mercoledì 18 marzo 2020

I silenzi di Roma (di Luana Troncanetti - Fratelli Frilli editore) #mèpiaciuto



Possono sembrare troppe cinque stelle per un romanzo d'esordio di una scrittrice poco nota e abituata ai racconti. Però ci stanno tutte. Nella nota finale del romanzo l'autrice confessa di aver rincorso il sogno di disegnare. Mi capita spesso di trovare questo trascorso nel passato di chi scrive. È capitato anche a me. Vorresti colorare il mondo, capisci che il talento è quello che è, decidi di provare con le parole. E il mondo si colora. Le pagine che Troncanetti dedica a Roma, alla luce, alle ombre, il modo in cui entra nelle anime e nei cuori, il chiaroscuro che dedica a una donna spezzata dalla mancanza di figli, a una ragazza distrutta da un amore non corrisposto, a un poliziotto che non cesserà mai di sentirsi colpevole, a un uomo che non si perdona di aver lasciato andare i propri sogni... pittura. Pittura fatta di parole mai banali, mai ridondanti. Due passeggeri che fanno l'amore con gli occhi. L'orrore di un'esecuzione lenta e sistematica. Non è poesia. È cinema attraverso le parole. È un talento che si dischiude. Leggete questo romanzo. Non ve ne pentirete.



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1 - Nasci autrice umoristica e poi sfoderi una vena dark di tutto rispetto. Com'è successo?

Potrei risponderti con un brano meraviglioso: Todo cambia, nell’interpretazione di Mercedes Sosa. Poco prima di aprire il file per rispondere alle tue domande, mi sono affacciata su Facebook; un’amica l’aveva appena condiviso. Non lo ascoltavo da una vita.
Fatte salve le dovute proporzioni (è stato scritto da un cileno durante la dittatura di Pinochet e parla dell’esilio dei dissidenti all’estero), mi sono adattata anch’io a un cambiamento importante. Non penso sia incidentale il fatto di aver iniziato a scrivere noir a pochi mesi dalla morte di mio padre. Il romanzo è dedicato a lui.
In ogni caso, resta un mistero anche per me: mai stata appassionata del genere. Ho iniziato a leggere romanzi a sfondo giallo/nero più o meno nel 2013, prevalentemente a firma di italiani. Per il resto, ho mantenuto il mio registro di lettrice onnivora e la voglia di sperimentare narrazioni il più possibile diversificate.

2 - Noir e gialli pullulano in libreria e in rete. Cosa spinge i lettori e le lettrici ad appassionarsi alla parte più cupa delle umane pulsioni?

Sono tante le ragioni. La principale si può riassumere con un’affermazione di Massimo Carlotto “Cerchiamo la verità e la gente si appassiona”. Il romanzo di finzione si trasforma in mezzo per raccontare la realtà, in strumento di ricerca e diffusione di una verità che media e giornalisti non attuano più, scoraggiati dalla limitazione delle querele. Sono un atto di denuncia sociale, coinvolgono quanti vivano nello stesso mondo di cui il romanzo denuncia orrori e torti.
Parlavi di pulsioni, ti racconto la mia: come lettrice, e anche come narratrice, sono affascinata dalle storie di giustizia sommaria. È un sentimento sanguigno, ignorante, animalesco, però appartiene a molti. Prendi il poliziotto di carta che non può incastrare un delinquente, non ha prove ufficiali. Però magari lo picchia a sangue o trova modi alternativi per punirlo, scorretti e contrari alla sua funzione istituzionale. Il padre che vede scagionato il branco di animali che ha stuprato la figlia, la vittima di abusi che denuncia ma rimane inascoltata, il lavoratore clandestino trattato come una bestia. Si vendicano da soli, ed è sostanzialmente orribile. Non ti nascondo, però, che certi personaggi mi regalano il gusto di quella giustizia a cui di rado assistiamo. Spesso nei romanzi di genere si trovano anche questi elementi, credo che contribuiscano a creare empatia con il lettore.
L’ultimo motivo è lo stesso, credo, generato dal meccanismo della paura. Dipende tutto dal contesto: camminare da soli, di notte, in una strada buia e con l’impressione di essere seguiti, fa coincidere razionalità e meccanismo di difesa: allunghi il passo, ti senti in reale pericolo.
Vivere la stessa situazione nello scenario protettivo della finzione coinvolge quasi con la stessa intensità. Poi, però, realizzi che il rischio esiste soltanto su carta. Ti rilassi, scatta lo stesso meccanismo di eccitazione che esalta gli estimatori delle pellicole horror. L’implicazione è simile, il pericolo no.

