lunedì 9 maggio 2011

Per ricordarmi di NON essere infelice (anche se oggi lo sono)

Era maggio del 2008 quando scrivevo questa cosa qui:
 
Etimologicamente parlando la parola felicità ha la stessa radice di fecondo, femmina, feto, felice, fieno, figlio: dal latino *fere = nutrire, a sua volta dalla radice indoeuropea *dhe = succhiare. Quindi insito nel concetto stesso di felicità c’è il nutrimento, la capacità di sostentare l’anima con le gioie della vita. Una capacità che stiamo perdendo, mi sembra, di pari passo con quella di apprezzare il buon cibo e le cose semplici come lo splendere del sole in un cielo azzurro di maggio. Stiamo diventando anoressici nei confronti della vita stessa. Devo dire che di questo assurdo atteggiamento sono stata campionessa per diversi anni, aiutata si dalla gente che avevo intorno, ma senza altra giustificazione che non fosse la precisa volontà di non vedere il lato positivo della vita.
Amori infelici, incontri sbagliati, scarsa gratificazione professionale e il gusto per la malinconia. Anche qui può venirci in aiuto il dizionario etimologico: malinconia o meglio melanconia deriva dal greco melancholia ovvero melas = nero e cholé = bile. Secondo l’antica medicina la tristezza morbosa del paziente derivava da un eccesso di un fluido, la bile nera appunto, che intossicava il corpo. Un veleno dal sapore dolce la malinconia. Io me la pasteggiavo ascoltando canzoni tristi (avete fatto caso che quasi tutte le canzoni a ben guardare sono tristi?) e lasciando scorrere inutilmente i giorni sempre in attesa di qualcosa di diverso, di migliore che mi illudevo fosse al di là del prossimo tramonto, della prossima alba, del prossimo mese, anno, decennio.
Gettare sempre lo sguardo al di là della collina, senza accorgersi del fiore che sboccia all’angolo del sentiero che si sta percorrendo. E’ questa la ricerca dell’infelicità. Da quel che vedo una sorta di sport nazionale (ma credo si possa allargare il discorso a tutto il mondo occidentale) che ci spinge come lemming in corsa verso un dirupo.
Un esempio pratico? Lo sto vivendo in questi giorni. Come sapete bene io appartengo alla categoria precari cronici senza speranza. Una condizione scomoda ma alla quale, con il giusto punto di vista, si riesce comunque ad abituarsi. Io mi sono abituata. Non perché apprezzi la flessibilità (= possibilità di perdere il lavoro in qualsiasi momento), ma perché cerco, da qualche anno a questa parte, di abbassare lo sguardo dalla collina al sentiero e di vedere la bellezza e la fortuna di guadagnarmi da vivere scrivendo. Esattamente quello che ho sempre desiderato fare. Quindi mi godo giorno per giorno le piccole soddisfazioni di un testo fatto bene, di un servizio che riceve i complimenti, di un’intervista che colpisce e, ovviamente, di uno stipendio dignitoso. Cerco di tenere ben fisso in mente che questa condizione privilegiata (si, credetemi, rispetto a tanti giovani e meno giovani costretti a contratti interinali capestro, è una condizione privilegiata) potrebbe decadere da un momento all’altro. Esattamente come la mia salute. Esattamente come la mia stessa vita. Perché precari lo siamo tutti, non solo rispetto al lavoro, ma rispetto all’esistenza stessa. Ma anche questo è un concetto che spaventa i più, troppo presi nella loro rincorsa all’infelicità per rendersi conto che anche quella, un giorno, potrebbe apparire ai loro occhi come una cosa da rimpiangere. Sono una menagrama, dite? No, credo di essere realista e di aver sempre presente che quando, ogni mattina, mi accingo a percorrere i venti chilometri di traffico che mi dividono dal posto di lavoro, beh, potrei non arrivarci. Perché la garanzia di non avere incidenti gravi o mortali non può fornirmela nessuno. Non dipende da me. Non dipende da noi. Da chi dipenda non saprei dirlo, ma insomma avete capito il concetto.
Si parlava di esempio pratico: mamma Rai, messa in crisi dalla legge sul welfare che la costringerebbe ad assumere tutti coloro che le hanno prestato la loro creatività e forza lavoro per almeno 36 mesi (siamo in 1700!), ha deciso di bloccare tutti i contratti a tempo determinato, minacciando di non farci lavorare più. Ora non sto a tediarvi con i particolari tecnici che riguardano il bacino dei T.D. (praticamente una vasca come quelle dei ristoranti dove nuotano le povere aragoste, i capistruttura passano, guardano, scelgono; per il momento non ci fanno bollire vivi, ma non si può mai dire). Il fatto importante è che, carte alla mano, la Rai dovrà trovare il solito escamotage perché tutto cambi restando