lunedì 12 dicembre 2011

Il racconto del lunedi': Dove vanno i palloncini?

Oggi inauguriamo un nuovo appuntamento blogghico: il racconto del lunedi'. E' un modo per farvi leggere, o rileggere, racconti che abbiamo scritto insieme o singolarmente nel corso del tempo. Quello che apre la rassegna e' una favola che scrivemmo per un'iniziativa benefica che conflui' in una bella antologia dal titolo
Buona lettura

“Uffa che caldo! Mi sento tutto molliccio ed è ancora mattina. Chissà quanto tempo ci vorrà prima che qualcuno si accorga di me… Tutta colpa di questo ridicolo papillon! Dove sì è mai visto un Tippete con un fiocco a pallini gialli e verdi intorno al collo? Tappete si che era carina, con quel nastrino rosa tra le orecchie, la bocca a cuoricino e le ciglia lunghe… Normale che sia stata la prima ad andarsene. Ed è stata pure fortunata perché la mamma della bambina ha legato il filo ben stretto intorno al polso, così Tappete non ha corso il rischio di volarsene via, com’è successo a Pigachu…”
“Come sei noioso! A forza di brontolare ti si sono ammosciate le orecchie!”
Una folata di vento scosse il grappolo di palloncini e li fece trovare faccia a faccia.
“Le mie orecchie non sono mosce! Piuttosto pensa alle tue pinne… se un bambino non si sbriga a sceglierti, scoloriranno al sole.”
Il palloncino-delfino si sforzò di scintillare assecondando il movimento del gruppo. C’erano dei bambini in avvicinamento.
“E’ inutile che ti agiti”, disse Tippete, “I delfini sono passati di moda.”
“Mai quanto i conigli, specialmente quelli con un ridicolo papillon a pallini gialli e verdi.”
L’uomo dei palloncini attrasse a sé il grappolo e immerse la grossa mano tra i fili candidi. Tippete strizzò gli occhi sperando di sentirsi sciogliere dal nodo, ma a sfilargli davanti fu la faccia di quell’antipatico di Titti.
“Bye bye ragazzi”, li salutò il palloncino giallo mentre il suo filo veniva affidato alle dita grassocce e sporche di gelato del bambino.
“Non è una bella mossa”, rifletté Tippete seguendolo con lo sguardo. “Ti ricordi cosa è successo a Willy?”
Il palloncino-delfino rabbrividì al suo fianco. Posto che un palloncino possa rabbrividire.
“Non farmici pensare… con tanto cielo a disposizione, andarsi a impigliare ad un ramo di acacia e…puff!”
“Certo, meglio volarsene via”, disse Gatto Silvestro, un po’ triste per la partenza di Titti.
“Si, ma almeno sapessimo dov’è che andiamo a finire… ci pensate? Girovagare in tutto quell’azzurro, senza meta. Fino a quando? Fino a dove?”
Gli occhi scintillanti del palloncino-delfino guardavano il cielo azzurro.
Tippete, invece, guardava altre persone in avvicinamento. C’era una bambina che tirava la mamma verso l’uomo dei palloncini. Le sue grida capricciose riportarono il silenzio nel grappolo e tutti rimasero in attesa della scelta, con il fiato sospeso.
A patto che un palloncino possa tirare il fiato.
“Sceglie me, me lo sento!”, disse speranzoso Gatto Silvestro.
“Senza Titti ti senti perso, eh?”, lo canzonò un palloncino-cuore.
“Lascialo dire”, lo consolò Tippete, “lui vede cuoricini dappertutto.”
La mano dell’uomo dei palloncini era di nuovo nell’intrico dei fili.
“Oh no…”, mormorò il palloncino-delfino sentendosi tirare, “ha scelto me…”
Il filo non voleva saperne di uscire dal nodo.
“Non sei contento?”, cercò di rincuorarlo Tippete. “Noi palloncini siamo fatti per giocare con i bambini…”
Era vero, ma al palloncino-coniglietto con il papillon a pallini gialli e verdi sembrò che lo strattone con cui, infine, l’uomo dei palloncini liberò il delfino, strappasse qualcosa anche nel suo cuore.
Posto che un palloncino abbia un cuore.
La bambina capricciosa prese il filo dalle mani dell’uomo e cominciò a scuotere il palloncino-delfino che lanciava barbagli argentei sotto i raggi del sole.
“Non così”, cercò di gridare Tippete. “Così gli fai male!”
Ma la bambina non poteva sentire la sua voce, tanto meno poteva accorgersi degli sguardi impauriti del grappolo di palloncini mentre continuava a sbatacchiare il suo nuovo giocattolo.
“Sta’ attenta”, urlò Gatto Silvestro alla bambina capricciosa mentre l’acacia, la stessa dove si era sgonfiato Willy, protendeva i suoi rami spinosi ghignando.
“Ho il mal di mare…”, si lamentò il delfino continuando a ballonzolare in cima al filo.
“Non puoi”, disse Tippete mentre la bambina si allontanava saltellando, “sei un delfino.”
Il puntuto muso argenteo si mosse per dire che no, non era un vero delfino, ma solo un palloncino di plastica impaurito…
Stunk!
“Oh no! Il filo si è rotto!”
Il delfino sembrò volgersi a quel grido disperato mentre la brezza lo trasportava in alto, seguito dalle lacrime stizzite della piccola.
Al grappolo di palloncini non restò che guardarlo diventare sempre più piccolo fino a confondersi con i raggi del sole.

