martedì 3 settembre 2013

Il Nobel tradito

Il 28 agosto scorso si è celebrato il cinquantenario del discorso di Martin Luther King davanti a duecentocinquantamila persone, a Washington,  Lincoln Memorial. I have a dream. Io ho un sogno, dichiarò il reverendo King e niente fu più lo stesso. Un anno dopo, nel 1964, Martin Luther King venne insignito del premio Nobel per la pace e solo una pallottola vigliacca, quattro anni più tardi, riuscì a fermare il suo inesausto impegno per l'affermazione dei diritti civili dei neri d'America. Si dirà che l'ingiustizia della segregazione razziale era talmente palese che, prima o poi, lottando, cadendo e rialzandosi, gli afroamericani sarebbero riusciti in ogni caso a ottenere ciò che spettava loro, come a qualsiasi essere umano. Ma è pensiero comune che se King non avesse, quel giorno estivo di cinquanta anni fa, espresso a voce alta il desiderio di venti milioni di neri d'America, oggi Barack Obama non sarebbe il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti. Eletto nel 2008 sulla base di uno slogan forte quanto il sogno di King: yes, we can. Sì, possiamo. Insediato nel 2009 con le spalle cariche di aspettative che avrebbero stroncato chiunque. Insignito estemporaneamente e nello stesso anno del Nobel per la pace, come il reverendo King, "per i suoi sforzi straordinari volti a rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli". E non aveva ancora fatto nulla, se non sedersi sulle speranze del mondo intero. Non è un caso se oggi, alla vigilia di un possibile intervento armato nella Siria del massacro di civili anche a colpi di gas nervino, merita la suggestiva copertina che lo ritrae, piccolo e lontano, sotto il titolo: unhappy warrior. Il guerriero infelice. Il guerriero suo malgrado. Il guerriero indeciso. Il guerriero che tradisce il Nobel per la pace e tutte le aspettative, raffreddate da un primo mandato non brillante, ma ancora vive e vegete. Ci aspettiamo molto, moltissimo da Obama. La domanda è: perché? Perché è afroamericano? Anche Condoleeza Rice lo é, eppure ha espresso, lei donna e nera, l'aspetto più aggressivo e cinico della politica di Bush junior. Perché è democratico come lo fu Kennedy? Ma il mai abbastanza compianto John Fitzgerald aveva dato la stura all'inferno vietnamita e, a meno di non lanciarsi nella più sfrenata ucronia, nessuno di noi può esser certo che avrebbe fermato il conflitto. Quel che sappiamo è che, cinquanta anni fa, in un'assolata giornata da novembre texano, una o più pallottole fermarono lui stampando nella memoria del mondo l'istantanea di un presidente giovane, bello, sorridente e dichiarato portabandiera di un mondo migliore. Era al terzo anno del primo mandato, aveva gestito una crisi difficilissima con Cuba, ma non sappiamo come sarebbe andata. Quali e quante speranze avrebbe disilluso. A Barack Obama che, colore della pelle a parte, ci è stato presentato come il Kennedy del terzo millennio, è toccata la prova dei fatti. E i fatti sono che si appresta a scatenare una nuova guerra di esportazione della democrazia. Nei sogni di Martin Luther King questo non c'era.

Laura Costantini