lunedì 13 agosto 2012

Se l'università deve a tutti i costi diventare privilegio


Hanno proposto di aumentare le tasse universitarie in base al reddito. 
Hanno proposto di aumentare le tasse universitarie anche in proporzione agli eventuali anni fuori corso. 
Hanno proposto di mettere il numero chiuso a tutte le facoltà per evitare un surplus di laureati inutili (come se ne avessimo troppi. Noi?). 
Hanno messo test di ingresso ad alcune facoltà, test a pagamento, ovviamente. 
Vogliono, dicono, ridare valore alla laurea. E garantire ai privilegiati, che riusciranno a superare i test di ammissione e a mettere insieme i soldi necessari per arrivare alla fine del corso di studi, un posto di lavoro.
Io mi ricordo che negli anni del liceo classico, studiando, dibattendo, partecipando ad assemblee e quant’altro, mi venne spiegato che nel paradiso rosso dell’Unione Sovietica (c’era ancora chi lo considerava così), a tutti era consentito di accedere all’istruzione universitaria. Ma che c’era un limite oggettivo: se non servono ingegneri, ma medici, tu studi medicina. Se non servono medici, ma agronomi, tu studi agraria.
Ricordo che tra i mille difetti che già allora mi apparivano evidenti nella dittatura del proletariato, questo mi sembrava uno dei peggiori
Mi piaceva scrivere, già allora. Anzi, già da prima. Per questo dopo le medie scelsi il classico. E feci il liceo classico pensando alla facoltà di Lettere. 
State sogghignando? Beh, sogghignavano anche allora. Erano i tempi in cui andava per la maggiore Economia e Commercio e un buon 70% dei miei compagni di maturità si indirizzarono verso dichiarazioni dei redditi e partita IVA. Io no. Io tenni duro. Mi dissero: che ci fai con la laurea in Lettere? Di insegnanti ce ne sono anche troppi e poi guadagnano una miseria. Vero, ma io non volevo neanche fare l’insegnante. Io volevo scrivere. Non che la facoltà di Lettere avesse un corso di scrittura, ma volevo studiare le materie che mi sentivo e mi sento affini: storia e letteratura.
Sebbene viga, ancora oggi, la inveterata convinzione che una laurea in Lettere sia praticamente regalata, un percorso da bamboccioni pigri, fu dura.
Gli esami erano 20, all’epoca. Non c’erano crediti. C’erano libri da studiare, una marea di libri per ogni esame. Ricordo la prima annualità di storia dei partiti politici, docente Paolo Spriano. Dodici volumi dodici, nessuno al di sotto delle 200 pagine, molti al di sopra. Ricordo i seminari: di latino medievale con Raul Manselli; di storia moderna con testi in spagnolo, docente Rosario Villari. Ricordo la passione per la storia dell’India e dell’Asia centrale e quella per storia della Russia e dell’Europa centrale. Ricordo una sfilza di 30 e lode, di 30, un 29 e un 27 (storia contemporanea con Giuliano Manacorda) che tentai invano di rifiutare. Ricordo la passione. Ricordo la delusione quando un infarto, credo, si portò via Paolo Spriano e la tesi che avrei voluto chiedergli. Tutto da rifare.
Fuori corso? Sì, senza vergogna alcuna lo ammetto. Ma mi sono laureata con 110 e lode in storia del Risorgimento con una tesi su Giuseppe Rovani, giornalista e scrittore della Scapigliatura nella Milano del 1870. Relatore Giuseppe Monsagrati.
Rifarei ogni singolo esame. Li ho amati tutti, nonostante mi abbiano fatto sudare. Il giorno dopo essermi laureata, andai a sostituire per il periodo estivo un portiera in un condominio romano. Sapevo che volevo scrivere e scrissi, non ho mai smesso. Intanto facevo la precaria portalettere, la precaria impiegata allo sportello, la venditrice di libri porta a porta, l’agente assicurativo a provvigione, la segretaria in una tipografia e la dattilografa a cottimo in un’altra. Dovevo battere per la stampa offset testi in spagnolo e il latino.
Dice: e la laurea a che ti è servita? A essere quella che sono, con un bagaglio culturale di tutto rispetto nell’attesa dell’occasione buona. Arrivò con un corso di giornalismo finanziato dalla Comunità Europea. Una borsa di studio. Sostenni l’esame, lo passai. Iniziarono gli stage, le collaborazioni. Iniziò tutto quello che mi ha portata, oggi, a fare esattamente quello che volevo fin dai tempi delle medie.
Non volevo studiare Economia e Commercio. Non l’ho fatto, a mio rischio e pericolo. 
Ritengo ingiusto imporre una strada a coloro che si sono appena maturati. 
Ritengo ingiusto alzare il costo dell’istruzione. 
Ritengo ingiusto punire chi si trovi fuori corso. 
Ritengo ingiusto ritenere un corso di laurea un ufficio di collocamento. 
La laurea non può e non deve garantire un posto di lavoro. Deve essere, prima di tutto, accrescimento personale. E deve essere alla portata di tutti perché l’istruzione è un diritto, non un percorso a ostacoli per famiglie danarose. La meritocrazia, sacrosanta, non si ottiene punendo chi va fuori corso, oppure mettendo sbarramenti all’accesso in facoltà. Perché non saranno i più bravi a entrare, ma i più ammanicati. Lo sappiamo tutti e allora perché non dircelo chiaramente?