sabato 12 luglio 2014

Il Tevere è la madre di Roma

Qualcuno di voi l'ha fatta con noi la passeggiata d'autore dedicata al nostro "Fiume pagano". Altri ne hanno sentito parlare. Oggi, ricordando la presentazione del romanzo sull'argine del nostro fiume, in una serata di luglio afosa e magica, vogliamo farvi un regalo. Una passeggiata bordo fiume con un cicerone d'eccezione.

(La foto è di Marco Flores Tavanti)


Tu lo conosci il Tevere? Scusa, t’ho fatto paura, non volevo. No, non voglio soldi. Sono sporco, non ho un buon odore, ma t’ho visto da come lo guardavi che… Il fiume, intendo. Non lo guardano tutti allo stesso modo. Anzi, guarda, non lo vedono proprio. Passano, corrono, scappano, telefonano. Tu no. Per questo t’ho chiesto se lo conosci. Perché io lo conosco e te lo voglio raccontare. Vieni? Aspetta, sì, hai ragione. Forse è meglio se prima mi presento. Venanzio, e non m’offendo se non mi stringi la mano. È sporca e callosa. Non è sempre stata così. Non mi chiamavo Venanzio, una volta. Non vivevo neanche qui, a Roma. Ma è stata la vita, capisci? La corrente. Come succede col Tevere. Vieni. Cominciamo da qui, da Ponte Sisto. Anche lui, come me, non si chiamava così. Ha avuto una vita precedente. Una lunga vita. Esisteva già nel 12 avanti Cristo quando l’imperatore Augusto lo volle per collegare le sue proprietà sulle due sponde del Tevere. Però sai come si dice? Gli uomini propongono e un dio, o una dea, dispone. No, non mi sono sbagliato, l’ho detto apposta. Una dea. Perché noi lo chiamiamo Tevere, lo pensiamo maschio. Ma questo fiume, come tutti i fiumi, è femmina. È una madre. Una madre diversa da come le pensiamo oggi. Una madre com’erano quelle dei tempi antichi. Generosa, ma dura, pronta a lottare, a morire per i figli, ma anche a punire con severità. E il Tevere Roma l’ha punita più volte. Quello che tu oggi chiami Ponte Sisto venne distrutto da una piena, nel 791. E’ stato un papa, Sisto IV, a farlo ricostruire verso la fine del 1400. Lo sai come se chiama quello? Quel buco lì al centro. Per i romani è l’occhialone e guai se il fiume ci passa dentro. Significa che s’è incazzato. No, non pensare a quelle che i giornali hanno chiamato piene, quelle degli ultimi anni. Noi, tutti noi, il fiume veramente incazzato non l’abbiamo mai visto. Ci siamo convinti che fosse sufficiente chiuderlo tra due muraglioni e dimenticare che esiste. Ma io che ci vivo accanto ho capito che un giorno il Tevere si farà sentire. Sai, come quelle madri che sopportano, sopportano e poi esplodono e allora, parola di Venanzio, avremo paura. Tutti. Perché devi capire che il Tevere è la madre di Roma, non nostra. Noi l’abbiamo usurpata, offesa, sporcata, ridotta a un groviglio di auto. Ed è Roma che vorrà proteggere. Vieni, attraversiamo. E se ti vergogni a farti vedere con me, io resto due passi indietro e intanto racconto. Va bene?

Lo vedi quanto è stretto Ponte Sisto? Per questo è pedonale. Andava bene nei tempi antichi. Ma oggi chi cammina più a piedi? Chi passeggia? Solo i turisti. L’avevano allargato alla fine dell’800, con due specie di mensoloni di ghisa. Te li ricordi? Quasi nessuno se li ricorda. Perché non guardano. Passano e basta. I mensoloni l’hanno tolti con i restauri per il Giubileo del 2000 e il ponte è tornato bello. Come merita il fiume.

Sì, ti capisco. Se il fiume merita ponti belli, come lo spieghiamo Ponte Garibaldi? Brutto e trafficato, è proprio uno di quei ponti che tradiscono la missione. Costruzione recente e, se permetti, indecente. L’hanno fatto alla fine del XIX secolo e solo per favorire lo sviluppo della città verso Trastevere. Il fatto è che una volta i ponti li facevano i pontefici. Lo sai chi erano? Ingegneri, certo, ma anche sacerdoti. Passare da una parte all’altra del Tevere era come ferire il corpo della propria madre. Andava fatto con il rispetto che si porta alle cose sacre. Per questo oggi il Papa lo chiamiamo pontefice. Ecco, vieni, ti mostro l’unica cosa bella di Ponte Garibaldi: i balconcini. Io li chiamo così, balconcini. Credo che il nome esatto sia loggioni semicircolari, ma lo scopo non cambia. Sono punti dove sostare per ammirare, per guardare, per rendere omaggio. Abbiamo Ponte Sisto a monte e l’isola Tiberina a valle. La vedi la forma dell’isola? Una nave, lunga e affusolata, protesa verso il mare. E guarda i ponti. La grazia che hanno. Il rispetto. Sono come gioielli sul corpo di una madre. Sono nati per la città, per la gente, non per le macchine. Sono gemelli, ma devi ricordare che Roma è nata sull’altra sponda del Tevere. Sulla riva sinistra. Quella è la Roma delle origini, quella pagana. Qui, dove siamo noi adesso, c’è quella papalina. Quindi sono gemelli, i ponti dell’isola, ma il più antico dei due è quello di sinistra, ponte Fabricio. Tutto di tufo e peperino. Quando lo attraversi, se presti ascolto, senti la storia che ti scorre intorno. Ma ne parliamo dopo, adesso vieni. Ci aspetta Ponte Cestio, quello dove il Tevere canta.

