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martedì 23 aprile 2013

Santa tv pensaci tu




Ne parliamo male. Forse solo dei politici riusciamo a dire di peggio. Eppure  la televisione è assurta, insieme a chi la fa, al ruolo di deus ex machina. A fronte di ingiustizie patenti e di situazioni disperate, nella totale e ingiustificata assenza delle istituzioni preposte, l'ultima spiaggia è chiamare una telecamera, un microfono e denunciare dal piccolo schermo il male che ci è stato fatto o l'aiuto che non ci è stato dato. Raggiungere milioni di persone, sentirsi dar ragione dall'opinionista di turno, gongolare dell'indignazione dell'ospite in studio. Poi, aspettare. Spesso e dolorosamente invano. Due casi che valgano d'esempio per quelli che giornalmente ci vengono sottoposti. Il primo. Si chiama Luigina, è una madre. Nelle categorie che piacciono alla tv, è una madre coraggio. Ha tre figli, due grandi e indipendenti, una no. Si chiama Michela, ha diciotto anni, è affetta dalla nascita da tetraparesi spastica. Un corpicino contorto, una mente forse inconsapevole, una totale incapacità cui solo una madre può sopperire. Per questo Luigina e Michela vivono in camper, in riva al mare. Solo lì Michela riesce a respirare e sopravvivere. Ma un camper, ancorché attrezzato, non è una casa. Luigina ha perso il lavoro, Michela percepisce solo 250 euro mensili di pensione di invalidità. Una storia atroce, di quelle che alla tv piacciono. Va in onda due volte nel giro di due mesi col corollario di indignazione per quella casa che non si trova. Ma nessuna soluzione è arrivata. Il secondo. Si chiama Gilda, è una madre disoccupata e disperata. Non è sola, accanto a lei c'è Eduardo, anche lui disoccupato e disperato. Insieme, dopo anni di lotta e di speranza, se ne stanno chiusi in una casa spogliata di mobili e suppellettili e posta sotto sequestro giudiziario, cercando di mettere insieme pane e frutta per il loro figlio undicenne. Di più non si può. Il gas e la luce stanno per essere staccati per morosità. Tutto ciò che potevano vendere l'hanno venduto. Tutto ciò che potevano tentare per trovare lavoro, l'hanno tentato. Lui era maître d'hotel, parla quattro lingue. Lei era assistente cuoca. Si sono ingegnati: turni di notte da operai, lavapiatti, addetti alle pulizie. Soffocati dai debiti e dall'impotenza, non possono neanche tornare nella natia Napoli. Finché la casa che non sono riusciti a pagare non passa all'asta, un tetto, là nella provincia senese, ce l'hanno. Dopo? Non lo sanno. Per questo hanno chiamato la tv. Per questo attendono con ansia che il servizio vada in onda. Sono incappati nella buriana delle elezioni presidenziali, il servizio è slittato. E forse è un bene. Il ritardo mantiene intatta la speranza che la tv risolva, che la tv faccia il miracolo. Salvo poi, se il miracolo non dovesse arrivare, chiamare ogni tanto il giornalista. E implorare aiuto. Continua a farlo Luigina, lo farà anche Gilda. Ottenendo in cambio il profondo e insanabile senso di colpa di chi  telecamera e microfono li ha portati fin lì
Laura Costantini

martedì 11 settembre 2012

E se chiamassimo le cose col loro nome?

La nuova stagione televisiva è cominciata. Il palinsesto autunnale, anche a uno sguardo superficiale, non mostra sorprese o novità. Semmai aggiustamenti di tiro per ottenere il massimo risultato (audience) col minimo sforzo (idee). Il privilegio dell’apertura di stagione, per quel che riguarda la Rai, è toccato a due corazzate ampiamente sperimentate sul campo: “Ti lascio una canzone” con la sempre più bionda Antonella Clerici e “Miss Italia 2012” con l’immarcescibile Fabrizio Frizzi. Tralasciando l’eterno duello del sabato sera con “C’è posta per te” della De Filippi (che in media ha vinto la serata), osserviamo i cambiamenti del varietà dei bimbi canterini. E scopriamo che stavolta c’è una giuria: Massimiliano Pani (che c’è sempre stato, nelle vesti di benevolo opinionista ed esperto di discografia), Cecilia Gasdia (grande cantante lirica qui calata nel look e nelle movenze di una signorina Rottermeier), Pupo (che si sforza di apparire preparato sulla storia di ogni singola canzone proposta). Lo scopo, dichiarato, è quello di passare da uno Zecchino d’Oro con le canzoni dei grandi a un talent-show. Un XFactor in sedicesimo, dove però i giurati si sforzano, mentre danno voti e giudizi tranchant, di ricordare a tutti che non stanno giudicando i bambini, ma le esibizioni. È un talent-show, ma nessuno dovrebbe mai sognarsi di dire al bimbo/a sul palco che sì, la simpatia, sì, la tenerezza, sì, la storia d’amore (avete capito bene) che dura da quattro anni tra due bimbi di sette, ma per sfondare nel mondo dello spettacolo ci vuole voce, talento, fortuna e, magari, un Tony Renis che ti porta in America, come è successo ai tre ragazzi del Volo. Nessuno dovrebbe. Invece i tre giurati, pur tra le righe, lo dicono, riportando la gara tra infanti alla crudeltà che è propria di tutte le gare. Perché non chiamare le cose col loro nome? I bambini sono lì per dimostrare bravura. Il più bravo (o il più tele votato grazie alle conoscenze di mamma e papà) vince. Punto. E veniamo all’eterna domanda: schermo, schermo delle mie brame, chi è la più bella del reame? Miss Italia ha più di sessant’anni e nei decenni non ha fatto altro che far sfilare su una passerella delle ragazze in costume da bagno. Più o meno succinto, il costume, più o meno smaliziate, le ragazze. Ma di questo si tratta: di stabilire chi abbia le gambe, i fianchi, il sedere e il seno più ben fatti, il volto più espressivo. E’ un concorso di bellezza. Non di bravura. Non di intelligenza. Non di preparazione culturale o professionale. Perché non ammetterlo una volta per tutte? Leggiamo che quest’anno Patrizia Mirigliani ha deciso di dare nuovo smalto al concorso, affidandosi al migliore degli agenti. Garanzia di ospiti illustri, di nomi di richiamo. Ma il succo non cambia: osannare il valore dello studio e dell’impegno in costume da bagno è decisamente poco credibile.

