martedì 17 luglio 2012

Oggi su "La Sesia": E poi succede che non ci importa più


E poi succede che non ci importa più. Che i numeri hanno la meglio e più crescono e meno impattano sulle nostre coscienze. È successo la scorsa settimana, l’11 luglio. Su quotidiani, tv e siti online rimbalza la notizia dell’ennesima strage in mare. Sì, ennesima. E basta questo aggettivo dalla portata numerica infinita a spiegare quello che poi è successo. Perché, parlando solo degli ultimi mesi, era aprile e i superstiti raccontavano di 10 persone morte di stenti e gettate in mare; era maggio e i corpi gettati in mare erano 7 su 90; era giugno e una piccola barca naufragava causando la morte di quattro persone. Migranti, tutti. Migranti come i 54 di cui lo scorso 11 luglio ci ha raccontato l’unico superstite. I fatti. Il gommone parte da Tripoli a fine giugno. Puntano in Italia, sono 55, per la maggior parte eritrei. Dopo un giorno sono già in vista della meta ma il vento li respinge, trascinandoli in mare aperto. Inizia così l’agonia di cinquantacinque persone. Proviamo a contare fino a 55, a renderci conto di quanti erano. Il gommone comincia a sgonfiarsi, a bordo non c'è acqua. Molti, compreso il superstite recuperato da pescatori tunisini in fin di vita, cominciano a bere acqua di mare. Non serve. Uno dopo l’altro muoiono per disidratazione. A dare la notizia è l'Alto Commissariato dell'Onu per i Rifugiati. "Una vera tragedia", ha commentato il vice commissario Alexander Aleinikoff, facendo appello "ai comandanti delle imbarcazioni nel Mediterraneo affinché l'antica tradizione del salvataggio in mare continui ad essere rispettata". E come no? Nello stesso giorno, 50 persone tra eritrei e somali, si sono viste rifiutare soccorso delle Forze Armate maltesi. Non solo, dopo aver fatto notare che non c’erano conferme, ovvero corpi da recuperare, di quanto raccontato dall’eritreo superstite, i media hanno dimenticato la vicenda tornando a parlare di crisi, di rating, di spread e di elezioni. Perché succede, appunto, che non ci importa più. Che abbiamo altro a cui pensare. Cinquantaquattro morti. Contiamoli e proviamo a immaginare come si muore di disidratazione in mare aperto, sotto un sole implacabile, durante un’estate tra le più calde. La sete, la stanchezza, il mal di testa, la pressione che precipita, gli svenimenti. Poi arrivano la nausea, il formicolio agli arti, le convulsioni, i crampi. Si seccano gli occhi, non si urina più, se si piange, le lacrime non escono. Si vedono cose che non esistono, si delira, tutto si confonde. Dicono che si possa, in modo approssimativo, paragonare la morte per disidratazione a quella da dissanguamento. Dicono sia una morte dolce, posto che dolce possa essere la sensazione del proprio cuore che si sforza di pompare un liquido che diminuisce di ora in ora. Siamo fatti di acqua, per un 70%. Possiamo sopravvivere molto senza cibo, pochissimo senza bere. Cinquantaquattro vite, spente come candele. E noi le abbiamo liquidate come roba della settimana scorsa.

Laura Costantini