci che la contraddistinguono mi dice: Zia, leggilo. Punto. E io obbedisco perché è già capitato che mi abbia consigliato qualcosa e non mi ha mai deluso (è vero anche il contrario, ma questo ve lo deve dire lei). E veniamo al libro. Quando una persona appassionata di lettura è anche una persona che scrive, accade che il suo modo di approcciare un libro sia duplice, direi quasi schizofrenico. Se poi quella persona lavora anche in televisione e l'autrice del libro da leggere è una famosa autrice televisiva, allora le chiavi di lettura sono almeno tre. Vi siete persi? No, dai, abbiate fede. Cominciamo dalla lettrice pura, quella che apre la prima pagina, legge le prime righe, sospende l'incredulità e si tuffa senza rete in un mondo post-apocalittico dove i reality son giunti alla loro versione ultima. Quella che Stephen King, da genio qual è, seppe precorrere quando un reality show non era ancora neanche nelle menti degli autori Endemol. Dodici distretti sconfitti dopo una sanguinosa repressione e costretti, tutti gli anni, a fornire 2 concorrenti ciascuno per gli Hunger Games, i giochi della fame. Ne resterà solo uno, come direbbe Highlander/Lambert, ma tutti gli altri non finiranno sulla copertina di rotocalchi a raccontare come hanno vissuto nella casa. Tutti gli altri moriranno. La cosa è crudele, ancor più se si pensa che sono tutti ragazzi e ragazze di età compresa tra i 12 e i 18 anni. Panem (che sarebbe ciò che resta degli Stati Uniti) seguirà per settimane il loro destino. Li vedrà soffrire, morire, ma anche improvvisare strategie e cercare di guadagnarsi visibilità e quindi sponsor. E qui subentra, nella sottoscritta lettrice, la persona che lavora in televisione e che questi meccanismi li conosce bene. La Collins ci svela il dietro le quinte del Grande Fratello, dell'Isola dei Famosi. I consigli autorali, il lavoro dei look-makers, l'importanza di colpire il pubblico laddove vuole essere colpito. Protagonista assoluta, convincente e riuscitissima è Katniss. Ha 16 anni e ci racconta tutto in prima persona, in presa diretta, verrebbe da dire, con brevi flashback che non spezzano mai il ritmo. Il lavoro dei due traduttori non deve essere stato facile, ma non si percepiscono sforzi nel rendere l'animo ribelle di questa adolescente... Adolescente? E qui subentra la scrittrice che, mentre la lettrice arrivava a commuoversi per alcuni passaggi molto riusciti, sgamava subito il gioco della Collins. Che poi non è diverso dal gioco della Meyer. Perché Katniss è bellissima, anche se non lo sa, ed è amata da due ragazzi: Gale, che con lei condivide la fatica quotidiana di cacciare per non morire di fame, e Peeta, che con lei si trova a condividere gli Hunger Games.  La ama, ma potrebbe essere costretto a ucciderla. O forse ad esserne ucciso. Non vi svelo nulla, ma il gioco della bella con il cuore in altalena tra due possibili amori è la chiave giusta per invogliare il lettore a leggere gli altri due libri. Già, perché anche questa è una trilogia. E se anche alla scrittrice il giochetto dell'attesa, dei capitoli come puntate televisive bloccate sul più bello e del meccanismo narrativo appare visibilissimo, la lettrice c'è cascata con tutte le scarpe. Leggerò gli altri due e questo, secondo me, è indice di un romanzo che emoziona, resta dentro, si ricorda.


