lunedì 27 febbraio 2012

I racconti del lunedi': E lontano fischia il treno


Ce lo chiedono spesso, a me e Lory: "ma voi non scrivete mai da sole?" Si', scriviamo anche da sole e quello che segue e' un racconto di Lory che io amo moltissimo perche' e' emozione pura. Ve lo consiglio caldamente.
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E lontano fischia il treno.
Nina lo sente che cavalca il vento, si insinua nei filari di uva nera che attraversano l’orizzonte, si perde lungo i binari della ferrovia.
E allora le dita si chiudono sulla pasta lievita, stringono e stringono e stringono fino a toccare il palmo imbiancato di farina. Non può piangere Nina, la sua missione è il sorriso, lo stesso che incide la pagnotta, un grande sorriso buono come il pane.

Non vuole correre alla stazione Nina. Non questa volta, anzi mai più. E allora impasta, tira e schiaccia quel miracolo di acqua e grano per sfogare il tormento che le si agita dentro.

Concentrati Nina, impasta, pensa a come sarà buono il pane. Dietro la finestra il sole sta calando,  presto schiaccerai sul cuscino la delusione e la malinconia.

Perle di sudore le fioriscono sulla fronte. E’ fatica, è dolore che torna a percorrere i solchi che le ha inciso nel cuore. Un’intera autostrada, come quella che schiene cotte dal sole stanno tracciando tra montagne, campi e colline.

E’ arrivato il lavoro, è arrivata la speranza. Quella che a lei è stata negata. Quella che ha perso per sempre in un giorno che non ricorda più.
Le donne in paese si affaccendano nei campi, raccolgono le messi, lanciano grida ai bambini. La sera, a casa, accoglieranno tra le braccia i loro uomini stanchi, li terranno al caldo sul seno, cancelleranno la fatica con i baci, con le carezze.

Il tempo degli addii è finito. Finito è il lento stillicidio di vite nella piccola stazione del paese. Pasquale ora può leggere il giornale, può attraversare i binari per zappare l’orticello che ha messo su dietro le carcasse delle locomotive. Esce di rado dalla postazione, prende la paletta, sistema il berretto, di tanto in tanto lancia un’occhiata ai pochi visi che spuntano dai finestrini. Facce straniere, sguardi curiosi, sorrisi storti come l’insegna scolorita dal tempo tenuta lì a ricordare che quel posto esiste, non è solo un puntino su una vecchia cartina del sud d’Italia, un’insegna verde fiammante di quella che i paesani chiamano l’Autostrada del sole.

Ogni tanto Pasquale prova a parlarle a Nina. La vede entrare in stazione, i capelli biondi raccolti dietro la nuca, il vestito della festa liso dal tempo a fasciarle il corpo ancora giovane. Lo sguardo a nord a scrutare l’arrivo dell’unico treno che ancora consumi le traversine, cieco alle occhiate dei pochi uomini rimasti liberi e di quelli che la libertà la portano nel cuore, e nella patta. Si siede accanto a lei Pasquale, sulla panchina. Vorrebbe dirle che non le fa bene scendere alla stazione. Che deve rassegnarsi. E invece le chiede di Luca. Se sta bene, se è felice, se si comporta da uomo.

Nina risponde che si, Luca sta bene, è felice e si comporta da uomo. Va alla scuola elementare, fa i compiti e l’aiuta a fare il pane. E’ suo il dito che disegna il sorriso sulla pagnotta, lo stesso che gli scopre gli spazi vuoti lasciati dai denti che un topino dimentica spesso di portar via in cambio di una monetina.

Risponde Nina alle domande di Pasquale ma il suo pensiero è altrove. Rincorre una promessa, quella che Antonio le ha fatto prima di salire sul treno. Quando ha lasciato il sole del suo paese per il freddo e la nebbia del nord.

Un paio d’anni amore mio. Un paio d’anni e qualche sacrificio. Poi torno e ti costruisco con queste mani la casa più bella del paese. Voglio che Luca abbia tutto quello che è stato negato a noi. Un paio d’anni di lavoro alla miniera e ti faccio fare la signora per sempre. Non piangere amore mio, sei così bella…

E lontano fischia il treno.
Non serve a nulla tapparsi le orecchie con le mani. Lo sente che fischia, fischia… Allora lascia il pane, lascia Luca a giocare nei campi e esce di casa. Non ha il vestito della festa, i capelli le sfuggono dalle forcine mentre si precipita lungo la strada bianca di ciottoli, ondeggiano liberi sulle spalle quando attraversa l’atrio ed esce sui binari. Il treno è passato. Lo sa, ne sente ancora le vibrazioni sotto i piedi. E sa che è arrivato il momento, che deve gridargli dietro il suo addio.
Corre Nina, corre come se avesse ancora sedici anni, come se ad attenderla dietro la collina ci fossero le braccia aperte di Antonio, i suoi capelli neri, i suoi baci. Corre fino a sfiancarsi, fino a cadere in ginocchio con il respiro che le scoppia nel petto.
E allora urla, urla tutto il dolore che ha tenuto dentro, urla fino a coprire il fischio del treno.

E poi arriva sera. Presto Luca rientrerà in casa, sporco di fanciullezza e affamato di cibo e di carezze. Lei taglierà il pane, lo tingerà di rosso pomodoro e ritrovando in quei suoi occhi neri lo sguardo che la fece innamorare, gli racconterà di suo padre.  Dei suoi sogni, del suo coraggio, di come l’8 agosto 1956 lasciò la vita abbracciato ai duecentosessantuno compagni nella miniera di Marcinelle.

Loredana Falcone