Laura Costantini

giovedì 3 maggio 2012

I miei articoli per "La Sesia": Se il danno è irreparabile


Dobbiamo rassegnarci. Il messaggio è passato. L’idea che essere visibili e riconoscibili conti molto più dell’aver eventualmente qualcosa da dire e da offrire è ormai patrimonio comune. Lo si tocca con mano, è sotto i nostri occhi quotidianamente. Ma assume una consistenza drammatica quando lo leggi nello sguardo imbambolato di un quattordicenne in un ventoso 25 aprile romano. Siamo a ponte Milvio, tra incrostazioni di lucchetti innamorati di Moccia e quel tempo sospeso del pomeriggio festivo. È la festa della Liberazione, ma potrebbe essere una domenica qualsiasi. Anzi, una domenica di altri tempi, con le partite alla radio. Nel catino poco distante dell’Olimpico la Roma sta per prendere una batosta dalla Fiorentina e il personaggio che dobbiamo intervistare avrebbe di gran lunga preferito restarsene a casa a seguire la partita. Ma è la tv, bellezza. E alla tv non si dice mai di no. Così questa pin up del terzo millennio, bocca rinforzata di filler e una bombastica quarta di reggiseno, ci raggiunge sullo storico ponte. Ammettiamolo: è bella, lo sarebbe anche senza quel popò di davanzale che la precede. Ammettiamolo: è simpatica, come solo i coatti romani sanno esserlo con quel mix di sguaiataggine e aggressiva timidezza. Ammettiamolo: non è affatto stupida, come non lo è la maggior parte delle bellezze plastificate che approdano sul piccolo schermo in cerca di gloria. Lei sa di essere fortunata. Sa che da un momento all’altro i riflettori che ben due reality show le hanno acceso addosso si possono spegnere. Si sforza di restare con i piedi piantati nelle zeppe tacco 12 mentre risponde e dice che sì, la bellezza e la quarta di reggiseno contano. Ma solo per entrare nel dorato mondo dello spettacolo. Poi, certo, non basteranno. Perché lei ha 26 anni e già ha capito che ci sarà presto una più bella, più plastificata e più giovane di lei. Però, insiste, lei ha carisma. Lei è simpatica, spigliata, ha la battuta pronta. Ammette senza remore che “studia” da Sabrina Ferilli e in effetti le somiglia un po’. Ma guarda anche ad Anna Magnani e a Luciana Littizzetto. Due esempi lampanti che la bellezza non è tutto, sottolinea. Un discorso che non fa una piega mentre confessa il sogno di condurre un programma tutto suo o di recitare in una fiction. Mai, neanche una volta, cita il talento. Mai, neanche una volta, azzarda un corso di dizione o recitazione. Intanto la gente la circonda. Le chiedono di posare per una foto, gli autografi ormai son passati di moda. Extracomunitari timidi e ragazzine cinguettanti la immortalano con gli smartphone. Poi arriva lui, 14 anni, la sigaretta in bocca. “Sei la migliore”, le dice adorante. “Io voglio essere come te, voglio fare il Grande Fratello”. Lei scuote la testa: “Lascia perdere”, dice e noi cominciamo a sperare che stia per parlare di studio, di formazione. Di talento. “Meglio l’Isola dei famosi”, conclude. Fine delle speranze.

Laura Costantini

mercoledì 2 maggio 2012

Soggettiva di ZG: Hunter Games di Suzanne Collins

La mia fortuna è che ho una nipote 18enne, appassionata di lettura e con gusti molto simili ai miei (non so se questo sia un complimento, e per quale delle due, ma sorvoliamo). Così succede che un giorno mi mette in mano questo libro e con i modi spicci che la contraddistinguono mi dice: Zia, leggilo. Punto. E io obbedisco perché è già capitato che mi abbia consigliato qualcosa e non mi ha mai deluso (è vero anche il contrario, ma questo ve lo deve dire lei). E veniamo al libro. Quando una persona appassionata di lettura è anche una persona che scrive, accade che il suo modo di approcciare un libro sia duplice, direi quasi schizofrenico. Se poi quella persona lavora anche in televisione e l'autrice del libro da leggere è una famosa autrice televisiva, allora le chiavi di lettura sono almeno tre. Vi siete persi? No, dai, abbiate fede. Cominciamo dalla lettrice pura, quella che apre la prima pagina, legge le prime righe, sospende l'incredulità e si tuffa senza rete in un mondo post-apocalittico dove i reality son giunti alla loro versione ultima. Quella che Stephen King, da genio qual è, seppe precorrere quando un reality show non era ancora neanche nelle menti degli autori Endemol. Dodici distretti sconfitti dopo una sanguinosa repressione e costretti, tutti gli anni, a fornire 2 concorrenti ciascuno per gli Hunger Games, i giochi della fame. Ne resterà solo uno, come direbbe Highlander/Lambert, ma tutti gli altri non finiranno sulla copertina di rotocalchi a raccontare come hanno vissuto nella casa. Tutti gli altri moriranno. La cosa è crudele, ancor più se si pensa che sono tutti ragazzi e ragazze di età compresa tra i 12 e i 18 anni. Panem (che sarebbe ciò che resta degli Stati Uniti) seguirà per settimane il loro destino. Li vedrà soffrire, morire, ma anche improvvisare strategie e cercare di guadagnarsi visibilità e quindi sponsor. E qui subentra, nella sottoscritta lettrice, la persona che lavora in televisione e che questi meccanismi li conosce bene. La Collins ci svela il dietro le quinte del Grande Fratello, dell'Isola dei Famosi. I consigli autorali, il lavoro dei look-makers, l'importanza di colpire il pubblico laddove vuole essere colpito. Protagonista assoluta, convincente e riuscitissima è Katniss. Ha 16 anni e ci racconta tutto in prima persona, in presa diretta, verrebbe da dire, con brevi flashback che non spezzano mai il ritmo. Il lavoro dei due traduttori non deve essere stato facile, ma non si percepiscono sforzi nel rendere l'animo ribelle di questa adolescente... Adolescente? E qui subentra la scrittrice che, mentre la lettrice arrivava a commuoversi per alcuni passaggi molto riusciti, sgamava subito il gioco della Collins. Che poi non è diverso dal gioco della Meyer. Perché Katniss è bellissima, anche se non lo sa, ed è amata da due ragazzi: Gale, che con lei condivide la fatica quotidiana di cacciare per non morire di fame, e Peeta, che con lei si trova a condividere gli Hunger Games.  La ama, ma potrebbe essere costretto a ucciderla. O forse ad esserne ucciso. Non vi svelo nulla, ma il gioco della bella con il cuore in altalena tra due possibili amori è la chiave giusta per invogliare il lettore a leggere gli altri due libri. Già, perché anche questa è una trilogia. E se anche alla scrittrice il giochetto dell'attesa, dei capitoli come puntate televisive bloccate sul più bello e del meccanismo narrativo appare visibilissimo, la lettrice c'è cascata con tutte le scarpe. Leggerò gli altri due e questo, secondo me, è indice di un romanzo che emoziona, resta dentro, si ricorda.