ZG

giovedì 26 aprile 2012

Soggettiva di ZG : Bowling e margherite di Manuela Giacchetta

Ero a Più libri più liberi, stand di Las Vegas Edizioni. Chiedo ad Andrea Malabaila, il direttore, quale dei libri esposti mi consigliava. Lui ci pensa tre secondo, poi mi mette in mano Bowling e margherite. Perché, gli chiedo. Perché quando ho letto il manoscritto ero convinto che l'avesse scritto un uomo con uno pseudonimo da donna.
Non vi sembra una motivazione? E invece mi incuriosì. Comprai il libro e lo misi lì, nella pila sempre più alta e pericolante di libri da leggere. Prima o poi sarebbe arrivato il suo turno. Ebbene è arrivato, in due tranche. La prima in treno, ma il viaggio era troppo breve per permettermi di terminarlo, per quanto io sia veloce nella lettura. La seconda un pomeriggio domenicale.
Vi dico intanto che è un libro da leggere. La scrittura ti prende e ti porta nel mondo di Lorenzo, 28enne incasinato perso e sofferente per l'abbandono dell'adorata Elisabetta. Sua unica via di fuga? La lettura coatta dell'Ulisse di Joyce. Ogni capitolo si apre con una citazione dell'Ulisse, la pagina dove si trova e il commento, stringatissimo e spesso disperato, di Lorenzo. Dopo averlo chiuso ho capito due cose: perché non ho mai affrontato la lettura dell'Ulisse e il motivo per cui Malabaila pensava che a scriverlo fosse stato un uomo. Il discorso della scrittura femminile o maschile mi fa sempre imbufalire. C'è in corso un dibattito tra scrittrici e giornaliste sul fatto, innegabile, che le donne abbiano meno spazio nel mondo editoriale italiano. Soffrono del pregiudizio per cui una donna scrive solo robe diaristiche condite d'amore. Praticamente i romanzi di Fabio Volo. Che però donna non è. Ecco, Manuela Giacchetta è riuscita a entrare nel cervello di un maschio 28enne, innamorato, incasinato, confuso e parecchio spaventato dalla vita. Lo ha fatto con naturalezza, senza prenderne mai le distanze, sebbene come donna debba essersi sentita offesa (io almeno sì) da certi modi di pensare e di gestire i rapporti di coppia. La voce dell'autrice non c'è, perché noi sentiamo solo Lorenzo e la sua lotta per capire perché sia necessario sapere cosa e chi si vuole veramente nella vita. E se credete che alla fine si sia dato una risposta, vi sbagliate. Perché la pianificazione dell'esistenza e un maschio 28enne di oggi c'azzeccano proprio come una palla da bowling e una tenera margherita.

Z.G.

martedì 17 gennaio 2012

Lettera di una lettrice a Maurizio De Giovanni

Caro Maurizio,
alla fine il richiamo di quelle trenta pagine che mi mancavano per ultimare il tuo romanzo è stato più forte della volontà di procrastinare il momento in cui mi sarei separata un’altra volta dal commissario Ricciardi.
Che dire?
Ogni volta è come entrare in un sogno. Uno di quelli che al mattino non si vorrebbero lasciare, quelli che continui a tenere le palpebre strizzate mentre tiri la coperta sulle spalle per conservarne il tepore. E’ sufficiente alzare la copertina, scorrere poche righe per ritrovare volti e vite noti, per immergersi in un mondo che è sconosciuto ma vicino, in una irrealtà che si fa reale man mano che quelle voci ritornano, che quei personaggi si dipanano nel loro essere insieme fittizi e reali. E allora quello che ti circonda sparisce, si dissolve nel racconto e la mano sapiente che ha tracciato quelle righe ti trasporta dove vuole e dove tu, consapevolmente, vuoi andare… per mano sua. Per ritrovare il calore, la saggezza, la spontaneità, la ricchezza di sentimenti che solo la fantasia può tenere insieme in un unico contesto. Entri in punta di piedi per poi slanciarti ad assorbire la storia. La lasci entrare dentro di te, per essere di volta in volta Ricciardi, Maione, Enrica, Lucia o l’ultimo artigiano del presepe. Perché il tuo talento sta nell’intagliare dei personaggi nei quali immedesimarsi a prescindere dal proprio sesso, dalla propria età e dalle proprie esperienze. Tu non narri storie ma sentimenti. E lo fai con una sensibilità che non è né maschile né femminile. E’ l’una e l’altra e tutte e due insieme. E allora accade che io, che sono moglie e madre, non mi emoziono solo quando Lucia fissa il blu dei suoi occhi in quelli del marito per ricondurlo alla ragione, quando Enrica spia dalle imposte socchiuse l’uomo che ama insieme a un’altra donna. O quando Rosa davanti alla mano che trema si preoccupa di lasciare solo Luigi Alfredo. La commozione mi stringe la gola anche quando Ricciardi si confessa a Enrica con una lettera che non le consegnerà mai. Quando Maione regala la dolcezza del Natale a una bambina che il destino ha lasciata sola. Perché i sentimenti non hanno sesso, non hanno età, non hanno tempo. E’ questo che io riscopro leggendo le tue pagine. E mi sento più ricca, più vicina ad un’umanità che non è solo quella descritta nel libro ma anche quella che mi circonda.
E allora non posso fare altro che dirti: grazie.
Lory

