lunedì 1 maggio 2017

Questo NON è un corso di scrittura #4

Personaggi, descrizioni e caratteristiche fisiche

Sul serio siete arrivati fin qui? Alla quarta NON lezione? Bene, allora siete pronti ad affrontare, dopo il discorso ambientazioni contemporanee, tutto ciò che riguarda i personaggi della vostra storia.
Non ne esiste un numero esatto ma, fossi in voi, eviterei di dover mettere in appendice al manoscritto l’elenco con nomi, cognomi, professioni e gradi di parentela. Quella è una cosa che si tollera da Tolstoj o da Pasternak e pochi altri. Certo, esistono i cosiddetti romanzi corali, ma dovete sentirvi in grado di gestirli perché se ambientate la storia in una squadra di calcio, per fare un esempio, e mi elencate tutti i titolari più la panchina, i massaggiatori, l’allenatore e i raccattapalle, io lettore mi sento in diritto di vedermi raccontare la storia o gli intrecci di tutti. Proprio perché li avete nominati. Se invece i vostri protagonisti sono gli Holly e Benji di turno, evitate di fare l’appello con nomi e cognomi di tutti gli altri.
Abbiamo parlato di nomi? Ecco un altro tasto dolente. I nomi devono essere congrui alla trama. E alla collocazione. E all’epoca, ma sul discorso romanzo storico torneremo in seguito. Se la mia storia si svolge a Roma ai giorni nostri posso vantare una certa qual libertà di sbizzarrirmi. La pariolina Clelia può convivere senza alcuno sforzo da parte del lettore con la borgatara Suellen. Però se la storia si svolge a Scampia, posso tollerare un Kevin, purché affiancato a un Gennarino, un Marco, un Francesco. Diciamo che, in linea di massima, a meno di non voler stigmatizzare una moda – tipo la figlia di Totti che si chiama Chanel – se la storia si svolge in Italia useremo nomi italiani, se in Francia, nomi francesi, se in Marocco, nomi dall’evidente matrice araba. Sembra una cosa scontata, ma non lo è. Così come non è scontato affermare che il nome di un personaggio è importante per la sua caratterizzazione quanto i tratti fisici. Da un Edoardo mi aspetto un retroterra che non pretendo da un Gigi. È vero che esistono le eccezioni, ma una famiglia di alta borghesia tenderà a rispondere a nomi dal suono aulico, altisonante – Guglielmo, Leonardo, Ugo Maria – mentre in un ambiente più popolare un bambino chiamato Pier Luigi avrà vita grama. Che può essere una scelta voluta, ma in quel caso dovrete inserire nella storia anche questo aspetto. Altro consiglio: evitare i nomi somiglianti tra i vari personaggi, soprattutto se avete scelto di raccontarne molti. Tendo a considerare i lettori persone intelligenti e in grado di reggere la sfida di una scrittura che non sia piana e banale. Ma non pretendo che tengano a mente che Matteo è quello simpatico e fidanzato con Livia mentre Mattia è il bastardo che ha lasciato Lucia senza un motivo. Di nomi ce ne sono a migliaia, usiamone di diversi. È anche più stimolante.
Quindi abbiamo un numero X di protagonisti e comprimari, abbiamo scelto i loro nomi. Adesso dobbiamo consentire al lettore di visualizzarli. E ci troviamo di fronte all’errore più gettonato dallo scrittore alle prime armi: la descrizione da carta d’identità. Altezza, colore degli occhi, colore dei capelli, modo di vestire, conformazione fisica. Ebbene, tutte queste cose è giusto che le sappia tu, autore, ma vanno svelate un po’ alla volta, a piccole dosi, cercando di essere realistici. Anche la fanciulla più palpitante nell’attesa di avere uno scontro frontale con il maschio alfa di turno non sarà in grado di notare tutto, ma proprio tutto tutto, del predestinato oggetto del suo tormentato amore. Al primo impatto noterà un paio di caratteristiche al massimo. Andiamo di banalità, volete? Lei studentessa, lui professore di quelli che esistono solo nei romance. Lei cretina (ricordatemi di prevedere una NON lezione contro gli stereotipi sessisti, grazie), impacciata e in ritardo, svolta l’angolo e impatta contro il prof. Le cadono tutti i libri, le penne, la borsa, gli assorbenti, le gomme da masticare, il rossetto. Le mutandine ancora no, ma datele tempo. Ci siete? Lui si china per aiutarla e… Zac! Le mani. Grandi? Dorso peloso? Dita tozze oppure affusolate? Pelle chiara o abbronzata? Vene in rilievo? Orologio