mercoledì 13 dicembre 2017

Doccia bollente #5 La grande guerra di Giovanni


Giovanni era un bel giovanotto di 23 anni in quella primavera del 1915. I venti di guerra avevano iniziato a spazzare l’Europa già da qualche tempo, ma per lui, troppo occupato con il lavoro e le ragazze, la cosa non aveva grande importanza. Con l’arrivo della bella stagione, quando staccava dal cantiere alle quattro del pomeriggio, andava a farsi un bagno agli scogli davanti al Miramare di Formia. Per questo era sempre abbronzato, il corpo asciutto, i muscoli tirati dalle ore passate con “cucchiara e callarella” (in italiano sarebbero la cazzuola ed il relativo secchio per l’impasto della calce). E le ragazze impazzivano per lui, fino a procurargli il nomignolo di “Giovannino femminella”, del quale si vantava con il maschio orgoglio imperante a quei tempi.
Nell’estate di quell’anno, dopo pochi mesi dall’entrata in guerra dell’Italia, si trovò vestito da Servitore della Patria e spedito in treno al Nord, sulle montagne dell’Adamello. Giovanni non poteva fare a meno di pensare alla sua Formia, alla famiglia che aveva lasciato, a Emilia. Così, quando non era impegnato al fronte, faceva delle lunghe passeggiate in montagna, ricordandosi di quando saliva fino alla Cima del Redentore, ad ammirare il panorama del Golfo di Gaeta, giù fino a Ischia e Capri.
I mesi passavano e con essi la noia della guerra, gli assalti, il freddo, le notti bianche in trincea con le cannonate come unico insopportabile refrain. La lontananza da casa era pesante, così una sera decise di offrirsi volontario, in cambio di una settimana di licenza, viaggio compreso. Partirono con lui un centinaio di ragazzi, tra ufficiali e truppa, per sminare un terreno ad un centinaio di metri dalla loro trincea. Fucile in spalla e ventre a terra nel fango gelato. La giubba si inzuppò subito, rendendo i movimenti pesanti e difficili, come quando si nuota vestiti. Il respiro era corto, per la paura e il freddo. Avrebbero dovuto cercare le mine “a vista”, nel buio quasi totale, approfittando solo dei lampi delle cannonate che davano un pur minimo riferimento.
Un’esplosione, un lampo di luce, una colonna di terra che si alza a breve distanza da lui. E poi una fitta improvvisa al fianco destro e, in bocca, il sapore ferroso del sangue. Iniziò a tossire, a cercare di riempire i polmoni d’aria, ma non era possibile, non ci riusciva. Non se ne era accorto, ma in quel momento aveva gridato così forte, che, dalla trincea, erano subito partiti gli infermieri con le barelle, sfidando i colpi di mitragliatrice e le mine. Lo caricarono alla meno peggio e lo portarono al riparo, mentre Giovanni continuava a tossire sangue e a bestemmiare. Lo caricarono su un camion insieme ad altri dieci ragazzi, tutti feriti come lui. Furono gli unici a  tornare da quella missione.
L’ospedale non era altro che una grossa tenda, riscaldata a malapena, con accanto un’altra tenda: la sala operatoria. L’andirivieni di barelle era quasi frenetico e l’aria era fetida di disinfettante, sangue e morte in generale. Lo scaricarono letteralmente su una branda e di lì a poco venne operato. Un scheggia aveva perforato un polmone, gli tolsero una costola ed il pezzo di polmone inservibile.
Si risvegliò nel delirio della febbre e dell’anestesia. Con la nausea e la testa che gli girava per il sangue che aveva lasciato sul fronte e sul tavolo operatorio. Fu allora che si accorse che una caritatevole suorina passava tra i malati, racimolando quel che poteva tra le loro povere cose. A chi prendeva un orologio, a chi qualche spicciolo, a chi la fede nuziale. Giovanni, che era felicemente ateo e bestemmiatore convinto, iniziò a tenere d’occhio la santa donna. Quando si avvicinò al suo letto, Giovanni fece finta di dormire. La sentì esclamare con voce misericordiosa:
<<Questo non passa la notte.>>
Nel dire così si avvicinò alla mensola dove erano stati messi i suoi effetti personali ed allungò la manina verso l’orologio. A quel punto Giovanni prese lo scarpone dall’altro lato del letto e la colpì con tutta la forza che gli era rimasta, stampandole la suola di legno chiodato in pieno viso. La suora cominciò a sanguinare copiosamente e lui continuò a colpirla senza pietà, fino a farla svenire con il naso rotto e qualche dente in meno.

Giovanni è seduto su una sedia, dietro una finestra. E guarda il mare. Il Suo Mare. Si protegge gli occhi con gli occhiali scuri e racconta questa storia ai suoi nipoti.
<<Non vi fidate mai delle suore, so’ malamente.>>