martedì 7 gennaio 2014

Un diritto non costringe, un divieto sì

Un diritto non costringe, un divieto sì. Sembra la cosa più banale del mondo, ma non lo è. Nel terzo millennio non siamo diversi, non abbiamo fatto passi avanti, non siamo riusciti a superare dogmi e leggi del più forte. Siamo ancora divisi tra coloro che si battono per ottenere, prima, e difendere, poi, dei diritti sacrosanti di autodeterminazione e coloro che lottano perché la regola del no annulli qualsiasi facoltà di scelta. Abbiamo assistito a questa lotta senza quartiere qualche anno fa, davanti al calvario incolpevole e inconsapevole di una giovane donna. Eluana Englaro, ricordate? La lotta di un padre perché venisse rispettato il volere di sua figlia, perché le venisse riconosciuta la dignità di essere umano piuttosto che una finta esistenza da vegetale. Vinse, quel padre. Ma lo scontro fu titanico e resta ancora irrisolto. I difensori dell'etica non riconoscono a nessuno il diritto di decidere della propria vita e della propria morte. A quanto pare incapaci di comprendere che il diritto al testamento biologico e all'eutanasia non significa, ipso facto, il dovere di chiunque abbia un parente in coma vegetativo a staccare la spina. Semplice. Eppure così complesso. Il padre di Eluana volle rispettare quanto detto, in vita, dalla sua bambina. Mai ha affermato che una decisione come quella, una decisione da far tremare i polsi e mettere in dubbio un'intera esistenza, fosse giusta per tutti. Voleva, ed ebbe, un diritto. E un diritto non è un dovere. È giusto ribadirlo oggi che la Spagna fornisce una sponda alle tendenze antiabortiste della destra italica, decurtando gravemente la libertà delle donne iberiche, privando di sostanza il diritto all'aborto. Diritto, non dovere. Ma se nel caso del testamento biologico e dell'accanimento terapeutico i temi etici e le ingerenze religiose sono state forti, di fronte alla possibilità (che ci illudevamo acquisita) delle donne di decidere del proprio corpo, i sedicenti movimenti per la vita sfoderano le armi pesanti. E i più retrivi luoghi comuni. Diciamocelo chiaramente: a fronte di decenni di lotte femministe, la società, soprattutto quella di matrice cattolica, non è e non vuole essere pronta a riconoscere a una donna la libertà di scegliere. Si parla di aborto e a parlare sono per lo più uomini, per loro stessa natura fisiologica esclusi dal vivere/subire l'argomento. Si parla di aborto e la più complessa delle scelte, la più intima e la più devastante, diventa esempio di superficialità femminea, di egoismo, di scarsa moralità. L'aborto come contraccettivo, si inveisce. L'aborto come scarico di responsabilità. L'aborto come disconoscimento dei diritti dell'embrione e di colui che ha contribuito a generarlo: il padre. Un padre che non dovrà né potrà mai vivere la gravidanza. Un embrione che, in quanto progetto di vita futura, ha immediatamente più diritti della donna/incubatrice. La nuova legge spagnola e i mille tentativi italici, senza contare la proliferazione virale di medici obiettori di coscienza negli ospedali, vogliono l'ultima e unica parola sul corpo delle donne. Vogliono imporre un divieto. Che è, per sua natura, un obbligo. Il contrario esatto di un diritto. Che è libertà di scegliere una maternità consapevole.

Laura Costantini