martedì 8 maggio 2012

Oggi su "La Sesia": Dissero no in 69



L’Unità d’Italia ha compiuto 151 anni. Numero meno importante di quello bello  tondo dello scorso anno. Ma è passato troppo poco tempo dal quel 17 marzo per non ricordare il coro di polemiche che ha accompagnato una ricorrenza che doveva unire e invece ha diviso. Da nord a sud è stato un coro di voci dissonanti, di distinguo, di ma e di però. Tutti a scoprire che Franceschi e Ferdinandi assortiti furono fulgidi esempi di sovrani illuminati che, se lasciati in pace da lestofanti quali Mazzini, Garibaldi e Cavour, avrebbero portato i rispettivi regni alla pace, alla prosperità, alla giustizia. Ci hanno informato che senza la spedizione dei Mille del mercenario Giuseppe Garibaldi, non sarebbe esistiti brigantaggio e mafia. E che quell’intrigante di Giuseppe Mazzini ha impedito che il Lombardo Veneto fosse oggi perfettamente bilingue, pulito e ordinato, con un PIL invidiabile e ben lungi da tangentopoli, calciopoli, affittopoli e Milano da bere assortite. Ovviamente questo accadeva prima che si scoprisse che quelli che gridavano contro l’Italia unita e contro Roma ladrona erano i primi ad attingere a piene mani nelle sempre più povere tasche degli italiani. Ma questa è un’altra storia. Perché succede che un bel giorno di inizio maggio vi ritroviate in una Venezia congestionata di turisti. La fila per ammirare il profluvio di ori dei mosaici di San Marco è disarmante. Così vi infilate tra i tesori senza tempo del Palazzo Ducale. Un’ora e mezza a testa in su, mettendo a dura prova la cervicale. È la potenza della Serenissima che vi si dispiega davanti. Una teoria infinita di ritratti di dogi. Uomini che presero una piccola città su palafitte e la portarono a dominare il mondo. Se non con il potere militare, col commercio, con la cultura, con la bellezza. E mentre vi si dispiegano davanti le pennellate immortali del Tiepolo, del Tintoretto, di Tiziano, potrebbe sorgervi il dubbio che tutte quelle voci contro l’Italia unita non fossero nel torto. Dov’è finita quella sapienza. Che ne è stato di quella maestria. La potenza che rese possibile realizzare il miracolo della Sala del Maggior Consiglio, 54 metri di lunghezza per 25 di larghezza per quasi 16 di altezza senza neanche una colonna a sostenerne l’immane soffitto, dov’è oggi? E quando il dubbio sembra prendere piede, in un corridoio tutto sommato anonimo alzate gli occhi e la vedete. È una lapide di marmo scuro con lettere dorate. Lettere e numeri. Dice che votarono sì 641.758 veneziani, 273 si astennero, solo 69 dissero no. Era l’ottobre 1866 e Venezia poteva finalmente esprimere il proprio voto. C’erano volute guerre, c’erano voluti morti, c’erano voluti eroi. Ma alla domanda se volevano far parte dell’Italia unita gridarono un sì che echeggia ancora. Lì, sotto gli occhi di tutti, nel centro stesso della Serenissima. Nella culla di coloro che dileggiarono il Tricolore affisso alla finestra dalla veneziana Lucia Massarotto.

Laura Costantini