esattamente com’era. Questo noi T.D. lo sappiamo bene (nel mio programma solo cinque persone su quasi cento godono di un contratto a tempo indeterminato; senza noi precari semplicemente non andremmo in onda). Ma i miei colleghi sono, ricordate?, alla spasmodica ricerca dell’infelicità. Quindi da qualche giorno a questa parte si sono lanciati in una ridda di supposizioni che, passando di bocca in bocca, assurgono a decisioni prese dal settimo piano di Viale Mazzini: ci licenziano tutti, ci trasformano tutti in interinali che lavorano a scaglioni, ci costringono a lavorare a partita IVA, ci deportano tutti in un gulag su dalle parti della Lega dove Calderoni e Borghezio, vestiti di latex nero, ci prenderanno a frustate perché rappresentanti di Roma ladrona e sfaticata. E via congetturando, sobillando, gasando se stessi e gli altri in negativo. Gente che scoppia in lacrime, gente che ha già pronto il ricordo alla Corte Suprema di Washington (hai visto mai non bastasse la Corte dei Conti nostrana?). Lemming. Lemming lanciati a passo di carica verso il dirupo. Chi cerca di azzardare una punta di ottimismo viene immediatamente aggredito (Io ho parlato con il direttore di Rete – Io con il direttore generale – Io col ministro del lavoro in persona – Io sono stato a cena con l’intero C.d.A.) e pungolato affinché riprenda la corsa e si lanci nel burrone della disperazione.
Perché la sfortuna, il mobbing, la mancanza di un riconoscimento del proprio valore sembrano diventati un valore in se stessi. Giochiamo al rialzo con la curva negativa del grafico. Altro esempio pratico di ieri. Supermercato, in fila alla cassa. Una giovane mamma decide di accontentare le lagne del figlio e prende un Power Ranger. Ma non vuole fare la fila e quindi, senza accorgersi che la cassiera ha già aperto il nostro conto, chiede di passare avanti. Mia madre le fa notare che, appunto, il conto è già aperto e che anche lei non vede l’ora di finire, perché stare in piedi a lungo le fa male al ginocchio operato. “Sono invalida”, dice mia madre, 72 anni, alla giovane mamma in jeans e Nike che ne avrà avuti una trentina. Lei la guarda incattivita e poi dice: “Io pure sono invalida!” Io la guardo: snella, muscolosa, si muove benissimo. Vuole passare avanti perché ha mille cose da fare, perché il figlio è uno di quelli che ti fa rimpiangere che non esista un Telefono Azzurro a tutela dei genitori, perché fare la fila non piace a nessuno. Ha la faccia aggressiva, immusonita, si vanta di essere anche lei invalida. E mentre penso che esistono anche delle invalidità cerebrali, le dico: “Io spero che lei lo sia, invalida. Almeno quanto mia madre.”
Gioco al ribasso di se stessi e degli altri. Perché non ci basta essere noi intossicati di bile nera, vogliamo che lo siano anche gli altri. Vogliamo tirare giù dal dirupo quei pochi che ancora riescono a tenersi forte al bordo. E’ così anche in Rete. Da quando io e Lory frequentiamo la blogosfera, di gente alla ricerca dell’infelicità propria e (soprattutto?) altrui ne abbiamo incontrata tanta. Gente che ha fatto della malafede una religione per cui qualunque commento, qualunque parere, perfino un innocuo emoticon celano doppiogiochisti, ipocriti, leccaculi. Gente che vuole ad ogni costo l’homo homini lupus per cui dietro ogni clic si cela la fregatura, l’inganno, la menzogna. Gente che si incattivisce per una foto dove appari troppo carina, per un post troppo ben riuscito, per una piccola affermazione personale. Malafede, invidia, lo sguardo sempre puntato ad altro, agli altri, a quelli che sembrano avere di più di te.
E se la piantassimo? Lo so che è un’utopia. Ma sapeste quanto si sta meglio quando si capisce che l’unico vero nemico ce lo portiamo dentro e altro non è che l’ansia di ottenere di più. Di più di tutto, anche delle cose negative.
Dice Arthur Schopenhauer nel suo L’arte di essere felici: Imitare le qualità e le caratteristiche altrui è molto più vergognoso del portare abiti altrui: perché è il giudizio della propria nullità espresso da se stessi.
Gli risponde Ovidio: Optimus ille animi vindex, laedentia pectus/ Vincula qui rupit, dedoluitque semel (E’ il miglior liberatore dell’animo chi ruppe i legami che opprimevano il cuore e cessò di dolersene una volta per tutte)
Non siamo padroni della nostra vita. Ma possiamo decidere se trascorrerla alla ricerca dell’infelicità, oppure godendola attimo per attimo. Io cerco di scegliere la seconda opzione. Non dico sia facile, ma di sicuro è molto più proficuo (dal latino pro e facere = fare qualcosa a vantaggio di qualcuno).
 
Laura