3 - Hai creato un collegamento tra la passione per le arti figurative (che ha anche una parte importante nella trama) e la scrittura. Ti ritieni un'illustratrice di parole?

La definizione illustratrice di parole è meravigliosa, se mi assomigli non spetta a me dirlo. Posso però raccontarti che mi capita spesso di essere definita come una persona che dipinge con la penna. Qualche volta che “leggermi equivale ad assistere a un film”. Non potrei ricevere apprezzamento più gradito. Scrivo da una decina d’anni, in modo più o meno sistematico da neppure cinque. Il mio sogno sarebbe stato disegnare, questa passione antica forse non si è mai spenta. La esprimo in modo alternativo, sono felice che si percepisca.

4 - Ci sono nella tua storia pagine dedicate a Roma che testimoniano un amore sconfinato per questa città. Sapresti amare altrettanto una diversa collocazione per una storia?

Amo con la stessa intensità una piccola porzione del maceratese dove trascorrevo tre mesi estivi da bambina e parte delle vacanze da adulta. È una delle zone del Cratere, praticamente l’epicentro nelle Marche. Le ho dedicato un romanzo breve ancora inedito, appena 105 pagine scritte di pancia a terremoto appena avvenuto. Contiene rabbia, dolore, impotenza, una storia a sfondo noir e tutto l’amore per ciò che rappresenta la mia seconda terra; i miei nonni paterni sono nati lì. Potrei dipingere anche Napoli ma soltanto in un racconto breve. La adoro, però non l’ho vissuta abbastanza per permettermi di farlo.  

5 - Sei un'autrice e, come sai, quella delle donne che scrivono è una lotta sotterranea, misconosciuta, eppure cruentissima per emergere. Dall'alto della tua non svettante statura, che consigli daresti?

Dalla vetta dei miei 158 centimetri di altezza, grandi consigli da dispensare non ne ho. Più che concentrarmi sul voler emergere, cerco di scrivere nella migliore maniera possibile dimenticando che dovrò faticare di più. Focalizzarsi su questo non significa accettare passivamente dei ruoli, vuol dire farsi scivolare addosso la sensazione castrante del “non ce la farò mai perché tanto sarà sempre un uomo a passarmi avanti.” Archiviare questa realtà può aiutare a modificarla.
Cerco di non lottare ma di fare squadra con pochi colleghi, uomini o donne che siano. Funziona, direi. Al di là della notorietà che se ne guadagna, di quella mi importa relativamente.

lunedì 3 febbraio 2020

Regency & Victorian ( di Antonia Romagnoli - self publishing) #mèpiaciuto

Se avete voglia di immergervi nelle atmosfere di due epoche di grandissimo fascino: Regency e Vittoriana.
Se siete scrittori/scrittrici di romanzi di ambientazione storica.
Se siete lettori/lettrici di romanzi di ambientazione storica e volete scoprire tutti i retroscena.
Se vi piace la divulgazione fatta con cognizione di causa e un pizzico di ironia.
Se siete curiosi e assetati di particolari che difficilmente troverete altrove.
Se appartenete a una di queste categorie, a tutte o anche a nessuna, vi consiglio di leggere questo compendio redatto da Antonia Romagnoli. Non è un testo universitario, non ha pretese di completezza scientifica. È divulgazione di quella fatta bene, che fa bene all'anima.



