sabato 17 giugno 2017

Questo NON è un corso di scrittura #9

Un posto e un tempo e un modo per scrivere


“Una donna deve avere soldi e una stanza suoi propri se vuole scrivere romanzi.” Così scrisse Virginia Woolf e chi mi conosce sa che ho riflettuto parecchio, attraverso un saggio, sulle (maggiori) difficoltà che una donna incontra nell’affrontare la strada della narrativa. Ma questo non significa che, oggi soprattutto, avere un posto per scrivere e il tempo e il modo per farlo non sia difficile per tutti, uomini e donne. Di libri non si vive, nel senso che non ci si pagano le bollette. C’è chi ci riesce e va ben oltre, ma sono pochi, credetemi. Quelli che possono farsi scrivere sulla carta d’identità professione scrittore in Italia si contano sulle dita di una mano. Perfino Umberto Eco era, soprattutto, docente universitario e semiologo. Poi, certo, possiamo distinguere tra chi si guadagna da vivere con professioni che con la scrittura hanno un qualche legame (docenti, giornalisti, sceneggiatori, autori televisivi, avvocati, anche medici) e chi invece sbarca il lunario svolgendo lavori che normalmente non metteremmo accanto alla scrittura. Commercianti, artigiani, impiegati, operai, casalinghe. Ma che si sia intellettuali o meno, tutti abbiamo bisogno di un posto, di un tempo e di un modo per dare voce alle storie che ci sussurranno nell’orecchio. Potrei raccontarvi dell’autoproclamato intellettuale che definì la mia metaforica penna prostituita perché mi guadagno da vivere con il giornalismo. A suo parere un vero scrittore avrebbe dovuto usare le parole solo per l’arte. E guadagnarsi da vivere, nel mio caso in quanto donna, facendo le pulizie in attesa del successo. D’altro canto perfino Abraham Yehoshua, nel suo “Il lettore allo specchio”, sconsigliava vivamente agli scrittori di esercitare il giornalismo in quanto contaminante della scrittura. Ma questo è un altro discorso. Quindi veniamo a noi. Nei decaloghi e nei corsi che vedo spuntare dappertutto in Rete trovo spesso la regola in base alla quale per scrivere bene bisogna scrivere molto, quotidianamente e con costanza. Tipo: ti alzi la mattina, risveglio muscolare e stretching, colazione, funzioni fisiologiche, abluzioni, almeno 4000 battute spazi inclusi e poi si va a lavoro. La scrittura non diversamente dagli addominali da irrobustire e i glutei da rassodare. Quando leggo cose del genere sono incerta tra lo sghignazzo, l’imprecazione o il pianto. So che esiste anche un sito, un contest, una roba su Internet dove ti iscrivi e scommetti con te stesso che scriverai totmila battute entro la fine del mese. C’è chi lo trova utile. Non discuto, ma mi sembra una bestemmia. Totmila battute di che? E se non hai una storia? E se la storia ce l’hai ma ti manca l’ispirazione? L’ispirazione… la parola magica. Scrivi anche se non hai l’ispirazione, leggo in giro. Non sai che scrivere, ma siediti comunque alla tastiera, leggo ancora. E giù consigli su come sconfiggere il trauma da pagina bianca. Pare che agli scrittori, quelli veri, quelli con foto in quarta di copertina in bianco e nero, lo sguardo perso nell’infinito, l’espressione dolente e il peso della responsabilità tutto buttato sulla mano che regge il mento, abbiano affrontato almeno una volta lo spauracchio del cursore che lampeggia e dello schermo che non si riempie di parole. Non mi è mai capitato. E anche per questo non tengo corsi di scrittura. Perché, vedete, io sono convinta che non esista un luogo e un tempo per scrivere. Ogni luogo e ogni tempo è adatto. Chi mi conosce sa che la mia scrittura a quattro mani con la socia Loredana Falcone avviene nella sua cucina. Entrano i figli, squilla il telefono, torna il marito dal lavoro, si deve preparare la cena. Eppure scriviamo. Forse perché quell’appuntamento siamo costrette a concedercelo solo una volta alla settimana. Poche ore, concentrate. Quanto scriviamo? Dipende, alle volte anche sette/otto cartelle di word, arial corpo 12. Sono parecchie battute, ma non le ho mai contate. Non ne capisco il senso. Mi piacerebbe avere una stanza con una bella vista, una bella scrivania e nessuno che venga a interrompere il flusso creativo? Sì. A chi non piacerebbe? Ma la scrittura non ha regole. Stephen King dice di dedicare almeno otto ore al giorno alla scrittura e c’è ancora chi è convinto che non possa aver scritto lui tutti i suoi libri. Datemi otto ore al giorno di scrittura, salvo riposi settimanali, e la quantità è assicurata. Sulla qualità lascio ad altri il giudizio ma non amo l’idea di scrivere usando semplicemente il mestiere piuttosto che l’ispirazione. Per mestiere intendo la capacità di scrivere qualcosa di corretto e apprezzabile su qualsiasi argomento e in qualsiasi momento. La vituperata professione giornalistica questo richiede e questo insegna. Ma amare una storia, sentirla dentro è altro. È come una storia d’amore e di passione. È trovarsi in fila alla cassa del supermercato e pensare a come sviluppare una scena. È essere a lavoro e aver bisogno di appuntarsi un’idea. È aspettare il giorno, l’ora e l’occasione per avere davanti una tastiera e scrivere come se ne andasse della propria vita. Non vi sto parlando di sofferenza, sia chiaro. Sto parlando di gioia, di realizzazione. Di rubare ore e minuti. Di sentirsi in colpa per tutto ciò che si trascura. E fregarsene. Un tavolo, una sedia, un computer, un tablet, un quaderno, una penna, perfino una fermata d’auto o un sedile in treno. La conosciamo tutti la storia della Rowling che matura l’idea di Harry Potter in treno e scrive il primo volume seduta al tavolino di un bar di Edimburgo. Non le è servito un posto preciso. Le è servito l’amore per una storia che ha lasciato il segno nella narrativa mondiale. Se avete un’idea, sviluppatela. Se avete una storia, scrivetela. Dove potete, quando potete, come potete. Va bene tutto, se è vero amore. Avremo modo di parlare, in una delle prossime NON lezioni, del farsi dettare generi, argomenti e storie dal mercato. Lo fanno in tanti e in tante, inseguendo vampiri, frustini sadomaso, maghetti, templari, biblioteche maledette e Bridget Jones a caccia di marito. Funziona? Forse, ma propenderei per il no, perché con i tempi dell’editoria si arriva sempre a epidemia esaurita. Darsi una disciplina nello scrivere, mettersi alla tastiera per la dose quotidiana di battute, purché sia… Non lo so, in tutta sincerità credo di avere una visione fin troppo poetica dello scrivere. Mi viene da pensare che puoi anche frequentare Hogwarts (lo avete letto Harry Potter, vero?), ma se non hai il quid nessuna bacchetta magica, nessuna regoletta, nessuna seduta forzata potrà donarti la magia di una storia che scaturisce impetuosa e non ti lascia neanche il tempo di respirare. E, occhio, non sto dicendo che se la storia vi ha catturati e costretti a buttar giù migliaia di cartelle sia valida e pronta per la pubblicazione. Ma è la vostra storia. Voleva voi. E voi avete trovato il posto, il modo e il tempo per prestarle ascolto.