martedì 28 agosto 2012

Oggi su "La Sesia": Eppure il mondo è rimasto lo stesso



È successo domenica scorsa. Neil Armstrong, il primo uomo a calcare il suolo lunare è morto. Non era vecchissimo, 82 anni. Gli è stato fatale il quarto by-pass coronarico. Eppure il suo cuore aveva retto all’emozione più grande mai provata da essere umano. Lui, per primo, ha mosso un passo al di fuori del nostro pianeta. Chi c’era, quel 20 luglio 1969, fosse pure stato un pargolo, ricorda quell’eterna nottata in diretta, in attesa dell’allunaggio. Domenica, nel dare la notizia della scomparsa dell’astronauta simbolo di tante speranze, un po’ tutti i media si sono dilungati sulle aspettative enormi che quell’evento scatenò nel mondo. Era l’entrata ufficiale nel futuro, era la fantascienza che si faceva realtà. Ci aspettavamo moltissimo. Immaginavamo un domani di navette che facevano la spola tra la Terra e la Luna, basi lunari con affascinanti astronaute, viaggi interstellari a velocità di curvatura. Ci aspettavamo che quell’impronta sulla sabbia grigiastra della Luna ci rendesse, per magia, tutti migliori. Perché l’assioma era: se siamo arrivati lassù, allora possiamo sconfiggere le malattie, possiamo eliminare la fame nel mondo, possiamo conquistare uguaglianza, libertà, giustizia sociale. Possiamo. Era questa la parola chiave. Una parola che quarantatre anni hanno lentamente eroso e depotenziato. Ha voluto usarla Obama per la sua campagna elettorale del 2008: yes, we can. Sì, possiamo. Ma neanche lui, in realtà, ha potuto granché. Così, mentre si diffondeva la notizia della morte di Neil Armstrong lo sguardo tornava a terra. Un effetto che GoogleEarth renderebbe bene: lo spazio, il pianeta Terra e poi una vertiginosa zoomata fino alla superficie. Per scoprire che nella Siria dello scontro tra l’esercito di Bashar al Assad e le forze ribelli i morti si contano a migliaia, compresi vecchi, donne e bambini. Che negli Stati Uniti c’è un uomo politico per il quale neanche un legittimo (legittimo?) stupro può giustificare un aborto. Che nel Cairo del dopo Mubarak bande di ragazzini aggrediscono, insultano e picchiano le donne in strada. Che nella civilissima Italia una donna che denuncia uno stupro avvenuto in un parco cittadino della capitale viene guardata con sospetto. Perché, e citiamo testualmente le parole del cronista: “Sono quelle sere in cui la vita non ti fa sconti, ma lei l’ha realizzato troppo tardi. Altrimenti non avrebbe ingaggiato una stupida lite… con l’uomo che… l’aveva strappata a un’esistenza fin troppo randagia. Altrimenti non si sarebbe precipitata per le scale… per andare a rimuginare su una panchina di un parco spelacchiato, all’una di notte, dove il suo carnefice l’aspettava.” Quarantatre anni fa eravamo tutti lì a guardare il cielo col fiato sospeso, convinti che quel piccolo passo nella sabbia lunare fosse, come ci disse Armstrong con efficace retorica, “un grande balzo per l’umanità”. Quarantatre anni dopo è la Luna a guardarci e a vederci come ci ha sempre visti: piccoli, litigiosi, incorreggibili.

Laura Costantini