mercoledì 16 gennaio 2013

Il nostro naufragio

Non poteva essere altrimenti. In occasione del primo anniversario del naufragio della Costa Concordia, la rimembranza è servita a reti unificate. Trentadue vittime, due ancora disperse, un relitto che ormai è monumento. Un cantiere, ma i gigliesi lo ammettono sotto voce, che ha creato un indotto importante. Ci sono operai e maestranze specializzate, ci sono tanti turisti dell'orrore a caccia di immagini della balena spiaggiata prima che venga rimossa. Dovranno pur mangiare, dormire, comprare un souvenir. È la vita che si prende la rivincita sulla morte, anche se si levano più alte le voci di chi incalza la rimozione, il ritorno alla bellezza primigenia dei luoghi. Perfino lo scoglio che sventrò, incolpevole, il gigante del mare è stato rimesso al suo posto con una cerimonia, una targa, l'accompagnamento  delle sirene dei rimorchiatori. Il suono più triste del mare, insieme allo stridio dolente dei gabbiani. Non ce ne sono più tanti intorno alla Concordia. Ormai anche il regno animale ha accettato e, chissà, immagina definitiva quella nuova strana scogliera che getta ombra fitta sul fondale, ammazza le praterie di posidonia, ma crea un habitat nuovo per gli abitanti del blu profondo. O meglio, lo creerebbe, se intorno all'impressionante relitto che tutto il mondo ci ammira, copia in sedicesimo dell'indimenticato Titanic, non si affollasse un mondo di piattaforme, di fiamme ossidriche, di fotocellule elettriche, di luci accecanti. Domenica scorsa si celebrava un anno esatto da quella sera in cui accadde ciò che neanche uno sceneggiatore catastrofista avrebbe potuto immaginare impunemente. E da allora abbiamo imparato che le navi da crociera sono enormi come condomini da decine di piani eppure hanno la strana tendenza a inchinarsi davanti alle bellezze della costa. Abbiamo imparato che hanno nomi fantasiosi e vanità da prime donne, perché si inchinano, anche e soprattutto, per farsi ammirare, regge incantate sfolgoranti di luci sul mare placido. Abbiamo imparato che sembrano invulnerabili, ma hanno una plancia di comando dove ci piacerebbe immaginare capitani coraggiosi e attenti e non cialtroni che coatteggiano come fossero alla guida di un gommone da diporto. Abbiamo imparato che a poche centinaia di metri dalla costa, il mare oscuro di una serena notte di gennaio può rivelarsi feroce e richiedere sacrifici come ai tempi dei velieri e dei flutti procellosi cari a Salgari. Da un anno a questa parte sappiamo che si può morire subito dopo una cena elegante, tra luci e suppellettili pacchiane, ancora convinti che tutto andrà bene. Sappiamo che un comandante galante e ciarliero in livrea bianca può voltare le spalle alla responsabilità di migliaia di persone, mettersi in salvo e giocare allo sport più praticato nel nostro paese: lo scaricabarile. Sappiamo, soprattutto, che quella nave ferita a morte ci affascina perché è la metafora più potente del nostro tempo. È affondata, la riporteranno a galla. Ma solo per avviarla alla rottamazione.
Laura Costantini