mercoledì 6 dicembre 2017

Doccia bollente #3 Il giallo non ti dona


C’è una Itaca dentro di me, un luogo nel quale è prevista l’arte della “pacienza”.
Mia nonna diceva che farsi il sangue amaro provoca malattie e che la bile nervosa rovina la pelle e la fa diventare gialla.
Una volta a settimana la signora Giuseppina passava a casa della nonna per fare due chiacchiere. La nonna si metteva comoda sulla poltrona, tirava un respiro profondo, socchiudeva leggermente gli occhi, incrociava le mani sulle gambe e si apprestava ad ascoltare quella donna sempre nervosa, “arraggiata”, piena di livore.
Quando andava via, nonna la salutava sempre allo stesso modo: “un poco di pacienza, Giuseppi’”.
Subito dopo, si attaccava al telefono e mi chiamava.
Non diceva mai “pronto, sono la nonna” ma rideva appena tiravo su la cornetta e dopo aver fatto scorrere qualche minuto in cui anche io, senza ben sapere perché ridevo con lei, alla fine diceva “è passata la gialluta”.
Negli anni della crescita ho sempre tenuto a mente le parole di mia nonna e, a parte le arrabbiature tipiche della vita di tutti, ho sempre cercato di tenere a bada esplosioni di altra natura. Il timore che la pelle mi diventasse gialla e mi ammalassi mi ha sempre frenata.
Poi è accaduto che la scorso mese io sia andata a Milano.
Avevo una tale voglia di rivedere la città, di respirare aria di eventi e mostre e perdermi nel caos e nel rumore.
Soprattutto, avevo un entusiasmo a mille per un lavoro che ho preparato con cura maniacale nell’ultimo anno e mezzo della mia vita, un lavoro che ha assorbito buona parte delle mie energie, della mia concentrazione, del mio respiro.
Ero felice di poter finalmente tenere una relazione su quanto svolto, di spiegare i miei perché, i ragionamenti operati per arrivare a determinate conclusioni.
Avrò ripetuto i punti della mia relazione milioni di volte, li ho fissati sul mio quaderno rosso con i fogli a quadretti, un quaderno a cui tengo molto e sulla cui copertina c’è scritto “scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”.
Durante il viaggio in treno ho riletto i miei appunti, aggiunto qualcosa e sottolineato con un evidenziatore ciò che mi sembrava più importante da dire e, possibilmente, con voce marcata.
Ero contenta perché per la prima volta, dopo anni complessi per la mia vita, sarei tornata dinanzi a un consesso di professori universitari e senza timore alcuno avrei raccontato di un lavoro svolto nel minimo dettaglio, certa dentro di me che essere stata una pessima studentessa universitaria non avrebbe minimamente inciso sulla qualità del mio lavoro.
Ero certa, certissima che sarebbe andata così. Ero assolutamente convinta che il non essermi mai laureata, l’essere passata attraverso tempeste indicibili per via di questa laurea mancata non avrebbe minimamente inciso sul mio lavoro.
Sono salita all’ottavo piano di un bel palazzo in centro e sono stata accolta da un’aria rigorosa, tipica degli ambienti universitari.
Mi hanno fatto accomodare in un salone immenso, a un tavolo ovale che sarà stato lungo dieci metri e profondo altrettanto, con tutte poltrone in pelle molto distanti l’una dall’altra, acqua e bibite nel centro del tavolo che per prenderle mi sarei dovuta arrampicare, e un microfono che è stato posizionato proprio all’altezza della mia bocca.
Nonostante il formalismo e la speranza di non aver bisogno di bere, ero tranquilla e non vedevo l’ora di iniziare.
E’ arrivato anche l’altro relatore, accompagnato da un codazzo di collaboratori, ci siamo presentati e ciascuno si è seduto al proprio posto.
Aveva una faccia simpatica l’altro relatore e, nonostante sapessi che avremmo parlato di tesi diametralmente opposte, gli ho stretto la mano con fiducia, come sono solita fare sempre con chiunque.
Per quanto io sia molto meno formale nella vita e nel lavoro, ho accettato di buon grado quella situazione di estrema e pesante serietà, anche curiosa di sapere come avrei reagito a una circostanza tanto lontana dal mio essere e dalle mie corde.
Mancava ormai poco all’inizio delle relazioni, attendevamo solo l’arrivo di un professore che aveva comunicato un ritardo per via degli esami che stava tenendo alla Cattolica, quando ho volto lo sguardo verso l’altro relatore e mi sono accorta che rideva insieme al suo codazzo.
Non rideva a voce alta e, del resto, pur se avesse alzato il tono della risata non sarebbe stato percepibile a tutte le altre persone sedute intorno al tavolo, tanta la distanza fra le poltrone!
Eppure rideva. Guardava sul suo telefono e rideva. E mostrava il suo telefono al codazzo che, guardandomi, rideva con lui.
Ho percepito chiaramente ciò che ha detto. Ha detto “sapete chi è questa?” e ha continuato a ridere.
