martedì 12 marzo 2013

Ma il femminismo si porta ancora?

L'otto marzo è trascorso. Con tutto il corollario di banalità e opposte tifoserie: mimose sì, mimose no, spogliarello maschile sì, spogliarello maschile assolutamente no, festeggiare, rimpiangere, lottare, desistere. È trascorso mentre si filosofeggia se sia giusto parlare di femminicidio ed esistono voci per le quali alle donne delegare il potere all'uomo fa comodo. È trascorso e nessuno, in Italia, è insorto contro la convinzione che definirsi femministe sia oggi velleitario, fuori moda, anche ridicolo. Eppure. Ieri la regina Elisabetta II d'Inghilterra ha firmato un documento che abolisce la discriminazione di genere in tutti i paesi del Commonwealth. Un atto importante, affidato a un'ultraottantenne che, da cinquant'anni, dimostra al mondo che donna di potere si può. Regina per mancanza di eredi maschi Elisabetta, decisa a non lasciare lo scettro in mano a un primogenito inadeguato e a spianare la strada alla successione automatica per una primogenita, pur circondata da fratelli. E la notizia è che si debba, ancora, firmare una carta di parità e una legge per sancire che sul trono può salirci una femmina. Ma dirci femministe è fuori moda, sia chiaro. Perché le donne hanno conquistato tanto. Ci viene ricordato ogni santo giorno che possiamo, ormai, essere medici, soldati, manager. Lo recepiscono anche gli sceneggiatori. E allora capita di vedere un film come "New in town". Renee Zellwegger è una manager elegante, single, ambiziosa (e non è un complimento) e aggressiva (idem). Le affidano uno stabilimento in perdita nel Minnesota e lei inanella una sequela di figuracce e gaffes che, comunque, le garantiscono l'attenzione di Ted. Sindacalista, pompiere, volontario, figaccione. Renee risolleva le sorti dello stabilimento, si innamora del figaccione, le viene proposta la poltrona di vicepresidente della società e, indovinate? rinuncia per vivere, due cuori e un pick-up in quel del Minnesota. Non è evidente che dirci femministe è obsoleto? Eppure. Mai sentito parlare di Sheryl Sandberg? Ha 44 anni, è bella, è ai vertici di Facebook dopo una carriera da spaventare tra laurea prestigiosa e collaborazioni con la Casa bianca ai tempi di Clinton, ha due figli piccoli. Ed è proprio lei, con un reddito da venti milioni di dollari l'anno, a rilanciare il femminismo come necessario. Promotrice del movimento internazionale Lean In (facciamoci avanti), ha raccontato, in occasione della presentazione del suo saggio sulla condizione femminile nel mondo, un aneddoto illuminante. Sua figlia è alle elementari e si è "fidanzata" con un coetaneo. Tutti e due da grandi vogliono fare gli astronauti. Ma la bimba ha confidato a Sheryl che vorrebbero anche dei bambini e se uno dei due deve restare a casa a badarci, quella per forza di cose è lei. E piangeva dicendolo. Questo ha raccontato Sheryl Sandberg. Perfino la figlia di una delle manager più importanti del mondo, perfino così piccola, ha già metabolizzato che nascere femmina è un handicap e che, a parità di aspirazioni e di capacità, costringe a fare un passo indietro. Per questo Sheryl ha deciso che il femminismo non è passato di moda. Anzi. Laura Costantini