venerdì 12 novembre 2010

I miei articoli per "La Sesia": lo strano caso di "Giovinezza" e "Bella ciao"

Era il 3 novembre. Il flusso mediatico da Avetrana sembrava in stallo, il Veneto veniva sommerso dalle prime piogge autunnali. La giornata, giornalisticamente parlando, era tranquilla quando all’improvviso scoppia la bomba. Lucio Presta, padrone indiscusso del Festival di Sanremo, annuncia in via ufficiosa che sta per sdoganare le canzoni “politiche” sul palco dell’Ariston. C’è di che saltare sulla sedia. Nel regno incontrastato di “sole, cuore, amore” sta per approdare l’impegno, la denuncia, la presa di posizione. Ma siamo sicuri? Nell’attesa della conferma ufficiale in sede di conferenza stampa, ci si prepara a trattare l’argomento e i punti di vista sono, ovviamente, diversi. C’era bisogno di portare la politica tra i fiori della Riviera? Oppure è giusto prendere atto che la musica ha sempre fornito un armonico scivolo alle idee e agli schieramenti? Il melodramma italiano, per dirne uno, si è trovato a coesistere cronologicamente con il nostro tanto vituperato Risorgimento e dietro amori appassionati e intrecci da telenovela ha lasciato intravvedere la netta opposizione ai regimi vigenti, quelli degli usurpatori asburgici, borbonici, pontifici. Viene da pensare, mentre si attende il verbo di Lucio Presta dai suoi profeti Mazzi e Morandi, che a ben guardare la politica sul palco dell’Ariston non è mai mancata. L’orecchiabile “Chi non lavora, non fa l’amore” di Adriano Celentano e Claudia Mori era una canzone politica negli anni ’70 delle grandi lotte sindacali e dei grandi scioperi. Era una canzone politica quanto altre mai “Minchia, signor tenente” di Giorgio Faletti, all’indomani dei sanguinosi attentati a Falcone e Borsellino. Era una canzone politica e provocatoria già nel titolo “Pensa”, di Fabrizio Moro e parliamo di un paio d’anni fa. Ma il tempo delle ipotesi finisce presto, in quel mercoledì 3 novembre, e si svela l’arcano. Il presidente Giorgio Napolitano, nel tentativo di rimediare al colpevole ritardo sulle celebrazioni del Centocinquantenario dell’Unità d’Italia, aveva chiesto che il Festival della Canzone dedicasse una serata alla nostra storia patria. Detto e fatto, il duo Mazzi-Morandi partorisce l’idea: “nella serata evento di giovedì 17 febbraio ogni artista, oltre al proprio brano inedito - spiega il direttore artistico Gianmarco Mazzi - ne proporrà uno edito tra quelli che legati a momenti storici italiani importanti”. E Morandi rilancia l’idea di poter sentire i quattordici artisti in gara cantare “Bella ciao”. Apriti cielo. Non era lo sdoganamento dell’impegno sul palco dell’Ariston. Era un coro di vip della canzone che canta l’inno della Resistenza. Mazzi e Morandi fanno un rapidissimo errata-corrige: non facciamo politica, sono canzoni storiche, ci mettiamo anche “Addio Lugano bella” degli anarchici e “Giovinezza”, sono già state eseguite in tv. Ma alla Rai non vogliono sentir ragioni e lo strano caso delle canzoni politiche a Sanremo si chiude. Con un no che fa rumore. Ma che fa anche rima con cuore e amore.
Laura Costantini