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giovedì 16 gennaio 2020

Pandemonium - Il vaso d'insetti (di Rebecca Panei - Bibliotheka Edizioni) #mèpiaciuto


Questo è uno di quei libri dai quali sarebbe bene stare alla larga. Perché sembra innocuo, anche se vagamente inquietante con quei due bambini in copertina, e invece è una trappola senza scampo. Ho letto, ho contratto il virus, adesso mi tocca seguire tutta la saga. Perché i personaggi sono giusti e hanno spessore, perché il tema dei gemelli è intrigante, perché c'è magia e tanta tanta cultura sulle mitologie del passato, perché l'intreccio è ben costruito. Insomma, avete capito. Quindi se non volete andare in fissa tipo serie tv da finire a tutti i costi non, ripeto NON leggete questo libro. Io vi ho avvertiti.













E adesso l'intervista all'autrice, Rebecca Panei

Nel romanzo è evidente la derivazione dalla mitologia e dalle leggende legate all'Europa dell'est, da dove viene questa scelta?



Premetto di aver sempre provato, sin da bambina, un fortissimo interesse per la mitologia, le leggende e il folklore provenienti da ogni parte del mondo.
Le Baba Jaga, con le loro case mobili issate su enormi zampe di gallina, credo siano sufficientemente suggestive e tanto deliziosamente spaventose da intrigare qualsiasi mente infantile. Averle adoperate è dunque una sorta di omaggio alla me stessa delle elementari che, durante le escursioni nei boschi abruzzesi, si guardava in giro nella speranza di veder apparire qualcosa al di fuori dell’ordinario.
A me e a una mia compagna di giochi dell’epoca, una bambina russa di nome Irina. Ricordo quanto mi divertiva tantissimo sentirla urlare "Baba! Baba!" (perlappunto "strega” nella sua lingua) alla tata che disperava di farla scendere dall’altalena.


Molto interessante la popolazione delle efiji, a cosa ti sei ispirata?

Il popolo degli Efiji è in parte ispirato alle Amazzoni: una società radicalmente matriarcale, appena più fantastica e meno truculenta con la differenza che, se le Amazzoni abbandonavano i figli maschi e istruivano le figlie ad ammazzare i padri in un rito d’iniziazione, gli Efiji maschi nascono con un aspetto animale. Dunque è deciso dalla Natura stessa che siano le donne a gestire il potere, le quali invece hanno la capacità di passare dalla pelle animale a quella umana; in base a ciò sono le uniche fisicamente e intellettualmente in grado di gestire i rapporti con i regni confinanti.
E che gli Efiji siano tutti felini – dai leoni della famiglia Reale, alle pantere e le tigri della nobiltà, fino ad arrivare ai ghepardi e i leopardi del popolo... beh, quello è solo un mio capriccio da inguaribile amante dei gatti. Animale ovviamente sacro in questo regno.


Spaziare da temi contemporanei al fantasy viene considerato rischioso dalle CE che preferiscono autori "fedeli" a un unico cliché. Che ne pensi?

Indubbiamente vero.
Sino ad ora ho pubblicato con soli due Editori: con il più recente, il cui libro in verità non uscirà prima di fine mese, ho esplorato il genere Thriller; essendo la nostra prima pubblicazione, il problema ancora non si è posto. Scoprirò in futuro, nel caso in cui sarà loro interesse proseguire la collaborazione, se e con quale grado d’insistente mi suggeriranno di non cambiare tema.
Il primo Editore invece, quello della saga di Pandemonium, si è rivelato molto tollerante al riguardo. Con lui, oltre a questa serie Fantasy, ho pubblicato anche un libo sul bullismo e l’omofobia adolescenziale. Dunque due generi che, come si suol dire, cozzano tra loro quanto i cavoli a merenda.
Questa è la mia esperienza oggettiva da autrice.
Parlando invece in modo soggettivo da lettrice? Da parte di uno scrittore apprezzo una certa coerenza narrativa, poiché se ho amato determinati temi mi soddisfa ritrovarli anche nel lavoro successivo, ma egualmente approvo quello spaziare tra i generi che amplia gli orizzonti della lettura.
Non me la sento dunque di criticare un Editore se è orientato verso la coerenza, tuttavia reputo sbagliato porrei dei paletti troppo bruschi e categorici che rischiano di soffocare l’ispirazione dell’autore.