ZG

giovedì 30 giugno 2011

I miei articoli per "La Sesia": aria nuova alla Rai?

N.B. Come spesso accade, questo articolo è stato superato dai fatti: via la Ventura, via la Annunziata, l'opera di smantellamento della Rai è quasi completa. E a poco srve oggi scoprire cosa si dicevano Crippa (Mediaset) e Bergamini (Rai) per far sì che l'azienda del boss non perdesse negli ascolti...

Aria nuova alla Rai?

Proviamo a guardarla per quello che siamo: telespettatori. È innegabile che la Rai sia, nel bene e nel male, un polo di attrazione. Se piace è la più grande azienda culturale del nostro paese, se non piace è un altro di quei pozzi di burocrazia che succhiano via i soldi. Nello specifico i soldi del canone, argomento di annosa polemica. In questi giorni, in occasione della presentazione dei palinsesti della prossima stagione, il presidente Rai Paolo Galimberti ha parlato dell’evasione fiscale (altissima per quanto riguarda il canone) e del mistero per cui l’azienda che vince negli ascolti non riesce a raccogliere pubblicità nella giusta proporzione. “Dateci quello che ci meritiamo”, ha invocato. E chi vuol intendere, intenda. Ma torniamo nei panni che ci competono: telespettatori. Scopriamo che Fabrizio Frizzi potrebbe tornare sul palco di Miss Italia che gli venne strappato dall’allora direttore di RaiUno Fabrizio Del Noce. Ci dicono che la brochure sui programmi di RaiTre ha fatto arrabbiare, giustamente, Lucia Annunziata per non essere annoverata tra le trasmissioni di punta con il suo “In mezz’ora”. E ha fatto tremare Massimiliano Ossini, non citato con il suo “Cose dell’altro Geo”, invece confermato. Sentiamo che è sparita Caterina Balivo ed è rimasta in sella Lorella Cuccarini. Ci informano che non ci sarà Paola Perego nel primo pomeriggio di RaiUno e dobbiamo ancora capire che ne sarà dei contratti di Milena Gabanelli e di Serena Dandini. Ci raccontano la boutade per cui per sostituire “Annozero” ci vorranno menti criminali, ovvero la serie “Criminal minds”. E ci viene da sorridere amaro. Ma non possiamo fare a meno di inorridire davanti alle intercettazioni pubblicate in questi giorni nell’ambito dell’inchiesta sulla cosiddetta P4. Impariamo che un tipo come Luigi Bisignani, faccendiere ex cronista dell’Ansa ed ex compagno di Daniela Santanchè, sarebbe l’uomo più potente d’Italia. E ci è difficile stabilire se sia più grave che abbia brigato perché la Santanchè diventasse sottosegretario, che risultasse iscritto alla P2 o che fosse, intercettazioni alla mano, una sorta di direttore generale ombra della Rai. Da osservatori esterni non ci teniamo a riportare gli scambi da bar tra l’uomo più potente d’Italia e l’ex direttore generale dell’azienda culturale più importante del paese. Li abbiamo letti. Forse non ci hanno nemmeno meravigliato, viste le trascrizioni telefoniche di cui ci hanno messi a conoscenza da un paio d’anni a questa parte. Ma l’obiezione per cui quegli scambi Bisignani/Masi avrebbero dovuto restare nei brogliacci di trascrizione, in quanto irrilevanti penalmente, manifesta la volontà di mantenerci all’oscuro di chi, fuori dalla Rai, decide quale conduttore, artista, giornalista o programma giunga a farci compagnia. Leggiamo che il neodirettore generale Lorenza Lei rivendica più potere alla Rai e meno agli “agenti esterni”. Vuoi vedere che, insieme a Santoro, vanno via anche le “menti criminali”?

Laura Costantini

mercoledì 1 giugno 2011

I miei articoli per "La Sesia": Obama, pensaci tu (e che c'entra si scopre alla fine)

Battibecchi di fine stagione per la televisione che ha un calendario scolastico: inizio anno a settembre, fine ai primi di giugno. Il nuovo direttore generale Lorenza Lei ha avuto ben poco tempo per farsi sentire prima che la collezione autunno-primavera 2010-2011 chiudesse i battenti. Ma i segnali di miglioria ci sono, chiari e forti. La precedente gestione esce trascinandosi tre flop di quelli che pesano. “Ciak si canta”, show del venerdì condotto da Francesco Facchinetti e Belen Rodriguez è stato chiuso in anticipo. Così l’ex Dj Francesco può concentrarsi sull’erede che Alessia Marcuzzi sta per partorirgli. E Belen che, data per certa alla conduzione di “Quelli che il calcio”, smentisce e può concederci un attimo di tregua. Anche dalle esternazioni contro Simona Ventura, sua nemica acquisita causa di Corona. Chiuso in anticipo anche “Centocinquanta”, show nato per celebrare i 150 anni dell’Unità e miseramente affogato nell’odio reciproco dei conduttori Pippo Baudo e Bruno Vespa. Più che chiuso, stroncato sul nascere il delirio d’onnipotenza di Vittorio Sgarbi: con l’8.27% di share in prima serata è stato un fiasco, ma di quelli millesimati a giudicare dal prezzo. Comunque, archiviato Masi (e speriamo presto anche lo sproloquio serale di Ferrara, da lui fortemente voluto), si pensa alla prossima stagione che si profila come cosa da donne. Caterina Balivo piange in tv per la prima volta nella sua carriera, ringrazia tutti tranne il co-conduttore Milo Infante e si appresta a condurre “Quelli che il calcio”. Ha tutto l’appoggio della Ventura, ma deve vedersela con Lorena Bianchetti. Le due sono amiche ma la Balivo le ha soffiato “Pomeriggio sul Due” e Lorena non dimentica. Soprattutto adesso che il direttore generale è la Lei, vicina al Vaticano come la Bianchetti e sua sostenitrice da sempre. In attesa di dirimere l’arcano del pomeriggio calcistico domenicale, sembra che non sarà Mara Venier a ereditare “Domenica in”. Commossa fino alla lacrima in chiusura di “Vita in diretta”, Mara ha dedicato il proprio lavoro dell’ultimo mese a Lamberto Sposini, ancora in prognosi riservata per emorragia cerebrale. Impossibile un suo ritorno in tempi brevi, i pomeriggi di RaiUno restano saldamente in mano a Mara. Al nuovo direttore restano da risolvere gli incastri di “Domenica in”: ok Massimo Giletti all’Arena, non pare sia gradito un ritorno di Lorella Cuccarini, i cui ascolti non sono stati all’altezza. Chissà che non risorga l’ipotesi Baudo. E poi c’è da pensare a Sanremo 2012, la cui conduzione è uno di quei problemi che potrebbero tranquillamente essere confidati nell’orecchio di Barack Obama al G8. Se per sostituire un’esplosiva Antonella Clerici fu necessaria una squadra di cinque persone, per sostituire il team Morandi basteranno due soli onesti lavoratori dello spettacolo come Fabio Frizzi e Carlo Conti? Obama, a capo di una nazione che già nel nome invita a “stare uniti”, preferirebbe di gran lunga un Morandi bis.
Laura Costantini

