domenica 20 maggio 2012

Soggettiva di ZG: La seconda mezzanotte, di Antonio Scurati

"L'odio razziale non si nutre di disprezzo ma d'inconfessabile venerazione [...] La ferocia sterminatrice è invece sintomo inequivocabile di un complesso d'inferiorità [...] C'è bisogno di una collezione di perfezioni per scatenare stragi a cuor leggero. Un istante prima sono superumani, un istante dopo subumani. L'importante è che non si adagino mai sulla linea di galleggiamento di una possibile parentela con la gente comune."


Questo brano è la parte migliore, il reale significato di questo romanzo di Scurati. Poche righe a fronte di 343 pagine di compiaciuta e barocca estetica del decadimento. Siamo dalle parti della distopia, quella cupa alla Cormac McCarthy ma in chiave nostrana. Anno 2090, circa. Venezia è stata sommersa da un'onda. Il clima è mutato. A Natale il caldo si taglia col coltello, mentre tutti i giorni dell'anno sotto la cupola che custodisce Piazza San Marco a essere tagliati col coltello, massacrati, stuprati, sventrati, mutilati, squartati (potrei continuare ancora a lungo) sono gli sfortunati abitanti della città lagunare. Perché i cinesi (e poi dite che dovremmo sforzarci di capirli e integrarli) sono diventati i padroni di gran parte del mondo. O di ciò che ne resta. E mentre cinenotiziari mostrano a getto continuo le apocalissi in corso nei cinque continenti (o in ciò che ne resta, Scurati ci tiene a ricordarcelo), i veneziani superstiti si vendono, si prostituiscono, scendono nell'arena, si battono e muoiono per compiacere i nuovi padroni dalla pelle gialla e dalla crudeltà ottusa. Venezia, anzi, Nova Venezia, è un parco di divertimenti per turisti danarosi, annoiati, disperati. Il divertimento non è tale se non crea sofferenza. Le donne sono prede, i rapporti sessuali sono stupri mirati all'omicidio. I gladiatori sono morti che camminano. Il tempo è quello di un medioevo prossimo venturo. I cinesi sono crudeli, stupidi, con un enorme complesso di inferiorità che li spinge a continui interventi chirurgici per abolire le loro caratteristiche di razza. Ma, ci racconta Scurati, nonostante questo restano brutti, piccoli e cattivi. In compenso sono poco dotati sessualmente e quindi godono nel cedere le loro donne ai gladiatori che trionfano nell'arena. Bestioni che pesano tutti cento chili, Scurati è preciso in proposito, e che sono sessualmente proporzionati al peso. E anche questo è ben sottolineato. C'è un gladiatore ribelle, Spartaco (ça va sans dir). C'è un gladiatore capo, il Maestro, che tra uno stupro e l'altro concepisce una bambina. Non dovrebbe, ma si è espiantato l'anticoncezionale sottocutaneo. La piccola potrebbe rappresentare la rinascita del genere umano (occhio, fa un caldo della malora, ma siamo pur sempre dalle parti del 25 dicembre). Ma anche no. Il lieto fine sarebbe banale. Il finale aperto fa fico. E Scurati ci tiene ad apparire fico. Ogni singolo vocabolo, da ipospadico a infecondo prolasso addominale, mira a ricordarci che l'autore è fico, usa vocaboli fichi e ci degna, nella sua ficaggine, di promanare erudizione così come i corpi dei gladiatori promanano turgidi afrori. Penultima cosa: la descrizione di come è ridotta Venezia fa veramente male al cuore. Ultima cosa: ma tradurlo in cinese e vedere come la prendono, no?
ZG