venerdì 5 gennaio 2018

Doccia bollente #7 Nel buio

Era tremendamente tardi e Francesco Corsi aveva le palpebre pesanti nonostante l’adrenalina circolasse ancora a torturargli il cervello. Ore surreali si erano inseguite a cascata, scandite dalle sirene: quella della sua macchina all’impatto, poi la polizia, l’ambulanza e anche in pronto soccorso… e dire che aveva desiderato solo tornare a casa, al caldo, per stiracchiare i muscoli sotto le coperte. Ma non era stata la stanchezza; era ben sveglio quando quella, che giurava fosse una donna, gli era apparsa davanti al cofano per poi schizzargli sul vetro. L’aveva vista protesa verso qualcosa, in direzione del bosco che svettava a bordo strada. Ne ricordava i contorni rigidi del viso, riempiti da grandi occhi scuri, fin troppo, simili a due buchi neri, e gli sembrò che stesse ringhiando. Ricordava la canzone alla radio –  The dark side of the moon – e il cellulare che vibrava a vuoto sul sedile del passeggero, con il nome di Marta che lampeggiava chiedendogli quando si sarebbe sbrigato a tornare. Poi la frenata, un botto terribile e la cintura di sicurezza che, togliendogli il fiato, gli aveva annebbiato i sensi. Istanti? Minuti? Non sapeva dirlo. In preda al panico, era sceso aspettandosi di trovare la donna scaraventata chissà dove, incosciente e sanguinante, non di certo un uomo sporco, peloso e mezzo nudo che rantolava nel suo vomito. Aveva chiamato i soccorsi e, nell’attesa dilatata dall’angoscia, aveva continuato a guardarsi intorno, mentre gli ultimi bagliori di tramonto si perdevano dietro le colline lasciando spazio alla nebbia. Nessuna luce, nemmeno in lontananza, nessuno che passasse, un deserto buio rotto dall’antifurto che continuava a urlare disperato.
E il rumore continuò  a trapanargli la mente per ore, anche mentre veniva interrogato dagli agenti e quando i medici gli assicurarono che l’unica ferita trovata sull’uomo non poteva essere imputata a lui, che quell’uomo non era mai stato investito o, per lo meno, non quel giorno.
Furono rumorosi anche quando, con una pacca sulla spalla, lo rimandarono a casa; sembrava quasi che avessero fretta di toglierselo di torno.
Tentò di insistere – Su quella strada c’è una donna ferita! Potrebbe morire… potrebbe essere già morta! Perché non volete credermi? – ma di rimando ebbe solo sbuffi impazienti di sanitari e poliziotti con un’espressione ebete che aveva del soprannaturale.
- Ma quale donna? Sarà stato un cinghiale. Lo shock fa brutti scherzi, signore, sono solo fantasie, allucinazioni. Si riposi e vedrà che passeranno – dicevano – Lei è un eroe, signor Corsi e il tizio è stato fortunato, se l’è scampata per un pelo! Ora si rilassi! –
Rilassarsi? Erano proprio dei coglioni! Come poteva rilassarsi? Chi avrebbe potuto riuscirci?
Invece, una volta fuori dall’ospedale, sentì la mente spegnersi con un click e la stanchezza invaderlo, come se qualcuno si fosse impadronito della sua coscienza facendola zittire.
La macchina era distrutta ma la distanza che lo separava dal suo appartamento era accettabile; con un inaspettato senso di leggerezza, preferì evitare il taxi e andare a piedi per  respirare a fondo l’aria della notte e tentare di tornare, passo dopo passo, alla realtà. Forse il colpo o la paura l’avevano davvero stordito e gli occhi ingannato. La testa ora era più leggera, vuota, e a metà strada si era quasi convinto che la priorità non fosse chi o cosa avesse investito ma spiegare a Marta che la sua cara Pandina non aveva altro futuro se non la rottamazione.