martedì 24 maggio 2011

Oggi su "La Sesia": il buono, il brutto e il cattivo

Tre volti per caratterizzare la scorsa settimana televisiva. Tre volti non più giovani, ma i giovani non sono più protagonisti di ribalte importanti. Tre volti di uomini, ché le donne hanno ancora tanta strada da fare. Tre casi a loro modo esemplari e il richiamo al titolo di uno dei capolavori di Sergio Leone è venuto istintivo, senza per questo aver ben chiaro chi sia il buono, chi il brutto, chi il cattivo.
Di sicuro il più importante è Dominique Strauss-Kahn. Uomo potentissimo, dato per certo successore di Sarkozy all’Eliseo, ha la faccia giusta per l’assurda vicenda di cui si è reso protagonista. Un mix molto francese di Jean Gabin, Lino Ventura, Jean-Paul Belmondo senza per questo avere il fascino di nessuno dei tre. Sessantadue anni appesantiti, una smorfia arrogante e lo sguardo aggrondato di chi non riesce a credere che sia capitato proprio a lui. L’ex presidente del Fondo Monetario Internazionale si proclama innocente e rivendica un incontro sessuale consensuale con Ophelia, la cameriera che lo accusa di stupro. La parola spetta alla giuria, ma intanto vengono a galla racconti e atteggiamenti di un uomo che esercita a tempo pieno la seduzione del potere, anche ai danni di donne che di tale seduzione non sono succubi.
Il più famoso a livello internazione è invece Arnold Schwarzenegger, austriaco naturalizzato americano, divo hollywoodiano di film poco memorabili, ex governatore della California e, per sua stessa ammissione, ex marito modello. Il giorno prima festeggiava 25 anni di matrimonio con Maria Shriver, madre dei suoi quattro figli, e il giorno dopo Maria, nipote di JF Kennedy, lo lasciava accampando una pausa di riflessione. La realtà dei fatti ha provveduto a divulgarla Arnold prima che ci arrivassero gli implacabili rotocalchi americani. Dieci anni fa il protagonista di “Terminator” ha avuto un figlio da Mildred Beane, impiegata come colf nella residenza californiana degli Schwarzenegger. E, dopo averlo cresciuto in gran segreto, Arnold ne ha confessata l’esistenza alla moglie. Di sicuro non un bel regalo per le nozze d’argento.
Il fanalino di coda è, manco a dirlo, roba nostra. Non ha la faccia da cinema di Strauss-Kahn né l’imponenza fisica di Schwarzenegger. Pensava, in compenso, di avere l’appeal giusto per reggere un “one-man-show” in prima serata e ne ha convinto anche i responsabili della rete ammiraglia della Rai. Adesso se la ride: il programma è stato chiuso dopo la prima puntata per conclamato flop, ma lui, Vittorio Sgarbi, il compenso di un milione di euro se l’è comunque intascato. Tre facce delle quali non ci liberemo. Strauss-Kahn ha sguinzagliato una squadra di investigatori privati a rovistare nel passato della cameriera Ophelia. Schwarzenegger, visto che gli eroi col muscolo un po’ vizzo son di moda, prepara un nuovo capitolo di “Terminator”. Sgarbi racconta in giro di essere troppo genio perché la gente lo capisca. A pensarci bene “Brutti, sporchi e cattivi” era un titolo più adatto.

Laura Costantini

martedì 17 maggio 2011

Oggi su "La Sesia": Ognuno per se', nessuno per tutti

Negli ultimi tempi le reti televisive nazionali stanno trasmettendo uno spot. Uno di quelli ben fatti. Ci sono personaggi come Alessandro Gassman, Alex Del Piero, Vittoria Mezzogiorno che invitano a riappropriarsi del proprio tempo, a partire senza una meta, a raccontare favole ai propri figli. Perché la vita è più importante della televisione. Si hanno pochi secondi per restare stupiti davanti alla tv che rema contro se stessa. Poi si svela l’arcano. Nel gergo che si usa quando non si vuole fare pubblicità occulta (e gratuita) a qualcosa, si tratta di una notissima emittente satellitare che invita ad abbonarsi per usufruire di un diabolico marchingegno, che poi altro non è che un videoregistratore. Il messaggio è chiaro: non essere schiavo dei palinsesti stabiliti dagli altri. Esci, parti, prendi impegni, tanto il tuo programma, reality, telefilm preferito puoi registrartelo nella memoria del dispositivo e rivedertelo quando ne hai voglia. E non ci sarebbe niente di male se non si assistesse sempre più spesso a un fenomeno che potremmo chiamare diaspora dei piccoli schermi. Mentre la mamma in cucina si spara le ultime due serie di “Casalinghe disperate”, i ragazzi, ognuno davanti al proprio portatile, si stampano nelle retine intere maratone di “NCIS” o “Criminal minds” e papà è libero di vedersi la finale di Champions League sul plasma del salone, ovviamente in rigorosa diretta. Non vuole essere una polemica contro il calcio. Perché anche la partita più bella perde sapore se non la si segue mentre accade e se il proprio urlo di gioia per il goal decisivo non si fonde con quello dell’intero vicinato. Si chiama condivisione. Quella che hanno vissuto le generazioni nate dal 1960 in poi. Chi non ricorda l’appuntamento imperdibile con “Happy days” alle 19:20 alla fine degli anni ’70? Mentre il sapiente prodotto statunitense inculcava il rimpianto per un’America al sapore di milk shake mai veramente esistita, si pregustava il momento in cui, il giorno dopo, si sarebbe commentata la puntata insieme ai propri compagni di classe. Era un modo per sentirsi parte di un tutto. Omologati, forse. Ma la differenza tra seguire una trasmissione insieme a tutta Italia oppure vedersela con comodo secondo i propri tempi e le proprie esigenze è la stessa che c’è tra accorgersi che la radio sta trasmettendo la nostra canzone preferita, oppure spararsela in solitaria nel lettore mp3. E’ sempre la stessa canzone, ma accorgersi che nel traffico il nostro vicino di coda la sta ascoltando e batte il tempo proprio come noi, le dà un sapore diverso. Migliore. Se c’è un pregio da riconoscere alla televisione, è quello di averci riuniti davanti a uno schermo. Intere famiglie, genitori e figli, intenti a seguire la stessa storia, lo stesso dibattito. Magari ne scapitava il dialogo. Ma il diabolico marchingegno che lo spot ci propone è solo un altro passo verso un futuro alla Blade Runner: ognuno col proprio palinsesto e nessuno con cui poterne parlare.