1) Antonia, come nasce la tua passione per l’800 inglese?
L’amore nasce prima come lettrice, assolutamente ignorante, di romanzi ambientati nel periodo. È stato amore a prima vista e la curiosità di approfondire e scoprire di più su questo mondo, per poterne anche a mia volta scriverne, mi ha portata a fare tante ricerche. E giorno dopo giorno, l’800 è diventato il mio mondo.

2) Quali sono le fonti di documentazione che usi per scovare notizie e curiosità regency e vittoriane?
I saggi in italiano sono pochi, ma on line ho trovato numerose autrici anglofone che prima di me hanno lavorato tanto come divulgatrici, scrivendo delle loro ricerche. Soprattutto ho trovato utile leggere in modo analitico i classici del periodo, nei quali si trovano preziose informazioni.

3) Tu sei anche un’autrice di romance di ambientazione storica: sei una “talebana” della fedeltà all’epoca?
Mio malgrado la sono diventata! Dopo aver passato tanto tempo a fare ricerche su ogni dettaglio, viene naturale fermarsi ogni volta che sorge il minimo dubbio.

4) Qual è l’aspetto dell’epoca Regency che ami di più? E quello che ami di meno?
Dell’epoca Regency amo l’ordine, lo stile, la ancora relativa libertà che hanno le donne. Amo i ritmi pacati che ha la vita, scandita da piccole cose. Di meno amo l’idea che con un semplice raffreddore si potesse finire al cimitero!

5) Qual è l’aspetto dell’epoca Vittoriana che ami di più? E quello che ami di meno?
I vittoriani erano un meraviglioso miscuglio di regole da seguire e di private infrazioni alle stesse. Mi piace il contrasto, la dinamicità dell’epoca. Meno, l’idea di come venivano considerate le donne e mi mette tristezza pensare alle battaglie iniziate in questo periodo, perché si arrivasse a una “parità” … non ancora universalmente ottenuta. E, idem come sopra, non mi piace la medicina del periodo!

6) Una parola per definire il Regency.
Ordinato.

7) Una parola per definire l’epoca Vittoriana.
Meravigliante.


8) Ci parli delle tue Dame? Quella in bianco, in grigio e in verde?
La serie delle dame fantasma è composta da tre romanzi e da un racconto breve. I tre romanzi sono ambientati in epoca Regency, il racconto è vittoriano. Le dame dei titoli sono tipologie di fantasmi che fanno parte della storia, accompagnando i protagonisti nelle loro vicissitudini. Sono storie d’amore, con una vena spettrale nello stile della old ghost story.

9) Progetti futuri?
Tanto, troppi… ora sto riprendendo in mano un vecchio romanzo, dopo un anno di totale blocco sto ripartendo dal… passato. Poi voglio tornare a raccontare dei miei amati fantasmi e vorrei continuare a lavorare sulla divulgazione, sia attraverso il blog, sia attraverso altre opere più piccoline, rispetto a Regency & Victorian, ma più adatte alla saggistica vera e propria. Inoltre, attendo la pubblicazione di un piccolo manuale di scrittura, ma l’editore ancora non mi ha dato una scadenza.

sabato 1 febbraio 2020

RVH Il falco e il cacciatore #6 (di Lucia Guglielminetti - self publishing) #mèpiaciuto

