martedì 2 gennaio 2018

Doccia bollente #6 La gita

Bella era bella.
Era minuscola e perfetta. Faceva seconda liceo. Rideva tanto, ascoltava musica celtica, quando ancora non era di moda, andava a teatro e camminava in montagna come un alpino.
In un anno l’aveva vista con la gonna due o tre volte, non di più. Aveva otto di latino e greco e faceva schifo di matematica, ma era intelligente e un sei a fine anno lo raccattava sempre. E aveva delle tette da urlo.
Sapeva di essere bella? Immaginava di essere desiderata da molti?
Non aveva saputo dirlo allora e non lo sapeva neppure adesso. A volte pareva giocare e invece era seria, unica ragazza, il lunedì, a commentare con perizia i risultati calcistici della domenica. Ne aveva sempre due o tre intorno, pareva sincera quando sosteneva che fossero amici.
Per scoparsela aveva convinto il consiglio di istituto dell’opportunità di portare una quinta ginnasio in gita sulla costiera amalfitana, insieme alle classi del liceo.
Cinque giorni. Gliene erano bastati due.
Venticinque anni, supplenza annuale: italiano, latino, greco, storia e geografica, praticamente il signore assoluto della quinta ginnasio.
Liceo della buona borghesia cittadina, luogo di tradizioni, di ordine costituito, di muffa e un po’ di noia. Si sfilava la giacca al suono della campanella, rimaneva in jeans, t-shirt e gilet di stoffa, l’aria un tantino dandy e scendeva a giocare a pallone in cortile invece di rintanarsi in sala professori.
Faceva dei culi a cappello da prete, infieriva con cinque versioni di castigo per il giorno successivo, ma era un mito: per le ragazzine perché era bello, per i loro compagni perché era un figo.
Era sopportato dal corpo docente e dal preside perché era bravo, preparato ed entusiasta, ma guardato con sospetto.
Portava gli studenti ai cinema d’essai, rendeva rock la tragedia greca, di Catullo leggeva i componimenti audaci, mimava l’assalto al villaggio di Platoon ed era più vicino ai ragazzi della maturità che ai suoi colleghi.
Si trovava in quella terra di mezzo quando si era accorto di lei.
Di tutti gli occhi adoranti che lusingavano la sua prepotente vanità, era stato catturato da quegli sguardi sfuggenti che non volevano dargliela vinta, ma che scappavano al controllo e lo seguivano per i corridoi.
Un quadrimestre a girarsi intorno. A sfiorarsi, per caso, con le gambe nel buio della sala cinematografica. Giulia, la sua fidanzata, seduta a fianco che gli cercava la mano.
Mesi a ridere di una barzelletta, a discutere sull’interpretazione di un frammento di Saffo, a far finta di non sentire i commenti sulla prof di filosofia. Giorni a raccontare a se stesso e a Giulia che era solo l’entusiasmo del giovane insegnante che consegnava troppo spesso le loro serate, i loro dopo teatro, a un gruppo di studenti.
E lui baciava Giulia e la baciava forte, davanti ai ragazzi, fra un sorso di birra e un morso al panino e cercava quegli occhi che lo sfidavano senza mai concedersi e non li trovava. In quei momenti non li trovava mai. C’erano tutti, gli sguardi: quelli ammirati dei ragazzetti brufolosi della sua classe, quelli compiaciuti dei più grandi e quelli invidiosi delle ragazze. Non c’erano i suoi.
Probabilmente sarebbe rimasta una fantasia destinata a svanire con il rintocco della campanella sull’ultimo giorno di scuola se la gita a Sorrento non avesse corso il rischio di saltare.
«Pietro, ci devi salvare. Quella stronza della Fusier…»
La Fusier, collega di matematica, era una zitella acida ed effettivamente era stronza, ma si era sentito in dovere di intervenire.
«Vediamo di non esagerare, eh!»
L’espressione seria comparsa sul suo volto aveva, in parte, quietato l’animo degli insorti.
«Si è tirata indietro, non ci accompagna in gita. La Siri e De Marchi da soli non bastano. Se non troviamo un altro prof disponibile il preside dice che non possiamo partire»
«E dovrei accompagnarvi io?» il sopracciglio sollevato dubbioso non era molto rassicurante.
«Dai cazzo, abbiamo sempre fatto gite da sfigati. Questa è l’ultima prima della maturità, abbiamo organizzato tutto noi, è tutto pronto e approvato. Non ci tradire anche tu»
«Ci devo pensare e comunque è una gita del liceo, io insegno al ginnasio»
«Porta anche i tuoi piccoletti» era stata la soluzione che gli avevano suggerito in coro.
«E che ci vuole, porto anche i piccoletti» si era ripetuto infilandosi in sala professori per prendere i testi di greco.
Lo sapeva. Lo sapeva benissimo e non aveva fatto niente per impedirlo.
La vecchia Siri se ne era accorta. Lo ricordava ancora: sala tv dell’albergo, undici passate, stava guardando la finale del Roland Garros e Siri era entrata irrompendo:
«Cosa ci fate ancora in giro? Tutti in camera, veloci»
«Sono con me»
«In camera anche tu!»