Una delle illustrazioni che DanyandDany hanno dedicato alla
saga di Pandemonium
Puoi raccontarmi la genesi di Pandemonium? Nasce come progetto strutturato oppure è cresciuto man mano che ti addentravi in quel mondo?

Propenderei per un’equilibrata via di mezzo.
Come tutte le Saghe ha man mano costruita se stessa, con progressive aggiunte e perfino cambi di rotta decisi in seguito al dipanarsi della storia. Tuttavia i tasselli principali sono stati decisi dal principio. Ho avuto in mente la conclusione sin dai tempi in cui dovevo ancora scrivere il primo rigo.
Pandemonium per me è nato come un complesso e azzardato esperimento – una persona che non aveva mai letto di Fantasy sino a un mese prima che d’improvviso decide di gettarsi a capofitto nel genere? In teoria una follia annunciata. Eppure ho iniziato con entusiasmo, proseguito con dedizione e, al momento attuale, sto lavorando sul quarto e ultimo volume con la felice consapevolezza di essere riuscita in buona parte a soddisfare le aspettative date a me stessa.


Secondo te qual è la marcia in più del fantasy? O, al contrario, qual è il limite per cui viene considerato in genere di serie b, buono solo per i nerd?

Per rispondere a questa domanda debbo svelare un altarino: fino ai miei ventisei anni non avevo mai letto nulla di Fantasy. Il genere non mi piaceva. Certo, da bambina avevo amato alcuni classici impossibili da non leggere come “La storia infinta” o “Harry Potter”, ma ai miei occhi erano delle eccezioni. Piuttosto leggevo horror, legal thriller, storie socialmente buie legate all’infanzia – come i libri di Torey Hayden, per fare l’esempio emblematico - romanzi storici e gialli classici.
Il Fantasy non faceva per me. Avevo un’antipatia quasi atavica per gli elfi bellissimi e biondissimi che ancora oggi non mi è passata del tutto.
Ero, in poche parole, una di quelle detrattrici pretenziose che lo reputano un genere di serie b.
Scoprii il suo enorme potenziale, elfi bellissimi e biondissimi a parte, durante un inverno particolare della mia vita. Fu un anno in cui stetti molto male, fisicamente ed emotivamente. Per caso, sfogliando la pagina principale di Ebay, incappai in un’offerta che metteva all’asta le prime due trilogie e la duologia prequel di “Dragonlance”; vecchie edizioni della prima Armenia Editrice. Le comprai pressoché d’impulso. Ancora oggi non saprei spiegare davvero perché lo feci.
Da lì fu sulla falsariga del Veni, Vidi e Vici: Il pacco arrivò, lessi i libri e mi ritrovai innamorata.
Non stavo meno male, tutti i problemi della vita reale erano ben presenti e ancorati come cozze allo scoglio, eppure... immergermi gradualmente in quell’universo fantasy descritto alla perfezione riuscì a rendere la loro presa meno tenace.
È questa la marcia inimitabile del genere: se ben gestito, e attenzione, ciò è fondamentale, la creazione di un vero e proprio altro mondo può divenire una boccata d’ossigeno per chi è estenuato da quello reale. Per giungere a questo un autore deve compiere un lavoro che spesso è trascurato; ideare una diversa realtà significa decidere tutto: la società, la religione, la politica, l’economia, la conformazione geografica, la suddivisione del territorio e così via. Chi parla di “serie b” dovrebbe pensare anche solo a quante mappe topografiche vengano studiate per abbozzare il corso di un fiume in un mondo inventato.


Quali sono i tuoi autori di riferimento?

Se parliamo di autori prettamente Fantasy, direi che i miei autori di riferimento rimangono Tracy Hickman e Margaret Weis (autrici di “DragonLance”)
Partendo da loro ho scoperto e amato Philip Pullman (“Queste oscure materie”) sino ad approdare all’ormai tasto dolente rappresentato da “Le cronache del ghiaccio e del fuoco” di Martin. Per alcuni anni sono stata un’appassionata fervente dell’opera. Ancora vi sono affezionata, sebbene molto raffreddata dalla conclusione incommentabile della serie televisiva e l’attesa oramai ingiustificabile del sesto libro.
Poi, ovviamente, non posso non citare il mio amore infantile per “Harry Potter” della Rowling.