Seguo la serie RVH di Lucia Guglielminetti dal 2017. Ho letto, un po' alla volta, tutti e cinque i volumi. Non sono una seguace del bingereading, anche se avrei potuto. Non lo sono perché le avventure del vampiro olandese, naturalizzato parigino, Raistan Van Hoeck, sono ad alto coefficiente di angst. Non che manchi l'ironia, con punte di umorismo nero da manuale, ma a Raistan ne succedono di ogni. E, pagina dopo pagina, aumenta la sua consapevolezza di essere solo e "maledetto" da un'immortalità che lo colloca come un masso inamovibile nel corso di un fiume impetuoso. Le vite gli scorrono attorno, troppo veloci. Soprattutto quelle di chi ama. Raistan brilla di uno splendore cupo e in questa ultima avventura raggiunge un apice perché si mette in gioco in modo quasi irresponsabile. I vampiri non fanno niente per niente, eppure in questo caso il Falco candido (Hoeck - Hawk è il gioco di parole che crea il suo pericoloso e pazzo antagonista) si getta tra le spine senza pensarci due volte. E non per capriccio, per errore, per rabbia o arroganza. No. Lo fa con una consapevolezza che, ne sono certa, lui non vorrebbe chiamassimo generosità o altruismo. Non sono doti da immortale. Eppure, mai come questa volta, lui le possiede. Il nuovo romanzo, che ho letto in anteprima, si discosta in parte dallo stile dei precedenti. Perché il pov non è solo quello di Raistan. Lui si racconta in prima persona, come sempre. Ma stavolta l'autrice ci regala la voce di colui che ha dedicato la propria vita alla distruzione dei vampiri. Un Van Helsing iper-tecnologico e completamente votato alla causa. Dovremmo odiarlo, e lo odiamo. Eppure l'autrice è riuscita a rendere plausibili i suoi ragionamenti. Ci fa vivere le avventure e le missioni omicide di Alastair Crane dalla sua viva voce, gli concede spazio e ascolto. E il confronto tra la sua lucida determinazione e la generosità senza cedimenti di Raistan rendono questa storia ritmata e coinvolgente. Inoltre l'azione di svolge tutta oggi, con mezzi tecnologici avanzati e le pazzesche invenzioni di Crane e scopriamo che la nostra epoca iperconnessa può mettere in serio pericolo perfino immortali dotati di poteri soprannaturali. È una cosa buona? Non ne sono convinta. Preparatevi a soffrire, ma non rinunciare a vivere un'avventura all'ultimo, disperato respiro accanto a Raistan.



venerdì 17 gennaio 2020

Un podio tutto di donne per la decima edizione del Liberi di Scrivere Award


Il nostro BLU COBALTO è stato votato dai lettori di LIBERI DI SCRIVERE 
quale miglior romanzo edito nel 2019.




Inutile dire che Viki Samaras e Kurt Petri sono
molto felici.

Ma non si deve ignorare il resto del podio: medaglia d'argento per 


e medaglia di bronzo per



gran bel romanzo di cui ho parlato QUI

Ed è per me importante che questo podio sia tutto al femminile con tre romanzi diversissimi per tono e per genere. A dimostrazione che le autrici esistono, scrivono e si fanno leggere.

giovedì 16 gennaio 2020

Pandemonium - Il vaso d'insetti (di Rebecca Panei - Bibliotheka Edizioni) #mèpiaciuto


Questo è uno di quei libri dai quali sarebbe bene stare alla larga. Perché sembra innocuo, anche se vagamente inquietante con quei due bambini in copertina, e invece è una trappola senza scampo. Ho letto, ho contratto il virus, adesso mi tocca seguire tutta la saga. Perché i personaggi sono giusti e hanno spessore, perché il tema dei gemelli è intrigante, perché c'è magia e tanta tanta cultura sulle mitologie del passato, perché l'intreccio è ben costruito. Insomma, avete capito. Quindi se non volete andare in fissa tipo serie tv da finire a tutti i costi non, ripeto NON leggete questo libro. Io vi ho avvertiti.













E adesso l'intervista all'autrice, Rebecca Panei

Nel romanzo è evidente la derivazione dalla mitologia e dalle leggende legate all'Europa dell'est, da dove viene questa scelta?