lunedì 22 agosto 2011

SOPDET di Lara Manni


"Davvero, come fai a immaginare queste cose?"
La domanda non è mia, è una citazione dallo splendido secondo romanzo di LARA MANNI.
Ho amato moltissimo ESBAT, esordio dell'autrice, ma qui siamo andati avanti, qui siamo cresciuti. Giusto giorni fa si disquisiva sul valore della struttura di un romanzo, domandandosi se sia più importante il colpo di genio o la capacità di mantenere a lungo un livello alto. Domanda oziosa davanti a SOPDET. La struttura è complessa. I piani temporali abbracciano la storia del passato secolo dalla prima guerra mondiale agli anni di piombo. E approdano all'oggi seguendo le vicende di Ivy e di tutte le donne, dalla bisnonna in poi, che hanno fatto di lei quello che è: una giovane donna con il potere di influire sui mondi. Non sul suo, ma su quello bello e terribile dove vivono demoni come Hyoutsuki e creature ibride come Yobai. Passato e presente si mescolano mentre Hyoutsuki e Yobai combattono una partita sotto lo sguardo divertito di Axieros, la Dea, e quello gelido e lontano di Sopdet, Sirio, la stella del Cane. La posta in gioco è la vita. Quella di Ivy, quella di Hyoutsuki, quella di Yobai. Lara Manni ottiene un miracolo di equilibrio nel mescolare la storia delle guerre e dei soldati d'Italia con l'eterno conflitto in salsa manga tra il Bene e il Male. Solo che il Bene indossa lo sguardo d'oro di un  demone crudele e schifato dal genere umano e il Male si nutre della sofferenza tutta umana di un ibrido che aspira a diventare potente come un dio. Originale, forte, commovente, romantico, crudele, documentatissimo. Vorrei che nessun lettore, mai, si lasciasse scoraggiare dal trovare protagonisti demoni giapponesi e dei di una mitologia perduta, perché SOPDET è di più. E' un inno alla fragilità umana, alla forza dei sentimenti, all'amore di una madre, alla forza delle donne. E all'eroismo di una ragazzina di sedici anni che avrà il coraggio di scrivere la parola più difficile, la più importante, la più densa di umana pietà. Rinunciando a una parte di se stessa. Per diventare adulta.

domenica 10 luglio 2011

Sangue del suo sangue


Bando alle ciance, il romanzo di Gaja Cenciarelli "Sangue del suo sangue" edito da Nottetempo è uno dei libri migliori che abbia letto quest'anno. E ne ho letti già parecchi. Quindi vi segnalo che giovedì 14 luglio a Viterbo, presso la sede temporanea della Libreria del Teatro in piazza San Carluccio, nel cuore pulsante d Caffeina Cultura 2011, Gaja presenterà il suo libro affiancata da Giorgio Nisini e Laura Verga (che leggerà alcuni brani): SIATECI! 

E adesso il mio piccolo parere sul romanzo:

“Le parole non dicono solo quello che tu vuoi fargli dire. Devi leggere tra le righe, e tra una lettera e l’altra. È lì che si sviluppa il loro potere.”
Un potere che questo romanzo, impossibile da incasellare in un genere letterario, dispiega guadagnandosi una qualifica che troppo spesso sentiamo spendere senza motivo. “Sangue del suo sangue” è un romanzo scomodo, sul serio. Perché capovolge le categorie cui siamo abituati e ci pone domande spiazzanti. Una su tutte: che succede se la vittima è peggiore del carnefice? Perché il generale Scarabosio, ufficiale dell’Arma assassinato dalle Brigate Rosse, era ben altro che uno specchiato padre di famiglia tra le mura domestiche. E la sua tragica morte potrebbe costituire motivo di sollievo per Massimiliano e Margherita, i suoi figli, se l’inferno che ha costruito per loro non avesse mura impossibili da scalare. Con una scrittura elegante, che evidenzia il lavoro di lima senza mai tradirne la fatica, l’autrice ci cala in una storia minima che non si permette di restare tale. Perché la storia di Margherita è il fulcro di un momento storico, le elezioni del 2006, che mai come oggi appare attuale. Chiamata a presiedere un comitato che rappresenti le vittime del terrorismo, la protagonista si trova costretta a difendere pubblicamente la memoria del proprio carnefice. E a supportare lo sforzo revisionistico di Bruno Chialastri, imprenditore (verrebbe da dire faccendiere) con aspirazioni politiche e con la volontà di cancellare gli anni di piombo dai libri di storia. La sua tesi è che l’ideologia fosse solo un pretesto per un gruppo di delinquenti comuni, decisi a mettere a ferro e fuoco il paese al solo scopo di guadagnarsi denaro e potere. “Come tutti”, si lascia sfuggire Chialastri durante un colloquio con il proprio mentore politico, l’onorevole De Martiis. E non mente. Anche il gruppo di emuli delle BR che medita di assassinarlo nel giorno delle elezioni politiche punta al potere. Del simbolo, della memoria. Della paura. Un vortice di intenti colpevoli che ruota intorno a Margherita e al suo sforzo di riappropriarsi della propria esistenza. Non sappiamo se riuscirà, ma nello sguardo disincantato che l’autrice dedica al nostro tempo, lei è l’unica scintilla di speranza.