Ci pensate? Girovagare in tutto quell’azzurro, senza meta. Fino a quando? Fino a dove?
Tippete non riusciva a darsi pace. Nel chiuso del magazzino dell’uomo dei palloncini, quelle parole continuavano a risuonargli nella testa già piena di elio.
Posto che un palloncino abbia una testa.
Mentre tutti i suoi compagni dormivano coricati contro il soffitto, lui continuava a spiare la luce della luna e a chiedersi dov’era il suo amico, se aveva paura, se anche volando tanto in alto si potevano trovare rami spinosi e malvagi.
“Neanche tu riesci a dormire?”
Quella vocina squittente lo costrinse a sgomitare, posto che un palloncino abbia i gomiti, per guardare in basso, dove incrociò gli occhietti luccicanti di un topolino bianco.
“Neanche tu dormiresti se il tuo migliore amico fosse volato in cielo.”
“E’ morto?”
Tippete ebbe uno scarto.
“Certo che no, i palloncini non muoiono… credo.”
“Tutti muoiono, l’ha detto la mamma.”
“La mamma dice pure che devi dormire. Lasciami pensare.”
Il topolino tacque ma zampettò lontano dai suoi fratellini addormentati e si arrampicò su una cassa di pacchetti di semi di zucca.
“Pensare a cosa?”, chiese quando gli fu più vicino.
“A dove vanno a finire i palloncini. Se lo scoprissi, potrei raggiungere il mio amico e lui si sentirebbe meno solo.”
“C’è un solo modo per saperlo”, disse il topolino agitando la coda con aria saccente.
“Ma dai, e scommetto che tu lo conosci”, lo canzonò Tippete.
“Sei proprio un pallone gonfiato. Peggio per te.”
Fece per zampettare via.
“Aspetta!”
Il topolino si voltò con un sorrisetto sotto i baffi.
“Vuoi saperlo?”
Tippete annuì agitandosi contro le ragnatele del soffitto.
“Però voglio una cosa in cambio…voglio volare!”

Per chi lo avesse visto, sarebbe stato un ben strano spettacolo. Un topolino bianco appeso al filo di un palloncino-coniglietto che attraversava il magazzino fluttuando verso la finestra aperta. La luce della luna li abbracciò quando furono all’esterno.
“Wow! E’ bellissimo!”, gridò il topolino mentre Tippete veleggiava lentamente, sorvolando i tetti dove le lenzuola stese a gonfiarsi di vento sembravano fantasmi.
“E’ bellissimo”, fu d’accordo il palloncino che non aveva mai veramente volato, “ma tu devi scendere o ti farai male.”
Lo depositò dolcemente sulla punta di un abbaino e approfittò del vento per voltarsi a salutarlo.
“Ciao topolino, e grazie…”
La luna lo avvolse dall’alto e sembrò attirarlo verso di sé, come una mamma che richiama i suoi piccoli.
“Ora lo so”, disse il topolino continuando a salutarlo, “so dove vanno a finire i palloncini.”
Poi si ricordò della sua, di mamma, e corse via.


Laura e Lory


Roma, 5 settembre 2007