domenica 9 marzo 2014

Io mi ricordo

Io sono molto più vecchia della collega Beatrice Borromeo. Mi azzardo a dire che Beatrice Borromeo potrebbe essere mia figlia. Eppure è evidente che io ricordi il periodo dell'adolescenza, per me piuttosto distante, molto ma molto meglio di lei. Beatrice Borromeo ha scritto per Il fatto quotidiano un articolo dal titolo emblematico "Se non ti fai sverginare sei una sfigata" (qui il link http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/03/06/sesso-a-14-anni-unadolescente-racconta-se-non-ti-fai-sverginare-sei-una-sfigata/904665/) aggiungendo la propria al coro di voci che, dal caso baby squillo in poi, ma anche prima a ben pensarci, stigmatizza l'intera categoria delle adolescenti, femmine, in base a una presunta iperattività sessuale. Borromeo parla di quattordicenni in una prima puntata della sua inchiesta. E non la conosco, quindi non posso e non voglio dire nulla sul come abbia operato nel preparare la suddetta inchiesta. Ciò di cui voglio parlare è la scarsità di memoria. Al netto delle differenze di epoca, mi viene da pensare (e ammetto subito sia un pregiudizio) che l'adolescenza di Borromeo sia stata ben diversa dalla mia. Lei ha un nome che trasuda aristocrazia, cultura, alta società. Io sono figlia, fiera figlia, di un portalettere, cresciuta, con altrettanta fierezza, in una borgata romana, frequentando scuole pubbliche per tutto l'iter scolastico. E mi ricordo. Mi ricordo molto bene cosa vuol dire essere un'adolescente. Femmina. Mi sentivo brutta, mi sentivo inadeguata, mi sentivo sola. Ferirmi era la cosa più facile del mondo. Era come se la pelle mi fosse stata strappata via, lasciandomi nuda a carne viva. E su quella carne qualsiasi sguardo (Dio, la cattiveria degli sguardi), qualsiasi parola, qualsiasi gesto erano sale, fuoco, lame. Esisteva già il bullismo negli anni 70/80. Esisteva la cattiveria. Esisteva l'attività sessuale. C'era lo sforzo di un movimento, quello femminista, che cercava di aprirci gli occhi, a noi bambine/adolescenti in procinto di affrontare l'altro sesso. E c'era, c'è sempre stata, la banalità dell'accomunare un'intera categoria in un giudizio. Gli adolescenti erano quelli maleducati, erano quelli chiassosi, erano quelli svogliati, erano quelli incapaci di prendersi responsabilità. A tutto questo, per le femmine, si aggiunga che le adolescenti erano puttanelle. Non lo si diceva facile come lo si dice oggi. Ma era negli occhi di chi, adulto, maschio o femmina che fosse, ti guardava. Negli occhi adulti maschi c'era, allora come oggi, condanna e appetito inconfessabile. C'era la voglia, spesso attuata, di importunarti, toccarti, sussurrarti porcate che tu, ragazzina quattordicenne del 1977, manco eri in grado di decifrare. E io mi ricordo. Ricordo la rabbia (avete presente la rabbia di un'adolescente? quella fiammata di aggressività e pianto, quella richiesta di aiuto che nessuno sembra in grado di ascoltare?) quando adulti in carne e ossa o adulti dalle pagine di un giornale, pretendevano di decifrare il come, il perché, il quando. No, Borromeo, noi adolescenti di allora non eravamo tutti maleducati, non eravamo tutti inutilmente aggressivi, non eravamo privi di valori, non eravamo svogliati e viziati. Non eravamo puttanelle. E odiavamo chi si arrogava  il diritto di giudicarci senza conoscerci. Io me lo ricordo. E di tempo ne è passato molto più per me che per te, Borromeo. Mi ricordo che non c'è niente di peggio che parlare per categorie, che fare mucchio, che generalizzare ai danni delle persone. Me lo ricordo talmente bene che oggi, che faccio il tuo stesso lavoro, da un po' prima di te e con molta più fatica, consentimi, cerco di evitare di parlare di lavagne con i buoni e con i cattivi. Soprattutto se la categoria "cattivi" è rappresentata, in parte Borromeo, in una piccola parte, da persone già nell'occhio di un ciclone mediatico dove si parla sempre di baby-squillo e mai di clienti pedofili. Pensaci. E ricorda. Non ti servirà un grande sforzo.