Laura Costantini

sabato 4 giugno 2011

Oggi vi parlo di: Carlo Menzinger di Preussenthal

Ci sono autori che meriterebbero molto di più. Storia vecchia? Come il mondo, probabilmente. Ma senza voler aprire un nuovo capitolo nella vexata quaestio circa le capacità di talent-scout dell’editoria italiana, voglio parlarvi di un autore che se pubblicato da una grande casa editrice sarebbe, senza ombra di dubbio, un nome di spicco nel panorama letterario italiano. Il nome è altisonante: Carlo Menzinger di Preussenthal. E’ nato a Roma, vive a Firenze e scrive in una dimensione temporale che appartiene solo a lui. Menzinger è uno scrittore ucronico. Non solo, ma principalmente. Cos’è un’ucronia? In parole povere è immaginare come sarebbero andate le cose se la Storia avesse preso un altro corso. Se scrivere un romanzo storico credibile è una bella fatica, scrivere un romanzo ucronico credibile è un’impresa titanica. Eppure a Menzinger riesce con quella facilità apparente che solo i veri talenti sanno imprimere alle loro opere. Il primo romanzo che ho letto di Menzinger è stato “Il Colombo divergente”. Che sarebbe successo se Cristoforo Colombo, invece di fermarsi alla prima isola, avesse guidato le proprie navi fino alla costa azteca? E’ questo il quesito che  Menzinger ci propone, immaginando un bivio nella vita e nelle esplorazioni di Cristoforo Colombo. Un bivio che avrà conseguenze tali da creare un futuro del tutto diverso da quello che noi, oggi, stiamo vivendo. Un lavoro enorme di documentazione, una penna felicissima, una voce narrante misteriosa e onnipresente, interventi poetici con ballate che si snodano come il coro di una tragedia. In fondo di questo si tratta: della tragedia di un uomo cui è stato affidato l’atroce compito di cambiare il mondo. In cambio deve rinunciare a se stesso, vivendo all’inseguimento di un sogno di gloria che, a ben vedere, non gli apparteneva. Libro che mi sento di consigliare, vivamente.

Incuriosita, volli procedere nella lettura. Perché Menzinger, oltre a essere geniale, è prolifico e, soprattutto, non scrive sempre lo stesso libro. Ama sperimentare. E di un esperimento parliamo nel caso di “Il settimo plenilunio”. Parliamo di sincretismo letterario. E non mi riferisco solo al fatto che e’ stato scritto a sei mani, ma alla contaminazione tra generi che lo caratterizza. Ci sono vampiri. Vampiri antichi e potenti, vampiri molto attenti al degrado civile e decisi ad ovviare al problema assumendo il controllo di una società ormai in caduta libera. La società è quella italiana, di un futuro prossimo venturo con veicoli a idrogeno e psicomail inviate direttamente da un cervello all’altro, auspice una multinazionale della psicocomunicazione, Fastissimo. Fantascienza, quindi, uno scenario futuribile/attuale nel quale gli uomini hanno perso ogni memoria storica, ogni consapevolezza del sé. Vivono hic et nunc e affidano i voli pindarici ai si-so, i sogni sintetici che hanno sostituito le serate al cinema. Poi ci sono i licantropi che, dopo secoli di sudditanza psicologica nei confronti dei vampiri (Twilight docet, ma questo libro è precedente al fenomeno della Meyer), hanno deciso di rivendicare la loro unicità e si sono uniti in una società/congrega, la WWW, capitanata da Wolfgang Wolf. Lo scopo è impadronirsi della Banca del Sangue Rocher, togliendone il controllo ai vampiri. Vi siete persi? La vicenda si dipana intorno al settimo plenilunio, momento topico per lo scontro tra vampiri e licantropi. Ma gli uomini in nero, braccio armato del potere economico umano, non hanno intenzione di stare a guardare. C’è anche una leggenda intorno a uno scontro tra dei a colpi di maledizioni e contro-incantesimi che vorrebbe la fine degli immortali (vampiri e licantropi) quando una donna mortale amasse un licantropo e, per amore, salvasse un vampiro. Difficile? Non è detto.
L’esperimento è interessante, le illustrazioni (si tratta di una grafic novel, un romanzo illustrato da una folta e agguerrita squadra di disegnatori) suggestive, la scrittura, a mio parere, risente delle sei mani, il passo della narrazione è diseguale. Ma è un libro vivo, pulsante. Da leggere, se siete disposti a lasciarvi sorprendere.