di pregio o magari anelli? Porta la fede? Da una mano accorsa sollecita potete far capire mille cose. Poi arriverà il momento degli occhi, della bocca, dei capelli, dei tatuaggi, del fisico, del modo di vestire, di parlare, di gesticolare, di guardare. Mi ripeto: al lettore non interessa l’identikit. Ma pretenderà che siate congrui a voi stessi. Poche cose mi imbufaliscono quanto un personaggio, maschio o femmina che sia, che parte con occhi dalle profondità smeraldine, a metà romanzo mi inchioda con uno sguardo scuro come la notte e alla fine lascia che il cielo si rifletta nelle sue iridi azzurre. Sì, lo so, ci sono le lenti a contatto colorate, ma  so anche che non era a quelle che stavate pensando. In realtà non vi ricordavate che faccia avesse il vostro personaggio. Ed è grave. È una cosa che personalmente non tollero. Fatevi una scheda per ciascuno dei vostri protagonisti. Del tipo: Mario, occhi blu, capelli neri, altezza uno e settantacinque, fisico da sportivo, veste casual. Potrebbe essere la vostra salvezza.
Ora, mettiamo che stiate scrivendo una storia d’azione. E che il vostro protagonista venga ferito, oppure abbia un incidente.
Sul discorso ferita vi proporrei di documentarvi bene sulle ferite da taglio, su quelle da corpo contundente, su quelle da arma da fuoco. Idem per quanto riguarda l’incidente. Stradale? Sportivo? Ferroviario? Domestico? Non date retta ai film d’azione. Una coltellata in un fianco causa un’emorragia grave e mette k.o. per parecchi giorni. Con un proiettile piantato in una spalla non si scala un cancello. Se si ha un incidente stradale, cintura e airbag salvano la vita, lo sappiamo. Ma lasciano segni evidenti tra ecchimosi ed escoriazioni. Quindi il vostro eroe o la vostra eroina non potranno scendere dall’auto, scuotersi i vetri del parabrezza dai capelli e andarsene come se niente fosse. Ma, soprattutto, non vi dimenticate quello che avete fatto accadere al vostro personaggio. Se ha un braccio ingessato, non potrà vivere un appassionato amplesso sotto la doccia. Stessa cosa se gli hanno appena ricucito una ferita da lama nel fianco. Eppure di simili exploit sono densi romanzi non solo firmati da esordienti. Probabilmente siamo tutti vittime della sindrome di Rambo per cui amiamo gli eroi (ovviamente maschi, anzi, machi) che si ricuciono ferite devastanti con fil di ferro ossidato per poi correre la maratona nella giungla. Se non riuscite a trovare parametri medici, pensate a quanto faccia male un dito capitato per sbaglio sotto il coltello per il pane e moltiplicate per dieci prima di immaginare che un personaggio crivellato possa fornire performance in stile Bruce Willis senza scuotere in modo irrimediabile la sospensione di incredulità del lettore. Perché noi lettori siamo sempre ben disposti a sospendere le nostre capacità critiche di fronte alle eventuali incongruenze secondarie dell’opera narrativa. Ma devono essere secondarie. E su questo punto torneremo quando affronteremo le ambientazioni futuribili o di fantasia.

Fin qui ci siamo? Coraggio, la conclusione si avvicina. Ma vorrei affrontare, prima di chiudere questa NON lezione, il discorso deus ex machina. L’autore di una storia è una specie di dio. Può fare e disfare. Può decidere che un automobilista in panne venga soccorso dagli alieni, se serve alla storia. Ma ancora una volta non può prendere in giro il lettore. Gli alieni hanno senso se la vicenda lo lascia intuire fin dall’inizio. Il personaggio può scoprire, a metà libro, di avere dei superpoteri, ma a patto che gli sia accaduto qualcosa di particolare che giustifichi quelle capacità. E, soprattutto, l’assassino non può essere il maggiordomo. Se state scrivendo un giallo, del colpevole dovete aver parlato diffusamente per buona parte del romanzo prima di scoprire le carte. Non esiste che, dopo esservi incartati nella vicenda, seminando indizi contrastanti tra loro e aver costretto il lettore a sospettare di tutto e di tutti, ve ne usciate con un ladro occasionale, mai nominato prima, che ha ucciso la vittima per sbaglio. O magari sì, ma dovete essere stati proprio bravi per evitare che, complici i social, il lettore deluso si procuri il vostro indirizzo e venga ad aspettarvi sotto casa.