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martedì 20 novembre 2012

Quanto vale una vita

È di venerdì scorso la notizia che il professor Umberto Veronesi, uno che di valore della vita se ne intende, ha deciso di sostenere la campagna a favore dell’abolizione dell’ergastolo. Risale a giovedì scorso la prima udienza del processo d’appello a carico di Salvatore Capone, sergente dell’Aeronautica, condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio volontario aggravato ai danni della moglie Maria Rita Russo e il tentato omicidio dei loro due bambini di tre anni. La difesa vuole ottenere la riduzione della pena sulla base di una nuova perizia psichiatrica che vorrebbe Capone incapace di intendere e di volere al momento dei fatti. E risale allo scorso 11 novembre la morte di Antonetta Paparo uccisa con quattro stilettate al cuore dal marito, Pasquale Iamone, in circostanze ancora da chiarire. Sostiene il professor Veronesi, poiché il nostro cervello ha cellule staminali che possono colmare il vuoto lasciato dalle cellule cerebrali che scompaiono, che il carcerato dopo 20 anni può essere una persona diversa da quando ha commesso il reato. “Dunque l’ ergastolo non risponde al bisogno di giustizia” argomenta, “ma a quello di vendetta, per soddisfare la reazione istintiva ed emotiva dei cittadini. Ma non risolve il problema reale, che è quello di vivere in un Paese civile e avanzato, in cui la sicurezza individuale è tutelata da una giustizia equa.” Come abbiamo già detto, Veronesi, impegnato da decenni nella lotta contro il cancro, è  persona che ben conosce il valore della vita. E lo rispetta, come tutti noi dovremmo rispettarlo. Ma il sergente Capone, che adesso invoca l’infermità mentale, ha dato fuoco a sua moglie alimentando le fiamme con la benzina acquistata il giorno prima. E Pasquale Iamone, che dice di aver ucciso Antonetta per esaudire il desiderio che lei aveva di morire, teneva in macchina uno stiletto. Quanti di noi hanno una tanica di benzina pronta in garage o uno stiletto nel portaoggetti dell’auto? Maria Rita Russo aveva due bambini di tre anni. Antonetta era madre di un bimbo. Melania Rea non vedrà mai crescere la sua bambina. Madri che mancheranno ai loro figli e noi, fortunati, non sapremo mai quanto. Figlie che mancheranno ai loro genitori costretti a sopravvivere al danno supremo. Le vite del sergente Capone, del caporal maggiore Parolisi e di tutti coloro che sono stati condannati all’ergastolo, meritano rispetto. Hanno un valore. Sono senz’altro vite defraudate del loro naturale sviluppo, anche ai sensi del dettato della Costituzione che, ci ricorda Veronesi, “all’articolo 27 recita che le pene devono essere tese alla rieducazione del condannato. Ma per chi è condannato a morire in carcere, il futuro si consuma nei pochi metri della sua cella, e senza futuro non ci può essere ravvedimento.” Ha ragione. Loro, i colpevoli, potranno cambiare e ravvedersi. La vita delle loro vittime, invece, sarà svanita. Come non avesse valore.

Laura Costantini

martedì 30 ottobre 2012

Sentenze da televoto e incertezza della pena

“È stato condannato perché sta antipatico agli italiani”, con queste parole il criminologo più amato dai salotti televisivi, Alessandro Meluzzi, ha stigmatizzato l’ergastolo per Salvatore Parolisi. E forse non ha tutti i torti. Se in un rigurgito di reality si fosse aperto un televoto in attesa che il tribunale di Teramo deliberasse, alzi la mano chi non avrebbe decretato a suon di sms la colpevolezza del marito infedele più odiato e vituperato d’Italia. Tutti? No, perché non dobbiamo dimenticare che quest’uomo adultero e bugiardo, disposto a negare anche l’evidenza dei suoi comportamenti, riceve decine e decine, forse centinaia di lettere di ammiratrici. Che lasceremo alla loro incomprensibile ammirazione mentre prendiamo atto che le prove incontrovertibili della colpevolezza di Parolisi non ci sono. Come non ci sono mai state nel caso di Annamaria Franzoni, condannata in primo grado e confermata in appello a sedici anni di carcere  per l’assassinio del piccolo Samuele. Per lei valsero due considerazioni: era l’unica sospettata ed era incapace di suscitare la benché minima empatia. Esattamente come il caporale istruttore Parolisi, accostato alla Franzoni anche nella capacità di piangere a comando. Il criminologo Meluzzi si dice certo che la condanna non reggerà in appello e prevede per il caso Melania Rea uno sviluppo alla Meredith Kercher: gli indizi contro Parolisi non saranno sufficienti ad un secondo esame. E l’uomo che tradiva la moglie con l’amante e l’amante con le allieve potrebbe ritrovarsi innocente proprio come è accaduto a Raffaele Sollecito e Amanda Knox. Anche loro condannati in primo grado a 24 e 26 anni per l’omicidio della povera Meredith e poi assolti, lasciando in carcere il solo Rudy Guede. Chissà quanto responsabile, ma dal punto di vista di chi resta è già una conquista se si pensa a quanto accaduto a Chiara Poggi, la vittima di Garlasco. Massacrata e senza l’ombra di un colpevole dopo che due gradi di giudizio hanno riconosciuto innocente Alberto Stasi. Altro volto da aggiungere a questo poker di indecifrabili. Il silenzio arrogante di Parolisi, ben accetto dopo le deliranti intercettazioni delle sue telefonate con l’amante Ludovica. Lo sguardo allucinato eppure freddo di Annamaria Franzoni, poco credibile anche nelle lacrime per il suo Samuele. La civetteria processuale di Amanda Knox. La maschera inquietante di Alberto Stasi. E, dietro di loro, vittime innocenti che anche quando, come Samuele, ottengono la giustizia di una condanna restano sospese nel limbo dei perché. La loro morte continuerà a ispirare libri, documentari, inchieste e ricostruzioni tra plastici ed esperti. Ma non troverà la pace di una spiegazione. Un raptus per Samuele, un approccio respinto per Meredith, uno sconosciuto in casa per Chiara, un adulterio venuto alla luce per Melania. E tra lame di coltelli e corpi contundenti mai rinvenuti, resta la lotteria delle condanne agli antipatici in attesa dell’appello prossimo venturo.