Ormai c’ero dentro e tanto valeva continuare con l’antologia “Parole nel Web”. Quando si pensa alla scrittura a più mani, l’idea è sostanzialmente quella di questo libro: persone che amano le parole che si incontrano virtualmente (pronubo il web) e, scambiando pareri e capitoli per e-mail, giungono ad un risultato inatteso. Come sanno coloro che conoscono Lauraetlory, la nostra scrittura a quattro mani è diversa. Noi scriviamo insieme, sempre e di persona. Ma l’idea di Carlo Menzinger, trait d’union tra Sergio Calamandrei, Andrea Didato e Simonetta Bumbi, è bella e funziona benissimo. Non si scorgono differenze di stili e di impostazione. L’amalgama è riuscito e il libro si legge con piacere: “Lei si sveglierà” è un racconto che scorre rapidissimo verso un finale aperto. “Se sarà maschio lo chiameremo Aida” è un romanzo breve pieno di surreale poesia, un mondo di ghiaccio che trasmette il calore delle cose vissute con il cuore. “Cybernetic love” è un esperimento di storia in versi con un linguaggio aulico e cibernetico insieme. Va letto per capire. Sinceramente è la cosa che ho apprezzato meno. Non la sento nelle mie corde. Ma questo nulla toglie alla bravura di Menzinger e Bumbi.

Vi state chiedendo se il nostro abbia rinunciato alla scrittura in solitario? Tranquilli. A un certo punto ha deciso di darsi al noir ed ecco servita “Ansia assassina”. Noir decisamente anomalo, ma piacevole e incalzante. L’ho letto tutto d’un fiato perché non potevo, non potevo proprio evitare di andare avanti fino alla fine per capire cosa stesse succedendo e quale fosse il motivo di tante assurde morti. Devo dire che avrei apprezzato una spiegazione meno irrazionale, ma il finale ci sta tutto e non lascia con l’amaro in bocca. Al limite con un perfido sorrisetto che credo sia esattamente quello con cui quel satanasso di Menzinger ha messo la parola fine a questo romanzo.

E le ucronie, che fine hanno fatto? Rimangono la passione principale di Carlo Menzinger. Ho appena terminato di leggere il romanzo che contende a “Il Colombo divergente” la palma di mio preferito. Sto parlando di “Giovanna e l'angelo”. Cosa sarebbe accaduto se l’intima essenza di Giovanna d’Arco, le sue stesse famose “voci” altro non fossero state se non un’entità angelica venuta al mondo insieme alla Pulzella d’Orleans? E quali scenari si sarebbero aperti se questo angelo alla ricerca di se stesso, confuso dalla mancanza di un contatto diretto con Dio e destinato a evolversi in una laicità senza speranza, non avesse sopportato di morire sul rogo, consumato insieme a Giovanna dalla sofferenza? Menzinger immagina che l’amore dell’angelo per Giovanna (o forse per se stesso?) operi il miracolo. La Pulzella sopravvive alle fiamme e niente più è destinato a rimanere ciò che era. Compresa Jeanne. Riprese le armi e riconquistato il suo popolo, Jeanne passa di vittoria in vittoria, avvicinandosi a Parigi, fino a strappare la corona a Carlo di Valois. Ma a ogni nuova battaglia, Jeanne perde una parte della sua antica esistenza, della sua stessa memoria. Lentamente Jeanne si trasforma in Jean, sotto lo sguardo sempre più confuso del suo angelo. Ha davvero cambiato il mondo salvandola? Ha distrutto la femminilità della Pulzella? Ha compiuto un sacrilegio, oppure è tutto un sogno vissuto mentre, insieme alla sua Giovanna, si consuma tra le fiamme del rogo? Menzinger con questo romanzo ci regala un’ucronia che travalica le leggi del genere e ci prospetta una vicenda che inizia laddove finisce, chiudendo un cerchio che racchiude in sé i misteri di Giovanna d’Arco, le voci della sua appartenenza al Sangue Reale, la sua discendenza da Cristo e Maria Maddalena, senza mai cadere nella trappola che la prolifica vena templare ha posto a molti scrittori meno accorti.