Premetto di aver sempre provato, sin da bambina, un fortissimo interesse per la mitologia, le leggende e il folklore provenienti da ogni parte del mondo.
Le Baba Jaga, con le loro case mobili issate su enormi zampe di gallina, credo siano sufficientemente suggestive e tanto deliziosamente spaventose da intrigare qualsiasi mente infantile. Averle adoperate è dunque una sorta di omaggio alla me stessa delle elementari che, durante le escursioni nei boschi abruzzesi, si guardava in giro nella speranza di veder apparire qualcosa al di fuori dell’ordinario.
A me e a una mia compagna di giochi dell’epoca, una bambina russa di nome Irina. Ricordo quanto mi divertiva tantissimo sentirla urlare "Baba! Baba!" (perlappunto "strega” nella sua lingua) alla tata che disperava di farla scendere dall’altalena.


Molto interessante la popolazione delle efiji, a cosa ti sei ispirata?

Il popolo degli Efiji è in parte ispirato alle Amazzoni: una società radicalmente matriarcale, appena più fantastica e meno truculenta con la differenza che, se le Amazzoni abbandonavano i figli maschi e istruivano le figlie ad ammazzare i padri in un rito d’iniziazione, gli Efiji maschi nascono con un aspetto animale. Dunque è deciso dalla Natura stessa che siano le donne a gestire il potere, le quali invece hanno la capacità di passare dalla pelle animale a quella umana; in base a ciò sono le uniche fisicamente e intellettualmente in grado di gestire i rapporti con i regni confinanti.
E che gli Efiji siano tutti felini – dai leoni della famiglia Reale, alle pantere e le tigri della nobiltà, fino ad arrivare ai ghepardi e i leopardi del popolo... beh, quello è solo un mio capriccio da inguaribile amante dei gatti. Animale ovviamente sacro in questo regno.


Spaziare da temi contemporanei al fantasy viene considerato rischioso dalle CE che preferiscono autori "fedeli" a un unico cliché. Che ne pensi?

Indubbiamente vero.
Sino ad ora ho pubblicato con soli due Editori: con il più recente, il cui libro in verità non uscirà prima di fine mese, ho esplorato il genere Thriller; essendo la nostra prima pubblicazione, il problema ancora non si è posto. Scoprirò in futuro, nel caso in cui sarà loro interesse proseguire la collaborazione, se e con quale grado d’insistente mi suggeriranno di non cambiare tema.
Il primo Editore invece, quello della saga di Pandemonium, si è rivelato molto tollerante al riguardo. Con lui, oltre a questa serie Fantasy, ho pubblicato anche un libo sul bullismo e l’omofobia adolescenziale. Dunque due generi che, come si suol dire, cozzano tra loro quanto i cavoli a merenda.
Questa è la mia esperienza oggettiva da autrice.
Parlando invece in modo soggettivo da lettrice? Da parte di uno scrittore apprezzo una certa coerenza narrativa, poiché se ho amato determinati temi mi soddisfa ritrovarli anche nel lavoro successivo, ma egualmente approvo quello spaziare tra i generi che amplia gli orizzonti della lettura.
Non me la sento dunque di criticare un Editore se è orientato verso la coerenza, tuttavia reputo sbagliato porrei dei paletti troppo bruschi e categorici che rischiano di soffocare l’ispirazione dell’autore.


Una delle illustrazioni che DanyandDany hanno dedicato alla
saga di Pandemonium
Puoi raccontarmi la genesi di Pandemonium? Nasce come progetto strutturato oppure è cresciuto man mano che ti addentravi in quel mondo?

Propenderei per un’equilibrata via di mezzo.
Come tutte le Saghe ha man mano costruita se stessa, con progressive aggiunte e perfino cambi di rotta decisi in seguito al dipanarsi della storia. Tuttavia i tasselli principali sono stati decisi dal principio. Ho avuto in mente la conclusione sin dai tempi in cui dovevo ancora scrivere il primo rigo.
Pandemonium per me è nato come un complesso e azzardato esperimento – una persona che non aveva mai letto di Fantasy sino a un mese prima che d’improvviso decide di gettarsi a capofitto nel genere? In teoria una follia annunciata. Eppure ho iniziato con entusiasmo, proseguito con dedizione e, al momento attuale, sto lavorando sul quarto e ultimo volume con la felice consapevolezza di essere riuscita in buona parte a soddisfare le aspettative date a me stessa.