Laura Costantini

sabato 8 ottobre 2011

I miei articoli per "La Sesia": il fascino delle dark girls


N.B. questo articolo è stato scritto due giorni prima che il tribunale di Perugia assolvesse la Knox e Sollecito per non aver commesso il fatto.

In questi giorni è grande l’interesse mediatico intorno alle protagoniste di due casi di omicidio ormai passati alla storia. Due dati su tutti: il settimanale Panorama ha dedicato la parte alta della copertina ancora in edicola a Erika Di Nardo e a Perugia si sono accreditati 412 giornalisti da tutto il mondo per la sentenza di secondo grado su Amanda Knox. Gli occhi di Erika in primo piano in tutte le edicole d’Italia. E colleghi che per descrivere Amanda usano espressioni come “bellezza irrimediabile”, “viso d’angelo”, “Amelie di Seattle”. Sembra di essere nel mondo di Raymond Chandler, dove la bellezza si coniugava con la malvagità, dove nasceva la figura della dark lady, quella che irretiva gli uomini e li spingeva a commettere nefandezze in suo nome. Erika, rea confessa e prossima a uscire di carcere dopo aver scontato 16 anni di carcere, è stata riconosciuta ideatrice del massacro di Novi Ligure. Fu lei a coinvolgere il fidanzatino Omar nell’uccisione della madre Susy e del fratello Gianluca. Novantasette coltellate, un’agonia interminabile, una scena del crimine che ha scosso profondamente gli agenti accorsi per primi. Oggi Erika, in posa sulle pagine di Panorama, racconta che le manca sua madre e che non vuole sentir nominare Omar, perché la innervosisce. Perché fu sua la colpa di tutto. Omar, che in realtà si chiama Mauro, è uscito di carcere prima di lei e si è sforzato di sparire dalla ribalta, di cancellare quel 21 febbraio 2001 e tutto quel che ne è seguito. Ha calato il pugnale, come Erika, ma è un comprimario. Proprio come Raffaele Sollecito che, lamenta il suo legale Giulia Bongiorno, “sta sempre un passo indietro, al guinzaglio, è al massimo un allegato”. E i pubblici ministeri di Perugia, in assenza di un valido movente per l’omicidio di Meredith Kercher, sono convinti che Sollecito abbia agito per amore di Amanda. Sotto la guida di Amanda. In entrambi i casi a farla da padroni sono quelli che il gergo giuridico cataloga come “futili motivi”. Mentre scriviamo non sappiamo quale sarà la sentenza di secondo grado per Amanda e Raffaele. Ma che arrivi l’assoluzione o l’ergastolo, resta il mistero di una morte, quella di Meredith, senza spiegazione. Esattamente come senza spiegazione è rimasta la morte della madre e del fratellino di Erika. Erika che andava male a scuola, che faceva uso di droghe leggere, che amava Omar nonostante sua madre fosse contraria. Che litigava con la mamma, come qualsiasi sedicenne. E Amanda come spesso accade tra ragazze sarebbe stata gelosa di Meredith e, secondo la procura, avrebbe voluto “vendicarsi di quella smorfiosa troppo seria e morigerata per i suoi gusti”. Basterebbe, per inorridire. Ma se a trasformarsi in efferate assassine sono ragazze dal faccino pulito e dalla fresca bellezza, la fascinazione del contrasto sale alle stelle. E in barba al distacco professionale, sono uomini i giornalisti che quella bellezza, fosse pure colpevole, la vogliono in prima pagina.

Laura Costantini