venerdì 1 giugno 2012

I miei articoli per "La Sesia": Donne cancellate


Giovedì scorso su RaiUno, in pieno pomeriggio, è accaduto qualcosa che lascia il segno. Per chi si fosse sintonizzato aspettandosi le solite amenità da salotto televisivo, il colpo deve essere stato forte. Seduta su un divano bianco c’era Valentina Pitzalis, una ragazza di Carbonia. Indossava un abitino scollato sulle spalle, aveva i capelli neri pettinati all’indietro, un moncherino al posto della mano sinistra, una grossa fasciatura a difendere ciò che resta della destra. E il volto cancellato. Per chi non l’avesse vista, chiariamo: non era un mostro. Anzi. Gli occhi intatti e vividi, le labbra pronte al sorriso, il sapiente lavoro di chirurghi estetici. Valentina non è più bella come appariva nelle impietose foto alle sue spalle. Ma è viva. Passata attraverso le fiamme dell’inferno. Eppure viva. Accanto a lei c’erano l’avvocato Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker, ovvero la fondazione Doppia Difesa che si occupa di donne vittime di violenza. È grazie a loro che Valentina è arrivata in televisione per portare la propria testimonianza e il proprio monito. Perché a condannarla al rogo, come una strega del passato, è stato l’uomo che diceva di amarla. Quello che lei aveva sposato nel 2003 e lasciato nel 2006. Un ragazzo dal volto aperto, dagli occhi chiari nei quali è impossibile cercare traccia dell’orrore che ha saputo concepire. Di lui resta solo una foto. Il carnefice di Valentina è morto nello stesso rogo che a lei ha consumato le mani, le braccia, il volto, le caviglie. E Valentina non sa dire se volesse morire con lei o se invece non avesse calcolato la potenza del fuoco alimentato a kerosene. “Ma voglio pensare che si immaginasse unito a me nella morte. Perché se invece voleva guardarmi morire e poi scappare, allora la sola idea mi farebbe impazzire.” Parla Valentina, di un percorso doloroso e non solo dal punto di vista fisico. Dice che aveva tutto, ma che le resta comunque molto. È viva, sta lottando per riacquistare l’autosufficienza. Soprattutto non odia e mette in guardia le donne: non pensate di poterli cambiare, gli uomini fragili e violenti. Non cambieranno. Non per voi e non con voi. Fuggite lontano e diffondete il messaggio. Quel messaggio che al documentario “Saving Face” ha fruttato l’Oscar. Eppure Zakia, Rukhsana, Naila, le donne pakistane sfregiate con l’acido e protagoniste del film non vogliono che sia visto in Pakistan. Al punto da dar vita a una battaglia legale contro i registi Chinoy e Jung. Il motivo? Proiettarlo in patria sarebbe “irrispettoso nei confronti delle nostre famiglie”. Una posizione condivisa anche dall’Acid Survivors Foundation Pakistan, l’associazione che le rappresenta e che, pure, ha partecipato alla realizzazione e ai festeggiamenti per l’Oscar. Una storia lontana, una diversa cultura. A unire Valentina, Zakia, Rukhsana e Naila è il comune destino di donne cancellate dalla vendetta dei maschi. A dividerle il coraggio. Perché Valentina a lasciarsi cancellare, non ci sta.

Laura Costantini