Ora, io lo so chi sono.
So che sono stata una che nella vita ha commesso un errore grande come una casa. Grandissimo. So che non vado fiera del mio errore e che se potessi tornare indietro è altamente probabile che non lo ricommetterei. So che ho lavorato molto sul mio errore, cercando di capire perché per tanti anni io sia rimasta infilata in una situazione che oggi appare incredibile anche a me, nonostante io abbia trovato tutte le risposte che ho a lungo cercato. So che ho scalato una montagna altissima per imparare a sostare di nuovo su una piana. So che non mi sono mai arresa e che ho accettato tutte le conseguenze del mio errore senza mai neppure tentare di difendermi tanto ero indifendibile. So che non mi sono mai deresponsabilizzata ma che, anzi, ho volutamente affrontato le mie colpe, svelando a tutti il mio errore. So che ho dovuto recuperare il terreno sotto i piedi, so che ci sono stati tempi in cui la mia caduta è stata così forte, impetuosa e rovinosa da farmi capire che cosa vuol dire essere un verme. So che ho pervicacemente voluto non restare per terra a fare il verme, anche se la tentazione di scavarmi una buca e ficcarmici dentro in certi momenti mi sembrava l’unica via d’uscita. So che posso camminare con la testa finalmente alta dopo tempi in cui ho camminato solo con la testa bassa infossata fra le spalle aggrovigliate. So che mi sono state concesse opportunità di lavoro che potevano essere concesse a qualcuno che la laurea l’ha conseguita e che sono state concesse a me dopo aver superato duri colloqui e dato dimostrazioni pratiche del mio valore. So che non lavoro per enti pubblici e manco potrei e che, dunque, nell’ambito della propria autonomia privata ciascuno sceglie chi vuole. So che sono brava e me lo dico da sola, perché ho imparato finalmente a dirmelo in maniera sana.
Io so chi sono!
Ma chi sono lo sapeva pure l’altro relatore col suo codazzo. E so anche che, nell’esatto momento in cui ho capito che quelle risate stavano per delegittimare la mia presenza in quel luogo in cui i 110 e lode vibravano sferzanti e sfregianti in tutta la stanza facendomi sentire il verme che ho scelto di non essere, mi è stata data la parola, acceso il microfono e chiesto di cominciare.
Ho balbettato per la prima mezz’ora, ho dimenticato tutto quello che avevo scritto, tutte le parole che avevo evidenziato, non ho detto una sola frase di senso compiuto. Avevo il vuoto nella testa. Sentivo solo un groppo alla gola che non era pianto, era l’arraggia della gialluta. Sentivo che quel groppo saliva sempre di più, che impediva alla mia relazione di fluire e che avrebbe solo voluto dire mille male parole, lasciare fuoriuscire la mia indole napoletana, l’esagerazione dei vicoli e del Vesuvio accompagnata da gesti e anche qualche schizzo di saliva impastata agli angoli della bocca.
Sono rimasta balbettante per mezz’ora mentre desideravo solo sbattere tutto per l’aria, strattonare qualcuno, arrampicarmi sul tavolo e scaraventare quelle bottiglie d’acqua giusto al centro di quella faccia che rideva.
Non lo so come ho terminato la relazione, non sono stata brillante, lo so da me, non sono stata fluida come volevo ma ho portato a termine il mio lavoro con una fatica enorme.
Ho ascoltato appena quello che diceva l’altro relatore fra il consenso del suo codazzo, cenni della testa a dire “certo, certo, è così”, “bravo, superlativo”.
Appena ho potuto, ho chiesto al consesso universitario se potevo allontanarmi visto che eravamo sul finire e ho inventato la scusa di un treno da prendere.
Mi hanno gentilmente detto di sì e mi sono alzata facendo un saluto generale e frettoloso.
È per arrivare alla via d’uscita sono passata alle spalle dell’altro relatore. Mi sono chinata verso il suo orecchio e gli ho sussurrato “ti aspetto fuori”.
Lui mi ha sorriso e ha detto “vengo subito”.
Più visto.
Ho fatto una corsa fino alla stazione centrale, nonostante avessi il treno il giorno dopo. Ho cambiato il mio biglietto e senza manco pensare sono salita sul primo vagone che mi si è parato davanti, percorrendo tutto il treno dall’interno per arrivare alla mia carrozza.
Appena arrivata a casa, mi sono spogliata, ho infilato un paio di scarpe da ginnastica e sono andata a correre. Mi sono fermata nei pressi di un albero e ho urlato come mai in vita mia. Era un urlo da troppo tempo soffocato ed è uscito fuori senza che forzassi. Non so se l’hanno sentito anche le case lontane, ma certo l’ho sentito io.
Quanto era brutto, mamma mia!
Sono tornata a casa lentamente, senza correre.
Sono entrata in bagno per farmi una doccia e, guardandomi allo specchio, ho visti che ero diventata “gialluta”.
Mi sono lavata la faccia prima ancora di entrare nella doccia e respirando mi sono detta “porta pacienza, il giallo non ti dona”.