Laura Costantini

martedì 12 aprile 2011

Oggi su "La Sesia": Stato civile, precario a vita

Durante lo scorso fine settimana sono accadute due cose solo apparentemente distanti tra loro. Centinaia di migliaia di giovani (definizione che ormai comprende senza forzature i quarantenni) sono scesi in piazza per rendere evidente l’anomalia di un paese che tiene il 30 % della propria forza-lavoro nel recinto della precarietà fine a se stessa. Antonio Capuano, di 35 anni, ha subito un grave incidente d’auto e mentre scriviamo si trova in prognosi riservata in un ospedale romano. Antonio, meglio noto come Karim per chi avesse la memoria televisiva lunga, non si sarebbe mai sognato di scendere in piazza insieme a quelle centinaia di migliaia di giovani. Eppure la sua è la parabola del precario nella forma più perniciosa. Quella televisiva. Perché Karim è un prototipo. Uno che ha avuto il tempo e il modo di scoprire sulla propria pelle che tutte le promesse erano bugie. A partire da quella che bastasse avere una bella faccia, vantare un’ascendenza esotica (padre pugliese ma mamma indiana) e frequentare una palestra per sfondare nel mondo dello spettacolo. Mentre scriviamo basta digitare Karim Capuano su google per ottenere migliaia di risultati, quasi tutti riferiti all’incidente che lo ha visto protagonista nella notte tra venerdì e sabato. Insieme a un amico fotografo, Karim correva oltre i limiti sull’Appia nei pressi di Roma, a bordo di una smart. Era ubriaco, ha perso il controllo. Era felice, pare, per la firma di un nuovo contratto televisivo che dopo un lungo periodo di oscuramento poteva ridargli visibilità. Riportarlo a galla. Si potrebbe obiettare che la precarietà è una novità degli ultimi decenni per quanto riguarda una generazione di diplomati e laureati in cerca di sbocchi, ma è sempre esistita nello show-business. E sarebbe una giusta obiezione, perché precari sono stati e continuano a essere tutti i grandi dello spettacolo. Ma a Karim, che debuttò come tronista alla corte di Maria De Filippi ed ebbe il suo momento di gloria nella prima edizione della “Talpa”, il più sfigato dei reality-show, gliel’hanno raccontata diversa. C’erano file di ragazzine quando faceva le serate in discoteca, c’erano programmi tv che lo chiamavano a dire la sua su argomenti che non conosceva, c’erano gli autografi, i poster allegati ai settimanali da coiffeur. C’erano. Oggi Karim Capuano è l’unico nome non corredato da biografia aggiornata su wikipedia. Ci sono i suoi compagni della “Talpa”, ci sono i suoi colleghi “tronisti”. Manca Antonio Capuano, in arte Karim, di età tra i 34 e i 36 anni a seconda dei siti, in prognosi riservata dopo un frontale con un autobus. Troppo alti tasso alcolico e velocità e la Rete, impietosa, riporta tutta una serie di denunce, pene sospese, multe. Riporta la parabola discendente di un giovane che non sarebbe mai andato a sfilare in piazza. Ma che ha imparato sulla propria pelle che non c’è niente di bello o avventuroso nel non sapere oggi quale e se sarà il domani.
Laura Costantini

martedì 29 marzo 2011

Oggi sulla Sesia: E bravo chi capisce dove finisce lo spettacolo e inizia la realta'

Altro che Grande Fratello. Nell’epoca del reality-show la televisione travalica lo schermo e contamina la vita reale. O forse è la realtà che non è più tale. Mentre i notiziari sono giustamente concentrati sulla situazione in Libia e sulle conseguenze del catastrofico terremoto giapponese, nell’ultima settimana abbiamo assistito a un gioco di scatole cinesi televisive che rischia di confondere non poco i telespettatori. Per chi non lo sapesse è in corso, con alterne vicende di ascolti, l’ottava edizione dell’Isola dei Famosi, il reality show condotto da Simona Ventura. Ora succede che, visto il gradimento in ribasso, la Ventura decide di metterci del suo e, approfittando degli impegni della Nazionale (e quindi della pausa del campionato di calcio), può saltare la messa in onda di “Quelli che il calcio…” per togliersi la soddisfazione di “naufragare” a propria volta in Honduras. D’altronde, e anche questo non siete tenuti a saperlo, Simona non ne ha mai fatto mistero: non dovesse condurla (e non cederebbe la conduzione a niente e nessuno), l’Isola vorrebbe viverla da concorrente. Ovvio che resterà lì il minimo indispensabile per farsi vedere in bikini e dispensare ai concorrenti in crisi (glicemica, più che altro) il suo ormai leggendario e onnicomprensivo consiglio: approfitta della vetrina, che quando ti ricapita più? Vale anche per lei. Mentre scriviamo la Ventura è in viaggio per l’Honduras con la consapevolezza che la fortuna aiuta gli audaci. E la fortuna, nel caso specifico, si chiama Fabrizio Corona. Il controverso personaggio, noto per le vicissitudini legali, gli eccessi e il tiramolla con Belen Rodriguez, lo scorso venerdì 25 marzo è piombato in casa della ex-suocera ed ha prelevato, senza averlo concordato con l’ex-moglie Nina Moric, il proprio figlio Carlos Maria. Caso vuole che Nina Moric non fosse presente perché è una delle concorrenti dell’Isola dei Famosi. A convincerla a lasciare il figlio di otto anni alle cure della nonna un compenso, pare, di 200mila euro e la volontà di tornare sui piccoli schermi dopo un periodo di oscuramento professionale e personale. Considerazioni che, ne siamo certi, passeranno immediatamente in secondo piano quando Simona Ventura in carne e ossa le comunicherà il proditorio evento ai danni di Carlos Maria. Danni per modo di dire perché il settimanale “Oggi” sostiene che Fabrizio Corona avrebbe preso figlio e fidanzata e sarebbe partito alla volta di Eurodisney. Fidanzata? Sì, perché Belen, dopo aver pubblicamente dichiarato che Fabrizio non faceva più parte della sua vita, avrebbe avuto l’ennesimo ritorno di fiamma. Incurante delle conseguenze professionali. Non è un segreto infatti che il suo manager le avesse caldamente consigliato di chiudere con Corona. Riusciamo a immaginare cosa succederà quando Nina Moric verrà messa al corrente di tutto ciò? Noi no, ma la Ventura versione naufraga ce l’ha chiarissimo. E le coincidenze diventano sospette.
Laura Costantini

