lunedì 1 luglio 2013

È la rivoluzione che ci manca


È la rivoluzione che ci manca

Dunque vediamo. Malasanità? Ce l'abbiamo. Corruzione? Ce l'abbiamo. Istruzione che fa acqua da tutte le parti? Ce l'abbiamo. Calcio come unica fede che non conosce flessioni? Ce l'abbiamo. Quello che ci manca sono migliaia di persone in piazza. A gridare che un professore, sì, un qualsiasi professore di una qualsiasi scuola di periferia, vale più di Neymar. E se non sapete chi sia Neymar siete già un passo avanti perché è solo un ragazzo bravo a correre con una palla accanto al piede. E per questo conteso a suon di milioni, di euro, in un mondo dove sono milioni, di persone, a non sapere cosa mangiare. Quello che ci manca è la consapevolezza che la misura è colma. Quello che non abbiamo è lo sdegno per la goccia che fa traboccare il vaso. In Brasile, una delle economie cosiddette emergenti insieme a Russia, India, Cina e Sudafrica, è bastato un rincaro di pochi centesimi sul biglietto dell'autobus. E la gente ha cominciato a dire basta. Perché i trasporti pubblici fanno schifo, come da noi, perché si tolgono investimenti alla scuola, come da noi, perché si investono miliardi per nuovi stadi e infrastrutture che servono solo da vetrina per il governo. Da noi questo no, stavolta non è successo. E ne parlammo quando l'allora premier Monti ci trattò dai bambini capricciosi che siamo e disse no. Alla candidatura di Roma alle Olimpiadi. Allo spreco di soldi dei contribuenti che in quel momento, e non solo, non potevamo permetterci. Ci vuole sempre qualcuno che dica basta. Che dia un altolà. E se quel qualcuno diventa milioni di persone che manifestano in piazza contro la storia che al popolino "dagli una squadra che vince e si scorderà quello che sta perdendo", allora si chiama rivoluzione. Ed è parola che spaventa e affascina. Esalta, anche, se rimane lontana da noi, fuori dai confini. Ci consoli il fatto che non siamo soli in questo. O forse no, forse è ora che non ci consoli essere nel novero di quelli che oggi guardano al Brasile come ieri hanno guardato alle manifestazioni in Turchia o agli scioperi in Grecia o alle sfortunate e tradite primavere arabe. Con rimpianto. E con una domanda che vola di paese in paese. Da noi che non andiamo oltre una massiccia astensione elettore. Nella Spagna degli indignatos. Nell'Irlanda scippata del suo boom economico. Nel Portogallo dimenticato. Nel Regno Unito dove l'unica speranza di crescita del PIL è la prossima nascita del pargolo di William e Kate con tutto il suo indotto. Tutti insieme a chiederci: perché i brasiliani hanno avuto il coraggio di dire basta e noi no? Perché a loro non è bastato vivere in un paese mediamente democratico e in crescita? Perché non si sono limitati a guardare con invidia ricchi sempre più ricchi ed evasori sempre più impuniti? Ecco, noi ci poniamo queste domande. Loro intanto lottano e l'unica cosa che veramente gli manca è l'aceto. Per annullare l'effetto dei lacrimogeni.

Laura Costantini