martedì 16 maggio 2017

Questo NON è un corso di scrittura #6

La tecnica dei flashback e dei flashforward

Dicesi flashback la struttura narrativa in cui l'ordine cronologico degli avvenimenti viene interrotto per lasciar spazio alla rievocazione di episodi precedenti. Il termine nostrano è analessi.
Dicesi flashforward l’interruzione di una sequenza cronologica per anticipare eventi che appartengono al seguito della storia. Il termine nostrano è prolessi.

Esempio pratico: il personaggio A incontra il personaggio B, si conoscono da tanto e si odiano da ancora di più; un breve dialogo fa capire che i rapporti sono tesi da sempre e l’autore in gamba ha già portato il lettore a chiedersi quale evento, tradimento, incidente abbia generato tanto persistente rancore. Ed è qui che scatta il flashback. Rivedremo A e B, più giovani e fiduciosi alle prese con una situazione che li porterà a rompere ogni rapporto. Non sarà un ricordo, sarà un filone narrativo a parte che l’autore potrebbe usare una sola volta, oppure decidere di seguire in parallelo creando due piani temporali diversi all’interno del romanzo. Una scelta stilistica che personalmente apprezzo, per amor di contrasto, è usare per il piano narrativo principale (quello attuale) un comunissimo passato remoto – disse, fece, camminò – e riservare al flashback il cosiddetto presente storico, ovvero un presente indicativo usato per fare riferimento a eventi anteriori al momento dell’enunciazione. “L’effetto – cito dalla Treccani - è quello di un avvicinamento prospettico e di un’attualizzazione degli eventi narrati, che pur appartenendo al passato vengono presentati come se fossero appunto contemporanei”. Attenzione, alle volte questo escamotage letterario può disturbare il lettore, ma noi contiamo di incontrarne di appassionati ai cambi di prospettiva o di inquadratura. Il presente storico ha l’effetto di un’improvvisa zoomata, quasi che si volesse catapultare il lettore in quel luogo, in quella situazione, farlo partecipe degli eventi. Il primo incontro con il presente storico l’ho avuto da ragazzina leggendo Salgari. Non ricordo quale fosse il romanzo – li ho letti tutti – ma il buon Emilio, spesso sottovalutato, usava tale tecnica per una battaglia tra pirati e inglesi. Un attimo prima c’era qualcosa tipo: “il praho abbordò il veliero inglese” e un attimo dopo “Yanez impugna la pistola e spara mentre Sandokan fa mulinare la scimitarra”. Confesso, all’epoca pensai si trattasse di un errore, ma avevo solo 11 o 12 anni, mi si può perdonare. Come dite? Ci siamo persi il tema principale? No, adesso lo riprendiamo e passiamo al flashforward. Esempio pratico: incontriamo il personaggio A bambino che tiene un diario delle proprie vicissitudini. Il piano narrativo principale quindi è questo. Poi scopriamo che il personaggio A, ormai cresciuto, sta leggendo quel diario mentre vive una situazione difficile. Se il passato è il piano principale, A ormai adulto è un flashforward che ci offre squarci del futuro. E, attenzione, spoilera un dato fondamentale. Per quanti rischi A possa correre da ragazzino, il lettore scopre fin da subito che è diventato adulto, quindi non è morto.
Come per il flashback, il flashforward può creare un percorso parallelo e, se la distanza temporale è molta, fornire all’autore la possibilità di esplorare ambientazioni ed epoche diverse. L’esempio che mi viene in mente riguarda una saga che sto leggendo in questo periodo. RVH, ovvero le iniziali di Raistan Van Hoeck, di Lucia Guglielminetti. Cinque volumi per ascoltare la voce in presa diretta (e in prima persona, sempre) di un vampiro di 300 anni che, mentre vive nella nostra epoca, guida macchine sportive, usa computer e smartphone e incappa pure nel fondamentalismo islamico, sta scrivendo la propria autobiografia. Le due linee narrative procedono prendendo, a volte, il sopravvento l’una sull’altra. Possiamo dire che nel primo volume il presente del vampiro è, a