sabato 12 marzo 2011

I miei articoli per "La Sesia": soldi televisivi

La notizia è rimbalzata di pagina in pagina, di sito in sito. Giuliano Ferrara torna in Rai. Da lunedì 14 marzo riproporrà il suo “Qui Radio Londra”, una striscia quotidiana nella stessa collocazione che fu di Enzo Biagi. E già questo la direbbe lunga. Ma non basta. Per quei cinque minuti di messa in onda giornaliera pare che Ferrara incasserà da viale Mazzini tremila euro lordi. Fanno 600 euro al minuto. Fanno 500mila euro l’anno. Fanno un milione e mezzo di euro per un contratto di tre anni (due più uno se tutto va bene). Immediate le polemiche con botta e risposta su forum e pagine face book. Perché 600 euro al minuto per Ferrara sono parecchi di meno dei 4000 e spicci euro al minuto che Roberto Benigni ha totalizzato a Sanremo. Con l’aggravante che Benigni è di sinistra e quindi tenuto a non indossare cachemire, a non andare in vacanza a Saint Moritz, a non avere la barca e, soprattutto, a non guadagnare cifre simili. Poco conta che quel quarto di milione di euro l’abbia dato in beneficenza. La domanda più gettonata dai sostenitori dell’elefantino Ferrara è: chi decide che Benigni se li merita e Giuliano no? Il pubblico sovrano, risponderebbe Simona Ventura che in mezzo a polemiche del genere si è trovata spesso e volentieri. Indimenticabili i 750mila euro incassati dal “naufrago” Albano Carrisi nel 2005. Non portò a termine l’avventura isolana, ma i picchi di audience durante il divorzio da Loredana Lecciso in diretta satellitare sono rimasti nella storia. Come resteranno nella storia gli ascolti di Benigni lo scorso 17 febbraio: sfondata la soglia record del 60% con 18 milioni di telespettatori sintonizzati su Raiuno e sul Festival di Sanremo 2011. Uno share da mondiali di calcio (per non soffermarsi sul valore strettamente culturale) per 250mila euro. La stessa esatta cifra finita nelle tasche di Andy Garcia, approdato all’Ariston per strimpellare “Cuba libre” al pianoforte con ben altri risultati. Certo, tornando a Giuliano Ferrara per il quale la direzione generale Rai si è spesa a tempi di record, ha più senso retribuire la sua cultura e la sua verve partigiana con 3000 euro ogni 5 minuti che non versarne 1500 a puntata a Rasa Kulyte. Chi è Rasa Kulyte? La dea fortuna del Lotto alle Otto, ex miss Lituania, per gli amici (tra cui il premier) Giada. Per lei (ma la notizia è stata smentita) si sarebbe tentato un contratto ad personam cui l’ufficio del personale Rai avrebbe obiettato che non si poteva pagare la Kulyte 1500 euro per starsene ferma e zitta in tutto il suo splendore, quando il conduttore Tiberio Timperi percepisce 400 euro a puntata per seguire le estrazioni del Lotto. Alla fine Giada/Rasa ha dovuto accontentarsi di 300 euro a puntata. Perché alla fine le donne in tv sono le meno esose. Antonella Clerici prese la metà dei soldi di Bonolis per fare un festival con più ascolti. E a fronte delle vallette del passato, le tanto vituperate Belen e Canalis si sono accontentate di 160mila euro a testa.
Laura Costantini

mercoledì 2 marzo 2011

I miei articoli per "La Sesia": Segnali

Poche cose sono mendaci quanto la televisione. Eppure a volerli vedere dei segnali ci sono. Sabato scorso è tornato “Ballando con le stelle”. Settima edizione. Formula di sempre, scenografia di sempre, conduttrice di sempre. Il palinsesto opponeva “La corrida”, show rodatissimo e guidato da un ottimo Flavio Insinna. Ci si aspettava una batosta negli ascolti. E c’è stata. Per i dilettanti allo sbaraglio di Canale5. Dieci punti percentuali di share, che sono tanti. Un caso? Può darsi. Gioca la curiosità del nuovo cast messo insieme dalla Carlucci, gioca il battage pubblicitario e l’annuncio di un inedito Roberto Vecchioni nelle vesti di ballerino per una notte. Ma resta il fatto che “Ballando con le stelle” mette in scena un talent-show dove non si vince niente, non ci si insulta reciprocamente e nessuno viene mandato allo sbaraglio per il gusto di sbeffeggiare e veder scorrere lacrime e sangue. L’unica cosa che scorre è il sudore dei concorrenti che toccano con mano quanto ciò che appare facile e leggiadro in pista, sia frutto di massacranti ore di prove. Qual è il segnale? L’elogio dell’impegno, della professionalità, del sacrificio. E dell’eleganza. Il nome di Barbara Capponi dirà poco alla maggior parte dei lettori. Giornalista economica e conduttrice di alcune edizioni del Tg1, Barbara Capponi oggi è una bella donna di 42 anni. Ma è stata finalista di Miss Italia tanti anni fa e il motivo si percepisce ancora oggi. Snella, in splendida forma, già ben calata nel ruolo di ballerina, potrebbe osare molto di più nel look. Le è stato fatto notare durante la diretta di sabato scorso dalla presidente di giuria che, ben lontana dalla moda scollacciata delle veline, è però abituata a vedere danzatrici professioniste ostentare costumi che esaltino corpi perfetti e movenze sensuali. Ma Barbara Capponi ha fortemente voluto un costume castigato che nulla ha tolto alla sua esibizione. Poca cosa? Può darsi. Ma è un segnale. Come un segnale è stata la vittoria sanremese di un testo come quello di Roberto Vecchioni. Un big della canzone impegnata, un poeta di lungo corso che certo non aveva bisogno di mettersi in gara. Soprattutto alla luce delle ultime edizioni del festival, trionfi incontrastati di amici e amiche di Maria De Filippi. Poteva succedere di nuovo, con Emma Marrone. Giovane, carina, con una gran voce e in abbinamento con il fenomeno musicale dei Modà per una canzone che è la più trasmessa dai network radiofonici. Le vendite la premieranno, poco importa che sia arrivata seconda. Eppure è un segnale. Il segnale che c’è ancora posto per il valore, l’esperienza, la costanza dell’impegno. Se a vincere il Festival di Sanremo è un uomo con tutte le sue rughe e la sua lunga carriera. Se a vincere una sfida televisiva del sabato sera è uno show che mette in scena la cura dei particolari. Se una bella donna rifiuta di mostrare più del necessario. E se tanta gente canta insieme a Vecchioni: questa maledetta notte dovrà pur finire.

