sabato 3 giugno 2017

Questo NON è un corso di scrittura #8

Ambientazioni futuristiche o fantastiche e documentazione

Lo so cosa state pensando. Se scrivo fantascienza o fantasy posso suonarmela e cantarmela come meglio mi aggrada e nessuno può contestarmi niente perché sulla mia invenzione, sul mondo che ho immaginato e sui poteri dei miei personaggi sono io il solo a decidere. Giusto. E sbagliato. Sbagliatissimo. Se avete mai provato a scrivere il genere fantascientifico o quello fantasy, seriamente intendo, sapete di cosa parlo.
Cerchiamo di fare degli esempi concreti e di capire che senso ha la documentazione in questi specifici generi narrativi. E partiamo dalla fantascienza che, personalmente, adoro.
Mi capita di leggere il romanzo “Arma Inferno - il mastro di forgia” di Fabio Carta. Se amate le atmosfere alla “Dune” (avete letto “Dune” di Herbert, vero?), vi piacerà. Ebbene, Carta impiega qualcosa come una quarantina di pagine per spiegarci nel dettaglio tecnico com’è fatto, come funziona e come viene costruito uno zodion, una specie di monociclo da combattimento che la sua fantasia ha visto. E creato e reso reale. Tra giroscopi e differenziali è evidente anche al profano che Carta sa esattamente di cosa sta parlando, ergo ha studiato. Oppure ha attinto alle proprie conoscenze perché, magari, è un ingegnere oltre che uno scrittore dalla cultura impressionante.
Se affrontate la fantascienza classica (io la chiamo così), quella con le astronavi, i pianeti popolati da altre forme di vita, le battaglie stellari tra Star Trek, Star Wars o Battle Star Galactica oppure, per rimanere nella narrativa, “Fanteria dello spazio” di Robert A. Heinlein (lo avete letto, giusto?), un’infarinatura scientifico-tecnica è imprescindibile per essere credibili. Parsec, anni luce, composizione dell’atmosfera, angolo di entrata nella stessa quando si arriva dallo spazio, orbite geo-stazionarie e non, perielio e afelio, gravità, pressione atmosferica… Vi è passata la voglia? Beh, ma la fantascienza non è solo questo. Si diffonde in mille rivoli e potete sbizzarrirvi restando coi piedi ben piantati sulla cara vecchia Terra e affrontare il sempre valido plot delle origini spaziali della razza umana. Una cosa alla Stargate, avete presente? Potrete attingere a piene mani alla cripto-archeologia e saccheggiare gli spunti forniti da Peter Kolosimo di cui vi consiglio lo splendido “Astronavi sulla preistoria”. C’è un mondo nel mondo da scoprire, ma anche qui non si sfugge al discorso documentazione. E più leggerete e approfondirete e più avrete voglia di continuare a scavare.
Non fa per voi? Potreste puntare al discorso possessione aliena. “Host” di Stephenie Meyer (sì, è quella di Twilitght) ne è uno splendido esempio: una razza aliena, sostanzialmente pacifica, sta parassitando la razza umana. Si appropria dei corpi, cancella la personalità e vive l’esistenza dell’ospite. Ma succede che alcune personalità possano essere più riottose delle altre e contendere il cervello all’ospite. Ve lo consiglio e se vi state chiedendo che tipo di documentazione sia stata necessaria in questo caso, vi accontento subito: conformazione del cervello, per cominciare. E, attenzione, coerenza a ciò che si è creato. Se la presenza dell’ospite in un corpo altrimenti umano si manifesta con una precisa caratteristica, da quella non potete prescindere mentre la vostra narrazione procede. Chi scrive sa che spesso e volentieri il nemico principale siamo proprio noi stessi che ci creiamo un recinto e poi non riusciamo più a gestirlo. Più l’idea è originale e intrigante, più sarà difficile da gestire a meno di non voler incorrere in errori terribili. Un esempio cinematografico. Nell’ultimo capitolo di Star Wars (non Rogue One) esiste un dispositivo che succhia l’energia dai soli per usarla per distruggere pianeti. E va bene. Ed è situato su un pianeta che si sposta nello spazio. E va bene. Ma avete idea di cosa succede di un sistema solare quando la stella che lo regge viene fatta collassare artificialmente togliendole l’energia e, di fatto, spegnendola? Fine dell’attrazione gravitazionale per come si era creato il sistema, fine delle orbite, cataclismi, un vero e proprio collasso sistemico che distruggerebbe tutto, compreso quel pianeta ambulante che vampirizza soli. Ma a Star Wars tutto si perdona, giusto? Ecco, a voi no.

E adesso passiamo al fantasy e so che mi state aspettando al varco con la bibliografia necessaria per aver ben presente cosa mangiano gli elfi e cosa infastidisce da morire i nani. Ebbene no, Non esiste una bibliografia vera e propria. Esiste “Il signore degli anelli” di J.R.R. Tolkien, però. Ed esiste, anche, la saga di “Harry Potter” di J. R. Rowling. Vi cito questi due perché li conosco bene, ma sono certa che ce ne siano mille altri cui è possibile rifarsi per capire che il vero discrimine di un’ambientazione fantasy è la coerenza interna. Se state leggendo il capolavoro di Tolkien, in quanto lettori state accettando che esistano orchi, elfi, hobbit, nani, urukai, stregoni, la Contea, il monte Fato e Gollum. Voi sapete che tutto ciò non esiste, ma lo accettate come ambito in cui si svolge la vicenda. A patto che la vicenda abbia una propria coerenza interna dove ognuno agisca in base alle premesse e alle prerogative che l’autore gli ha affidato. Una delle cose che non vengono perdonate ai film tratti dal prequel tolkeniano “Lo hobbit” è l’elfa che si innamora del nano. Perché gli elfi di Tolkien non si innamorano dei nani. Al massimo degli umani e sono comunque guai grossi. In “Harry Potter” il potere dei Dissennatori è enorme, ma un buon Patronus funziona come deterrente. Non esistono altre armi, quindi un eroe depresso soccomberà per forza di cose di fronte alla manifestazione metafisica dell’infelicità, ché questo alla fine è un dissennatore. Noi lo sappiamo e quindi tifiamo perché l’incanto Patronus, che non esiste, funzioni. Di sicuro non speriamo che arrivi un centauro imbufalito a prendere a zoccolate il dissennatore. Perché non è così che funziona. Coerenza interna. Ci siete? Bene, questo significa che prima di cominciare a raccontare la vostra storia fantastica, abbiate ben chiare le leggi che intendete infliggere al mondo che state per creare, ai vostri personaggi e a voi stessi. Vi maledirete mille volte, dopo. Ma nessuno, meno che mai io, ha mai detto che raccontare storie sia facile.