martedì 7 gennaio 2014

Capitan Harlock 3D


Leggendario, epico e visivamente senza precedenti. Così recita la pubblicità di Capitan Harlock 3D, attribuendo la frase al Cameron di Avatar.
Leggendario, sì, perché parla di una leggenda recente eppure millenaria, una leggenda che ci portiamo dietro, noi 40/50enni, dall’infanzia, ma che affonda le radici nell’immaginario collettivo dell’eroe solo, taciturno, tormentato. Non senza macchia e non senza paura, ma proprio per questo più grande.
Epico, sì, di quell’epica che la vedi, la senti e pensi Giappone. L’epica dei gesti, degli sguardi, dei movimenti felini velocissimi ma rallentati, delle arti marziali, dello sventolio di bandiere (ma come sventola una bandiera nello spazio?), di mantelli, di capelli.
Visivamente senza precedenti, vero. Avatar è stato una scoperta, ma questo Capitan Harlock va oltre, coniugando una computer grafica con un impatto realistico eppure totalmente artificiale che apre a un nuovo modo di realizzare film.
Eppure… eppure si poteva, si doveva fare di più.
Il capitano silente, troppo, ombroso, troppo, sofferto, troppo e presente poco. Il film è il suo, ma non interagisce quasi mai e ci regala solo rari sprazzi di ciò che noi, pubblico per lo più di adulti rimasti adolescenti dentro, cercavamo.
È la trasposizione manga di Sandokan, del Corsaro Nero, di Ulisse, ma anche di Achille. È immortale come Highlander e ne soffre. È sfregiato e cieco di un occhio, eppure è bellissimo. Soprattutto, ed è la sua forza, è un uomo che ha sbagliato nel modo più atroce. Che ha distrutto ciò che amava di più e che sta, da oltre cento anni, cercando il modo di rimediare.
Scopriremo, con fatica e con molte lacune, che il rimedio che pensa di aver trovato sarebbe un’apocalisse totale. Lui lo sa, fin dall’inizio, e questo lo colloca in una luce di eroe cattivo, di cupio dissolvi, come denuncia il suo antagonista disabile e feroce. Perfino la sua ciurma ne rimane sconvolta, quando scopre a cosa serve l’aver disposto cento bombe a variazione dimensionale (o qualcosa del genere, i termini scientifici sono terribili da ricordare e troppi).
Da sempre l’eroe fortissimo, e Harlock lo è, ricercato in tutto l’Universo, temuto, invincibile ma fragile nello spirito, ferito e in cerca di riscatto parla alla nostra fantasia. Anzi, alla nostra anima. E parla in modo che vorremmo conoscerlo meglio, cosa che questo film non ci consente di fare. Così dobbiamo affidarci a scorci improvvisi: il primo arrembaggio, quando il capitano afferra il timone e, non diversamente da quanto avrebbe fatto il Corsaro Nero, scaglia la propria Arcadia contro un’astronave nemica in un frenetico girar di timone e sventolar di mantello; il salvataggio di Yama sul pianeta Tokarga, quando il capitano si tuffa in caduta libera per recuperare il pivello dell’equipaggio, ben sapendo che è una spia e accettando il rischio di esserne ucciso; l’unico momento di tenerezza e di rassegnazione, quando l’aliena detentrice del segreto del motore a dark-matter gli passa una carezza sul viso prima di dissolversi in particelle di luce; i duelli e quell’unica goccia di sangue che stilla dal corpo del capitano a rivelarci che, finalmente, ha perso l’immortalità derivata dalla materia oscura; il passaggio di consegne, di timone, forse di potere, con Yama che fin dall’inizio gli somigliava e alla fine sembra un clone di Harlock, cicatrice sul viso compresa.
Nel mezzo ci sono fuochi d’artificio visivi eccezionali. C’è la tragedia della Terra. C’è la speranza, ci sono i fiori che rinascono dall’oscurità. C’è una guerriera ben poco credibile (unica nota veramente stonata, al limite del ridicolo) con le tette corazzate e il perizoma sulla tuta spaziale (ma per piacere!). Ci sono armi di distruzione di massa che i potenti vogliono comunque utilizzare. C’è il riscatto del cattivo…

Sapete che vi dico? Dopo averne scritto, mi è venuta voglia di rivederlo da capo.