Se invece era una domanda più generica, sono pochi gli autori che per me rappresentano dei pilastri in quanto capacità di scrittura, profondità d’argomenti e abilità narrativa.
Dino Buzzati, Gabriel García Márquez (“Cent’anni di solitudine” è forse IL capolavoro) Oriana Fallaci, Oscar Wilde, Friedrich Nietzsche (“Così parlò Zarathustra” è altresì una mia ossessione che non mi stanco mai di recitare a memoria) Curzio Malaparte e Victor Hugo.
Infine, autori meno pregnanti e tuttavia Mostri Sacri della scrittura, sono per me Umberto Eco, Anne Rice, Stephen King e Colleen McCullough.


Consiglia un libro di un contemporaneo, meglio se non famoso.

Uno solo? Dovendo scegliere, direi “Incanto di cenere” di  Laura MacLem.
Purtroppo la casa editrice ha chiuso i battenti alcuni anni fa, ma il libro è ancora tranquillamente reperibile. Scritta benissimo, è una rivisitazione della favola di Cenerentola in chiave molto originale e atmosfere gotiche più legate alla cupa favola originale che alla versione edulcorata della Disney.

P.s. Fatalità Laura MacLem sarà protagonista di uno dei prossimi #mèpiaciuto

venerdì 27 dicembre 2019

Il cammino del Sapiente (di Federica Soprani - Triskell) #mèpiaciuto


Ritengo che ogni libro sia un viaggio e se non ho dato 5 stelle a questo romanzo è perché il viaggio è solo all'inizio.
Ritengo che al centro stesso dell'immaginario collettivo ci sia la forza di chi riesce a creare mondi e a raccontarli.
L'autrice ci riesce, ci prende per mano e con una scrittura ricca e fluente ci fa da guida, portandoci a scoprire Briden. Un ragazzo solo, indifeso, studioso, dimesso, oppresso dal costante confronto con un gemello ingombrante. L'autrice porta questo giovane uomo a confrontarsi con due personaggi potenti, prepotenti, forti, volitivi. Lo immaginiamo, quindi, schiacciato, manipolato, sottomesso il nostro Briden. E invece... invece il cammino conduce il Sapiente a scoprire ben più di una città rutilante e una corte sfarzosa, più della realtà dei propri desideri e sentimenti. Briden non indossa altri gioielli che se stesso, e sfavilla e abbaglia un re che molti temono, a ragione, e un mistero vivente come Maddox il Bastardo, fratellastro e amante del re. Non fate l'errore di considerarlo solo un fantasy, tanto meno un semplice m/m. Ci sono uomini che si amano, sì. Ci sono momenti di coinvolgimento totale dei sensi. Ma la storia si nutre di questo senza essere solo questo. Poiché è il primo volume di una trilogia, non possiamo immaginare dove il viaggio ci condurrà. E quanto ci sarà da soffrire. Le ombre incombono su Briden, su re Uther, su Maddox. Aspettiamo con ansia il secondo volume e intanto godiamo del piacere più antico del mondo: quello di una storia ben narrata.



Prima domanda: bisogna dirlo chiaro, spesso nei fantasy le descrizioni sono un fardello feroce sulle spalle del povero lettore. Poi arrivi tu e ci mostri quadri, squarci, vere e proprie fotografie. Di più, ci fai sentire i profumi, i sussurri, gli aromi. Svela il tuo segreto: tu a Llyle ci vivi, non è così?

