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venerdì 24 luglio 2015

Ancora su librai e librerie

Mi ritrovo, ancora, a parlare di librai e librerie perché, alla notizia che una bella antologia pubblicata da Las Vegas Edizioni ("Prendi la De Lorean e scappa") sia stata di fatto "boicottata" da una commessa di una libreria di catena ho proposto di procedere con acquisti online, che per i lettori di editori non grandissimi sono garanzia di successo (li trovi, li compri, li leggi). Las Vegas mi risponde che ci sono ottime librerie e ottimi librai che perderebbero il loro posto di lavoro se tutti la pensassero come me. Sempre oggi sul blog Rosapercaso trovo questo post che, giustamente, inneggia alle librerie indipendenti e ai libri di qualità. E allora mi ricordo di aver dedicato una riflessione alla crociata contro Amazon, questa. Crociata che non mi trova d'accordo, in soldoni. Ma urgono alcuni chiarimenti: non ho nulla contro i librai, anzi. Una che adora i libri da sempre non può che essere dalla loro parte. Il problema è che non c'è mai stato un libraio di fiducia nella mia vita. Perché non c'è mai stata una libreria di fiducia. Pigrizia mia, probabilmente. Ma l'unica che potrei considerare tale è la Ubik di Monterotondo dove a coccolare libri, lettori e autori c'è, tra gli altri, Chiara Calò . Peccato che io viva a Campobasso e che le mie pur frequenti puntate a Roma difficilmente mi consentano di andare a salutarla e a farmi consigliare nuove letture, come vorrei. Tutto questo per dire che vorrei, ma non posso. E per non rinunciare al mio motto #ioleggodifferente, i libri, quasi tutti i libri, li acquisto online. Se è una colpa, mi dichiaro colpevole.

giovedì 29 novembre 2012

Il nostro western è in libreria!

Carissimi, la normale collocazione di un libro appena uscito sono gli scaffali di una libreria. O forse è meglio dire sarebbero, vista la difficoltà con cui la narrativa della piccola editoria indipendente arriva all'attenzione dei distributori. Ebbene, dopo anni di vendite online (delle quali comunque, non ci lamentiamo, anzi), i nostri romanzi arrivano nelle librerie vere. ora, è chiaro che per vederli dovrete guadare fiumi di Bruni Vespa, di ricettari con la divetta del momento, di bibliotecari incazzati nei cimiteri maledetti, di sfumature erotiche assortite, ma i nostri romanzi CI SONO!
E qui sotto trovate la lista delle librerie romane dove potete entrare, prenderli e arrivare alla cassa. Figo, no? ;-)



Elenco librerie di Roma:

DPE                                     Viale Somalia 50/A

Fastbook                           Via di Tor Vergata 432

Feltrinelli Appia                      Via Camilla 8/C

Feltrinelli Argentina         Largo Torre Argentina

Feltrinelli Babuino                 Via del Babuino 40

Feltrinelli Chigi                                Centro Commerciale in Galleria Sordi

Feltrinelli Giulio Cesare                 Viale Giulio Cesare 88

Feltrinelli Libia                                Viale Libia

Feltrinelli Marconi                           Viale Marconi 176

Feltrinelli Orlando                           Via Vittorio Emanuele Orlando

IBS.it (ex Melbookstore)                Via Nazionale 254

Mondadori Appia                            Via Appia Nuova 51

Mondadori Cola di Rienzo             Piazza Cola di Rienzo 81

Mondadori Romanina                     Via Enrico Ferri 8

Adesso non avete più scuse. Sapevatelo.

venerdì 27 luglio 2012

In principio fu il manoscritto... riflessione sul mondo dell'editoria visto dal basso


