venerdì 2 marzo 2018

#ilmioincubopeggiore il mostro di sempre


Perché sto scappando? Qualcuno mi insegue: il mostro è sempre quello di tutti gli altri sogni. Un po’ It, un po’ Dissennatore. Poi dicono che leggere fa bene.
Questa volta però c’è qualcosa di diverso: non sono sola, ho mia figlia in braccio. Vorrei avere la fascia, o il marsupio, o qualsiasi cosa che mi permetta di reggerla senza fare fatica. È piccola ma mi sembra pesantissima. E ho paura di cadere su questo terreno pietroso e molle che sembra risucchiarmi.
Intanto il nemico si avvicina.
Entro in un’enorme struttura: acciaio, vetro. A metà tra un aeroporto, una stazione e Palazzo Nuovo, quell’orrore di Università dove ho passato troppo tempo.
C’è gente, tantissima gente. Se c’è anche mio marito non lo vedo.
Corro verso le scale. Ma non capisco dove portano, sembrano inaccessibili.
La parte conscia di me si dice che sembra uno di quei casinò di Las Vegas, pieno di luci e musichine, ma senza una via d’uscita. Fatale per i proprio nervi, le proprie gambe e le proprie tasche. 
Poi vedo gli ascensori. Stringo mia figlia a me e cerco di prendere al volo l’ascensore che sta per chiudersi ma non faccio a tempo.
C’è un ragazzo, alto, imponente, che mi dice di non preoccuparmi, che c’è un montacarichi.
Il montacarichi consiste in una pedana traballante e senza appoggi che scorre su una serie di fili d’acciaio. In due (tre, se conto mia figlia) non ci stiamo quasi. Per non cadere di sotto devo tenermi con entrambe le mani. Con orrore mi accorgo che ormai siamo troppo in alto per scendere. Il ragazzo spingendomi verso il bordo mi dice di non preoccuparmi: siamo quasi arrivati. Sembra non accorgersi che non ci stiamo.
Ma io non ce la faccio a tenermi in equilibrio. Se non voglio cadere devo tenermi con entrambe le mani: o cade mia figlia, o cadiamo entrambe.
La pedana mi dà uno scossone. Mia figlia precipita nel vuoto.
Improvvisamente non sono più su una pedana, ma su scale che scendono a spirale. Guardo giù, nella tromba delle scale. C’è mio marito con mia figlia in braccio e guarda verso di me. I suoi occhi sono taglienti dalla rabbia, scuote il corpo di mia figlia, inerte, e urla.
“Perché l’hai lasciata cadere?”
So come mettere fine a tutto questo.
Mi sporgo dal mancorrente.
Mi sveglio.