Potrei rispondere "Magari". Di certo mi piace aggirarmi tra le sue strade e le sue piazze, riempirmi gli occhi della sua bellezza, le orecchie del suo frastuono, il naso dei suoi profumi. Ho sempre avuto questa sindrome del dover entrare a tutti i costi in luoghi che esistevano solo nella mia mente, e, da quando ho iniziato a scriverne, mi ha preso l'urgenza di renderli visibili (e visitabili) anche per chi mi legge. Forse ha a che fare con il fatto che da quando avevo quindici anni ho iniziato a essere un Master nei giochi di ruolo, Dungeons and Dragons in primis. Per me è sempre stato un imperativo categorico portare i miei giocatori dentro i mondi che creavo per loro, immergerli il più possibile nell'atmosfera dell'ambientazione all'interno della quale si muovevano. Non a caso, la maggior parte dei miei racconti fantasy sono ambientati nello stesso continente, Kessarine.
Daederian invece l'ho creato appositamente per Il cammino del Sapiente, ma la situazione mi sta già sfuggendo di mano, perché sono già nati un paio di racconti, completamente slegati dal romanzo, ambientati nei suoi territori.
Giochi di ruolo a parte, posso dire a mia discolpa che sono cresciuta leggendo alcune autrici fantasy che hanno saputo fare dell'ambientazione e della descrizione degli scenari un loro marchio di fabbrica inarrivabile, Tanith Lee per prima. E a Tanith devo anche molti altri aspetti della mia scrittura. Ma niente spoiler...

Seconda domanda: quali sono i tuoi numi tutelari, narrativamente parlando?

La già citata Tanith Lee. Lessi il suo Rossa come il sangue, declinazione vampirica personalissima della favola di Biancaneve, quando avevo quindici canni (cavolo, quando avevo quindici anni sono successe un casino di cose!!), e dopo quel racconto ho iniziato a cercare forsennatamente libri suoi. Il Ciclo delle Terre Piatte lo considero forse la sua opera migliore, anche se ha scritto talmente tanto, spaziando tra fantasy, horror e fantascienza, che sarebbe difficile esprimere un parere obiettivo. Cyron, il suo cavaliere dai capelli color dell'alba, protagonista dell'omonima raccolta di racconti, è stato il padre (e anche la madre) di moltissimi miei personaggi, in particolare di Chrysale, sui cui ho scritto una serie di racconti che spero prima o poi di pubblicare.
Poi sicuramente Angela Carter, altra autrice prolificissima, creatrice di ambientazioni e atmosfere inarrivabili e di personaggi indimenticabili. La conobbi per caso, dopo aver visto il film di Neil Jordan In compagnia dei lupi. O forse fu la mia amica Sonia a regalarmi un suo libro quando compiei... quindici anni? possibile... Il libro era La camera di sangue, ancora una raccolta di favole rivedute e corrette, tra cui quel In compagnia dei lupi da cui Jordan ha tratto il suo splendido film, ma soprattutto perle come La signora della casa dell'amore, o Il re degli gnomi. Una scrittura ricca, sontuosa, sensuale. Ancora oggi rileggendo qualsiasi cosa scritta da lei mi sento gradevolmente intossicata.
Terza musa è un'altra donna, Paola Capriolo. Sempre Sonia, alla quale devo molto della mia educazione adolescenziale, mi regalò La grande Eulalia, raccolta di racconti pubblicata dalla Capriolo quando aveva appena 24 anni, che vinse nel 1988 il Premio Berto per l'Opera Prima. Racconti fiabeschi, magici, permeati di quella materia sottile e ineffabile che separa il mondo reale da quello dei sogni, e che a volte diviene così rarefatta da consentire il passaggio di suggestione e presenze da un mondo all'altro. Oltre alla Grande Eulalia, ho amato della Capriolo in particolare il Nocchiero, Una di loro, Con i miei mille occhi, Qualcosa nella notte. Storia di Gilgamesh, signore di Uruk, e dell'uomo selvatico cresciuto tra le gazzelle, ma soprattutto Vissi d'amore, personalissima rivisitazione della storia di Tosca, vista dagli occhi del Barone Scarpia.

Terza domanda: si può avere l'indirizzo di Maddox?

Volentieri! Al momento non posso rivelarlo, perché rischierei di spoilerare cosa sta succedendo nel secondo libro. Ma ci possiamo mettere d'accordo in separata sede...

Quarta domanda (tornando serie): se dovessi scegliere un tuo romanzo nel quale trasferirti con armi e bagagli, quale sceglieresti?

Come tornando serie? Niente Maddox? Ok, lo hai detto tu...
Un romanzo in cui trasferirmi? Domanda insidiosa. Con tutti i casini che faccio capitare ai miei personaggi non farei certo un favore a me stessa a volermi impantanare nella loro stessa situazione. Comunque direi Luthais, in fase di scrittura, perché permette a persone apparentemente normali di entrare in contatto con un mondo meraviglioso e terribile. Forse non sopravvivrei a lungo, ma ne varrebbe la pena.