Il fiume ha un suono, sai. Ma è un suono lieve, un  fruscio, come la carezza di una madre sulla testa del figlio. Difficile sentirlo col frastuono che abbiamo intorno. Dicono che la rapida, la senti? l’abbiano creata rialzando il fondale, ma mi piace pensare che abbiano voluto, in realtà, permetterci di ricordare che oltre i muraglioni il fiume vive, scorre, accarezza. Affacciati. Posa le mani sul parapetto, la pietra è calda, accogliente, il fiume canta. Se chiudi gli occhi puoi quasi immaginare che Roma sia ancora quella del pontefice Lucio Cestio che lo costruì su ordine di Giulio Cesare in persona. Cestio, sì, come la piramide. Non dista molto da qui e l’ha costruita il fratello di Lucio, Caio. Aspetta, non attraversare. Torniamo sull’argine. Quello è Ponte Palatino. Lo chiamano il ponte inglese, perché il traffico gira al contrario, lì sopra. È un ponte moderno, quindi brutto. L’hanno costruito per prendere il posto di Ponte Emilio. Ne resta uno spezzone. E io vivo lì sotto, nel posto più bello di tutta Roma. Puoi non crederci, ti capisco. Ma il fiume ha sparso sabbia fina sull’argine, asciutta. Il sole scalda il travertino e ponte rotto, così lo chiamano i romani, stormisce di fronde e di storia. Affacciati, guarda. Vedi come il fiume se l’abbraccia l’isola Tiberina? È l’amore di una madre.

La leggenda vuole che a formare l’isola sia stato il cumulo dei covoni del grano mietuto a Campo Marzio e gettato nel fiume al momento della rivolta contro Tarquinio il Superbo. Sì, lo so, non è possibile. Ma è bello pensare che il cuore di Roma sia nato dall’amore della sua gente per la libertà e la repubblica. L’isola Tiberina è sacra, lo si percepisce anche oggi che di sacro non abbiamo più niente. Per questo c’è un ospedale, per questo un ospedale c’è sempre stato, anche quando la medicina era affidata al dio Esculapio e ai suoi serpenti, giunti per nave dalla Grecia. Per questo l’isola ha la forma di una nave e, se guardi bene, vedi i marmi che ne ornavano la prua. Te l’immagini come doveva essere questa città ai tempi di Giulio Cesare? E te l’immagini quale forza ci sia voluta per abbattere Ponte Emilio? Vieni, scendiamo.

Da sotto lo capisci che è e resta un monito, come l’occhialone di Ponte Sisto. Che potenza doveva avere l’acqua per fare un danno simile? Eppure oggi avete dimenticato che i ponti non sono lì per la vostra comodità, per le vostre auto, per i vostri motorini, per i vostri pullman. I ponti sono altari, sono omaggi alla madre Tevere. Alza lo sguardo. Anche Ponte Fabricio ha il suo occhialone. Una struttura successiva, anche se questo è il più originale dei ponti, quasi totalmente fedele a quello che Lucio Fabricio costruì nel 62 avanti Cristo per collegare il Campo Marzio all’isola. Prima ce n’era uno di legno, come spesso erano i ponti di Roma. Di legno e smontabili per contrastare invasioni e per consentire al fiume di proteggere la città e i suoi figli. Una madre, ricordi? Riempiti gli occhi e risaliamo. Ormai avrai a noia la mia compagnia e le mie parole.

Non so se ti sono stato utile, se da oggi guarderai al fiume con occhi diversi. Il primo ponte di Roma stava là, a valle di Ponte Palatino. Si chiamava Ponte Sublicio. Era quello sul quale Orazio Coclite fermò i nemici. Era quello da dove, quando Roma era giovane, si celebrava il sacrificio degli Argei. Fa’ un ultimo sforzo, immagina: le Vestali, una processione di donne velate, arrivano al ponte. Lo benedicono con la mola salsa, una mistura di sale e farro, poi gettano nel fiume ventisette fantocci. Sono di paglia, avvolti in tuniche bianche. Ma in tempi ancora più antichi e selvaggi, erano uomini quelli che venivano offerti in sacrificio al fiume. Pensaci la prossima volta che scendi qui sotto a passeggiare. Tu vedi acqua melmosa, ma questo è il Tevere. La madre di Roma.

E adesso ti lascio. No, non mi offendo se mi offri qualcosa. È uno scambio. Pochi spiccioli per me, uno sguardo diverso sul cuore di questa città per te. E sì, se ti va torna a trovarmi, lettore. Mi trovi qui, sulle sponde del Tevere. Il Fiume pagano.

 

Laura Costantini – Loredana Falcone