Laura Costantini

venerdì 17 dicembre 2010

I miei articoli per "La Sesia": Succede se ci siamo noi


“Le cose succedono solo se ci siamo noi”. Lo diceva un anziano paparazzo della dolce vita romana, comprendendo in quel “noi” fotoreporter, cameramen, giornalisti. Non era una persona colta quell’anziano paparazzo, ma aveva colto il senso più profondo della funzione dei mass-media. La testimonianza di quanto accade nel mondo. Lo scorso 10 dicembre all’interno della Rai c’è stato uno sciopero. Sigle sindacali diversissime tra loro, spesso in lotta tra loro, si sono unite compatte per manifestare il dissenso dei lavoratori Rai al piano industriale sostenuto dal consiglio d’amministrazione e dal direttore generale Masi. Il pubblico ha percepito che qualcosa stava accadendo dal fatto che i tre notiziari del servizio pubblico, Tg1, Tg2 e Tg3, sono andati in onda in forma ridotta, senza servizi e con uno speaker autorizzato dal comitato di redazione a leggere il comunicato sindacale e quello di risposta dell’azienda. Alcune trasmissioni non sono andate in onda (“La vita in diretta” tra queste), altre sì, ma solo perché erano registrate. Maurizio Costanzo, conduttore dello spazio pomeridiano “Bontà loro”, avrebbe voluto che la puntata venisse trasmessa con un sottopancia che informasse il pubblico a casa che si trattava di una registrazione e che la redazione sosteneva lo sciopero in atto. Non è stato accontentato. L’adesione allo sciopero è stata massiccia, così come considerevole è stata la partecipazione alla manifestazione organizzata davanti alla sede Rai di viale Mazzini a Roma. Sono arrivati lavoratori dalle sedi Rai di Napoli (i primi a presidiare fin dalle 6 del mattino), di Firenze, di Torino, di Trieste, di Milano. Il colpo d’occhio non parlava di folle oceaniche, ma chi si è trovato a transitare nella zona di piazza Mazzini la mattina di venerdì 10 dicembre ha potuto vedere qualche migliaio di persone armate di bandiere, megafoni, trombette e striscioni che bloccava il traffico in tutta la zona. Il problema è che quelle persone erano cameramen, giornalisti, registi, autori televisivi, c’era anche la redazione compatta di “Anno zero”. Erano operatori della comunicazione. Erano quelli cui si riferiva l’anziano paparazzo. Quelli che le cose succedono solo se loro ci sono. Ebbene, noi c’eravamo, in tanti. Ma nessuno se n’è accorto perché noi che la televisione la facciamo, siamo stati praticamente ignorati dalla televisione. Pochissima la solidarietà dai giornali o dalle altre emittenti. Che la più grande azienda culturale del paese, quella che ha reso l’italiano la lingua di tutti, quella che ha testimoniato la storia stessa della nostra repubblica, stia per essere smantellata non fa notizia. Non interessa. Gli incliti critici televisivi che tuonano contro la mancanza di contenuti e condannano l’utilizzo coatto di format esteri nella realizzazione di programmi che i lavoratori Rai sarebbero perfettamente in grado di pensare e realizzare, tacciono. E noi che alle cose grandi e piccole di questo paese diamo voce, siamo stati messi a tacere.

Laura Costantini

lunedì 13 dicembre 2010

I miei articoli per "La Sesia": Opposti televisivi

N.B. Questo articolo e' andato in pagina martedi' 7 dicembre, quindi i riferimenti temporali sono a quella data.

Sabato scorso in Germania, come avviene da più di dieci anni, è andato in onda lo show “Wetten dass?” (Scommettiamo che?) condotto da Thomas Gottschak e Michelle Hunziker. Asteniamoci dal notare che il boccoluto e attempato conduttore è lo stesso fin dalla prima edizione e che la flessione di ascolti lamentata dal settimanale Stern era dovuta al passaggio dai soliti 10 milioni di telespettatori a poco meno di nove. Sabato scorso a “Wetten dass?” è accaduto un incidente. Un incidente grave. Un concorrente è caduto durante un salto spettacolare e si è fatto male. Molto male. Un istante per vederlo cadere, poi la telecamera ha staccato sui conduttori, sul pubblico in piedi, attonito, su una barella che arrivava, sul volto sconvolto di Michelle Hunziker. Minuti di angoscioso silenzio, poi l’annuncio: la trasmissione è sospesa. Se funziona come in Italia, su quei momenti di stasi gli ascolti saranno schizzati alle stelle. Eppure il sipario è calato sulla tragedia di un ragazzo spericolato che rischia conseguenze gravissime. Domenica scorsa i notiziari italiani hanno riportato la notizia che, per casualità di scaletta, è finita quasi accanto a quella di una tragedia tutta nostrana. Un gruppo di ciclisti della domenica, in Calabria, nei pressi di Lamezia Terme. Tutti ragazzi. E una Mercedes lanciata a tutta velocità in un sorpasso impossibile: una strage. In attesa delle immagini, il cronista della sede regionale si attarda nel descrivere l’orrore di biciclette accartocciate e corpi abbattuti come birilli. Poi le immagini arrivano. I corpi sono stesi a terra, pietosamente coperti da lenzuola bianche. Le biciclette sono effettivamente accartocciate. Uno dei soccorritori si china a sollevare un lenzuolo e la telecamera parte di zoom cercando di carpire particolari di quel corpo senza vita con addosso i colori squillanti di una tenuta da ciclista. Non si vede molto, il soccorritore ricopre il corpo, l’obiettivo si allarga sulla strada cosparsa di cadaveri. Tante volte non avessimo capito fino in fondo la tragedia di cui il cronista continua a dire. Tutti giovanissimi e sportivi, l’investitore un marocchino accusato di omicidio colposo plurimo e anche lui grave in ospedale. Due opposti televisivi, modi diversi di trattare il dolore degli altri. Quel dolore che si è ormai impadronito del piccolo schermo. Sempre domenica scorsa, sempre da tg. Michele Misseri chiede di esporre la propria ennesima versione dei fatti sulla morte di Sarah Scazzi. Una morte che ci è stata descritta in ogni particolare, nella durata, nella ferocia, perfino nei tempi di permanenza nello stomaco di un singolo sofficino. E nello stesso giorno in un altro luogo, verrebbe da dire in un’altra Italia, un ufficiale dei carabinieri che avvisa i familiari della tredicenne scomparsa Yara prima di dare ai cronisti accampati a Brembate di sopra la notizia che c’è stato un arresto. E che l’accusa per l’operaio nordafricano è omicidio.