Quinta domanda: dicci del secondo volume o di qualsiasi progetto tu abbia in piedi onde sanare l'astinenza dalla tua scrittura.

Luthais me lo sto portando avanti da anni. Tengo moltissimo a questa ambientazione, nata nell'ambito di un gioco di ruolo, come spesso accade con i mondi che creo. Ho impiegato tantissimo ha trovare la strada per raccontare di questa ambientazione, ma alla fine credo di averla trovata. Il problema è che, vista la natura del luogo di cui parlo, ogni volta che sono costretta ad allontanarmene è difficilissimo tornarci dentro. Spero che i suoi cancelli rimangano sempre aperti per me.
Per quanto riguarda la trilogia di Daederian, il secondo volume si chiama L'Ordalia del Bastardo, e ha come protagonista proprio Maddox. Quando ho deciso di scrivere questa storia ho pensato subito di incentrare ognuno dei tre volumi in particolare su uno dei tre protagonisti, ma non aveva capito all’inizio quanto questa scelta avrebbe portato ciascuno di loro a intraprendere un cammino interiore (e non) fatto di esperienze belle e brutte, dolorose e appassionanti, per accedere a un nuovo livello di sé. Con Briden era più intuibile, perché la sua stessa natura di Sapiente lo portava a percorrere un cammino di evoluzione e presa di coscienza. Ma alle fine mi sono resa conto che Maddox e Uther, ciascuno a suo modo, sebbene diano l'impressione di essere uomini giù maturi e arrivati, devono ancora scoprire molte cose di loro stessi. Il loro cammino sarà molto più difficile.

Grazie infinite per avermi dato la possibilità di rispondere a queste domande e per aver apprezzato Il cammino del Sapiente. Quando vuoi tornare a Llyle sarai sempre la benvenuta!

sabato 3 giugno 2017

Questo NON è un corso di scrittura #8

Ambientazioni futuristiche o fantastiche e documentazione

Lo so cosa state pensando. Se scrivo fantascienza o fantasy posso suonarmela e cantarmela come meglio mi aggrada e nessuno può contestarmi niente perché sulla mia invenzione, sul mondo che ho immaginato e sui poteri dei miei personaggi sono io il solo a decidere. Giusto. E sbagliato. Sbagliatissimo. Se avete mai provato a scrivere il genere fantascientifico o quello fantasy, seriamente intendo, sapete di cosa parlo.
Cerchiamo di fare degli esempi concreti e di capire che senso ha la documentazione in questi specifici generi narrativi. E partiamo dalla fantascienza che, personalmente, adoro.
Mi capita di leggere il romanzo “Arma Inferno - il mastro di forgia” di Fabio Carta. Se amate le atmosfere alla “Dune” (avete letto “Dune” di Herbert, vero?), vi piacerà. Ebbene, Carta impiega qualcosa come una quarantina di pagine per spiegarci nel dettaglio tecnico com’è fatto, come funziona e come viene costruito uno zodion, una specie di monociclo da combattimento che la sua fantasia ha visto. E creato e reso reale. Tra giroscopi e differenziali è evidente anche al profano che Carta sa esattamente di cosa sta parlando, ergo ha studiato. Oppure ha attinto alle proprie conoscenze perché, magari, è un ingegnere oltre che uno scrittore dalla cultura impressionante.
Se affrontate la fantascienza classica (io la chiamo così), quella con le astronavi, i pianeti popolati da altre forme di vita, le battaglie stellari tra Star Trek, Star Wars o Battle Star Galactica oppure, per rimanere nella narrativa, “Fanteria dello spazio” di Robert A. Heinlein (lo avete letto, giusto?), un’infarinatura scientifico-tecnica è imprescindibile per essere credibili. Parsec, anni luce, composizione dell’atmosfera, angolo di entrata nella stessa quando si arriva dallo spazio, orbite geo-stazionarie e non, perielio e afelio, gravità, pressione atmosferica… Vi è passata la voglia? Beh, ma la fantascienza non è solo questo. Si diffonde in mille rivoli e potete sbizzarrirvi restando coi piedi ben piantati sulla cara vecchia Terra e affrontare il sempre valido plot delle origini spaziali della razza umana. Una cosa alla Stargate, avete presente? Potrete attingere a piene mani alla cripto-archeologia e saccheggiare gli spunti forniti da Peter Kolosimo di cui vi consiglio lo splendido “Astronavi sulla preistoria”. C’è un mondo nel mondo da scoprire, ma anche qui non si sfugge al discorso documentazione. E più leggerete e approfondirete e più avrete voglia di continuare a scavare.
Non fa per voi? Potreste puntare al discorso possessione aliena. “Host” di Stephenie Meyer (sì, è quella di Twilitght) ne è uno splendido esempio: una razza aliena, sostanzialmente pacifica, sta parassitando la razza umana. Si appropria dei corpi, cancella la personalità e vive l’esistenza dell’ospite. Ma succede che alcune personalità possano essere più riottose delle altre e contendere il cervello all’ospite. Ve lo consiglio e se vi state chiedendo che tipo di documentazione sia stata necessaria in questo caso, vi accontento subito: conformazione del cervello, per cominciare. E, attenzione, coerenza a ciò che si è creato. Se la presenza dell’ospite in un corpo altrimenti umano si manifesta con una precisa caratteristica, da quella non potete prescindere mentre la vostra narrazione procede. Chi scrive sa che spesso e volentieri il nemico principale siamo proprio noi stessi che ci creiamo un recinto e poi non riusciamo più a gestirlo. Più l’idea è originale e intrigante, più sarà difficile da gestire a meno di non voler incorrere in errori terribili. Un esempio cinematografico. Nell’ultimo capitolo di Star Wars (non Rogue One) esiste un dispositivo che succhia l’energia dai soli per usarla per distruggere pianeti. E va bene. Ed è situato su un pianeta che si sposta nello spazio. E va bene. Ma avete idea di cosa succede di un sistema solare quando la stella che lo regge viene fatta collassare artificialmente togliendole l’energia e, di fatto, spegnendola? Fine dell’attrazione gravitazionale per come si era creato il sistema, fine delle orbite, cataclismi, un vero e proprio collasso sistemico che distruggerebbe tutto, compreso quel pianeta ambulante che vampirizza soli. Ma a Star Wars tutto si perdona, giusto? Ecco, a voi no.

