mercoledì 9 ottobre 2013

Sono tanti e saranno sempre di più

Ci sono fenomeni contro i quali non si può lottare. Oppure sì, ma con la consapevolezza di non poter vincere. L'avanzata delle dune del Sahara. La deforestazione dell'Amazzonia. L'innalzamento del livello delle acque. La migrazione dei popoli. Sì, la migrazione dei popoli. Da quando esistono, gli esseri umani migrano. Spinti dalla fame, dalla necessità di spazio, dalla paura, dalle guerre, dai cambiamenti climatici, dalla speranza nel futuro. Spesso da tutte queste cose messe insieme. Noi lo sappiamo. Ci siamo passati. Cerchiamo, e ci riesce benissimo grazie alla scarsa memoria e la scarsa istruzione di cui meniamo vanto, di dimenticarlo. In ogni caso, quando qualcuno prova a ricordarci che c'è stato un tempo in cui eravamo noi quelli che rubavano il lavoro, compivano crimini, stupravano donne ed erano brutti, sporchi e cattivi, ci chiudiamo a riccio. E ricordiamo che il nostro bisnonno, la prozia o il lontano cugino erano bravissime persone, grandi lavoratori e che, comunque, avevano il permesso di soggiorno e non sbarcavano a tradimento sulle coste di lontani continenti. Vero, noi sbarcavamo come i neri ai tempi della schiavitù: laceri, sporchi e con un debito quasi inestinguibile sulle spalle, quello del biglietto e del passaporto rosso. Tempi diversi, circostanze diverse, risultati identici. Ci odiavano. Gli abitanti del posto, spesso immigrati a loro volta ma già lì da tempo, ci consideravano estranei, alieni, invasori. Inferiori. C'è una scena di un film, bello e triste, che descrive, forse, i sentimenti, le paure, le fobie e il senso profondo di quanto ci sta succedendo. Il film è "Balla coi lupi". Le grandi praterie americane erano e sono immense, ma la loro immensità era la base stessa di uno stile di vita, quello dei nativi, che di mobilità e di ampi spazi si nutriva. Poi, come sappiamo tutti, cominciarono ad arrivare i bianchi. Noi. Che arrivavamo con la pretesa di disboscare, scavare, costruire, sezionare il corpo vivo della prateria in quarti di cui cibarsi e non solo in senso metaforico. Distruggi, costruisci, sporca, consuma. I nativi non capivano, nom potevano capire. Nella scena di "Balla coi lupi" un nativo, saggio e simpatico, chiedeva a Kevin Costner: "Quanti sono gli uomini bianchi?" e Costner, l'ex soldato blu convertito alla spiritualità dei nativi, abbassava gli occhi e rispondeva: "Tanti..." Tanti come le stelle in cielo, tanti come i bisonti prima che i bianchi li massacrassero, tanti come le locuste delle piaghe bibliche. I nativi americani tentarono di fuggire, di isolarsi nelle zone più impervie, di lottare, anche. Ma l'avanzata dei bianchi era uno di quei fenomeni inarrestabili con cui l'umanità si è trovata tante volte a fare i conti. I nativi furono costretti a soccombere. I bianchi morivano affrontando le difficoltà delle praterie, ma non si fermavano. Erano troppi per poterlo fare. Oggi noi vediamo persone disperate affrontare il mare e morire, a centinaia, a migliaia. Ma non si fermano, non si possono fermare. C'è un intero continente di disperazione a premere alle loro spalle. E noi non possiamo alzare barriere. Sarebbero inutili.


Laura Costantini