L’aria, però, era davvero troppo fredda e pareva diventarlo sempre di più a ogni metro, come un alito ghiacciato sulla nuca e poi… la sensazione di essere osservato. 
Si rese conto di averla sempre avuta; più blanda, latente, mascherata dai rumori, ma lì, presente, e il suo sesto senso l’aveva avvertita per tutta la sera. Tentò di allontanare questi nuovi pensieri alzando il bavero del cappotto e allungando il passo ma, di sicuro, non avrebbe dimenticato quel giorno: non un fatto o una persona che avessero seguito un senso logico, forse era quello a dargli i brividi. Da buon ingegnere era abituato a un mondo matematico, ma gli stava impazzendo sotto gli occhi e si sarebbe sentito matto anche lui se, arrivato a casa, avesse seguito il suo primo istinto, ovvero scappare.
L’aria fredda sembrava provenire proprio da lì. Afferrò la maniglia ma le sue mani erano scosse da spasmi di incertezza che gli impedivano di girarla. Quindi respirò a fondo e chiuse gli occhi.
– Francesco, non essere stupido – si disse – Ora ti calmi, ti dai una mossa ed entri. Ti prepari una bella tazza di tè e a Marta ci penserai poi.  Tanto a quest’ora starà dormendo e, se non fai casino, si incazzerà domani a colazione come al solito. È fatta così, la conosci. – e per una volta ne fu contento.
Finalmente aprì la porta.
Compiaciuto dal calore che lo avvolse, prese a ridacchiare di se stesso; si era proprio comportato come un bambino che ha paura dell’orco cattivo. – Stupide fantasie! –
Abbandonò le scarpe sullo zerbino e, senza accendere le luci, si lasciò guidare dalle mani, lungo il muro, fino alla cucina dove trovò la teiera e la mise sul fuoco.
Bastarono pochi minuti. Con la tazza bollente a coccolarlo e un risolino isterico scaricò definitivamente la tensione e si sentì pronto ad andare a dormire.
Nella stanza, deboli raggi di luna filtravano attraverso le tapparelle lasciando intuire appena il profilo di Marta sotto le coperte. Era una donna ancora molto bella, nonostante i segni dell’età che le cesellavano delicatamente il viso; le davano fascino e l’avrebbero potuta rendere amabile se l’età stessa non gli avesse indurito il cuore. Si tolse i vestiti facendoli scivolare a terra e, per evitare di far rumore, non tentò nemmeno di cercare il pigiama; si infilò così com’era nel letto.
Chiuse gli occhi sperando di addormentarsi ma un odore sgradevole aleggiava nella stanza. Ma che diavolo si è messa addosso? Puzza da morire! pensò voltandosi a dare le spalle alla moglie, ma una mano prese a scivolare lungo il suo fianco. Cavolo, l’ho svegliata! Adesso parte con la lagna e non si dorme più.
Immaginò che sarebbe stato meglio giocare in attacco.
– Oggi è stato un vero incubo, una giornata priva di senso, assolutamente snervante. Non ce la faccio più! Lasciami stare! Ne parliamo domani. –
Ma a tuonargli accanto fu una voce rauca che non poteva essere quella di Marta.
– Invece ne parliamo adesso! Hai lasciato che il mio nemico, il lupo, sopravvivesse e questa è la mia vendetta! –
Francesco Corsi si girò di scatto perdendosi nei due occhi, scuri come buchi neri, che lo stavano fissando. Un urlo disperato si spense prima che potesse raggiungere la gola e la sua anima scivolò via, risucchiata in un vortice buio; inghiottita e persa per sempre mentre la furia stridula della banshee riecheggiava nella notte, tra i palazzi, per le strade, e poi giù fino al bosco dove la donna scomparve tra le maglie della nebbia.
Al mattino il signor Corsi fu trovano seduto sul letto, con lo sguardo vuoto, a dondolarsi davanti al corpo della moglie inchiodato alla parete.
– È pazzo! – fu la sentenza quando serrarono la porta della cella per non riaprirla mai più.