martedì 14 giugno 2011

Oggi su "La Sesia": fuoco amico sul primo cittadino di Roma

Va’ pensiero a circa tre mesi fa. Teatro dell’Opera di Roma. In scena il Nabucco di Giuseppe Verdi. Sul podio il maestro Riccardo Muti. Il pubblico, al termine del coro più famoso del Risorgimento italiano, chiede il bis. Il maestro Muti si gira e, perché non si dica un giorno dell’Italia e della cultura “oh mia patria, sì bella e perduta”, lo concede. A patto che il pubblico lo canti, in una sorta di esorcismo collettivo contro i tagli alla cultura e contro le assurde polemiche sui festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità. Il pubblico si alza in piedi e canta con Muti a dare il tempo alla platea, all’orchestra, al coro sul palcoscenico. Dal loggione, come in un film di Visconti, volano foglietti tricolore inneggianti a Verdi, Napolitano e a Muti senatore a vita. Fra le tante cerimonie e manifestazioni di questo 2011, quel coro un po’ incerto, quel migliaio di persone in piedi restano un simbolo forte. Come forte è stato il gesto voluto da Riccardo Muti in quell’occasione. Un gesto che, evidentemente, una parte politica non ha voluto perdonare al grande direttore che tutto il mondo ci invidia. Non si potrebbe spiegare altrimenti la meschina figura che Roma è stata costretta a fare pochi giorni fa, in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria al maestro.
Tre membri del Consiglio municipale presieduto da Gianni Alemanno si sono rifiutati di votare per ben due volte una proposta che doveva essere accolta all’unanimità. Un episodio che, giunto all’orecchio di Muti, lo ha convinto a declinare l’offerta con un “no, grazie” che suona, è il caso di dirlo, come uno schiaffo. Inutili, nel momento in cui scriviamo, gli sforzi del sindaco per superare la decisione del maestro. “È stato solo un incidente di percorso”, ha dichiarato Alemanno, “che nulla aveva a che vedere con la personalità di Muti che ha un consenso unanime.” Dal pubblico senz’altro. E mentre il maestro può consolarsi con l’analogo rifiuto della cittadinanza onoraria di Pavia a Roberto Saviano, da parte di otto consiglieri leghisti, il primo cittadino di Roma si trova sempre più a fare i conti con il “fuoco amico” di amici e alleati. Roberto Castelli, viceministro leghista infrastrutture e trasporti aveva appena finito di urlare davanti alle telecamere di “Annozero” che non vuole più pagare il canone tv (a tutti gli effetti una tassa dello stato italiano), che tornava alla carica con la proposta di un pedaggio per percorrere il Grande Raccordo Anulare. E poco gli importa se l’idea è già stata bocciata dal ministro Matteoli (superiore di Castelli) e da sentenze del Tar. Alemanno ha incassato l’appoggio della governatrice Polverini e del presidente della provincia Zingaretti. Ma mentre cercava di tappare falle e rimediare alle gaffes, il primo cittadino deve aver pensato che fanno meno male i fischi del Circo Massimo gremito per l’Europride che le strette di mano dei presunti alleati.

Laura Costantini