martedì 11 aprile 2017

Questo NON è un corso di scrittura #1

Introduzione:
il miglior corso è leggere.


Partiamo dal presupposto che nessuno nasce con l’intenzione di essere uno scrittore. O, almeno, così dovrebbe essere. La via per la scrittura passa dalla lettura. Non tutti i lettori diventano scrittori, per fortuna (nostra). Ma tutti gli scrittori, prima di impugnare la penna o sospendere le dita su una tastiera, sono stati (e devono rimanere) lettori. Odio i decaloghi. Se è questo che state cercando, potete smettere di leggere fin da adesso. Ma se una regola, una sola, esiste è che non è possibile scrivere se non si è letto e se non si continua a leggere. Non verrà mai ripetuto abbastanza perché la tendenza attuale di coloro che, favoriti dall’enorme e indiscriminata facilità di accesso alla pubblicazione, decidono di fregiarsi del titolo di scrittori è racchiusa in una frase che ho sentito pronunciare durante un’edizione di Più libri più liberi, la fiera della piccola e media editoria di Roma. In quel contesto molti di coloro che si aggirano tra gli stand sono aspiranti scrittori carichi di manoscritti da sfoderare al momento opportuno. L’idea in sé non è sbagliata. Ma spesso sbagliato è l’approccio. Vi descrivo la scena.
Giovane donna si avvicina allo stand di Historica Edizioni. Chiede di parlare con l’editore. Il giovanotto in questione, Francesco Giubilei, si presenta. La giovane donna spiega di essere un’autrice e di volergli sottoporre un manoscritto. Lui le spiega le modalità di presentazione. Lei prende nota. L’editore le illustra il catalogo della casa editrice. Ce n’è per tutti i gusti. Le chiede che genere predilige. Lei risponde. Allora lui le indica alcuni volumi che potrebbero interessarle. La giovane autrice scuote la testa.
“Io non leggo”, dichiara. “Io scrivo.”
Una netta antitesi tra due attività che sono più che correlate. L’idea di avere delle storie da raccontare, e di essere in grado di farlo, non può prescindere dall’essersi confrontati con la magia della pagina scritta. Il problema è che scrivere è un verbo che indica un’azione ben precisa, ovvero tracciare simboli codificati per trasmettere un messaggio comprensibile. Ma c’è una differenza abissale tra scrivere l’elenco della spesa e redigere un articolo di giornale. Tra scrivere un post-it da appiccicare sul frigorifero ed esporre un argomento. Tra scrivere un sms o un messaggio whatsapp e raccontare una storia.
Si tratta sempre di scrivere ed è questo l’equivoco di base.
Nessuno mai si sognerebbe di mettere sullo stesso piano i ghirigori che traccia mentre è al telefono con una tela di Picasso. Nessuno, pur avendo un talento nel modellare la mollica di pane in forme assortite, si definirebbe ipso facto scultore. Nessuno, essendo dotato di orecchio musicale e sapendo fischiare, parlerebbe di se stesso come di un musicista.
Ma chiunque abbia la capacità di estendere frasi di senso più o meno compiuto ha la convinzione di poter scrivere nel senso più alto del termine. Che, per me, equivale a raccontare.
Poiché questo NON è un corso di scrittura, dichiaro apertamente che non credo sia possibile insegnare a raccontare. È qualcosa di innato. E no, non mi sto contraddicendo. Nessuno nasce con l’intenzione di essere uno scrittore. Ma, nel momento in cui comincia a frequentare le storie, potrebbe rendersi conto di tre cose: averne di proprie, volerle raccontare ed esserne istintivamente capace.
Che non vuol dire, ancora, saper scrivere.
Significa avere la propensione a farlo.
Ed è a questo punto che è importante leggere. Leggere per il piacere di farlo. Leggere lasciandosi portare dalle parole e dalla storia. Leggere con voracità e interesse. Senza star lì ad analizzare la costruzione delle frasi, i dialoghi, la tecnica usata. Esiste un sapere in grado di attecchire spontaneamente in una mente avida di storie. Il ritmo, le metafore, le descrizioni, i flashback, il punto di vista, le scelte stilistiche, il linguaggio, la scelta dei vocaboli, la credibilità delle situazioni, dei personaggi, dei dialoghi. Ogni tecnica di narrazione passa per osmosi dalla pagina al lettore. Attecchisce. Fidatevi. Non ne sarete consapevoli, ma ogni singola pagina equivarrà a un allenamento per la vostra capacità. Se quella capacità esiste.