Laura Costantini

venerdì 19 novembre 2010

Io volevo essere Sandokan

Sono sempre stata una bambina anomala. Mentre le mie coetanee (parliamo di scuola elementare) leggevano a malapena il sussidiario o, al massimo, "Topolino", io mi appassionavo all'intera saga di Tarzan delle Scimmie di Edgar Rice Burroghs. E proseguendo nelle letture da maschio (cosi' venivano considerate all'epoca) scoprivo Jules Verne. Sono stata tarda nell'arrivare a Emilio Salgari, ma basto' il mitico sceneggiato televisivo firmato da Sergio Sollima, perche' mi buttassi a pesce sull'opera omnia di quello che rimane uno dei miei autori preferiti. E qui arriviamo alla vera stranezza. Inebetita dalla bellezza di Kabir Bedi (per me Sandokan e il Corsaro Nero hanno e avranno per sempre la sua faccia), non ho mai sognato di essere la bella di turno (Marianna alias Perla di Labuan oppure Honorata van Gould). Io volevo essere LUI. Volevo il ruolo dell'eroe, di quello che lotta, soffre, sfida, viene ferito, rischia la pelle, arringa la ciurma, si mette al timone durante la tempesta, piange calde lacrime quando perde l'amore della sua vita, ma risorge dalle sue ceneri in nome di ideali piu' grandi. All'epoca non mi rendevo conto della stranezza di queste sensazioni. Poi ho cominciato a elaborare, attraverso romanzi e film, che in realta' il maschio e' quello che si diverte di piu'. Quello che parte per la guerra o verso nuovi orizzonti e lascia lei a casa, a salutarlo col fazzolettone e a tessere, ricamare, sferruzzare sospirando in attesa che l'eroe ritorni. E se poi l'eroe non ritorna, lei piange, si dispera, a volte si suicida, si veste comunque a lutto e vive nel ricordo imperituro. Ora, senza nulla togliere al valore dei sentimenti (sono una romanticona), potrete convenire con me che essere Sandokan, la Tigre della Malesia, destinato a contrastare validamente il bieco invasore inglese sia decisamente piu' appagante che non vestire i panni della languida Marianna, la Perla di Labuan, modernissima nel mollare tutto per seguire il proprio uomo (lei bianca e nobile, lui un delinquente, seppur di nobili origini) ma comunque destinata a cuocergli il riso, lavargli le casacche e, all'uopo, morire di tragica morte per lasciarlo libero di puntare verso nuove ed entusiasmanti avventure a fianco del fido Yanez.
Con questo non voglio dire che Salgari sia stato un maschilista, anzi. Per l'epoca fu moderno e spregiudicato al punto di immaginare eroine avventurose come Jolanda (la figlia del Corsaro Nero) o la Favorita del Mahdi. Ma le figure femminili in letteratura hanno risentito da sempre della classica divisione dei ruoli: la donna a casa, l'uomo fuori a caccia, alla guerra, a farsi gli affari suoi. Facendo un volo pindarico, segnalo una fiction Rai appena terminata: "Ho sposato uno sbirro 2". Flavio Insinna e' un vice questore aggiunto a Roma, Christiane Filangieri e' sua moglie, un'ispettrice di polizia. La serie ha affrontato, in toni da commedia ma efficacemente, il problema di una donna poliziotto, madre di due gemelle e moglie del proprio capo, che pretende di svolgere il proprio lavoro esattamente come fa lui, cioe' correndo i propri rischi. Cosa che ovviamente mette in crisi nera la coppia. Nella fiction, com'e' giusto, tutto si risolve. Ma nella realta' non e' cosi' e io continuo a sentirmi una strana perche', a distanza di anni, continuo a preferire essere Sandokan.

venerdì 12 novembre 2010

I miei articoli per "La Sesia": lo strano caso di "Giovinezza" e "Bella ciao"

Era il 3 novembre. Il flusso mediatico da Avetrana sembrava in stallo, il Veneto veniva sommerso dalle prime piogge autunnali. La giornata, giornalisticamente parlando, era tranquilla quando all’improvviso scoppia la bomba. Lucio Presta, padrone indiscusso del Festival di Sanremo, annuncia in via ufficiosa che sta per sdoganare le canzoni “politiche” sul palco dell’Ariston. C’è di che saltare sulla sedia. Nel regno incontrastato di “sole, cuore, amore” sta per approdare l’impegno, la denuncia, la presa di posizione. Ma siamo sicuri? Nell’attesa della conferma ufficiale in sede di conferenza stampa, ci si prepara a trattare l’argomento e i punti di vista sono, ovviamente, diversi. C’era bisogno di portare la politica tra i fiori della Riviera? Oppure è giusto prendere atto che la musica ha sempre fornito un armonico scivolo alle idee e agli schieramenti? Il melodramma italiano, per dirne uno, si è trovato a coesistere cronologicamente con il nostro tanto vituperato Risorgimento e dietro amori appassionati e intrecci da telenovela ha lasciato intravvedere la netta opposizione ai regimi vigenti, quelli degli usurpatori asburgici, borbonici, pontifici. Viene da pensare, mentre si attende il verbo di Lucio Presta dai suoi profeti Mazzi e Morandi, che a ben guardare la politica sul palco dell’Ariston non è mai mancata. L’orecchiabile “Chi non lavora, non fa l’amore” di Adriano Celentano e Claudia Mori era una canzone politica negli anni ’70 delle grandi lotte sindacali e dei grandi scioperi. Era una canzone politica quanto altre mai “Minchia, signor tenente” di Giorgio Faletti, all’indomani dei sanguinosi attentati a Falcone e Borsellino. Era una canzone politica e provocatoria già nel titolo “Pensa”, di Fabrizio Moro e parliamo di un paio d’anni fa. Ma il tempo delle ipotesi finisce presto, in quel mercoledì 3 novembre, e si svela l’arcano. Il presidente Giorgio Napolitano, nel tentativo di rimediare al colpevole ritardo sulle celebrazioni del Centocinquantenario dell’Unità d’Italia, aveva chiesto che il Festival della Canzone dedicasse una serata alla nostra storia patria. Detto e fatto, il duo Mazzi-Morandi partorisce l’idea: “nella serata evento di giovedì 17 febbraio ogni artista, oltre al proprio brano inedito - spiega il direttore artistico Gianmarco Mazzi - ne proporrà uno edito tra quelli che legati a momenti storici italiani importanti”. E Morandi rilancia l’idea di poter sentire i quattordici artisti in gara cantare “Bella ciao”. Apriti cielo. Non era lo sdoganamento dell’impegno sul palco dell’Ariston. Era un coro di vip della canzone che canta l’inno della Resistenza. Mazzi e Morandi fanno un rapidissimo errata-corrige: non facciamo politica, sono canzoni storiche, ci mettiamo anche “Addio Lugano bella” degli anarchici e “Giovinezza”, sono già state eseguite in tv. Ma alla Rai non vogliono sentir ragioni e lo strano caso delle canzoni politiche a Sanremo si chiude. Con un no che fa rumore. Ma che fa anche rima con cuore e amore.
Laura Costantini