E adesso passiamo al fantasy e so che mi state aspettando al varco con la bibliografia necessaria per aver ben presente cosa mangiano gli elfi e cosa infastidisce da morire i nani. Ebbene no, Non esiste una bibliografia vera e propria. Esiste “Il signore degli anelli” di J.R.R. Tolkien, però. Ed esiste, anche, la saga di “Harry Potter” di J. R. Rowling. Vi cito questi due perché li conosco bene, ma sono certa che ce ne siano mille altri cui è possibile rifarsi per capire che il vero discrimine di un’ambientazione fantasy è la coerenza interna. Se state leggendo il capolavoro di Tolkien, in quanto lettori state accettando che esistano orchi, elfi, hobbit, nani, urukai, stregoni, la Contea, il monte Fato e Gollum. Voi sapete che tutto ciò non esiste, ma lo accettate come ambito in cui si svolge la vicenda. A patto che la vicenda abbia una propria coerenza interna dove ognuno agisca in base alle premesse e alle prerogative che l’autore gli ha affidato. Una delle cose che non vengono perdonate ai film tratti dal prequel tolkeniano “Lo hobbit” è l’elfa che si innamora del nano. Perché gli elfi di Tolkien non si innamorano dei nani. Al massimo degli umani e sono comunque guai grossi. In “Harry Potter” il potere dei Dissennatori è enorme, ma un buon Patronus funziona come deterrente. Non esistono altre armi, quindi un eroe depresso soccomberà per forza di cose di fronte alla manifestazione metafisica dell’infelicità, ché questo alla fine è un dissennatore. Noi lo sappiamo e quindi tifiamo perché l’incanto Patronus, che non esiste, funzioni. Di sicuro non speriamo che arrivi un centauro imbufalito a prendere a zoccolate il dissennatore. Perché non è così che funziona. Coerenza interna. Ci siete? Bene, questo significa che prima di cominciare a raccontare la vostra storia fantastica, abbiate ben chiare le leggi che intendete infliggere al mondo che state per creare, ai vostri personaggi e a voi stessi. Vi maledirete mille volte, dopo. Ma nessuno, meno che mai io, ha mai detto che raccontare storie sia facile.

lunedì 18 aprile 2011

Non mi sbagliavo

Leggo sul blog di Lara Manni che la sua ultima fatica, il romanzo "Sopdet" e' stata segnalata dal "Venerdi'" di Repubblica. Devo ancora leggerlo, ma sono orgogliosa di dire che non mi sbagliavo quando, ormai due anni fa, scrivevo sul nostro vecchio blog questa cosa qui, tutta dedicata alla bravura di Lara.