Secondo te qual è la marcia in più del fantasy? O, al contrario, qual è il limite per cui viene considerato in genere di serie b, buono solo per i nerd?

Per rispondere a questa domanda debbo svelare un altarino: fino ai miei ventisei anni non avevo mai letto nulla di Fantasy. Il genere non mi piaceva. Certo, da bambina avevo amato alcuni classici impossibili da non leggere come “La storia infinta” o “Harry Potter”, ma ai miei occhi erano delle eccezioni. Piuttosto leggevo horror, legal thriller, storie socialmente buie legate all’infanzia – come i libri di Torey Hayden, per fare l’esempio emblematico - romanzi storici e gialli classici.
Il Fantasy non faceva per me. Avevo un’antipatia quasi atavica per gli elfi bellissimi e biondissimi che ancora oggi non mi è passata del tutto.
Ero, in poche parole, una di quelle detrattrici pretenziose che lo reputano un genere di serie b.
Scoprii il suo enorme potenziale, elfi bellissimi e biondissimi a parte, durante un inverno particolare della mia vita. Fu un anno in cui stetti molto male, fisicamente ed emotivamente. Per caso, sfogliando la pagina principale di Ebay, incappai in un’offerta che metteva all’asta le prime due trilogie e la duologia prequel di “Dragonlance”; vecchie edizioni della prima Armenia Editrice. Le comprai pressoché d’impulso. Ancora oggi non saprei spiegare davvero perché lo feci.
Da lì fu sulla falsariga del Veni, Vidi e Vici: Il pacco arrivò, lessi i libri e mi ritrovai innamorata.
Non stavo meno male, tutti i problemi della vita reale erano ben presenti e ancorati come cozze allo scoglio, eppure... immergermi gradualmente in quell’universo fantasy descritto alla perfezione riuscì a rendere la loro presa meno tenace.
È questa la marcia inimitabile del genere: se ben gestito, e attenzione, ciò è fondamentale, la creazione di un vero e proprio altro mondo può divenire una boccata d’ossigeno per chi è estenuato da quello reale. Per giungere a questo un autore deve compiere un lavoro che spesso è trascurato; ideare una diversa realtà significa decidere tutto: la società, la religione, la politica, l’economia, la conformazione geografica, la suddivisione del territorio e così via. Chi parla di “serie b” dovrebbe pensare anche solo a quante mappe topografiche vengano studiate per abbozzare il corso di un fiume in un mondo inventato.


Quali sono i tuoi autori di riferimento?

Se parliamo di autori prettamente Fantasy, direi che i miei autori di riferimento rimangono Tracy Hickman e Margaret Weis (autrici di “DragonLance”)
Partendo da loro ho scoperto e amato Philip Pullman (“Queste oscure materie”) sino ad approdare all’ormai tasto dolente rappresentato da “Le cronache del ghiaccio e del fuoco” di Martin. Per alcuni anni sono stata un’appassionata fervente dell’opera. Ancora vi sono affezionata, sebbene molto raffreddata dalla conclusione incommentabile della serie televisiva e l’attesa oramai ingiustificabile del sesto libro.
Poi, ovviamente, non posso non citare il mio amore infantile per “Harry Potter” della Rowling.

Se invece era una domanda più generica, sono pochi gli autori che per me rappresentano dei pilastri in quanto capacità di scrittura, profondità d’argomenti e abilità narrativa.
Dino Buzzati, Gabriel García Márquez (“Cent’anni di solitudine” è forse IL capolavoro) Oriana Fallaci, Oscar Wilde, Friedrich Nietzsche (“Così parlò Zarathustra” è altresì una mia ossessione che non mi stanco mai di recitare a memoria) Curzio Malaparte e Victor Hugo.
Infine, autori meno pregnanti e tuttavia Mostri Sacri della scrittura, sono per me Umberto Eco, Anne Rice, Stephen King e Colleen McCullough.