tutti gli effetti, un flashforward intarsiato nella linea narrativa del XVIII secolo. Mentre nei volumi seguenti è il passato a passare in secondo piano, diventando un corposo flashback. Funziona? In questo caso sì, ma la maestria sta nel saper dosare, interrompere, riprendere. Creare un’attesa condita di ansia. Noi sappiamo che il vampiro è immortale, ma non invulnerabile. Sappiamo che i volumi sono cinque, quindi pur vedendolo affrontare prove allucinanti, dovrebbe scamparla. Dovrebbe? Dovrebbe, perché la tecnica del flashback può permettervi di far parlare, vivere, agire un personaggio ormai defunto.
Qualche anno fa, tra le mille idee di storie che mi affollano il cervello, accarezzai la possibilità di scrivere di un detective chiamato a indagare sull’omicidio di una sconosciuta. Raccogliendo prove, indizi e racconti, tra testimonianze e il ricordo di chi la conosceva, il detective si innamora della vittima. Un amore ovviamente senza speranza e che sarebbe stato un trionfo di flashback. Esperimento non facile, ma devo riparlarne con la socia, hai visto mai?
E parlando di salti nel passato e squarci di futuro, si arriva senza difficoltà al più suggestivo (e difficile) degli spunti narrativi: il viaggio del tempo.
E qui bisogna anticipare argomenti che tratteremo meglio in seguito. Assodato che i viaggi nel tempo non sono (ancora?) possibili, verrebbe da pensare che ogni autore sia libero di inventarseli per come più gli piacciono. In parte è vero, ma una cosa che ho imparato leggendo e scrivendo è che fare i conti con la realtà è molto più semplice che creare ambientazioni fantasy o fantascientifiche o soprannaturali. Perché il lettore accetta molto, ma non tutto. E se è un lettore attento, non vorrà essere preso in giro. Mai. Quindi vi seguirà se creerete una macchina del tempo, vi seguirà se lancerete un’astronave in un passaggio temporale (alla Interstellar, per capirci) o se creerete una diversa concezione del tempo (come accade in Arrival). La sospensione dell’incredulità del lettore è estremamente duttile. Ma diventa un muro di cemento armato davanti ai pastrocchi. Se vi date delle regole, le dovete rispettare. Sinceramente non so chi per primo ha voluto fare i conti con i temibilissimi paradossi temporali, ma se usate la logica non potrete bypassarli. Se un figlio torna nel passato e uccide il proprio padre, ovvio che elimina se stesso e tutto quello che ha compiuto fino a quel momento. Non può essere diversamente. Un bellissimo romanzo sul viaggiare nel tempo è 22/11/63 di Stephen King. Come sapete (perché lo avete letto, giusto?) la storia prende le mosse dal tentativo di salvare John Fitzgerald Kennedy dall’attentato di Dallas. Si tratta quindi di tornare nel passato e cambiare la storia. Ma la storia vuole essere cambiata? La domanda di base del romanzo è se sia giusto tentare di cambiare le cose, grandi e piccole che siano, una volta accadute. La risposta ve la lascio scoprire da soli. Diverso il discorso se il vostro personaggio viaggia nel futuro, vede succede qualcosa di molto grave e, tornato al presente, fa il possibile per evitare che si creino le condizioni perché quel qualcosa accada. Anche in questo caso ci viene in soccorso Stephen King con il suo splendido La zona morta. Mi auguro che lo abbiate letto. Se così non fosse, non vi rivelerò molto se non che salvare il mondo dalla catastrofe ha un prezzo altissimo.

Una riflessione potrebbe sorgere dalla tendenza di tutti i cantastorie a considerare gli interventi sul passato e sul futuro decisamente rischiosi. Forse lo fanno e lo facciamo per consolarci dell’impossibilità di agire, nella nostra quotidianità, su premesse e conseguenze. Come se volessimo dirci: se tornassi indietro non rifarei quell’errore, ma di sicuro andrei a toccare equilibri tali da ottenere conseguenze ancora peggiori. E allora va bene così com’è andata e come andrà. Tanto per dare un senso alla vita, posso sempre scriverne in un libro.