Dopo aver letto esternazioni varie e argomentate di librai ed editori sulla difficoltà di vivere con i libri, mi è venuta voglia di scrivere questo post. Il titolo non è messo lì a caso. In principio fu il manoscritto. La prima volta che elaborai il concetto mi trovavo, ignorata commentatrice, sul blog di Vibrisse. Ora, va detto che ero all'inizio della mia conoscenza con la realtà editoriale. Quando io e Lory abbiamo pubblicato il nostro primo libro correva l'anno 2006 e noi eravamo due Alici nel paese delle meraviglie (oddio, meraviglie) dell'editoria italiana. L'unica cosa che sapevamo per certo era che pagare per pubblicare era un errore da non fare mai, tutto il resto lo avremmo imparato sulla nostra pelle negli anni a venire. Ma torniamo al manoscritto. Su quel post di Vibrisse si confrontavano fior di addetti ai lavori uniti in un coro di lamentele contro la mole di manoscritti di esordienti che erano costretti a non dico leggere, anche solo toccare. A sentirli sembrava che quei cumuli di carta pieni di speranze e di sogni fossero in realtà spazzatura altamente contaminante. Mi incazzai e scrissi loro che senza quei cumuli di carta, il loro lavoro non sarebbe esistito. Nessuno mi rispose.
Oggi, a distanza di sei anni, posso dire con cognizione di causa che molte delle loro osservazioni non erano sbagliate. Il problema stava nel fatto che io mi basavo sulla mia esperienza: potevano e possono non piacere, ma i nostri manoscritti sono scritti con cura, senza incongruenze, senza assurdi refusi, senza banalità, con un lavoro di documentazione certosino alle spalle. Pensavo fosse così per tutti e mi sbagliavo. Ma il discorso rimane.
Al netto degli esordienti con manie di grandezza e paranoie complottiste (l’editoria italiana per loro è tutta volta a non riconoscere la grandezza del capolavoro che ritengono di aver scritto), l’atteggiamento del mondo editoriale nei confronti degli autori è di fastidio. Cazzo vuole questo? Ha scritto un romanzo, e allora? Vorrà mica che noi ci sbattiamo per pubblicarlo, distribuirlo, farlo conoscere al pubblico? No, dico, vorrà mica guadagnarci pure qualcosa?!
Di editori, piccoli e medi, ormai ne ho conosciuti parecchi e il discorso è sempre lo stesso: io ci investo i soldi e l’autore che fa? Pretende che io abbia un ufficio stampa efficiente, che organizzi presentazioni, che magari riesca a ottenergli un passaggio tv oppure lo iscriva a un premio. Ti rendi conto?
Ciò di cui io, autrice, mi rendo conto è che ci sono troppe cose che non funzionano nel mondo dell’editoria. A partire dalla conventicola imbattibile dei distributori. Per quel che so (e se qualcuno ha dei dati sarei grata se li fornisse) a conti fatti il distributore è quello che ci guadagna di più da un libro. Non chi lo scrive (‘sto fortunello dovrebbe accontentarsi della sua copia omaggio e non rompere le balle), non chi lo pubblica (che effettivamente ci investe denaro, non fosse altro che per la fattura del tipografo), non chi lo vende (che c’ha da mantenere il negozio con l’affitto, le tasse e tutto il resto), bensì chi lo distribuisce. Ovvero chi lo trasporta nelle librerie e convince il libraio a prendere quelle 4/5 copie da relegare in magazzino in attesa di renderle.
Sarò strana io, ma a me sembra un’assurdità. E mi viene da pensare che sia tutta italiana, ma forse mi sbaglio.
Cosa vorrei? Vorrei rispetto. Perché senza nulla togliere al lavoro del resto della filiera produttiva di un libro, in principio c’è sempre, ci deve essere, un manoscritto. Che appartiene all’autore che ha creato quel mondo e quei personaggi. La materia prima la fornisce lui. E non è una materia prima grezza, perché io a questa storia che siano gli editor a rendere un libro fruibile non ci credo. E se accade, allora vuol dire che il manoscritto era da buttare. Gli editor sono dei rifinitori il cui lavoro, rispettabilissimo, non sempre fa la differenza. Altrimenti mi viene da chiedere: perché non lo scrivono loro un libro? Son come le sarte che danno qualche punto al vestito, ma il vestito l’ha voluto, creato, disegnato lo stilista. E se un modello piace e vende, vi parrebbe logico che a guadagnarci fossero tutti, escluso lo stilista?
In principio fu il manoscritto. Tra mille da cestinare ce n’è sempre uno che vale la pena. Cercarlo, scovarlo e portarlo alla luce è compito degli addetti ai lavori. L’editore lo pubblica, il distributore lo porta alle librerie, il libraio lo vende. E tutti insieme dovrebbero dire grazie a chi l’ha scritto.