A Minori, i primi di maggio, non è che ci fosse tutta questa folla.
La discoteca, uno stanzone con qualche luce stroboscopica e una saletta con un grande biliardo, la occupavano tutta loro, se si escludeva qualche curioso infiltrato autoctono. Si era fatto convincere e li aveva accompagnati. Siri e De Marchi già dormivano in albergo.
Ai maggiorenni aveva concesso una birra, sui minorenni vigilava che non consumassero alcool, la musica non gli piaceva e si era bevuto un rhum scadente.
Faceva caldo, stava per dare il rompete le righe e tutti a dormire, quando era stato coinvolto in una partita a carambola. Forse era stato un caso o forse no, c’era anche lei.
Come in un film di quart’ordine aveva passato la successiva mezz’ora a mostrarle i rudimenti.
Non facevano neanche più finta che le strusciate, gli sfioramenti, le mani sulle mani per indirizzare la stecca fossero casuali. Aveva un buon profumo e l’avrebbe stesa lì, su quel panno verde, invece si era limitato a metterla seduta, sul bordo del tavolo, dopo averla sollevata per festeggiare un buon colpo e la fine della partita. Poi erano suonati i lenti e si era dimenticato, definitivamente, di essere il professore si era lasciato prendere per mano e condurre in mezzo alla pista.
Non era stato il pensiero di Giulia, ma la precisa sensazione che tutti li stessero fissando che, in un barlume di lucidità, gli aveva impedito di baciarla.
Non gli aveva impedito, però, più tardi, di portarsela in camera.
Era stata sottile, dopo il lento lo aveva lasciato ed era tornata a chiacchierare, ovviamente di lui, con le amiche. Una volta in albergo, però, era rimasta indietro, ultima a salire le scale.
«Coraggio prof, non sei il primo…»
«Se mi chiami ancora prof mi si ammoscia, ritorno in me, e ti spedisco in camera tua»
«Pietro, Pietro» si era affrettata a dire e poi non avevano più parlato un granché.

Il giorno dopo gli dava di nuovo del Lei, lo chiamava prof, ma lo guardava dritto negli occhi.
«Ha visto prof la traduzione del Monti, un manoscritto della prima stesura dell’Iliade»
In contemporanea avevano allungato il capo sulla teca del Museo Nazionale di Napoli e al riparo dagli sguardi altrui si erano sfiorati il dorso della mano, intrecciando le dita per un attimo.
«Cantami, o Diva, del
pelide Achille l'ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei» aveva declamato lei e a lui era sfuggito un sincero: speriamo bene.
Erano stati attenti, una volta rientrati a casa, ma l’atteggiamento di quella notte in discoteca li aveva traditi, tempo qualche settimana qualcuno aveva parlato, così l’ira funesta del preside si era abbattuta, affilata, su di lui. Era forse impazzito? Quello era un liceo rispettabile, i genitori gli affidavano i figli per istruirli, non per sedurli. Era una studentessa e lui un professore. Lo avrebbe volentieri denunciato, ma Irene aveva compiuto diciotto anni da tre mesi e quindi era salvo. Dalla legge, non dal ludibrio e dall’ostracismo.
Aveva provato a difendersi. Non era una sua studentessa e lui non era il suo professore, li separavano solo sette anni, se si fossero incontrati altrove nessuno ci avrebbe visto niente di male. Non l’aveva sedotta, si erano innamorati.
Non c’era stato nulla da fare. Irene non era più tornata a scuola, il padre, un noto avvocato, lo aveva formalmente diffidato dal cercarla e l’aveva spedita all’estero per l’estate. Lui, in qualche modo, aveva concluso l’anno scolastico, aveva perso Giulia, aveva perso Irene e aveva perso il lavoro. Il preside gliel’aveva promesso e in effetti non erano spuntate altre supplenze decenti per l’anno successivo.
L’avevano salvato le sue amate lettere antiche.
Alla Loescher
non interessava un piccolo scandalo cittadino e, grazie alla segnalazione del suo professore dell’università, gli aveva commissionato l’edizione critica del De rerum naturae di Lucrezio.

Quattro anni dopo aveva una cattedra – a contratto - di letteratura latina alla
University of Kent di Canterbury, aveva rimesso in piedi la sua vita e si apprestava al tour de force della sessione estiva.
«Prego si accomodi» stava finendo di compilare il registro, non aveva alzato lo sguardo sullo studente davanti a lui e in automatico aveva detto:
«quarta egloga, sesto verso, inizi a tradurre da lì»
«Cantami o Diva …» Che diamine stava dicendo, ‘sta qua?
«Ho detto quarta egloga, sesto verso. Bucoliche, Virgilio» aveva ripetuto leggermente alterato e aveva sollevato lo sguardo dal registro.
Irene.
«Buongiorno prof» e lui aveva fatto fatica a deglutire.
«Traduca quello che le ho chiesto» aveva ribattuto cercando di mantenere la voce ferma e poi sottovoce, in italiano: cosa diavolo ci fai qui? 
«Ho seguito il consiglio di mio padre, termino gli studi in Inghilterra» gli aveva risposto seria, mentre iniziava a tradurre. L’aveva interrogata per una ventina di minuti e il voto non gliel’aveva certo regalato.
«Ti aspetto al pub qua fuori» gli aveva detto prendendo il libretto dalle sue mani.
«Ne avrò per un po’»
Aveva scosso le spalle e gli aveva sorriso: «Lo so, ho tempo»