Consiglia un libro di un contemporaneo, meglio se non famoso.

Uno solo? Dovendo scegliere, direi “Incanto di cenere” di  Laura MacLem.
Purtroppo la casa editrice ha chiuso i battenti alcuni anni fa, ma il libro è ancora tranquillamente reperibile. Scritta benissimo, è una rivisitazione della favola di Cenerentola in chiave molto originale e atmosfere gotiche più legate alla cupa favola originale che alla versione edulcorata della Disney.

P.s. Fatalità Laura MacLem sarà protagonista di uno dei prossimi #mèpiaciuto

giovedì 9 gennaio 2020

Gliallo sporco - un assaggio


Siete pronti a ritrovare Ashley, Valerio e Ian?

Avevano una pista. Questo stava pensando Ashley. Era stata una giornata pesante, ma quel comunicato sul corso di scrittura creativa conservato da Jessica poteva costituire la chiave giusta per affrontare quel caso. Era talmente concentrata che non si accorse subito dei due uomini a fianco al portone del condominio di Cathedral Avenue. Era a pochi passi quando si rese conto. L’istinto del poliziotto la mise in allarme e liberò l’accesso alla fondina. Ma un istante dopo all’allarme subentrò lo stupore, subito sostituito dal sollievo, immediatamente scalzato dalla rabbia.
Valerio e Ian.
“Avete fatto un viaggio a vuoto”, li apostrofò voltando loro le spalle. Come se escluderli dalla vista significasse farli svanire. Perché questo voleva. Che andassero via. Che non la costringessero ad affrontare un passato ancora troppo doloroso e presente.
“Fermati!”, la voce di Valerio arrivò insieme alla stretta della sua mano sul braccio.
“Chiariamo subito un punto”, il tono ostile di Ashley attraversò il velo della nebbia che cominciava ad addensarsi. “Non vi ho chiamati io. Non ho alcuna intenzione di avervi tra i piedi e non intendo nemmeno farvi salire per un caffè. Ribadisco: avete fatto un viaggio a vuoto.”
Ian la fronteggiò.
“Hai la testa dura, e lo sappiamo. Ma l’abbiamo anche noi. Fa troppo freddo per star qui a discutere, quindi credo che quel caffè ce lo offrirai, magari con un paio di biscotti, abbiamo saltato la cena.”
Fino a quel momento Ashley aveva fissato la sua cravatta. Alzò il viso a incontrarne lo sguardo carico d’affetto. Non riuscì a non ricambiarlo. Sospirò.
“Scongelo due pizze, dite quello che avete da dire e sparite.”
Era un inizio, pensarono mentre la seguivano fino all’ascensore.
Nel saluto del portiere fu evidente un interrogativo che Val si affrettò a colmare piazzandogli il distintivo sotto il naso.
“Sono amici, Bernard, abbiamo un caso per le mani.”
“Non dovrebbe portarsi il lavoro a casa, agente Marler. Ha l’aria stanca.”
“Tranquillo, andranno via tra poco.”
Mentre le porte dell’ascensore si chiudevano, Valerio continuò a sostenere lo sguardo inquisitore del portiere.
“È così con tutti, oppure ha un debole per te?”, si informò.
Ian scosse la testa disapprovando la domanda.
“Fa soltanto il suo lavoro.”
“Se facesse il suo lavoro, non troveresti inquietanti messaggi infilati sotto la porta di casa”,  attaccò  Valerio.
Ancora una volta Ian gli lanciò un’occhiata che cadde nel nulla. Il silenzio li accompagnò al quarto piano e lungo il corridoio dalla passatoia color salvia. Ashley estrasse le chiavi e aprì la porta. La luce era accesa nell’appartamento e mise in allarme Valerio che agì d’istinto spingendola di lato.
“Dammi la pistola”, le bisbigliò, maledicendo la legge che gli impediva di portare armi fuori dalla propria giurisdizione.