Ho letto due libri in rapidissima e divorante successione. Sono due libri che non figurerebbero mai negli scaffali di un vero, pensoso e colto intellettuale. Sono due libri che molti catalogano come letture d'intrattenimento da consumare sotto l'ombrellone.
Li ho letti con famelica voracità, pungolata da ogni singola parola verso la conclusione della vicenda. E non sono due libriccini di quelli che vanno per la maggiore oggi, da 90 pagine stiracchiate in corpo 18 per mettere insieme qualche foglio in più.
Ho letto due libri che più diversi e più simili non si potrebbe. Il primo è stato scritto da un mostro sacro ed assoluto della narrativa cosiddetta popolare, da uno che ha venduto centinaia di milioni di copie nel mondo con traduzioni in tutte le lingue in uso su questo pianeta. Il secondo è stato scritto da un'esordiente, una blogger appassionata di fanfiction, una ragazza appena trentenne che, pubblicata da una grossa casa editrice, trema al pensiero di come possa venir accolto il suo lavoro.
Il primo racconta di uno scrittore che è morto a causa della sorgente stessa della sua geniale ispirazione. Uno scrittore che sapeva entrare in un misterioso altro mondo e raggiungere una misteriosa pozza dove nuotano parole, storie, emozioni. Ma ogni parola, storia, emozione ha un prezzo. E il prezzo è l'orrore che si nasconde in quel misterioso mondo, un orrore che potrebbe avere la meglio e che, comunque, non manca mai di riscuotere i debiti che con esso si contraggono.
Il secondo libro, quello scritto dall'esordiente, racconta di una donna che ha il dono meraviglioso di trasporre per immagini un mondo altro, un mondo affascinante, di eroi, di semidei, di demoni... una disegnatrice di manga. Anche lei, di cui non sapremo mai il nome, attinge la sua ispirazione dal mondo dei sogni. Sogni particolari, sogni più reali della realtà, sogni che sono un passaggio verso quel mondo. E se lei è in grado di passare quella porta, anche i legittimi proprietari di quel mondo possono farlo e piombare qui, nella nostra vita ordinata e banale, per portare orrore, amore, passione, morte.
A ben guardare tutti e due i libri vanno oltre il semplice intrattenimento e affrontano temi che da sempre si dibattono nei salotti letterari, sì, proprio in quei posti dove nessuno dei due libri che ho letto otterrebbe mai diritto di cittadinanza. Perché da sempre chi scrive si chiede quale e dove sia realmente la fonte dell'ispirazione. E quando un personaggio assume uno spessore tale da travalicare la pagina scritta o disegnata ed entrare nella vita del lettore, costringendo quello stesso lettore a pensarlo come un essere in carne ed ossa, ad odiarlo, amarlo, desiderarlo, invocarlo, allora chi ci dà il diritto, chi ci dà la sicurezza che quella storia sia pura invenzione? Chi ci dice che quel personaggio che spinge, preme e si agita per acquistare vita propria non esista realmente in una qualche realtà alternativa? Chi può negare che uno scrittore non sia altro che un tramite per consentire a simili creature di uscire dall'oscurità e vivere?
Dice il fantasma di Albus Silente a Harry Potter nel settimo e ultimo libro della saga: "Sì, tutto questo è solo nella tua testa. Ma perché diavolo dovrebbe voler dire che non sia reale?"
E per chi fosse curioso:
il primo libro è LA STORIA DI LISEY del grandissimo Stephen King
il secondo libro è ESBAT di Lara Manni (ed. Feltrinelli)
Non comprate il primo, King non se ne avrà a male, ma correte in libreria a comprare il secondo perché, ricordatevi queste parole, di Lara Manni sentiremo ancora parlare.