Maurizio de Giovanni, lo conoscete? Se avete risposto no, ecco, cominciate a leggerlo e scoprirlo. Se invece lo avete già incontrato, lasciate che vi parli di lui. È un amico, lo conosco bene. Scala classifiche, è tradotto nel mondo, firma sceneggiature tratte dai suoi romanzi, spazia tra polizieschi, gialli, noir, tra passato e presente con un talento che rende la sua narrativa appassionante. Ebbene Maurizio è un lettore, prima di ogni altra cosa. Se glielo chiedete, vi confesserà che potrebbe smettere di scrivere adesso. Ma non accetterebbe mai di smettere di leggere. E di lettura si è nutrito per i primi cinquant’anni della sua vita. L’approdo alla scrittura è arrivato nella maturità, ed è stato folgorante per lui e per noi che amiamo le sue storie.
Non vi sto dicendo che dovete aspettare la mezza età prima di azzardarvi a mettere giù una storia. La maggior parte di chi ama raccontare, comincia a farlo in tenera età. E lo fa in contemporanea con la lettura. Leggere accresce l’entusiasmo, la volontà di mettersi alla prova, la sfida all’ignaro autore che si ha tra le mani.
“Sì, okay, sei stato bravo, mi hai emozionato. Ma vogliamo scommettere che io so fare di meglio?”
È giusto pensarlo. È giusto provarci. È giusto credere in se stessi.
Ma è anche giusto essere consapevoli della (lunga) strada da percorrere. E dei margini di miglioramento. La scrittura cresce. La scrittura evolve. Datele questa possibilità. Ogni singola pagina scritta potrebbe essere resa in modo migliore. Non consideratevi mai arrivati al vostro meglio, spostate sempre l’assicella più avanti. Sperimentate, tentate, sfidatevi prima ancora di sfidare gli altri. E leggete. Leggete, come dice Stephen King, con somma ammirazione o con sommo disprezzo. Riconoscete il valore, quando lo trovate. Abbandonate la mediocrità, quando ve la trovate davanti.
Inizialmente avevo pensato di intitolare questa introduzione “il miglior corso è leggere. Sì, ma cosa?”. Poi ho cambiato idea. Perché la lettura è personale e ogni percorso ha un suo valore. Se dovessi dare un consiglio, proporrei di leggere i classici nell’età dell’adolescenza. Quando dobbiamo ancora elaborare un gusto preciso, quando siamo permeabili alle suggestioni anche se espresse con linguaggi che sono ormai distanti da noi.
“Moby Dick” (Melville), “Orgoglio e pregiudizio” (Austen), “Il giovane Holden” (Salinger), “Cime tempestose” (Brontë), “Frankenstein” (Mary Shelley), “Dracula” (Stoker), “I promessi sposi” (Manzoni), “Guerra e pace” (Tolstoj), “I fratelli Karamazov” (Dostoevskij), “Il maestro e Margherita” (Bulgakov), “Il gattopardo” (Tomasi di Lampedusa), “Il ritratto di Dorian Gray” (Wilde), “Il piacere” (D’Annunzio), “Il lungo addio” (Chandler), “E Johnny prese il fucile” (Trumbo)…
L’elenco può essere infinito. Aggiungerei Dickens, Salgari, Rice Burroghs, Verga, Moravia, Malaparte.
Non potrete mai esaurirli tutti. Ma arriverà il momento in cui saranno linguaggi e storie più moderni ad attrarvi. Seguite l’istinto, seguite il piacere della lettura. Non deve mai essere uno sforzo, un compito, un dovere. Una sfida sì. Se trovare una scrittura ostica, non arrendetevi al primo colpo. Potrebbe darvi uno spunto, potrebbe svelarvi un tassello ancora nascosto.
Siate lettori onnivori. Anche i best seller possono andar bene, non siate snob preventivi. Se ha successo, non è detto che non lo meriti. E se non lo merita potete scoprirlo solo leggendolo.
Chi scrive non può dire di non aver tempo di leggere.
Chi scrive non può girare alla larga dai libri degli altri.

Chi scrive non smette mai di imparare. E i suoi insegnanti sono di carta o digitali, sono ricchi di pagine oppure stringati, sono in cima alle classifiche oppure avvolti in un triste anonimato. I suoi insegnanti, i nostri insegnanti, sono i libri.