Carlo Menzinger di Preussenthal, non dimenticate questo nome. Perché, che si decida o meno a pubblicare con case editrici degne del suo talento, vale la pena scoprirlo.

domenica 1 maggio 2011

Non ci rimangono che i libri

Non parlerò del Primo Maggio. Sono stanca e demoralizzata dalla farsa mediatica della beatificazione di Karol Woytila e dalle baggianate di Renzi dalla Annunziata. Parlerò di libri. Anzi, lascerò che a parlarne siano altri. Persone che ci leggono e che ci apprezzano. Ve lo ricordate il nostro cruento noir Viole(n)t Red? Ebbene, l'amico Salvo Zappulla ne ha appena riparlato su FB, così:

Laura Costantini e Loredana Falcone sono la versione femminile di Fruttero & Lucentini, scrivono insieme da sempre e hanno raggiunto un' intesa tale che i loro scritti risultano perfettamente sincronizzati, come partoriti da una mano sola.
Viole(n)t red (Edizioni Bietti, Pagg.240, € 16,00) è un noir che potremmo definire classico, con un plot solidissimo che procede a incastro in un susseguirsi di scene cruenti, a tratti anche estremamente violente, ma mai fini a se stesse. Assecondano la logica di una mente maleficamente geniale (uno dei protagonisti principali del romanzo) e la sua contorta personalità. La premiata ditta Laura & Lory ha tutta la professionalità necessaria per confezionare romanzi ambientati negli Stati Uniti, profondità di documentazione, competenza, idee. In viole(n)t red si confronta con un caso che vede protagonisti due gemelli monozigoti, le loro percezioni extrasensoriali e le esperienze traumatiche, che li accompagneranno per tutta la vicenda narrata in uno stato di paura e di ansia. Un romanzo che scorre frenetico sul filo del rasoio, in cui genetica, influenze ambientali e l'interazione tra i protagonisti hanno un ruolo fondamentale. I personaggi si muovono come all'interno di una scacchiera, nessuna mossa è lasciata al caso. Il capitano Ian Vernon, investigatore della Squadra Vittime Speciali, fra tutti si eleva come un gigante, per la sua profonda umanità, la capacità di introspezione, l’integrità morale che lo fanno amare dai lettori. Ci sono i migliori ingredienti per appassionare chi legge: piccoli dettagli disseminati quasi per caso nel corso del romanzo, falsi indizi per tenere desta la concentrazione, uno stile narrativo fluido, una robusta trama criminale che lega l'incipit all'ultima pagina e racconta impietosamente il reale, indaga l'animo umano e le sue debolezze. Si analizzano i rapporti tra uomo e donna, si affrontano i problemi della solitudine, del confronto tra il bene e il male, l'odio e il perdono, il dolore e la sua accettazione. E quando sembra che il finale sia ormai chiaro a tutti, Laura e Loredana ecco che si inventano un nuovo colpo di scena, una nuova trovata che prolunga l'attesa all'infinito. Un romanzo da consigliare a quanti amano le emozioni forti, non hanno paura di attraversare una strada buia, vogliono sentire gli scarichi di adrenalina dentro il cervello.

Invece la provocatoria intervista di Giuseppe Iannozzi ha riportato alla ribalta il nostro amatissimo giallo romano Fiume pagano e ve ne diamo qui una piccola anticipazione:

“Fiume pagano” è un prodotto letterario o più semplicemente della buona narrativa d’evasione?
Nessuno dei libri che escono oggi è un prodotto letterario, checché ne pensino i vari vincitori del premio Strega. Prodotto letterario lo diventeranno, se mai, nel giudizio dei posteri. Per quanto ci riguarda, siamo molto fiere di produrre buona narrativa d’evasione. Vivaddio.